Vita di san Carlo -5

Vita di san Carlo -5

1576

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IL LEGAME CON ROMA

Tutte le volte che si recava a Roma, Carlo era sempre molto preoccupato di acquistare valori spirituali per sé e per la sua Chiesa. Giudicava disdicevole il ritornarsene a casa a mani vuote di essi. Rientrava pertanto da Roma rinvigorito da quei doni divini, ben diversamente da quello che sovente avviene ad altri. Così, riprendeva sempre con maggiore slancio e più incisiva fortezza il ritmo della sua vita episcopale. Nel contempo compiva ogni volta progressi notevoli nella santità.
È che quando soggiornava a Roma, non si limitava  ad ammirarne lo splendore e l'apparenza esteriori. Egli cercava sempre un contatto molto vivo e profondo con i valori spirituali legati alla Sede Apostolica e a tutti quei santissimi luoghi. Un misterioso contatto con Dio lo spingeva sistematicamente a fissare a se stesso regole di vita sempre più severe, come in seguito apparirà.
Per ridimensionare il valore delle realtà terrene e imitare antichi usi, col il consenso del Papa, abbandonò il nome della sua famiglia e ne tolse le insegne dai sigilli dei documenti ecclesiastici. Li sostituì, secondo l'uso dei vecchi Arcivescovi, con l'immagine del Vescovo Ambrogio affiancato dai martiri Gervasio e Protasio. Vi aggiunse il motto dello stesso Ambrogio: «Tales ambio defensores».
Per il bene del suo gregge, ritornava da Roma con innumerevoli grani per corone, benedetti dallo stesso Papa. Ma, ogni volta, questi risultavano sempre insufficienti per la religiosità dei Milanesi.

Inoltre, ottenne per altrettante chiese di Milano le indulgenze accordate alle sette insigni Basiliche di Roma. Così antiche Chiese milanesi degnissime di venerazione, ma ormai quasi abbandonate per l'incuria dei sacerdoti, ritornavano ad essere frequentate con devozione.
Però differì la promulgazione di tale indulgenza all'anno seguente, perché aveva richiesto al Papa per Milano il dono del Giubileo romano. Carlo mirava anzitutto a preparare debitamente gli animi a vivere nel Giubileo forme di incontro con la misericordia di Dio in modo da ottenere da queste pratiche spirituali il massimo frutto possibile.

Va aggiunto che in questo tempo, mentre viveva a Roma, si impegnò assai nel riordinare la disciplina del palazzo apostolico e della città santa e nel riordino degli interessi delle diverse Diocesi nell'ambito delle singole Provincie ecclesiastiche.

ISTITUZIONE DEL VISITATORE APOSTOLICO

Già dal tempo di Pio V, Carlo aveva posto all'attenzione del Papa due necessità. Creare una Commissione di Cardinali destinata a valutare questioni riguardanti Diocesi e Vescovi e, successivamente a decidere gli interventi necessari. Nominare e inviare Vescovi Visitatori con autorità apostolica per esaminare l'amministrazione ecclesiastica e la condotta dei Vescovi e rendere operative nelle debite forme le dovute correzioni alla linea pastorale scelta dai Vescovi per le loro Diocesi. Fino a quel tempo erano stati inviati Visitatori soltanto nelle Diocesi dello Stato Pontificio. E poiché era convinto che fosse molto utile precedere gli altri con l'esempio, chiese che anche a lui venisse inviato un Visitatore.

La Chiesa milanese dunque fu assegnata a Gerolamo Ragazzoni, allora Vescovo di Famagosta, poi di Bergamo, molto stimato da Carlo per la vita, la dottrina e l'attività episcopale. Giunse il mese di maggio e Carlo lo accolse con grande onore, data la sua venerazione verso l'autorità apostolica.
Dopo aver assistito all'inizio dell'attività del Visitatore, Carlo si recò nelle Diocesi della sua Provincia. Cominciò da Cremona. Lì indisse anzitutto pubbliche preghiere ed una Comunione Generale. In un solo giorno circa ottomila uomini ricevettero l'Eucaristia dalle sue mani.

La sua autorità spesso riusciva ad ottenere per le Diocesi quello che era difficile per i loro stessi Vescovi. Carlo non abitava nel palazzo del Vescovo, ma in altro luogo, sempre però ecclesiastico. Inoltre tanto a sè che agli altri Vescovi incaricati fece avere, nonostante le proteste di altissimi personaggi, anche la giurisdizione sulle chiese dei religiosi per poterle riorganizzare nello stesso tempo e nella stessa maniera delle altre.

