Vita di san Carlo -7

Vita di san Carlo -7

DAL 1577 AL 1578

san Carlo 08.jpg

VOTO DELLA CITTÀ

Il Signore non esaudì subito le preghiere della Chiesa e del suo Vescovo. La peste aveva continuato a diffondersi e finì per invadere ormai tutta la città.

Ora desidero parlare del voto fatto a Dio ed al suo martire Sebastiano da parte del Consiglio della città, col consenso di tutti quelli che si trovavano in Milano. Già altre volte era stato invocato l'aiuto di Sebastiano, martire cresciuto a Milano. Fecero voto dunque di abbattere la chiesa vecchia dedicata al martire e di edificarne una nuova; di procurare ad essa un reddito sufficiente perché ogni giorno vi si potesse celebrare una Messa; di festeggiare la solennità del Santo con un giorno antecedente di digiuno; di recarsi nella chiesa con doni solenni nel giorno anniversario del voto, cioè il 15 Ottobre, e in quello della festa del Martire di procurare un prezioso reliquiario che fosse degna custodia delle ossa del Santo.
Carlo a sua volta, per favorire il meglio possibile l'adempimento del voto, nei giorni stabiliti per l'intervento del popolo, si recò con il clero nella chiesa, vi celebrò solennemente la Messa e così conferì una particolare religiosità a quella festa. E l'anno dopo, quando la città si trovò liberata dalla lunga afflizione della peste, benedisse la posa della prima pietra della nuova chiesa.
Nel frattempo crebbe a dismisura chi si offrì per l'assistenza dei malati. Quando qualcuno moriva, altri subentravano, sia Sacerdoti sia laici.

LA QUARANTENA

Finalmente arrivò il tempo della quarantena, Carlo intervenne di nuovo per guidare il suo popolo a vivere con ispirazione cristiana questo momento e le sue necessità.
Prevenne con una sua lettera il giorno fissato per la quarantena generale. In essa interpretò spiritualmente quel numero di quaranta giorni. Rievocò la tradizione religiosa ricordando a tutti il periodo di giorni consacrato al digiuno ed alle penitenze. Così, invitò tutti i Milanesi a trasformare in atto religioso il tempo che dovevano trascorrere come in una prigione e a dedicarlo ad una salutare penitenza rigenerante.
Invitò tutti a confessare le proprie colpe e a ricevere la SS. Eucaristia prima del giorno stabilito e poi ad ubbidire docilmente al bando dei Magistrati. Si diede premura che i rinchiusi, dal momento che non potevano recarsi nelle chiese e ricevere i Sacramenti, non mancassero di sostegni spirituali e utilizzassero quell'ozio forzato per una preghiera più frequente. Perciò, nei punti della città più adatti, perché visibili da porte e finestre, fece innalzare degli altari per la celebrazione della Messa. Deputò, quindi, alcuni sacerdoti alla quotidiana celebrazione eucaristica. Fece poi predisporre delle panche davanti alle porte in modo che potessero anche distribuire l'Eucaristia. Egli stesso celebrò in quei luoghi la Messa. Distribuì inoltre ai Sacerdoti paramenti ed uno sgabello portatile perché, seduti alle porte a debita distanza, ascoltassero le confessioni. Inoltre, sette volte durante il giorno e la notte, la campana maggiore del Duomo dava dei rintocchi ed a quel suono tutti i cittadini dovevano recitare una litania e i salmi, contenuti nell'apposito libretto pubblicato. Ogni piazza o contrada costituiva una specie di coro, perché gli abitanti durante il giorno, e una gran parte anche durante la notte, s'affacciavano alle finestre e alle porte. Allora uno, che aveva voce forte, sovente anche un sacerdote, ritto dinanzi all'altare, intonava le preci e tutta la moltitudine rispondeva da ogni lato.

PROGRESSI NELLA SANTITÀ

In quei giorni Carlo s'impose regole di vita molto rigide e spinse anche altri ad imitarlo. D'inverno rinunciò al sollievo del fuoco, per sopportare giorno e notte l'asprezza del freddo; lasciò da parte il materasso e dormì sopra un saccone di paglia; non volle più carne sulla sua tavola e tralasciò anche quel poco cibo che, più come medicina che come nutrimento, soleva prendere la sera dei giorni di digiuno. Queste regole poi egli osservò anche dopo la fine della pestilenza; anzi, le rese ancor più severe.

Quando la peste fu scomparsa, il Vescovo di Rimini, che prima fu suo Vicario, lo supplicò di interrompesse queste penitenze. Egli rispose che bisognava piuttosto accrescerle, perché i costumi non si erano affatto emendati e quindi c'erano da temere più severe punizioni.

