Vita di san Carlo -8

Vita di san Carlo -8

DAL 1578 AL 1580

san Carlo 09.jpg

RITORNANO LE ACCUSE

Una stranezza meraviglia assai. Vedere che diventa normale quanto dovrebbe restare incredibile. E, viceversa, diventa incredibile proprio quello che invece dovrebbe risultare normale. Nel periodo immediatamente successivo alla peste, la vita di Carlo si sviluppa all'interno di questo iniquo gioco delle parti. Ecco il motivo.
Dopo così grandi opere di bene compiute da Carlo a costo di infiniti rischi e di penitenze senza misura, la sua vita piomba in molestie e persecuzioni micidiali oltre che di ogni genere. Dolori e affanni stanno infatti per colpirlo rovinosamente. Chi lo avrebbe mai detto o, solo, pensato?

Nel periodo della peste e immediatamente dopo tutti celebrarono con altissime lodi l'operato di Carlo. Avversari e malevoli furono costretti al silenzio o, addirittura, all'approvazione. Purtroppo, nei due anni successivi non mancarono alcuni che, sotto vari pretesti, gli causarono tribolazioni assai peggiori di quelle causate prima. Così, avvenne che trovarono pretesti di accusa presso il Papa Gregorio XIII proprio nello zelo che Carlo aveva dimostrato durante la pestilenza.
Primo fra tutti, il Governatore di Milano riprese la controversia sulla giurisdizione ecclesiastica. Quasi nello stesso tempo giunse dalla Spagna il Marchese di Alcafiisaz. Il Re lo inviò a risolvere tutte le controversie di diritto ecclesiastico che erano pendenti anche in altri Stati del Re. Infine, per ordine di Gregorio XIII, alcuni Cardinali ripresero l'esame di tutte le questioni sollevate attorno all'operato di Carlo.

Alle antiche accuse, il Governatore ne aggiunse una nuova, legata al tempo della peste. In quel periodo Carlo aveva autorizzato i Sacerdoti ad andare ovunque fosse necessario al loro ministero esibendo sempre un certificato di sanità, rilasciato soltanto dai suoi incaricati. Secondo il Governatore questa decisione avrebbe potuto generare gravi danni alla salute della popolazione. In realtà, però, i veri capi d'accusa mossi contro Carlo restavano quelli di prima: proibizione dei giochi e dei balli pubblici; riserva di assoluzione da certi peccati a causa della loro frequenza e soprattutto del cattivo esempio; introduzione dell'osservanza esatta dei giorni festivi e del primo giorno di Quaresima conforme all'antico culto; chiusura delle porte laterali delle chiese causa di disagio e di irriverenza; separazione degli uomini dalle donne in chiesa.

Parallelamente all'arroganza irritata del Governatore e all'impenitenza di gente che non sopportava minimamente il rispetto di regole morali viaggiava l'accanimento di molti Religiosi che Carlo, attraverso il rispetto della disciplina ecclesiastica, cercava di riportare concretamente alla santità. In particolare, risultavano loro del tutto insopportabili i provvedimenti tesi a eliminare le foresterie annesse ai monasteri femminili che dovevano facilitare un comodo e perfetto giro di gravi abusi morali. Quelle critiche accrescevano ancor più l'audacia del Governatore e di tutti coloro che avevano deciso di intraprendere una dura lotta contro l'Arcivescovo che da molto tempo stava insegnando ideali di santità con una tenacia prima mai vista e cercava in ogni modo di portare tutti a osservali e a praticarli.
Costoro erano poi affiancati da quanti di per sé non erano direttamente contrari alla santità che, però, finivano purtroppo per diventarlo. Per esempio, alcuni si lasciavano guidare più dalle ragioni della prudenza umana che dalla luce della fede. Altri preferivano una mite condiscendenza ai propri e agli altrui limiti umani alla disciplina severa che obbligava a superarli con decisione e prontezza. E ogni virtù di fatto poteva essere vissuta a gradi diversi: alcuni potevano puntare al raggiungimento della vetta mentre ad altri il camminare in pianura andava benissimo. Anche a molti di questi il santo risulta insopportabile.

RIORDINO DELLE RELIQUIE

Quelle tribolazioni spingevano Carlo a progredire nella santità. Questo ideale era da lui quotidianamente rigenerato attraverso un forte attaccamento personale alle sacre Reliquie. Aveva per questo fatto costruire in Duomo una cappella sotterranea dove ripose Reliquie importanti e che frequentò assiduamente. Anche di notte, in preghiera prolungata..