Ogni volta grandissimo era il concorso alle processioni, indette perché l'inizio della visita fosse pienamente spirituale. Nei cuori si sviluppavano spontanei il pentimento e la commozione. Come avvenne la prima volta, sempre distribuì l'Eucaristia a folle enormi di uomini e di donne, ed anche agli stessi Magistrati ed ai comandanti delle milizie.
Più volte, la sua sola presenza componeva controversie. La fede ripartiva con un giusto e necessario fervore. I legami tra le persone si rafforzavano e la testimonianza evangelica si faceva più forte ed efficace.

IL GIUBILEO DI MILANO

Nel 1576 emanò dapprima un editto in cui proibì molte usanze indecorose per le chiese, come ad esempio l'ammissione dei laici nel coro destinato al clero. Fece seguire una lettera assai devota tesa ad insegnare ai fedeli il corretto modo di comportarsi in chiesa ed a fare crescere negli animi il giusto rispetto delle realtà sacre. Quindi proclamò le sette chiese giubilari: il Duomo, S. Ambrogio, S. Nazaro, S. Lorenzo, S. Stefano, S. Simpliciano, S. Vittore.

Il 2 luglio, giorno dedicato alla Vergine, si recò devotamente in quelle chiese, con una solenne e foltissima processione di tutto il clero e di tutta la cittadinanza, e stabilì in perpetuo per ogni anno tale solenne pellegrinaggio. Egli stesso, per abituare il popolo, ripeté la pia pratica ora privatamente coi suoi familiari, ora pubblicamente coi Canonici.
Ordinò parimenti che Collegi canonicali, congregazioni religiose, parrocchie vicine coi loro parroci, sodalizi e associazioni facessero in giorni separati tale pellegrinaggio. Questa pratica è talmente e giustamente penetrata nello spirito dei Milanesi che frequentemente la si vede oggi rivivere.

Oltre ai benefici spirituali, Carlo richiese a Roma anche benefici materiali. Ottenne mille scudi d'oro provenienti dalla prevostura di Brera come pensione per il seminario diocesano. Con una somma pari fu fatto ripartire il Capitolo dei Canonici minori della Cattedrale, detratta al suo collegio di Pavia. A loro aveva affidato il compito di ripristinare integralmente la recita corale dell'Ufficio Divino diurno e notturno e di rendere molto curate le altre funzioni liturgiche.
Tra l'altro fissò determinate preghiere nel Duomo cui convenivano separatamente in ore stabilite per ciascuna categoria, le comunità religiose, tutto il clero e l'intera cittadinanza. Così volle che la supplica durasse ininterrottamente per quaranta ore. Inoltre, stabilì per quei giorni di scuotere i cuori col gioioso suono delle campane fatto in tutte le chiese.
La domenica seguente, fissata come inizio del Giubileo, si fece di nuovo una processione solenne. Da tutte le chiese confluirono i sacerdoti vestiti dei paramenti più belli, con ceri accesi in mano e portando in preziosissime urne le Reliquie insigni dei Santi. La gente accorse in massa e come una marea si spostava qua e là senza interruzione, cercando di vedere quel sacrosanto rito, di seguire le schiere processionali, di toccare a gara con le corone del Rosario e le urne con le Reliquie.

Sul modello di Roma, Carlo fissò quattro basiliche da visitare per quindici volte entro il periodo di quindici giorni : il Duomo, S. Ambrogio, S. Lorenzo, S. Simpliciano. Fissò alcuni sacerdoti per ascoltare le confessioni e prescrisse un preciso regolamento per la preghiera e l'accesso alle chiese, escludendo l'uso della carrozza e tutti i vari ornamenti.
Fece in modo che non restassero esclusi dal Giubileo vecchi, deboli, malati, carcerati, claustrali. Pubblicò molti scritti personali e commissionò fascicoli tesi a favorire la devozione personale. Fece comporre anche un libretto sulle principali chiese di Milano.
Ordinò che le chiese stabilite fossero ornate nel miglior modo e venissero esposti tutti gli oggetti insigni. Inoltre, per scongiurare ogni pericolo d'immoralità, ripristinò un antico uso di molti luoghi della Diocesi di Milano: fece dividere le stesse chiese fissate in due parti, assegnando quella a sud agli uomini, l'altra alle donne. Questa usanza fu da lui a poco a poco introdotta e sancita anche con un decreto nelle altre chiese, sia dei villaggi che dei borghi.
Carlo in persona, ora coi suoi Canonici, ora coi membri della sua famiglia, si recava nelle chiese di frequente, recitando lungo il percorso inni e salmi e visitava in devoto raccoglimento oggetti e luoghi di culto come era indicato nel libretto guida. Il suo esempio fu seguito da comunità religiose, da parroci accompagnati dalla popolazione, da corporazioni di artigiani e mercanti. Le strade risonavano spesso del soave canto dei sacri inni.
Moltissimi, sia uomini che donne, anche nobili, facevano pellegrinaggio a piedi nudi e con abito di penitenza. Altri, con il volto coperto, si percuotevano con flagelli per tutta la strada per punirsi dei propri peccati. Vidi dei giovani patrizi delle prime famiglie, dediti prima ai piaceri, percorrere tutti in fila la medesima via, vestiti di un abito di sacco, cogli occhi fissi sul crocifisso che ciascuno teneva nelle mani. Ciascun gruppo prima era accolto in Duomo con un pio discorso. Sovente era lo stesso Carlo a rivolgerlo. Ognuno trovava sacerdoti per la confessione ed il conseguimento del Giubileo. Si riceveva poi l'Eucaristia. Successivamente ci si recava nelle altre chiese.

