Vita di san Carlo -6

Vita di san Carlo -6

1577

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LA PESTE ARRIVA IN CITTÀ

Già da molti mesi nello Stato milanese si parlava della peste.
Nel marzo di quello stesso anno, 1576, essa fece la sua apparizione in un paesello vicino ad Arona. Subito partirono i primi necessari provvedimenti. Alle porte di Milano furono poste guardie che impedivano l'entrata ai forestieri privi del certificato di immunità dal male. Tuttavia, malgrado l'opera di sorveglianza di tante guardie, essa trovò con tutta facilità la via per entrare in città. Da un lato essa doveva punire i peccati di molti. D'altro canto a lei spettava il compito di mettere alla prova o, meglio ancora, di premiare la virtù dei buoni. Infine, doveva far risplendere l'amore e la vigilanza del suo Vescovo.
Fu così che alla fine di luglio, appena terminate quelle devotissime processioni di penitenza, si rilevarono casi di peste proprio all'interno della città. Allora i Magistrati, in particolare quello incaricato della pubblica sanità, presero precauzioni sempre più strette. Aumentò pertanto la sorveglianza e l'ingresso fu vietato non solo alle porte della città, ma anche in tutto lo Stato.
Ili male, però, si diffondeva ormai ogni giorno di più, dilagando ovunque assai in fretta. In quei giorni chi aveva preso il contagio cercava in ogni modo di dimostrare che si trattava di un morbo di tipo diverso oppure con ogni mezzo provava a tenerlo nascosto.

ATTEGGIAMENTI DI CARLO

Essendo vicina la fine dell'estate, molti affermavano che non c'era da temere nulla per i prossimi mesi e per tutto l'inverno. Carlo, invece, supplicava Dio con insistenti preghiere di allontanare dai suoi figli l'imminente flagello. Lui lo andava preannunziando a molti, facendo sempre notare l'insorgere di numerose e gravi cause. Per lui, le autorità tendevano a cercare rimedi umani. Trascuravano invece del tutto, come sarebbe al contrario stato loro dovere, cercare i soccorsi divini, sui quali anzitutto deve poggiare la speranza dei cristiani.
Per Carlo, poi, costoro non usavano neppure tutta la cura necessaria nel cercare e nell'impiegare con diligenza tutti i necessari rimedi propri del caso. A lui essi apparivano come inebetiti dalla novità del fatto e, quindi, incapaci di stabilire a quali provvedimenti ricorrere. Vedeva questa negligenza indizio sicuro di una calamità che in breve sarebbe divenuta gravissima. Decise allora, per quell'anno, di tralasciare la visita apostolica alla Diocesi di Brescia e di restare in città, finché quel male non avesse mostrato il suo concreto sviluppo. Intanto si impegnò a eseguire con molta cura le prescrizioni stabilite dal Visitatore per le varie chiese.

In tale lavoro impiegava le ore del mezzogiorno, così da essere più libero per gli altri impegni. Noncurante del grande caldo, ogni giorno visitava le chiese della città una ad una. Ordinò, secondo l'uso, tre processioni per placare la divina giustizia. Ed una volta, parlando alla presenza del Governatore, del Senato e degli altri Magistrati, fece loro notare il ritardo con cui si erano rivolti alla ricerca dei mezzi sacri, aiuti certamente più validi per le umane sventure. Addirittura, con fretta inopportuna erano state proibite senza alcun motivo riunioni religiose. In tal modo, un gran numero di persone era stato allontanato da pratiche salutari, efficacissime per placare Dio e, al contrario, si era abbandonato ai vizi che sempre provocano i divini castighi.

PRIMI PROVVEDIMENTI

Ormai la peste si andava estendendo. Aveva cominciato ad imperversare nel rione di porta Comasina ed era già penetrata in molte case del centro cittadino.

Vi è vicino alla porta Orientale, appena fuori delle mura, un vastissimo campo quadrato. Gli edifici all'intorno sono costruiti con moltissime stanzette separate per raccogliervi appunto gli appestati e sono circondati da un corso d'acqua. Nel centro del campo sorge una cappella dedicata a San Gregorio e con questo nome si è soliti designare tutto il luogo. I responsabili della sanità pubblica ordinarono giustamente che i sospetti di peste o venissero segregati nella loro casa o fossero ricoverati a San Gregorio. Non si era però ancora provveduto quasi in nulla a procurare il necessario per curare quegli ammalati e per dare da mangiare ai poveri. Anzi, gli edifici stessi, rimasti vuoti per lungo tempo, mancavano di tutto. Così gli sventurati, che erano là trascinati, si ritrovavano oppressi non solo dal male, ma anche dalla fame e da molte altre scomodità. Dovevano prestarsi fra di loro le cure necessarie, assistere anche moralmente i loro compagni di sventura e ricevere il necessario per vivere dai parenti, ammesso che ne avessero e questi sentissero pietà per loro.

