Vita di san Carlo -2

Vita di san Carlo -2

DAL 1563 AL 1566

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CARLO GOVERNA PUR DA LONTANO LA SUA CHIESA

Cercava intanto di attuare il progetto di governare la sua Diocesi. Ma siccome il Papa non l'approvava, lo rimandò di un poco.
Per accelerare i processi di riordino e di cambiamento della sua Diocesi, cercò un ecclesiastico di grande valore da inviarvi con pieni poteri. Scelse Niccolò Ormaneto un collaboratore di Giovanni Matteo Giberti, già Vescovo di Verona che, tra l'altro, aveva partecipato ai lavori del Concilio di Trento. In quel momento l'Ormaneto reggeva da buon pastore una parrocchia di Verona. Giunto a Roma, Carlo si intrattenne con lui per molto tempo meravigliando così molti che consideravano una inutile e grave perdita di tempo l'intrattenersi con una persona così umile e semplice.

Lo inviò poi a Milano, dove già l'anno prima aveva mandato alcuni sacerdoti della Compagnia di Gesù. Qui la situazione ecclesiale era disastrata al massimo. L'ininterrotta assenza dei pastori, durata circa ottant'anni, aveva creato danni fortissimi. Il Clero era moralmente allo sbando, sempre in lite. La vita del popolo era precipitata in forme preoccupanti di disordine. Solo una volta all'anno ci si accostava ai Sacramenti e moltissimi neppure quella volta. Le sacre funzioni, anzi le chiese stesse, poco frequentate dagli ecclesiastici, lo erano ancora meno dai laici. Ma lo squallore di quel tempo apparirà più distintamente dalla attività di Carlo.
Molto opportunamente dunque, prima dell'arrivo dello stesso Carlo, fu inviato l'Ormaneto a preparare gli animi alla riforma più perfetta che stava per iniziarsi.

L'ATTIVITÀ DELL'ORMANETO A MILANO

L'Ormaneto entrò nel suo ufficio nel luglio del 1564. Dapprima si accinse con prudenza ad eseguire alcune norme fondamentali sancite dal Concilio di Trento per correggere i vizi e ristabilire la disciplina ecclesiastica.
La città di Milano ha circa settanta chiese parrocchiali, ed altre otto officiate da Collegi di Canonici. Fuori di città, ci sono circa settecento Parrocchie e molte Collegiate. Convocati, dunque, i Sacerdoti della città e del contado, che erano circa milleduecento, l'Ormaneto tenne il Sinodo.

In esso ordinò di accettare pubblicamente i decreti del sacro Concilio di Trento e fece emettere a ciascuno la professione di fede cattolica; poi stabilì che ogni sacerdote dovesse reggere una sola chiesa e risiedervi, rinunciando al più presto a tutte le altre.
Trattò dell'istituzione di un Seminario per i chierici, così da fornire alla Chiesa ministri idonei per costumi e dottrina. Stabilì alcune norme che riguardavano abito, casa, vita quotidiana dei Sacerdoti.
Poi proibì di ascoltare le confessioni a tutti i sacerdoti se non erano stati prima da lui esaminati. Tuttavia, adattandosi alla necessità, usò per allora una certa larghezza. Visitò accuratamente le chiese della città e parte di quelle della Diocesi.

Alcuni cominciarono a ribellarsi ostinatamente. Si ricorse al Senato, si sussurrò di inviare un portavoce a Roma presso il Pontefice e uno in Spagna, presso il Re. Si fecero minacce al Vicario che, tuttavia, non lo distolsero dal compiere con fortezza il proprio dovere.
Per il Seminario, siccome al Clero non si poteva chiedere quasi più niente, Carlo forni il denaro necessario.

L'Ormaneto lavorò molto anche a restaurare la disciplina nei monasteri femminili, dipendenti dall'autorità dell'Arcivescovo. In città e nella Diocesi se ne contano quarantasei. Tale disciplina in molti luoghi era assai scaduta, sia riguardo alla vita comune, sia riguardo alle norme sulla clausura e sull'ammissione degli estranei al parlatorio.
Nelle Parrocchie riportò la gente al confessare i propri peccati e al ricevere la Eucaristia nella festività pasquale.

