Vita di san Carlo -1

Vita di san Carlo -1

DAL 1538 AL 1562

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Precisazioni iniziali

Sono senz'altro assai felici quanti con l'aiuto di Dio conducono una vita virtuosa e incitano efficacemente gli altri a vivere da santi. Noi, pur desiderandolo, siamo ben lontani da questa felicità. Necessitiamo pertanto di esempi che ci stimolino con forza all'imitazione. E Carlo lo è.
Sento, tuttavia, difficile raccontare le opere di una persona morta da così poco tempo. È facile essere criticati o smentiti. Mi conforta però l'essere certo di esporre liberamente ciò che penso, libero da condizionamenti. Mi conforta soprattutto la certezza di parlare a buon diritto perché posso vantare l'esatta conoscenza dei fatti essendo io vissuto come parte attiva in essi. Ho, inoltre, conservato materiale documentario e raccolto testimonianze di vario genere che mi consentono di esporre nel modo più ampio possibile la storia della vita di Carlo e dei suoi intendimenti.
Preciso infine che ho scritto questo racconto perché nulla di grande di Carlo cada nel silenzio.

I GENITORI DI CARLO

La famiglia Borromeo è illustre per antichità e splendore.
Il padre Giberto era conte di Arona e aveva in suo potere molti villaggi e castelli attorno al lago Verbano. La Margherita Medici era sorella di Papa Pio IV.
Giberto usava ogni settimana confessarsi e accostarsi all'Eucaristia. Osservava personalmente, e voleva che fossero osservati con esattezza anche dai suoi familiari, i digiuni prescritti dalle leggi canoniche, specialmente durante la Quaresima. Recitava come i sacerdoti le Ore Canoniche, inginocchiato per giunta in terra e con tanto impegno, che non soleva iniziare nulla al mattino, né uscire di casa, prima di avere esattamente detto le preghiere stabilite per quell'ora e quelle che aggiungeva di sua iniziativa.

Si sentiva protetto da Dio tanto da non lasciarsi mai atterrire dai pericoli. Quando aiutava generosamente i poveri, a chi gli faceva notare che aveva molte figlie da accasare, rispondeva che come egli si occupava dei poveri di Cristo, così Cristo si sarebbe occupato delle sue figliole. E ciò avvenne.
Non poteva tollerare nella sua casa costumi scorretti, soprattutto le bestemmie, tanto che licenziava subito quei servi che cadevano in tale vizio, senza accettare nessuna giustificazione.

Comportamenti analoghi erano tenuti dalla moglie Margherita, donna davvero esemplare casa. Ogni giorno, con abito semplicissimo, si recava in una chiesa vicina. Poi non usciva quasi più di casa.

Tali furono Giberto e Margherita: si può così riconoscere che il figlio fu degno dei suoi genitori e questi meritevoli del loro figlio.

NASCE CARLO, VIENE FATTO ABATE E DOTTORE IN LEGGE

Carlo nacque nella rocca di Arona il 2 ottobre 1538. Ancora fanciullo, per volere del padre, vesti l'abito clericale. Fin dai primi anni di vita, diede segni indubbi di religiosità. Per esempio, mentre i compagni impiegavano il tempo libero nei giochi, egli, molto più volentieri, visitava chiese oppure pregava in casa.
Quando fu un po' più avanti in età, fu insignito col titolo di Abate del beneficio della Chiesa dei Santi Gratiniano e Felino in Arona., che da tempo si trasmetteva nella famiglia Borromeo.
Pur così giovane d'età, convinto che i frutti del suo beneficio fossero sacri e che, come Abate, ne dovesse rendere conto a Dio. lo fece osservare con tutto il rispetto al padre. E quando il padre per necessità familiari, aveva bisogno di una parte di tali proventi, li riceveva in prestito dal figlio e poi li restituiva o a lui o ai poveri.

Quando parve che si fosse a sufficienza dedicato agli studi delle lettere, per ordine del padre si recò a Pavia per specializzarsi in diritto civile e canonico. Qui, rivelò di possedere uno spirito superiore.
Nel frattempo, lo zio Cardinale gli conferì l'Abbazia di Romagnano  e poi il Priorato di Calvenzano. Cominciò allora a pensare di impiegare le rendite nella fondazione a Pavia di un collegio per studenti poveri.
Non aveva ancora terminato gli studi giuridici, quando il padre all'età di quarantasette anni morì. Benché il fratello Federico fosse maggiore d'età, la cura degli interessi familiari fu affidata a Carlo. Dovette così sospendere gli studi giuridici. E dovette farlo per parecchi mesi anche per l'insorgere di malattie.
Nel frattempo non dimenticò di essere Abate. Con zelo cercava di fare progredire nella santità i monaci della sua chiesa di Arona, benché in quel tempo non ci fossero esempi cui potesse ispirarsi.

Terminato lo studio del Diritto, ricevette pubblicamente in Pavia le insegne di dottore dalle mani di Francesco Alciati che, più tardi, per interessamento del suo scolaro fu creato Cardinale.

