Archivio 5 - Giona

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* Lettura 1    Gio 1,1

            Se il lettore avesse già una certa conoscenza del libro di Giona, 4 capitoli e 40 versetti in tutto, potremmo da subito commentarlo, ma preferiamo metterci nella prospettiva del lettore implicito cioè, quel lettore che interroga e si lascia interrogare dal testo.
Certo dobbiamo supporre un po' di conoscenza della Bibbia perché essa deve sempre essere colta nella sua unità.

Ora, il più grande profeta dopo Mosè è stato Elia. Questi che credeva di sapere tutto su Dio, profetava nel Suo nome in forme sconcertanti o addirittura insopportabili, ma quando giunge a conoscere Dio da vicino, grazie ad un'esperienza mistica, la sua vita cambia radicalmente.
Giona invece conosce Dio sin dall’inizio anzi, lo conosce molto bene e pertanto dovremmo attenderci da lui i fuochi artificiali o, comunque, le prodigiose opere compiute da un fedele servo della Parola... ma lasciamo parlare il testo.

Gio 1,1 «Ed ecco la parola di JHWH a Giona figlio di Amittay: 2 "Alzati va’ a Ninive la grande città e proclama contro di essa che il loro male è salito fino a me (davanti alla mia faccia)"».

1- L'israelita che legge questo versetto e ha una certa conoscenza della sua storia sa che era esistito un profeta "Giona figlio di Amittay" al tempo del re di Israele (regno del Nord) Geroboamo II°, 783 - 743 a. C.

2Re 14,23 «Nell'anno quindici di Amazia figlio di Ioas, re di Giuda, in Samaria divenne re Geroboamo II figlio di Ioas, re di Israele, per quarantun anni. 24 Egli fece ciò che è male agli occhi del Signore; non si allontanò da nessuno dei peccati che Geroboamo figlio di Nebàt aveva fatto commettere a Israele. 25 Egli ristabilì i confini di Israele dall'ingresso di Amat fino al mare dell'Araba secondo la parola del Signore Dio di Israele, pronunziata per mezzo del suo servo il profeta Giona figlio di Amittai, di Gat-Chefer, 26 perché il Signore aveva visto l'estrema miseria di Israele, in cui non c'era più né schiavo né libero, né chi lo potesse soccorrere. 27 Egli che aveva deciso di non far scomparire il nome di Israele sotto il cielo, li liberò per mezzo di Geroboamo II figlio di Ioas».

Questa è l'unica menzione di questo profeta reperibile in tutta la Bibbia, quindi un personaggio poco importante.

2- Questo lettore israelita si rende subito conto che il linguaggio usato dal redattore del nostro libro è del terzo secolo a. C. e non quello dell'ottavo secolo; allora il testo è rivolto al popolo ebraico tornato dall'esilio babilonese e alla situazione politico religiosa di quel tempo, che possiamo riassumere così:
• non c'è più la monarchia e il re di Persia governa tramite i suoi ministri; ad esso si era poi sostituito l'impero di Alessandro Magno e i regni dei suoi successori.
• la promessa o la speranza di ricostituire il Regno davidico appare più che mai lontana
• la specificità ebraica si è ridotta esclusivamente alla pratica religiosa e al suo ripensamento che ruotano attorno al Tempio
• una religiosità popolare diffusa che non è aliena da infiltrazioni provenienti dalle religioni dei popoli circostanti; la tentazione all'idolatria e al sincretismo religioso è sempre presente, quindi una fede piuttosto vacillante, anche perché le promesse divine ribadite lungo tutta la storia, dalla liberazione della schiavitù d'Egitto in poi, sembrano essersi vanificate.

3- Questo nostro lettore non può fare a meno di rilevare che Giona / Yonah significa "colomba", termine che diversi profeti hanno usato per indicare l'atteggiamento instabile e capriccioso di Israele. Ricordiamo che per gli antichi il nome non è un semplice suono, ma un programma di vita o addirittura il destino di chi lo porta.

4- Figlio di "Amittay", cioè: "mia verità" per cui Giona sarebbe "figlio della mia verità".

Con questa premessa è già messa in pista una serie di domande che il lettore deve porre al testo.
Ma già vediamo che i due nomi di cui il primo allude ai capricci e il secondo alla verità di Dio sono tra loro in tensione. Quale dei due incarnerà Giona?
Però, non è che il redattore voglia fare dell'ironia?

5- Già sorprende che quell'omonimia con l'antico Giona rimandi ad un profeta che anziché proclamare il "giorno di JHWH", il giorno in cui Dio farà i conti con il popolo infedele, è forse l'unico profeta che invece vaticina un evento salvifico: un re che ha riportato il Regno del Nord nei suoi confini originali.

6- Ninive. La semplice nominazione di questa città incuteva paura ad un ebreo. Essa era probamente la più grande città dell'impero Assiro anche se ne fu capitale solo per qualche decennio (704 - 681 a. C.) e venne distrutta rabbiosamente da medi e babilonesi nel 612.