Benché compisse tante buone riforme, all'Ormaneto sembrava però di concludere poco, tanto grande era il desiderio di ottenere il vero bene della Chiesa. Si angosciava perché, mentre faceva progredire l'incarico ricevuto, incappava in sempre nuove difficoltà e suscitava altri nemici, tanto che era solito ripetere le parole dell'Apostolo che: «davvero nessuno può piacere a Dio ed agli uomini...» e che «nessuna umana prudenza può soddisfare quelli che non vogliono emendarsi». Perciò insisteva spesso con Carlo, perché potesse partirsene, soprattutto per il desiderio di ritornare alla sua parrocchia veronese. Inoltre dichiarava, per convincere Carlo, che regge e ordina una Diocesi a pieno soltanto chi ne ha l'ufficio e non un delegato.
Benché in questo lavoro fosse coadiuvato dal consiglio e dalla opera del Palmio e dei suoi compagni e dei chierici di S. Paolo, tuttavia quel buon vecchio affermava di ricevere aiuto prima di tutto dall'autorità di Carlo e specialmente dalla saggezza e dalla luce del suo animo. E si meravigliava che, pur così pressato dal lavoro, Carlo gli scrivesse di sua mano lettere lunghissime sulla cura della Chiesa milanese.
Ma Carlo si era creato in Roma un consiglio di uomini pii e dotti con cui gestire gli affari di Milano.

CARLO RAGGIUNGE MILANO E CELEBRA IL CONCILIO DEI VESCOVI

Carlo intanto non cessava di insistere per la sua partenza. Voleva in tal modo ubbidire alle antiche sacre leggi recentemente rinnovate proprio a Trento. Il Papa lo nominò Legato a latere per tutta l'Italia e, subito dopo, lo mise a capo della Sacra Penitenzieria. Sul piano civile re Filippo lo nominò Principe a vita della città e del territorio di Oria. Carlo era anche protettore del Regno di Portogallo e dei sette territori cattolici della Svizzera, cui non molto dopo venne aggiunta la Germania Inferiore. Erano affidati alla sua protezione anche i Francescani, i Carmelitani, gli Umiliati, i Canonici Regolari di S. Croce di Coimbra, i Cavalieri Gerosolimitani e di Gesù Cristo di Portogallo.

Decise di condurre una vita semplice, perché il Vescovo deve essere di esempio. Siccome doveva andare e venire da Roma, era costretto a portare con sè più di cento familiari. In casa tappezzò solo due o tre stanze al massimo, ma solo con materiale non pregiato. A mensa usava vasellame di terracotta non d'argento e i cibi dovevano essere molto frugali.
Partito  dunque da Roma, si fermò per tre giorni a Bologna con l'autorità di Legato, prendendo molte decisioni circa la difesa e l'amministrazione della città e della zona circostante. Raggiunse Nonantola, dove era Abate. Vi tenne una specie di Sinodo del Clero per mettere ordine.

Quando arrivò a Milano, fu accolto come un secondo Ambrogio.
Entrò in città la domenica 23 settembre 1565 nel ventiseiesimo anno di età.
Partì dalla Basilica dei Re, che adesso si chiama Eustorgiana, preceduto dal Clero e dai religiosi, e si avviò in solenne processione fino alla Cattedrale secondo il rito consueto.