CARLO DIVENTA CARDINALE E ARCIVESCOVO DI MILANO

All'inizio del 1560, fu eletto Papa col nome di Pio IV lo zio Gian Angelo Medici. Il Papa lo invitò subito a Roma. Percependo in lui qualità straordinarie, lo creò Cardinale e Arcivescovo di Milano affidandogli insieme l'amministrazione dello Stato Pontificio.
Di per sé, un grande e repentino aumento di dignità, sovente turba l'equilibrio interiore di un giovane. Non fu così per Carlo. Misteriosamente, Dio condusse Carlo al raggiungimento di una vita santa proprio attraverso la prosperità e gli onori. Nel frattempo seppe evitare certe insidie tesegli più d'una volta per farlo cadere in ciò che è male. Lui insistentemente cercava di portare a compimento quello che gli sembrava più giusto. Si mostrava sempre pazientissimo e si accollava la pesante fatica dello scrivere e del dettare e concedeva molto del suo tempo a quelli che gli chiedevano udienza.
Donò molto ai poveri sia in Roma ma, soprattutto ad Arona e a Milano.
Per coltivare gli studi umanistici, istituì una nobile Accademia, le cui riunioni chiamò "Notti Vaticane", dal momento che di giorno era preso dai pubblici affari. Tra i partecipanti vi furono  Vescovi, Cardinali e lo stesso Gregorio XIII.

SANTITÀ DI ANNA E MATRIMONIO DELLE ALTRE SORELLE

Carlo si preoccupò di accasare con decoro le sorelle, proprio come avrebbe voluto fare il padre Giberto.
Camilla, che era la prima, andò sposa a Cesare Gonzaga, Principe di Molfetta; Geronima a Fabrizio Gesualdo, primogenito del Principe di Venosa; Anna a Fabrizio Colonna, anch'egli primogenito di Marc'Antonio, Duca di Tagliacozzo; Ortensia ad Annibale Sittich, conte di Altemps e figlio della sorella del Pontefice. Da notare, però, che Giberto aveva avuto Ortensia non da Margherita, ma da un'altra moglie.

Ma è di Anna che bisogna interessarsi in modo particolare. Ancora fanciulla, passava in preghiera non poca parte della notte. Marc'Antonio, uomo di grande prudenza, ne considerava le preghiere una grande protezione per la sua casa. Rimasta vedova, avrebbe voluto entrare in un monastero. Ma Carlo le consigliò di vivere da religiosa nella sua casa per non abbandonare l'educazione dei figli.
Per aiutare i poveri giunse al punto di indossare abiti assai consunti. Nel palazzo reale di Palermo, nel quale ella abitava con Marco Antonio, Vicerè di Sicilia, c'era una chiesa che mediante un passaggio era collegata direttamente con gli appartamenti di Anna, affinché potesse, senza difficoltà, soddisfare il suo grande desiderio di incessante preghiera. L'umidità presente nella chiesa le procurò una grave forma reumatica.

Quando incominciò ad essere colpita da quella febbre che la doveva portare alla tomba, non lo fece sapere a nessuno, perché erano gli ultimi giorni di Quaresima e non voleva interrompere l'astinenza.
Stabilì che i suoi funerali fossero semplici. Morì nell'anno 1582. I Palermitani la piansero con un dolore quasi incredibile e la considerarono una Santa. La piansero soprattutto i poveri.

CERCA UNA CONDOTTA DI VITA PIÙ SANTA

Nel mese di novembre del 1562 morì il fratello Federico. La sua scomparsa contribuì assai alla conversione di Carlo. Accelerò fortemente il desiderio di uno straordinario cambiamento di vita.
Molti allora pensavano che Carlo, non avendo più alcun fratello, né figlio di fratello, avrebbe lasciato la vita clericale e, presa moglie, si sarebbe dedicato a promuovere gli affari di famiglia. Lui, invece, diventò completamente un altro. Abbandonò i passatempi: Tralasciò anche l'esercizio fisico e diminuì l'esigenza di cibo, di bevande e di sonno. Privilegiò preghiera e studio. Soprattutto, cominciò a pensare alle necessità della Chiesa di Milano di cui era il Vescovo.
Parecchi non approvavano una simile trasformazione e la giudicavano una grave finzione. Altri, però, riconoscevano la sincerità del suo animo e cercavano di imitarne l'esempio. Diversi, scossi dal suo esempio, si rivolsero agli studi sacri e ad una condotta più santa.

Si svolgeva allora a Trento il Concilio Ecumenico. Ecclesiastici e Principi chiedevano di scioglierlo. Carlo, d'accordo con la volontà dello zio Pio IV, vi si oppose con ogni sforzo e fece di tutto perché arrivasse al termine.
Dopo la morte del fratello, Carlo licenziò circa ottanta membri della sua corte, cioè quasi tutti quelli che vedeva meno adatti alla vita clericale, ricompensandoli con molta bontà e generosità. Proibì gli abiti di seta non solo a se stesso, ma anche a tutti i familiari. Per ora non stabilì nessuna grave penitenza tranne quella di cibarsi di pane e d'acqua un giorno alla settimana.
Cominciò a ritirarsi in determinate ore in una cappella che si era preparata a questo scopo in un angolo remoto della casa. Sembrava che si stesse poco a poco orientando verso la clausura. Fu allora che Bartolomeo, Arcivescovo di Braga, dell'Ordine Domenicano, lo ammonì che diversi uomini di sentimenti molto diversi dai suoi già tramavano per subentrare al suo posto. Così, pensò allora di dedicarsi all'Episcopato. Ne sentiva tutta la gravità. Cominciò ad esercitarsi in pubblico nella sacra predicazione, riguardo alla quale il Concilio aveva stabilito norme severe.

Ormai molti cominciarono ad avere di lui una certa venerazione e lo stesso Pontefice, per suo influsso, si astenne utilmente da certe abitudini.
In quel tempo, Carlo cadde in una malattia che, per dono divino, gli arrecò moltissima luce e gioia. Giunse a disprezzare sempre più le realtà terrene. Bramava la morte e si accusava di essere un peccatore incapace di affidarsi completamente a Dio.

 

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