FONDAZIONE DEGLI OBLATI

Ai Canonici del Duomo rivelò il proposito di unirli a sé più intimamente, come veri fratelli. Ricordò loro che sotto l'Arcivescovo Oberto, i Canonici milanesi mettevano in comune i loro proventi e conducevano vita comune. Quando Carlo chiese loro se fossero disposti a imitarli, alcuni dei Canonici che aspiravano ad una vita di maggior perfezione accettarono. Gli altri, però, non si lasciarono convincere.
Fallito questo primo progetto, si propose di dare vita a una nuova comunità aperta a tutti i sacerdoti. Chi accettava di entrarvi, prendendo esempio dalla disciplina religiosa, doveva obbligarsi più di tutti gli altri ecclesiastici a un servizio generoso e senza limiti della Chiesa milanese e dell'Arcivescovo. I membri di questa Congregazione dovevano chiamarsi Oblati di Sant'Ambrogio e si impegnavano a legarsi all'Arcivescovo con voto di ubbidienza perpetua. Dovevano visitare le chiese; fungere da parroci ovunque fosse necessario; predicare; adempiere agli uffici sacri come cappellani nei monasteri femminili; insegnare nelle chiese i rudimenti della Dottrina Cristiana; dirigere i Collegi istituiti da Carlo; infine, dedicarsi a vari uffici anche nel palazzo arcivescovile.
Fondando questa Congregazione, Carlo pensava a radunare persone disposte a tutto, quindi capaci di assolvere compiti disegnati dalla vita all'improvviso e resi da essa urgenti e gravi.

PELLEGRINO A TORINO

Il pellegrinaggio fatto a Torino per venerare la Sindone apparve a tutti come un inequivocabile segno del suo animo infiammato d'amore verso Dio e un esempio straordinario di umiltà e di purificazione. Il Cardinale decise di percorrere a piedi un cammino di ottanta miglia. La vigilia radunò i compagni di viaggio ed espose loro in modo preciso che cosa si doveva vivere durante i giorni del cammino. La mattina della partenza, 8 ottobre 1578, i sacerdoti celebrarono la Messa e gli altri si accostarono alla Santa Comunione; poi tutti si presentarono con il bastone e gli abiti da pellegrino. Carlo li benedisse secondo il rito della Chiesa, e quindi si misero tutti in cammino. Il Capitolo del Duomo li accompagnò fino alla porta della città. Lì, il Cardinale indossò anche lui gli abiti dei pellegrini e prese egli pure il bastone. Poi insieme, mossi da una forte e viva fede, iniziarono il loro viaggio.
Di buon mattino, celebrata la Messa, tutti si riunivano e incominciavano il cammino di quel giorno, partendo dalla chiesa. Procedevano a coppie e il tempo era distribuito in vari modi. Ora uno di loro, incaricato dall'Arcivescovo, suggeriva spunti di meditazione. Ora avanzavano in silenzio, immersi nella riflessione. Successivamente, condividevano i pii pensieri che nel frattempo avevano concepito nel loro spirito. In altri momenti recitavano i salmi a cori alterni. Talvolta, tenendo in mano la corona del rosario, ripetevano tra loro il Pater e le Ave Maria. Mentre camminavano, nessun tempo rimaneva inutilizzato perché ogni momento era ravvivato da efficaci esercizi spirituali . Quando a mezzogiorno, o la sera, giungevano in un paese e cercavano dove rifocillarsi, in primo luogo si recavano nella chiesa. Qui, Carlo insieme con il seguito recitava in ginocchio, secondo il solito, le Ore canoniche. Poco importava che il loro corpo fosse non poco affaticato dalla lunga via. Durante il pasto, che era sempre modesto, per non dire povero, non mancava mai una lettura sacra o un pio sermone. Il tempo rimanente, che per la verità era assai scarso, veniva dedicato alle necessità del corpo.
Per tutto il viaggio fu straordinario l'accorrere della gente sulle strade per le quali passava la devota comitiva. Capitò che il Vescovo di Vercelli Giovanni Francesco con altre persone della sua città, si unì al gruppo. Ma la scena più commovente, però, si svolse quando, nel quarto giorno di viaggio, e cioè 1'11 ottobre, Carlo giunse nei pressi di Torino. Con un'accoglienza incredibilmente grande e gioiosa, Carlo fu accolto da Vescovi, dal Duca della città e da una infinità di persone arrivate un po' d'ovunque.
Dapprima i pellegrini si recarono alla Cattedrale per farvi orazione. Quindi entrarono nel palazzo e raggiunsero la cappella di San Lorenzo, dove era conservata la Santa Sindone. Questa fu loro mostrata il giorno seguente. Per ordine di Carlo fu allora tenuta una lunga predica, per incitare a maggior devozione gli spiriti, già per se stessi molto commossi in quel frangente. Poi la Santa Reliquia fu mostrata all'enorme pubblico che si era raccolto nella vastissima piazza antistante il palazzo. La Sindone era tenuta spiegata da Carlo e da tutti i Vescovi. Quindi, fu portata nella Cattedrale dove, davanti alla Reliquia, Carlo volle la preghiera delle Quaranta Ore. Nel corso di esse, Carlo predicò parecchie volte.

