Vita di san Carlo -9

Vita di san Carlo -9

DAL 1581 AL 1584

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COSA ERA IL VIVERE PER CARLO?

Siamo giunti agli ultimi atti del Cardinale, atti che tuttavia nessuno credeva che dovessero essere veramente gli ultimi. Alcuni rilevavano sì in lui, specialmente negli ultimi mesi, una debolezza insolita; ma la maggior parte confidava che, come spesso accade per gli uomini eccellenti, la sua vita sarebbe stata tanto più lunga quanto più essa era utile alla Chiesa.
In specifico, si riteneva che la causa della debolezza consistesse nel modo con cui Carlo trattava il suo corpo, sottoponendolo a grandissimi e continui strapazzi.
Egli, infatti, in tutta la Quaresima dell'anno precedente aveva incominciato a nutrirsi una sola volta al giorno di pane ed acqua, eccettuati i giorni di Domenica nei quali tuttavia non soleva mangiare pesce. Progredendo in quel tenore di vita, giunse a estenderlo alla maggior parte dell'anno restante e, quando arrivò la Quaresima del 1584, accrebbe ancor più la sua austerità, al punto che in certi giorni tralasciava anche il pane e prendeva solo fichi secchi ed acqua. Nell'ultima settimana, che viene trascorsa da tutti i fedeli più santamente, aveva stabilito di rinunciare ai fichi per mangiare lupini. Penso che abbia voluto cibarsi di legumi crudi ad imitazione dei Santi Padri ed abbia scelto i lupini, perché vedeva che nei nostri tempi essi sono l'unico legume che, macerato nell'acqua, per lo più usano da nutrimento i poveri. Però se ne astenne per la ragione che ora dirò.
Non molti giorni prima gli era scoppiata un'altra erisipela in una gamba e aveva provocato una piaga. Per poterla curare, seguendo il consiglio dei medici, era rimasto a letto parecchi giorni. Ma poi, siccome non guariva per niente, i medici gli avevano concesso di alzarsi e provare a fare del moto. E cosi, all'inizio della Quaresima, aveva tenuto le Sacre Ordinazioni e aveva fatto altre cose necessarie. D'allora in poi non sentì più dolore alcuno alla gamba.
Durante la malattia precedente, mentre Carlo chiedeva il permesso di alzarsi, affermando che conosceva bene la sua costituzione fisica e che in questo modo sperava di guarire, non volendo i medici dapprima acconsentire, un suo familiare, pensando che non avrebbe ubbidito ai medici con gravissimo pericolo per la sua vita e provandone vivo dolore, inviò a Roma una lettera a persone dipendenti da Carlo, annunziando che era gravemente ammalato e che non voleva lasciarsi curare dai medici. Quelle si consultarono tra loro e gli fecero scrivere una lettera dal Papa in questi termini: «Egli era molto addolorato che non volesse sottostare alle cure necessarie; lo invitava ad imitare i Santi nella virtù dello spirito e ad affliggere il corpo per quel tanto che, con discrezione, potevano tollerare le sue forze. Da ultimo gli ordinava di seguire i consigli dei medici per quello che riguardava il suo tenore di vita».
In quel tempo Carlo si sentiva bene ed era convinto che, nel corso della malattia, non aveva fatto nulla contro gli ordini dei medici. Era inoltre a conoscenza della falsa relazione che era all'origine della lettera del Papa. Al riguardo era certo di avere esposto al Papa, con cui aveva da poco avuto a che fare, tutto del suo modo di vivere e di non avere assolutamente fatto nulla di quanto il Papa aveva disapprovato nella lettera. Decise comunque di scrivere personalmente al Papa perché questi conoscesse la verità e gli manifestasse il suo genuino pensiero.
Nel frattempo, chiamò a sé i medici e discusse con loro sul modo di accordare la vita spirituale ed episcopale con le norme della medicina e tralasciò qualcuna delle penitenze intraprese.

Il suo intendimento era comunque questo: esporre al Papa tutta la verità sulla sua salute e sul tenore di vita da lui osservato e poi eseguire diligentemente ciò che il Papa avrebbe comandato.
Tuttavia, al riguardo, Carlo raccontò che egli altre volte, come il Papa stesso poteva ricordare, mentre seguiva le prescrizioni dei medici, viveva sempre malato al punto che molti ritenevano ormai vicina la morte. Circa dodici anni addietro, seguendo il consiglio di persone devote e prudenti, aveva cambiato modo di vita e si era deciso a mettere da parte le prescrizioni dei medici. Gli capitò allora di vedere riprendere prodigiosamente uno stato di salute che prima con le cure mediche continuava a sfuggirgli. Così, il vivere ordinario e comune aveva allungato di molto la speranza di vita più lunga. Si rendeva poi perfettamente conto che, se in quel momento, dopo una lunga abitudine e a quarantasei anni d'età, avesse voluto affidarsi di nuovo alle mani dei medici, ne sarebbe derivato un grave ostacolo al suo ufficio di Vescovo oltre a un manifesto pericolo per la sua vita. Egli non disprezzava affatto l'arte medica. Quando era ammalato, non si allontanava neppure di un'unghia dalle loro prescrizioni e riteneva che in alcune occasioni doveva richiedere i loro consigli. Ma il seguirli in tutto e per tutto e il rendersi quasi schiavo delle loro osservazioni a lui non sembrava minimamente conforme né al pensiero del Papa, né tanto meno alla vita di un Vescovo. E questo lo riconosceva anche lo stesso medico, con il quale si era poco prima consultato.