REGRESSO DELLA PESTILENZA

Nel mese di novembre la peste cominciò a diminuire in quasi a scomparire. Però ogni giorno ne morivano alcuni e talvolta anche molti, soprattutto in conseguenza del contatto con i vestiti appartenuti ad appestati.
Per questo motivo la paura proseguì per il 1577. Alcuni anche temevano che il serpeggiante contagio dovesse protrarsi per parecchi anni ancora. Ma la bontà di Dio si impose su tutti.
Iniziato l'anno nuovo, Carlo celebrò con tre processioni e con le solite preghiere l'Indulgenza Apostolica. Egli stesso si recò alle chiese a piedi nudi e col medesimo abbigliamento che soleva portare dall'inizio della peste. Vi partecipammo anche noi Canonici e una gran parte del clero e del popolo. Egli predicava in quelle chiese con forza. Terminata la predica, lui stesso e i Canonici si prostravano per terra, mentre si recitavano le litanie. Il Capitolo della Cattedrale celebrava la Messa. Ciò servì moltissimo a favorire conversioni e a suscitare un forte senso di religiosità.

Quando giunse la Quaresima, Carlo ripristinò integralmente l'osservanza della prima domenica. La chiesa ambrosiana conserva la vecchia tradizione di fare soltanto quarantadue giorni di penitenza quaresimale. Ma già da tempo la smodata bramosia di divertimento, che immediatamente prima di quel periodo sacro si impadronisce di tanti cristiani, aveva staccato dalla Quaresima quel giorno che avrebbe dovuto segnarne l'inizio e l'aveva aggiunto al carnevale. Così, anziché iniziare la Quaresima, ci si buttava con più forza nei divertimenti e nella perversità.
Già prima Carlo aveva in parte ristabilita la santità di questo giorno, invitando i fedeli alla Santa Comunione, alle prediche ed alle preghiere. Al clero poi aveva dato espresso ordine di incitare più vivamente il popolo con il proprio esempio. Avendo visto che il popolo aveva accolto quel suggerimento con animo devoto e molti l'avevano osservato, ratificò questa prescrizione con un editto generale e la introdusse nei decreti del Sinodo, che celebrò subito dopo.
Aggiunse un'altra prescrizione. Volle che tutte le case venissero benedette una ad una con acqua santa e particolari preghiere. Questa benedizione era data all'insegna della purificazione, valore importante in tempo di peste. Carlo volle che avvenisse anche all'insegna della festa. Perciò, al momento di iniziare il giro di quelle visite, si recò a cavallo e rivestito degli abiti pontificali in Duomo, preceduto dal clero, per offrire uno spettacolo lieto a tutta la cittadinanza e fare risaltare agli occhi di tutti il meraviglioso e felice cambiamento della condizione generale.

Iniziata la purificazione delle case, si diede lui stesso ad aspergere con acqua benedetta il suo palazzo e quello dei Canonici. E man mano che questo rito veniva compiuto per la città, il popolo lo richiedeva con sempre maggior devozione e tutte le famiglie a gara cercavano di addobbare decorosamente la loro casa in segno di rispetto. Seguendo le raccomandazioni emanate da Carlo nella sua lettera, molti distruggevano quadri e libri contrari ai costumi cristiani. Insomma, era tutto un fervore di iniziative per estirpare il male ed accrescere il bene.

Il Governatore ed altri Magistrati incominciarono a lamentarsi che il rigido isolamento della popolazione stava venendo meno. All'avvicinarsi della Quaresima il Governatore lo ribadì con un editto. Tuttavia, soprattutto per le proteste di Carlo, molti si recarono nelle chiese e alle prediche, specialmente nel giorno dell'Annunciazione della Beata Vergine. Come liberati da una lunga prigionia, sembrava che non fossero mai sazi di quelle devote e assidue pratiche religiose. E la gioia era resa ancor più intensa dal fatto che, vedendosi numerosi, si costatava che il numero dei morti di peste era stato piccolo.

Carlo riuscì ad ottenere dal Governatore che nei giorni della Settimana Santa, e fino al termine dell'ottava di Pasqua, tutti fossero liberi di uscire di casa e recarsi in chiesa. Gli sembrava, infatti, ingiusto che fosse ancora proibito ai cristiani di andare in chiesa proprio in una tale circostanza e di fronte a una prova così evidente della divina bontà; inoltre sarebbe stato molto difficile dare a tutti i rinchiusi la possibilità di confessarsi e comunicarsi, come richiedeva il periodo liturgico. Ebbene, tutti quei raduni si svolsero così ordinatamente, che la peste non ne ricevette alcun incremento e da allora in poi non fu più necessario ordinare l'isolamento della popolazione.

PROCESSIONE CON IL SANTO CHIODO

Era arrivata la festa del ritrovamento della Croce da parte di Sant'Elena. Carlo aveva in animo di continuare con qualche altra festa il culto del Santo Chiodo, che aveva instaurato l'anno prima. Pensò che quel giorno fosse il più adatto. Convocò tutto il clero e con una solenne processione trasportò la Reliquia alla Chiesa del Santo Sepolcro. In quell'occasione avvenne che, appena la Reliquia fu collocata sull'altare, il cielo da nuvoloso e piovigginoso si rasserenò splendidamente e così rimase fino a che la Reliquia non ritornò in Duomo.
Ogni parrocchia aveva avanti a sé lo stendardo del suo Patrono. Questa innovazione fu introdotta allora per la prima volta da Carlo, per promuovere l'ordine e la devozione. Gli stendardi richiamavano i labari che Costantino voleva fossero nel suo esercito dimostrazione di fede.
Collocato il Santo Chiodo sull'altare della chiesa, vi fu venerato per quaranta ore, mentre il clero e il popolo, diviso per categorie e per zone, si davano il cambio ogni ora. Carlo non si allontanò mai; ma a mano a mano che un nuovo gruppo arrivava, dapprima rivolgeva una pia esortazione. Poi, recandosi dal pulpito all'altare, recitava con tutta la gente le litanie dei Santi; infine, prima che se ne andassero, impartiva la sua benedizione e concedeva dieci anni d'indulgenza. Nell'attesa dell'arrivo di un altro gruppo, egli inginocchiato davanti all'altare, meditava sulla Sacra Scrittura quello che doveva dire a queste altre persone.