Ma l'inconveniente più grave era la completa mancanza di assistenza religiosa, di un sacerdote che li potesse confortare. Quando più parenti si trovavano riuniti nella stessa stanza, la dura necessità imponeva che i superstiti seppellissero con le loro mani i congiunti, che via via morivano sotto i loro occhi. Chi aveva prestato ad altri quel pio servizio, lo doveva lui stesso poco dopo ricevere. Così, desolazione ed estreme sofferenze crescevano terribilmente a dismisura.

All'inizio di questa calamità, quando il numero dei contagiati non era ancora grande, molti esortarono Carlo a ritirarsi in qualche altra località. Uomini pii e dotti cercarono di dissuaderlo dall'esporsi personalmente al rischio mortale del contagio. Gli suggerivano di rimanere sul posto a dirigere gli interventi evitando però ogni contatto coi malati. Ma la sua coscienza si opponeva a un simile modo di agire e gli rendeva impossibile il praticarlo. Infatti, ogni volta che egli usciva dal suo palazzo, una folla atterrita e disperata gli si accalcava intorno. Inginocchiandosi, gli tocca gli abiti e gli baciava le mani. Come poteva respingere disperati per cautelarsi dal contagio? Perciò Carlo decise di superare quei limiti. Lui avrebbe assolto con coraggio tutti i suoi doveri di Vescovo, dedicandosi al bene della sua gente senza porre mai un limite.

Pronto ad affrontare anche la morte, egli fece testamento, lasciando i suoi beni all'Ospedale Maggiore, molti legati pii alle chiese e alcuni donativi ad amici e a familiari. Poi, rivoltosi senza più indugio alla cura del suo gregge, incominciò a prendersi cura di chi finiva abbandonato negli edifici di San Gregorio. Inviava loro ogni giorno da casa sua il vitto necessario. Inoltre, fece raccogliere elemosine in città, nel contado e persino fuori dello Stato. Chiese aiuti ai sacerdoti e ai religiosi, che erano ricchi, per sostenere chi si ritrovava in una indigenza estrema. E la mancanza di assistenza religiosa gli creava una terribile angoscia.
Io stesso assistetti ad una scena pietosissima quando, ancora diacono, accompagnai Carlo a S. Gregorio. Mentre costeggiavamo l'esterno di quel luogo, da dentro i malati urlavano. Alcuni si affacciavano alle finestre e piangevano. A un certo punto, uno gridò: «Dal momento che siamo privi di ogni altro aiuto, dacci almeno la tua benedizione». E Carlo cercò di consolare come poté quegli ammalati.
Ma, appena tornato a casa, si ritirò da tutti e si mise a piangere desolatamente, appoggiato ad una parete. Diceva: «Avete visto la sciagura di quei malati? Mancano di tutto e hanno bisogno di tutto. Non c'è un solo sacerdote che provi compassione di tanta miseria e voglia portare aiuto. Ma una cosa io so: io sono responsabile del disastro in cui si trovano. Se la bontà di Dio non interverrà in altro modo, ho deciso ormai quello che dovrò fare». Certamente voleva dire che se altri si rifiutavano, lui stesso avrebbe soccorso col proprio ministero sacerdotale quegli sventurati.

Cominciò a proporre a diversi sacerdoti di soccorrere quelle persone tristemente abbandonate a se stesse. Se ne offrì uno solo pronto ad ascoltare le confessioni degli ammalati ed a porgere loro la SS. Eucaristia, ma non ad amministrare l'Estrema Unzione.
Allora mandò alcuni in quella zona della Diocesi di Milano governata dagli Svizzeri, perché sollecitassero di là non solo un sacerdote per l'assistenza spirituale, ma anche altre persone che, senza paura della morte, prestassero la loro opera in tale calamità. Quella popolazione, a causa della frequenza della peste nelle loro regioni, vi ha fatto ormai l'abitudine e teme assai poco il contagio. Rifuggono perciò quasi da ogni precauzione, come se fosse una cosa disonorevole. Invitò inoltre alcuni religiosi. Diversi si dichiararono disponibili, purché avessero ottenuto il permesso dei loro superiori.