Carlo era convinto che lo stesso sant'Ambrogio ritenesse che i precetti della medicina fossero contrari all'osservanza delle cose di Dio, ritraessero dal digiuno e distogliessero dalla meditazione e da ogni applicazione della mente. Come dire: chi si affida ai medici, si toglie a se stesso. Oppure: nessuno deve assolutamente mai distorgliersi dal praticare esercizi spirituali per favorire il più possibile la cura del corpo. Del resto, il Papa stesso regolava la sua vita senza tenere in nessun conto le prescrizioni dei medici. E, per quanto lo riguardava personalmente, poteva con tutta verità affermare di non avere mai trovato le penitenze scelte e praticate, di qualsiasi genere fossero, come un concreto ostacolo alla sua salute. Al contrario, trovava che fossero un ineguagliabile aiuto per giungere a una più facile esecuzione dei suoi doveri pastorali. E poteva anche aggiungere che la decisione di spingere la mortificazione corporale un po' più in là di quanto sogliono comunemente fare molti altri, non era affatto da deplorare. Serviva infatti a espiare i peccati e consentiva di imitare in giusto modo la condotta dei Santi e, prima di tutto, di colui che crea i Santi. E ciò è senz'altro una scelta doverosa per chi appartiene all'ordine dei Vescovi, come i Padri hanno sempre insegnato.
Se, poi, si volesse ulteriormente puntualizzare la questione, il Vescovo deve sempre superare di gran lunga tutti gli altri non solo nella virtù dello spirito, ma anche nella mortificazione del corpo. E a chi sosteneva che un tale regime di vita avrebbe potuto nuocere in seguito alla vita stessa, lui pensava di dovere obiettare che non gli sembrava giusto abbandonare i frutti certi delle opere di bene per il timore di un danno più o meno probabile al corpo.
In ogni caso, per Carlo restava fondamentale il ricordare che i Padri avevano giustamente pensato che i sacerdoti siano stati paragonati dallo stesso Cristo Signore al sale e alla lucerna anche per questo motivo: perché il sale, mentre condisce i cibi, si dissolve; e la lucerna mentre arde e diffonde la sua luce, consuma il proprio olio.

COSA È STATO PER CARLO IL MORIRE?

Carlo aveva deciso in quel tempo di raccogliersi per un periodo piuttosto lungo in ritiro spirituale per esaminare con attenzione in quali uffici da molti mesi avesse errato, venendo meno ai suoi doveri, e arrivare a una rigorosa confessione. Tali esercizi egli li aveva sempre avuto molto a cuore, ma in quel tempo li desiderava con grande impazienza perché la sua mente era più di prima desiderosa di contemplazione, in modo particolare dei misteri della passione e della morte di Cristo Signore.
Come dopo più chiaramente si rilevò, con quel desiderio e quegli esercizi Dio stava preparando al premio eterno il suo sacerdote.

Anche allora, per questo ritiro, scelse Varallo.

Arrivato sul monte e sceltasi come stanza una cella del convento, il Cardinale incominciò a sottoporre il suo corpo a strettissima austerità. Dormiva sopra tavole di legno, sulle quali era collocata una sola coperta; si nutriva, come il solito, solo di pane ed acqua e flagellava più duramente il suo corpo, come in seguitò si poté rilevare dalla camicia e dai flagelli macchiati di sangue.
Preparò con cura estrema la sua confessione. Volle che, con lui, anche i suoi familiari rendessero profonda la meditazione. Ogni giorno venivano fissati alcuni punti particolari e in determinate ore, sia del giorno che della notte, ciascuno andava a fare meditazione sopra di essi in quelle cappelle e davanti a quelle immagini, che sentiva più adatte ad ispirargli pensieri salutari. Era fissato anche un tempo in cui tutti dovevano riunirsi e comunicarsi a vicenda sentimenti e frutti delle riflessioni.

Carlo nei primi giorni aveva fissato sei ore, fra quelle del giorno e quelle della notte, in cui immergersi nella contemplazione e nella preghiera. Il resto del tempo lo impiegava nella preparazione alla confessione e nelle necessità materiali, ristrette tuttavia all'indispensabile ed anche nella trattazione di qualche affare che non poteva rimandare.