ACCUSE E DIFESA A ROMA

Nel frattempo le accuse, lanciate contro Carlo e ripetute con insistenza per tutto questo periodo, gli avevano procacciato così gravi difficoltà e una così forte avversione, che a certuni sembrava non si potesse più difendere a Roma neppure uno dei suoi atti. Molti Cardinali ormai saturi del sentire discorsi maligni e fatti maliziosamente riferiti, a stento ascoltavano senza mostrare fastidio i difensori di Carlo. La stima della rettitudine del suo giudizio e della sua prudenza personale era in pericolo. Anzi, presso molti era decisamente diminuita. Si diceva di lui che fosse odiato dalla maggior parte delle persone nello Stato milanese e che ormai la sua presenza era diventata insopportabile. Anzi si sussurrava che il Re avesse dato ordine ai suoi rappresentanti di chiederne la rimozione da Arcivescovo di Milano e avesse suggerito al Governatore di usare liberamente la forza contro di lui. Venne altresì diffusa la voce che il Cardinale stesso tra poco sarebbe venuto a Roma per non partirsene più.

Quantunque queste notizie non fossero né vere né verisimili, tuttavia avvolgevano di gravi e infiniti pregiudizi la persona di Carlo e il suo onore. A Milano si aveva l'impressione che molte delle riforme, da lui introdotte, sarebbero presto cadute nel nulla. Tra l'altro, essendosene proditoriamente diffusa la voce in città e nel resto della Diocesi, l'abuso sfrenato dei balli invase improvvisamente molti luoghi. E la spudoratezza giunse a tal punto che in un villaggio, quasi sotto gli occhi dell'Arcivescovo che stava visitando quella zona, alcuni osarono sfacciatamente costringere le giovani ed altri ad uscire dalla chiesa e ad abbandonare la scuola della Dottrina Cristiana per partecipare ai balli.

Benché tribolato da tante difficoltà, Carlo non si scoraggiava affatto nel compimento dei suoi doveri. Tuttavia, confessava talvolta di essere non poco stanco. E fece sapere al Papa di essere costretto a difendere i suoi atti uno ad uno a Roma, quasi come sotto processo. Questo costituiva un ostacolo di non poco peso al suo zelo di Vescovo unicamente desideroso di mettere in Diocesi ordine per diffondere santità.

A questo punto Carlo decise di andare a Roma e parlare col Papa. Tenne però prudentemente nascosta la decisione del viaggio, perché gli avversari non gli creassero intralci maggiori. La possibilità di partire si presentò a lui nel mese di agosto. L'occasione gli fu data dalla grave malattia del vescovo di Brescia Domenico Bolani. Ne approfittò per partire senza sollevare alcun sospetto. Raggiunse subito Brescia. Qui si mise ad assistere il Vescovo moribondo con una presenza continua e molto premurosa. Dopo la morte intervenne personalmente ai funerali e agli altri suffragi. Raggiunse poi Mantova per fare visita alla principessa sua sorella. E da qui si avviò verso Roma.

Durante il viaggio pregava in silenzio oppure recitava i salmi. Altre volte meditava qualche punto della Sacra Scrittura. Se parlava, i discorsi si riferivano a quella stessa meditazione spirituale. Non sceglieva gli alberghi, ma si affidava al caso o alla necessità. Perciò, quando sopraggiungevano le tenebre, si fermava dove capitava.

Finalmente arrivò a Roma.

Si poteva pensare che a Roma egli sarebbe stato del tutto disprezzato, o accolto solamente con quell'ossequio che, data la sua dignità, non si poteva tralasciare senza evidente offesa, soprattutto se si considera qual era stata in antecedenza la sua condizione. Invece, con un repentino cambiamento di cose, venne accolto con i più grandi e insoliti onori e con straordinaria manifestazione di gioia popolare.

Il mattino seguente, aveva prima di tutto stabilito di salire in ginocchio, come devotamente si usa fare, quella scala vicina alla Basilica Lateranense, che giustamente è chiamata Scala Santa. Poi si propose di visitare la tomba di San Pietro e di recarsi subito dal Papa. Ma ne fu impedito dalla folla dei suoi colleghi e dei cittadini più importanti. Inoltre Gregorio XIII lo prevenne, invitandolo come ospite nel palazzo pontificio dove, per manifestargli il suo affetto e per rendergli particolare onore, Io trattenne presso di sè per parecchi giorni.