RICHIESTA DI MOLTI AIUTI AL PAPA

Chiese che gli fosse concessa l'autorità pontificia di assegnare all'assistenza degli ammalati i religiosi disponibili, consentendo loro di uscire dai conventi. Chiese inoltre di potere accettare Sacerdoti di altre Diocesi anche senza l'autorizzazione dei loro Vescovi. Chiese infine la facoltà di perdonare qualsiasi colpa ai penitenti, di liberare gli ecclesiastici da tutte le censure riservate alla Santa Sede e di benedire corone e grani, perché coloro che se ne servivano nelle loro preghiere, acquistassero varie indulgenze. Domandò inoltre se, per soccorrere i poveri, gli era permesso, e fino a che punto, usare i beni destinati ad altre attività caritative e chiese la facoltà di vendere, se necessario, anche gli immobili. Poi chiese che il Sommo Pontefice inviasse direttamente delle lettere al popolo, con le quali i fedeli fossero incitati a sopportare cristianamente quella sventura ed a prestare amorevole assistenza ai malati.
Essendo concretamente esposto alla morte, chiese queste concessioni non soltanto per sè, ma anche per chiunque gli succedesse nel governo della Diocesi.
Il Papa acconsentì alle richieste di Carlo.

ZELO INFATICABILE

Frattanto convocò il Clero, rinvigorì gli spiriti di tutti, ricordò con precisione quali fossero i doveri delle persone consacrate e, in così grave mancanza di ogni soccorso, le incitò energicamente ad aiutare con zelo i malati. Assegnò ad alcuni dei suoi collaboratori le diverse zone della città, perché ciascuno, prendesse i necessari provvedimenti o ne riferisse a lui stesso.
Poiché i nobili e tutti coloro che avevano un luogo ove rifugiarsi, si erano sparsi nei borghi e nei paesi, il più lontano possibile dal contagio, egli ne chiamò alla sua presenza parecchi, che potevano essere di aiuto allo Stato e cercò di trattenerli in città, incitandoli con ispirate parole a porgere soccorso alla loro patria. Per trattenere alcuni con maggiore sicurezza, li mise a capo di varie pie iniziative, assolutamente necessarie in quella calamità.
Incoraggiava assiduamente le autorità e le stimolava a provvedere nel miglior modo possibile alle varie sventure. Faceva in modo che sempre fosse presente un ecclesiastico alle riunioni degli addetti alla sanità, perché gli interventi dei due poteri procedessero in reciproca armonia e fossero di maggior efficacia nel soccorrere i colpiti dal male.

Questi Magistrati e incaricati, quando cominciarono a rendersi veramente conto della situazione, affrontarono con serietà il loro ufficio ed anch'essi adempirono con grande impegno e prudenza tutto il loro dovere. Perciò quei religiosi, che prima dal pulpito ne avevano aspramente rimproverata la negligenza e la pigrizia, accusandoli duramente perfino di crudeltà, poi ne fecero alti elogi. E intanto Carlo chiedeva severamente allo stesso Governatore di rendersi sempre meglio conto che ogni giorno il disastro diventava sempre più grave e impressionante.

SOCCORSO AI MENDICANTI E AGLI ALTRI POVERI

Per evitare il contagio, i ricchi licenziavano i loro servitori e tutti gli operai di cui potevano fare a meno. Questi non avevano più di che vivere e mancavano persino di un tetto. Alcuni di costoro, noncuranti del rischio mortale, per trovare di che vivere o almeno per morire dignitosamente, accettarono, dietro pagamento, di portar via i malati ed i cadaveri dalle case e disinfettare col fuoco e con l'acqua tutto ciò che era appartenuto ad essi. Un giorno si presentò da Carlo un certo numero di costoro, cui si aggregò anche un gruppo di mendicanti.
Sostenuto dalla sua straordinaria fede, cominciò a pensare al modo di soccorrere anche costoro. Dopo lunga riflessione, poiché quei poveretti avevano bisogno innanzitutto di un ampio ricovero, si ricordò di quel grande edificio che sorge sulla via per Roma, a sette miglia dalla città, e che circa sessanta anni prima era stato costruito da Francesco, Re di Francia, a perenne memoria della vittoria riportata sui ferocissimi Svizzeri, che combattevano per il Duca di Milano e perciò chiamato col nome di "Vittoria". Carlo, non so in qual modo, qualche tempo prima aveva ricevuto in proprietà quell'edificio col terreno annesso e personalmente ne aveva fatto dono all'Ospedale Maggiore.
Così pensò di mandarvi tutti quei poveri. Forni le suppellettili necessarie, fece separare gli uomini dalle donne e fissò anche alcune ore per la preghiera. Vi pose a capo alcune persone pie, religiose e laiche, soprattutto i Cappuccini, perché si prendessero cura delle loro cose e tenessero nella disciplina quella folla, che era abituata a comportarsi disonestamente. Perché più facilmente venissero tenuti lontano dall'ozio e trovassero di che vivere, ordinò che sotto la sorveglianza di appositi incaricati uscissero ogni giorno a gruppi a chiedere qua e là l'elemosina nei paesi e nelle terre vicine. Ciascun gruppo usciva preceduto dalla croce e lungo la strada recitava le litanie. Così, cosa incredibile per un simile genere di persone, per tutto il tempo della peste trascorsero quietamente in quel luogo la loro vita, quasi senza alcun inconveniente.