Era uno spettacolo commovente e di grande edificazione il vedere di notte quel grande Prelato, senza alcun compagno e con una lanternetta sotto il mantello, avviarsi per quei sentieri lungo la cima del monte verso la cappella, che riteneva più opportuna per compiervi, come aveva deciso, i suoi esercizi spirituali. Tre giorni dopo l'arrivo, confessò i suoi peccati.

L'assalto della malattia.

Non si trovava da molti giorni sul monte, quando fu colpito dalla febbre. Egli ne sopportò l'assalto senza dire niente; ma quando il terzo giorno essa lo riprese nuovamente, ne fece parola al padre Adorno. Fu questo un atto insolito, perché altre volte, anche dopo che la febbre era ritornata per ben cinque volte, non ne aveva parlato con nessuno e non avremmo mai saputo nulla se in seguito non l'avesse incidentalmente raccontato a qualche persona. Si lasciò allora convincere dal padre a mitigare un poco l'asprezza della penitenza. Ma che cosa fu mai accettare un po' di paglia su cui riposare e prendere un po' di pane cotto nell'acqua senza alcun condimento?
La febbre l'assalì di nuovo. Ma, quanto diminuiva la sua forza fisica, tanto sembravano crescere in lui luce e forza.

Mancavano ormai soltanto tre giorni alla solennità di Tutti i Santi, che, come d'uso, Carlo voleva celebrare insieme con il suo popolo a Milano e con i soliti divini uffici. Inoltre gli era stato affidato dalla Santa Sede l'incarico di costituire in Ascona, grazie a un lascito, un collegio per giovini.
Alle tre di notte sali su di una barca per recarsi ad Ascona. Durante il tragitto fece e disse moltissime cose che equivalevano a chiari indizi della morte vicina. E, come era vissuto in mezzo a fatiche preferendo il lavoro al riposo, anche in punto di morte conservò questa sua abitudine. Passò quei giorni di malattia viaggiando e sopportando incomodi e disagi. Stranamente, però, ripeteva che, al cenno di Dio, in ogni momento l'uomo deve esser disposto a lasciare questa vita.

Sbrigò nello stesso giorno l'affare di Ascona per riprendere la navigazione e arrivare a Milano il giorno dopo, vigilia della festa di Tutti i Santi. Ma, avuto ad Ascona il quarto attacco di febbre, fu costretto a fermarsi a Cannobio. Riposò dapprima senza materasso e perfino senza paglia; poi, pregato dai familiari e indotto dalla violenza del male, si sdraiò su di un materasso.

Il mattino, dopo le solite orazioni e la Messa, si diresse ad Arona senza nutrirsi di alcunché perché era giorno di digiuno. Salito in barca, si pose in ginocchio e recitò le preghiere dell'itinerario, poi le litanie, dapprima in rito ambrosiano con i suoi compagni e poi, secondo il rito romano, con i barcaioli. Quindi si sedette e tenne una predica sulla solennità del giorno, al termine della quale, assegnò agli uditori alcuni punti essenziali su cui meditare in silenzio. Così passò circa un'ora. Quindi chiese a ognuno cosa avessero meditato. Passò poi ad occuparsi di alcuni affari.
Arrivato ad Arona, prese alloggio nella casa dei Padri Gesuiti. Quivi ricreò leggermente le sue deboli forze, come aveva fatto nei giorni precedenti, e si fermò a letto fino alla settima ora della notte. Alzatosi, trascorse il tempo fino all'alba nella meditazione e nella recita del Mattutino. Celebrò la Messa della festa di Tutti i Santi, durante la quale distribuì la Santa Comunione non solo ai giovani novizi di quella casa, ma anche a molti del luogo, che vi erano accorsi. Poi si rimise a letto. Arrivò il quinto attacco febbrile, molto più grave del solito. Per ordine dei medici bevve un po' d'acqua d'orzo calda e subito si dispose a dormire, ma per l'alta temperatura, si sentì così male che d'allora in poi non si riprese più.

Il mattino seguente, in cui si celebrano gli uffici dei morti, decise di raggiungere Milano in navigazione. Recitò il Mattutino e ascoltò in chiesa la Messa, perché non era assolutamente in grado di celebrarla; quindi, in barca su un letto, rientrò a Milano.

Le ultime ore.

Giunto a Milano, Carlo fece subito chiamare i medici e si affidò alle loro cure. Ordinò che nella camera venisse collocato un altare con un'immagine della sepoltura del Signore. Ne fece attaccare un'altra simile alle colonne del letto. Di fronte ai suoi occhi, volle una immagine, su cui era raffigurato il Signore in atto di trasudare sangue per l'avvicinarsi della morte. Ciascuno dei presenti capì perfettamente come Carlo stava preparando se stesso e gli altri alla sua morte.