Fu certamente la bontà del Signore, che difende e innalza i suoi devoti, anche se non lo desiderano e neppure lo pensano, soprattutto quando sono oltremodo umiliati. D'altronde non poteva un nobile e fedelissimo servitore di Cristo non essere accolto secondo il suo merito, specialmente dopo il compimento di atti eroici, che meritavano un grande trionfo per le gravi sventure sofferte nel corso di una spaventosa pestilenza costantemente aperta a gravissimi rischi di morte. Né poteva Roma, madre della verità, non favorire subito la verità.
Carlo continuò a vivere a Roma seguendo lo stile di una disciplina severa, cui da tempo si sottoponeva in casa sua.
Si recava a piedi alle Basiliche e durante il percorso recitava preghiere, come era solito di fare. Nella notte di Natale, terminata la Messa papale, andò alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che è assai distante, e lì passò in veglia tutto il resto della notte, inginocchiato in preghiera e in meditazione del mistero natalizio davanti alla reliquia del Presepe custodita sotto l'altare maggiore. Il mattino ritornò poi in Vaticano per l'altra Messa del Papa. Similmente, la vigilia della festa di San Sebastiano si recò nella chiesa a lui dedicata, che è luogo di grande venerazione e anche lì passò tutta la notte nelle gallerie delle Catacombe, insieme con uno dei compagni, a pregare davanti ai sepolcri dei Martiri.

Con questo suo atteggiamento fuori dal comune si fece amici anche quelli che sembravano più avversi a lui. Cardinali, Legati del Re, Autorità cittadine, Prelati ricercavano la sua compagnia, la sua mensa e la sua disciplina. E, quando venivano da lui invitati, ne ricavavano grande vantaggio spirituale.
Le molte pratiche riguardanti la sua persona e le sue iniziative trovarono ben presto soluzione. Lo stesso Gregorio XIII, pur occupato dai gravissimi impegni del Pontificato, lesse ed esaminò personalmente tutti i decreti del quarto Concilio. Volle ascoltare e giudicare molte altre relazioni sulla condizione della città di Milano e del suo territorio, sulle lamentele presentate in nome della popolazione, sul modo di governo e persino di vita dello stesso Arcivescovo. Carlo, infatti, gli riferiva diligentemente, come ad un padre, tutto quanto riguardava sia gli affari pubblici che i suoi interessi privati.

Il Papa approvò l'operato di Carlo, che era stato impugnato da pubbliche denunce, suggerendo tuttavia una certa moderazione in alcune cose. Così l'Arcivescovo ordinò che a Milano si terminassero, o si riprendessero quegli interventi che erano rimasti sospesi o inoperanti. In tal modo, con grande gioia di tutti i buoni, si incominciarono ad applicare di nuovo gli editti riguardanti gli spettacoli, la repressione dei balli, l'osservanza del culto nei giorni festivi, l'obbligo di tener chiuse le porte sui fianchi delle chiese e a rinvigorire altre norme, che erano state trascurate.

RITORNO A MILANO

Era molto preoccupato della difesa dell'osservanza della prima Domenica di Quaresima. In tale giorno desiderava celebrare insieme con i suoi figli il solenne rito della Comunione generale. Perciò venne a Milano il venerdì antecedente quella domenica ed è cosa quasi incredibile quanta gioia suscitò in tutta la popolazione con il suo arrivo proprio quest'uomo, definito malvisto e insopportabile.
Nell'ora, in cui si seppe che sarebbe entrato in città, i Milanesi affollarono le vie per le quali doveva passare. Quando poi si udì il suono delle campane, che per onorarne l'arrivo era stato prescritto a tutte le chiese, l'accorrere della gente divenne improvvisamente così travolgente, che si riempirono del tutto le vie larghe e lunghissime da Porta Orientale fino al Duomo. Anzi, innumerevoli persone uscirono dalle mura per andare incontro all'amatissimo Padre. E così, mentre l'Arcivescovo entrava in città, il sentimento comune diceva « Eccolo ritornato; è presente finalmente il nostro Pastore che dicevano non sarebbe più venuto! ».

L'Arcivescovo si recò direttamente in Duomo. Lí, dopo aver sostato in preghiera, salì all'altare maggiore, benedisse solennemente il popolo.

 

VUOI PROSEGUIRE NELLA LETTURA?

VUOI TORNARE ALLA TEMATICA GENERALE?