I pellegrini venivano ospitati in vastissime sale che Carlo aveva fatto allestire separatamente per gli uomini e per le donne. Qui affluivano da ogni parte i viveri offerti dalla pia generosità dei cittadini e procurati dall'interessamento di molti che, per ordine di Carlo, curavano quel settore. E mentre veniva rifocillato il loro corpo, anche l'anima era nutrita dalle parole di predicatori.
Prima, però, di mettersi a tavola, secondo l'antico dovere della cristiana carità, ad essi stanchi del cammino venivano lavati i piedi. Carlo stesso compi quell'ufficio, con i suoi Canonici e familiari, ed incitò alla stessa prestazione anche molti degli ottimati che, assieme ad un gran numero di altri cittadini, si davano assiduamente a tale esercizio.

A tutto ciò Carlo aggiunse anche la penitenza aspra di dormire per tutto il tempo del digiuno quaresimale sopra un tavolaccio di legno cui aggiungeva solo un saccone. I suoi familiari pensarono che l'avesse fatto perché, essendo una volta un numero abbastanza grande di pellegrini rimasti senza letto, egli l'aveva attribuito a propria colpa e perciò aveva voluto scontarne la pena.

Essendo arrivate notizie di grandi città quali Venezia e Mantova colpite dalla peste e di altre località più vicine in cui il medesimo contagio aveva fatto la sua apparizione, ai Magistrati parve opportuno di ammettere in città solo chi era munito di una testimonianza scritta che il luogo di provenienza era immune dalla peste. Ma questo documento era in quel frangente impossibile da ottenere.

Allora Carlo concesse che si potesse ottenere il beneficio del Giubileo anche nel contado.

QUARTO CONCILIO PROVINCIALE

Alla presenza dello stesso Vescovo di Famagosta, il Visitatore, si celebrò nel tempo stabilito dal diritto il quarto Concilio Provinciale. Sia i Vescovi, sia noi altri che vi partecipammo, ammirammo moltissimo allora e più di prima le fatiche giornaliere e notturne congiunte alla austerità della vita ed alle grandi penitenze che Carlo affrontò dapprima nel riunire e predisporre gli argomenti e poi nel trattarli durante l'assemblea dei Vescovi.
Concedeva al sonno due o tre ore stando seduto o sdraiato sul duro legno, e tutte le altre le dedicava alla trattazione degli affari del Concilio e di altre questioni. Redasse decreti in cui abbracciò moltissime norme riguardanti tutto l'ordinamento delle cose ecclesiastiche, utili soprattutto alla sua Provincia, le cui necessità aveva meglio conosciuto in seguito alle visite precedentemente compiute in alcune Diocesi. Raccomandò con gli statuti provinciali regole sulla conservazione dignitosa delle sacre Reliquie, pellegrinaggi, modestia da osservare nei luoghi sacri, processioni penitenziali.
Si interessò alla costruzione degli edifici sacri. Soprattutto, furono con molta cura redatte norme atte a rinsaldare la disciplina ecclesiastica.

La presenza del Visitatore si rivelò molto utile. Carlo seppe usarla al meglio. Impiegò la sua autorità apostolica per raggiungere risultati che non giudicava opportuno, per allora almeno, tentare di ottenere con un suo intervento personale o non aveva potuto conseguire con la sua autorità ordinaria. Fece partire riforme necessarie nelle chiese dei religiosi. Fra l'altro ottenne per suo mezzo che gli ospedali e i luoghi pii fossero sottoposti alla visita e alla sorveglianza dell'Arcivescovo ed i loro rettori con giuramento promettessero una amministrazione rigorosa e lontana dal raggiungimento di vantaggi personali o di amici.

In particolare, Carlo seppe ascoltare consigli e accettò rilievi.

 

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