Spuntato il giorno, voleva recitare il Mattutino, come aveva sempre fatto. Padre Adorno lo convinse ad accontentarsi di sentirlo recitare da altri. Desiderava anche, se la febbre fosse diminuita, di recarsi in cappella a ricevere l'Eucaristia o almeno comunicarsi all'altare della sua stanza. Fu però tutto impossibile. Nel pomeriggio la febbre aumentò, portando sonnolenza. L'avevo sentito una volta raccontare del Vescovo di Modena Egidio, da lui molto stimato, il quale, all'avvicinarsi della morte, si era abbandonato ad una specie di riposo e di sonno, e, richiamato più volte, aveva risposto: «Lasciatemi finalmente riposare e stare con Dio». Ricordatomi di questo fatto in quel momento, dissi che pensavo che volesse imitare il Vescovo di Modena: egli si mise a sorridere.
Giunsero, quindi, i medici che lo visitarono e costatarono che la sua vita era in pericolo. Ritornarono poco dopo e tastarono di nuovo il polso del malato. Allora, annunciarono ai presenti che le forze andavano spegnendosi e che presto Carlo avrebbero ceduto. Quell'annuncio improvviso arrivò su noi come un terribile colpo cui, incredibilmente, non si era preparati.

La notizia si diffuse immediatamente. Si ordinò subito che in Duomo e nelle altre chiese si facessero orazioni davanti al SS.mo Sacramento.
Le forze intanto lo abbandonavano rapidamente. Allora il padre in lacrime e lo avvertì che il Signore lo stava chiamando a lasciare questa vita e, per questo, gli donava gli ultimi Sacramenti., Accettando con animo del tutto sereno la morte, Carlo rispose che li attendeva con grandissimo desiderio. Gli fu portata in forma solenne la SS.ma Eucaristia. Carlo tentava con la testa, con le braccia, con tutta la persona insomma, di alzarsi. Ma non vi riuscì. Infine, con il mio aiuto, si rizzò un poco. Poté indossare per l'ultima volta la cotta e la stola e ricevere con grande devozione il Santo Viatico, a cui subito segui l'Estrema Unzione. Mentre riceveva i Sacramenti, Carlo cercava di rispondere al sacerdote insieme con gli altri. Poi gli venne letto il racconto della Passione del Signore e gli furono prestati tutti quei conforti utili questi momenti.

Gli imponemmo, quindi, il cilicio con la sacra cenere, secondo una vecchia consuetudine che egli aveva fatto rimettere in vigore nel Rituale della sua Diocesi. Questo atto manifestava in modo pieno e supremo l'austerità della sua vita.

Dolore e venerazione.

I familiari si trattennero dalle lacrime, finché parve che Carlo fosse essere cosciente. Ma quando entrò in agonia, breve e poco difficoltosa, allora proruppero in gemiti, in lamenti e persino in grida di dolore. Ciascuno cercava di occupare un posto attorno al letto il più vicino possibile al Padre morente. A sua volta, Carlo offrì a tutti la possibilità di prendere un oggetto a lui appartenente come pegno d'amore e di devozione. Così, uno s'impadronì dell'Agnus Dei che portava al collo, un altro della corona con cui pregava, un terzo del berrettino: insomma chi portò via una cosa, chi un'altra. Alcuni corsero subito a cercare anche le cose riposte in altri luoghi e tra questi ritennero d'aver ottenuto le più preziose coloro che trovarono il flagello, macchiato di sangue per le penitenze di Varallo e la camicia ugualmente aspersa di gocce di sangue. Il desiderio di avere qualcosa di suo divenne così grande in tutti, che il cilicio, che allora gli imponemmo, e un altro che soleva portare, vennero suddivisi in infiniti pezzetti e distribuiti a moltissimi, che ne facevano insistente richiesta.
La notizia dell'agonia di Carlo invase presto la città e gettò ovunque costernazione. Subito si formarono lunghe processioni che, dietro la croce, procedevano per le strade al canto delle litanie. Quelle invocazioni, pronunciate a voce alta, accrescevano in modo straordinario il dolore e il pianto. Molti si recarono a pregare nelle chiese. Altri accorsero a visitare il morente, così che il palazzo arcivescovile e la stessa camera si riempirono subito di una folla di gente di ogni ceto sociale: quella era veramente una sventura comune.

In tal modo, verso la terza ora della notte di sabato 3 Novembre, l'ottimo Padre ci abbandonò.
Io, gli stavo a lato. Quando, accostatomi più vicino al suo volto, mi accorsi che quella carissima anima se n'era volata via, chiusi gli occhi del corpo ormai abbandonato. Carlo era morto.

 

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