APOSTOLATO DEI PARROCI E PUBBLICHE PREGHIERE

Ormai la città sembrava tragicamente condannata a perdere tutti gli abitanti e a ridursi ad un deserto. Grandissima parte del popolo, in gran parte gente di bassa condizione, era in breve tempo destinata a morire o di peste o di fame.
Carlo era convinto che, se il Signore non fosse intervenuto con qualche rimedio straordinario, le cose non sarebbero finite diversamente. Tuttavia, con la determinazione ferma che la certezza della misericordia di Dio gli moltiplicava in animo, si buttò nel soccorso della città. Comandò ai parroci, anche se ancora non erano stati chiaramente definiti i loro doveri verso il popolo, che si fermassero in città per assistere i malati della loro parrocchia e per amministrare almeno i Sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Multò i renitenti e ne fece persino gettare alcuni in prigione. Va, però, detto che la maggioranza dei Sacerdoti, senza costrizione e con coraggio, compì i suoi doveri in città e in tutta la Diocesi.
Raccomandò però alcune precise cautele. Raccomandava, che il sacerdote non ricevesse direttamente in volto il respiro del malato, ma lo schivasse sempre con destrezza; che tra il malato ed il sacerdote si mettesse del fuoco, così che il contagio sospeso nell'aria venisse bruciato; che subito dopo la somministrazione del Sacramento si purificassero le mani con l'aceto o con la fiamma di un cero acceso; inoltre raccomandò di evitare con attenzione il contatto dei propri abiti con quelli dell'infermo, di cambiarli subito e disinfettarli, ed altre precauzioni simili.

Indisse per l'8 di ottobre, anniversario della vittoria di Lepanto, una solenne processione invitando tutto il popolo a parteciparvi molto seriamente. Chiedeva di aggiungere il digiuno a quelle processioni di penitenza. E a chi interveniva, chiedeva di rendere evidenti i segni del pentimento. Per quanto poteva, ciascuno doveva sollevare la miseria dei poveri. E, la domenica seguente, dopo essersi confessato, doveva accostarsi alla SS.ma Eucaristia. A coloro che l'avessero fatto, concedeva per autorità pontificia l'indulgenza plenaria.

Per paura del contagio, i Magistrati non approvavano l'iniziativa. Ma non avevano il coraggio di opporsi anche perché, da come stavano andando le cose, era davvero difficile pensare che qualcosa potesse peggiorare la vita nella città.

Carlo dunque insistette perché si intervenisse alla processione. Egli non ignorava l'efficacia di una preghiera pubblica e generale. Inoltre era confortato dagli esempi degli antichi, che proprio questo avevano fatto in passato.

Il giorno fissato, dunque, clero e popolo accorsero in massa al Duomo, per recarsi poi processionalmente a Sant'Ambrogio. Prima di avviarsi, Carlo impose a ciascuno le ceneri per stimolare opportunamente il sentimento della penitenza. Parecchi porsero il loro capo persino piangendo. Tra questi i Magistrati stessi.
Carlo procedette indossando la cappa paonazza, col cappuccio sulla testa, trascinando per terra lo strascico. Aveva i piedi nudi, una fune intorno al collo, come si fa per i condannati. Portava una grande croce verso la quale, camminando, aveva sempre rivolti gli occhi. Vestiti nel medesimo modo, erano i Canonici. Persino la maggior parte degli ecclesiastici e moltissimi laici, essendosi diffusa la voce di quello che Carlo avrebbe fatto, erano venuti a piedi scalzi, con una fune attorno al collo e con in mano piccole croci. Giunti alla basilica ambrosiana, Carlo tenne dal pulpito un discorso. Era così infiammato dallo spirito di Dio che quasi tutti scoppiarono in lacrime. E mentre all'inizio parecchi se ne stavano in disparte per evitare il contatto con gli altri, poi, dimentichi del pericolo, si ammassarono sempre più vicino al pulpito per il desiderio di sentire meglio. Con forza incitò il popolo a rivedere la propria vita e a implorare il divino perdono.

 

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