Terminate le quaranta ore, il Santo Chiodo fu riportato in Duomo.

Carlo per onorare degnamente la Reliquia, rinchiuse il Santo Chiodo in una teca d'argento e fece ornare di marmi preziosi il posto della volta in cui è conservato.

LA LIBERAZIONE DELLA CITTÀ

Giunse nel frattempo il 15 ottobre, che era il giorno del voto cittadino. Allora Carlo annunciò con una lettera il programma di quella solennità e, facendo brillare la speranza della prossima completa liberazione dalla peste, invitò i cittadini a coltivare la più grande fiducia nella misericordia del Signore. Indisse inoltre nuove processioni in città e nella Diocesi.

Celebrata la Messa solenne nella chiesa di S. Sebastiano, si diede cura che fosse totalmente santificato quel giorno e si desse esecuzione al voto. Il popolo, secondo l'uso, vi convenne a gruppi distinti; il Consiglio della città e gli incaricati dal popolo per ogni parrocchia portarono solenni doni.
Carlo non si dimenticò di i morti della città, della Diocesi e persino delle altre città d'Italia. Essendo morte intere famiglie, perché tutti fossero ricordati, stabilì esequie comuni nei tre giorni successivi alla festa di S. Martino. Così ai vivi una importante opera di bene. Il primo giorno celebrò una ufficiatura funebre in Duomo alla presenza di tutti i Collegi canonicali; nel secondo e terzo giorno l'ufficio fu celebrato nelle varie Collegiate della città.
Ogni sacerdote in quei giorni fu obbligato a celebrare la Messa per il medesimo scopo.

RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELLA PESTE

Carlo voleva celebrare la scomparsa della peste con un pubblico ringraziamento fatto in una solenne cerimonia. Ma i Magistrati erano contrari perché, sostenevano, la peste era diminuita di molto, ma non era del tutto scomparsa. In particolare, essi temevano che, aboliti i controlli, si estraessero dai nascondigli tutte quelle cose ivi riposte, di cui molte infette. Il rischio che il morbo si diffondesse di nuovo era alto.
Ma Carlo insistette con straordinaria costanza nel suo proposito. D'accordo con i Magistrati fissò una data precisa per proclamare ufficialmente che non solo la città, ma tutta la Diocesi erano ormai completamente libere dal morbo. Scelse come giorno del ringraziamento la festa di S. Sebastiano del 1578, perché i Milanesi venissero aiutati nel ringraziamento da colui che, nell'imminenza del pericolo, avevano scelto come protettore.
Pertanto, oltre la processione che già si doveva tenere alla sua chiesa, ne stabilì altre due. Si andò a Sant'Ambrogio, e poi, come si era fatto all'inizio del contagio, ci si recò a tutti i crocicchi della città.
Queste processioni furono frequentatissime e devotissime, soprattutto perché il clero fu invitato, come in antecedenza, a portare col massimo splendore tutte le Reliquie. Vi intervennero pure il Governatore, il Senato e gli altri Magistrati. Tutti ringraziarono pubblicamente e con grande pietà il Signore, seguendo le norme e le esortazioni che Carlo aveva pubblicato in un apposito libretto.

Il Cardinale, mentre guidava la processione ai diversi crocicchi, si fermava vicino alle croci che vi erano state innalzate in ricordo della peste e, posata la Reliquia che aveva in mano sopra un altare eretto per l'occasione, recitava opportune preghiere. Quella processione durò dal mattino fino alla notte.
In segno d'onore e di festa, dal Castello fu sparata una gran salva d'artiglieria, quando il corteo vi passò a lato. E quando si arrivò al Duomo, dapprima fu portata trionfalmente lungo la chiesa l'Eucaristia che fu poi esposta sull'altare tra il possente e lieto canto degli inni liturgici ed il suono delle trombe. Lì Carlo diede inizio all'adorazione delle Quaranta Ore davanti al SS.mo Sacramento, ripetendo il cerimoniale usato nella festa del Santo Chiodo.
Va ricordato che, mentre egli nella predica annunciava la completa liberazione della città dalla peste per intervento di Dio, alcuni si domandavano con quale prova certa egli potesse affermarlo. Ma la benignità del Signore volle che tutto procedesse proprio come Carlo aveva dichiarato.

 

VUOI PROSEGUIRE NELLA LETTURA?

VUOI TORNARE ALLA TEMATICA GENERALE?