A Milano, subito indisse il Primo Concilio Provinciale.
Nella prima sessione del Concilio, dopo la Messa, il Palmio tenne un severo discorso sulla necessità di riformare la Chiesa e Carlo ne pronunciò un altro in latino sull'istituzione e necessità dei Concili Provinciali. Il giorno successivo furono letti canoni e decreti del Tridentino. Poi a uno a uno i Padri pronunciarono la professione di fede. Nei giorni successivi furono pubblicati di volta in volta i decreti Conciliari.
Grazie a Carlo, quella riunione ottenne un grandissimo frutto spirituale. Prima della giovane età e del favore del Papa, la gente ammirava in Carlo la vita sacerdotale perfetta; tanto più che in quel tempo la vera novità era data proprio dal suo esempio.
Se molti temevano per una riforma così radicale un misero fallimento, Carlo, invece, appoggiandosi sull'aiuto di Dio, era pieno di grandissima speranza e non si ingannò.

PARTE PER ROMA DOVE È ELETTO PIO V

Compiuto celermente questo lavoro, Carlo doveva al più presto ritornare a Roma; così ordinava soprattutto il Papa e poi lo richiamavano anche gli interessi riguardanti la Chiesa universale, tra i quali importantissimo quello di attendere all'esecuzione dei decreti del Concilio Tridentino contro le impetuose e frequenti richieste di molti per la loro abolizione.
Verso il 5 dicembre, fu informato della gravissima malattia del Papa. Allora, lasciato tutto, accorse a Roma. Sua prima preoccupazione fu assicurare allo zio i divini conforti della religione. Si racconta che, prima di tutto, chiamò presso di sè i medici e domandò se ci fosse qualche residua speranza di vita; alla loro risposta negativa, si recò dal Papa e gli chiese un solo favore: che in quel momento pensare unicamente alla salvezza dell'anima. Gli porse allora i santi aiuti del divino Viatico e dell'Estrema Unzione.

Morto il Papa, il 13 di quel mese, Carlo si prese cura dell'elezione del nuovo Papa. In quella circostanza, la sua autorità era assai grande. Non tenne in alcun conto alcun conto né la volontà degli uomini, sia Principi sia privati. Tanto meno si preoccupò del proprio vantaggio. Servì solo la gloria di Dio ed il bene universale della Chiesa.
Passò il Conclave con quotidiane penitenze ed assidue preghiere. Si adoperò perché venisse dato alla Chiesa un Papa colmo di santità di vita e di dottrina. Perciò, con ogni sforzo cercò di ottenere l'elezione del Cardinale Ghisleri. Il nuovo Papa fu eletto il 7 gennaio 1566 e prese il nome di Pio V.
Felice di tale elezione, il suo desiderio era di ritornare al più presto alla sua chiesa, come volevano le costituzioni del Concilio di Trento. Va detto che pochi erano i colleghi che lo imitavano in quel desiderio.
Prima di partire, curò il compimento del Catechismo, che già aveva fatto iniziare con l'autorità dello Zio, e il riordinamento del Breviario e del Messale.

RITORNATO A MILANO, PROSEGUE LA SUA ATTIVITÀ

Giunse a Milano il 5 aprile. Partì dal dare esecuzione alle decisioni stabilite l'anno precedente nel Concilio Provinciale che riguardavano il retto riordino delle chiese voluto dai decreti di Trento.
Ogni giorno Carlo vedeva migliorare la disciplina del Clero e del popolo, il culto di Dio, una vita santa anche nella sua casa. Soprattutto ripristinò il culto divino in Duomo, molto scaduto.
Cercò in primo luogo di favorire la frequenza alla Santa Comunione. Volle che sovente nelle chiese si tenessero delle prediche e che al Vespero, nella cappella del suo palazzo, si facessero bellissime istruzioni, intercalate da preghiere e musica soave, per spingere a devozione giovani della nobiltà.
Tra gli uomini più insigni organizzò una pia confraternita nella Chiesa di S. Giovanni, il cui scopo era, sotto l'appellativo di Misericordia, quello di confortare i condannati mentre venivano condotti al patibolo.

In breve tempo, ottenne nei giorni festivi una buona frequenza alle sacre funzioni. Nello stesso tempo, tentava in ogni modo di eliminare vizi e corruzione. E per raggiungere questi risultati seppe circondarsi di collaboratori idonei.

 

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