Gli assiri sono noti per la durezza della loro politica verso i popoli conquistati che venivano deportati dalle loro terre e dispersi nelle varie parti dell'impero, per impedire eventuali ribellioni.
È la sorte che subirono gli abitanti del Regno del nord quando nel 721 a. C. cadde Samaria e il Regno di Israele scomparve per sempre.
Impressionante è la ferocia con la quale trattavano nemici e prigionieri; fortunati erano quelli morti in combattimento.

7- Se la memoria è vigile, il nostro dovrebbe ricordare che anche di altre città è detto: «... il loro male è salito fino a me» Gn 18,20-21; si tratta di Sodoma e Gomorra.

8- E Giona dovrebbe andare a profetizzare in questo paradiso!

 

* Lettura 2    Giona 1,3       La reazione di Giona

Gio 1,3 «Giona si alzò ma per fuggire a Tarsis lontano da JHWH; scese / yarad a Giaffa, dove trovò una nave che salpava alla volta di Tarsis, pagò il prezzo e s'imbarcò con loro alla volta di Tarsis lontano da JHWH».

La reazione di Giona  alla Parola è di partire per Tarsis. Come mai?
Questo è l'interrogativo che attraversa tutto il libro. Tentiamo qualche ipotesi.

1- Noi possediamo i documenti più antichi degli assiro-babilonesi perché scrivevano con alfabeto cuneiforme su tavolette di argilla che poi venivano cotte in un forno. Così di essi possediamo intere biblioteche perché la terracotta non viene deteriorata dagli agenti atmosferici.

Ci interessa riportare quanto proclama il re Assurnasirpal (884 - 859 a. C.) uno dei più sanguinari, a riguardo del trattamento che egli riservava a nemici ed oppositori:
«Innalzai una colonna presso la porta della città e scorticai tutti i capi della rivolta, e con la loro pelle rivestii la colonna; alcuni murai all'interno della colonna, alcuni infilzai su pali sopra la colonna, . . . e tagliai gli arti dei funzionari, dei funzionari reali che si erano ribellati... Molti prigionieri fra loro arsi nel fuoco, e molti presi vivi come prigionieri. Ad alcuni tagliai le mani e le dita, e ad altri tagliai il naso, gli orecchi e le dita, a molti cavai gli occhi. Feci una colonna coi viventi e un'altra con le teste, e legai le loro teste a pali (tronchi d'albero) tutt'attorno alla città. Bruciai nel fuoco i loro giovani e le loro ragazze... Venti uomini catturai vivi e murai nelle mura del palazzo... Il resto di loro [dei loro guerrieri] feci morire di sete nel deserto dell'Eufrate».
Bassorilievi spesso raffigurano prigionieri trascinati da corde attaccate a uncini che trapassano il naso o le labbra, o ai quali vengono cavati gli occhi con la punta di una lancia. Quindi sadiche torture caratterizzavano spesso le loro guerre e di esse se ne vantavano spudoratamente e le documentavano con cura.

E questo sarebbe l'ambiente al quale predicare una conversione morale!?!

2- Però, se vale quanto affermato nella lettura precedente, cioè che il testo è del III - II secolo, vuol dire che Ninive era già un cumulo di macerie da trecento anni. Allora si sta parlando della Ninive costruita sulle rive del Tigri o di qualche altra Ninive "la grande città il cui male è salito fino a Me", costruita sulle rive di qualche altro fiume? Magari la Senna, o il Tamigi, o lo Hudson o, perché no, il Tevere?
Perché se è così allora anche noi ci siamo dentro fino al collo!

 3- Il nostro profeta del terzo secolo fin da piccolo ha imparato a cantare i salmi e conosce benissimo il Sal 136

«Lungo i fiumi laggiù a Babilonia», il lamento che i deportati di Gerusalemme innalzavano a Dio quando si trovarono prigionieri in Mesopotamia. Questo salmo annoverato tra i cosiddetti "salmi imprecatori" (vedi in "Glosse" la nota esegetica 7) termina con i seguenti versetti:

Sal 136,7 «Ricordati, Signore, dei figli di Edom, / che nel giorno di Gerusalemme, /  dicevano: «Distruggete, distruggete anche le sue fondamenta». / 8 Figlia di Babilonia devastatrice, / beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. /9 Beato chi afferrerà i tuoi piccoli / e li sbatterà contro la roccia».

Sono versetti durissimi che chiedono a Dio di "vendicare" quanto gli assiro-babilonesi hanno fatto agli abitanti di Gerusalemme... e arrivando perfino a proclamare "beato" chi eseguirà tale vendetta.
E adesso Giona ha finalmente la possibilità di annunciare l'attuazione di quella vendetta.
Questa idea dovrebbe spingerlo a recarvisi. Ma lui va da un'altra parte.

4- D'altra parte Giona conosce anche molto bene quale trattamento gli assiri riservavano agli stranieri. Ricordava come erano stati trattati gli abitanti di Samaria alla caduta della città nelle mani di Salmanassar nel 721 a. C. dopo tre anni di assedio.
Perciò possiamo anche ritenere che Giona non voglia recarsi a Ninive per non fare la fine del martire.
Tanto più che deve andare a parlare di un Dio, JHWH, sconosciuto a quella gente, tra l'altro nota per la fedeltà alla loro religione che di solito imponevano ai popoli conquistati. 

5- Ma tutte queste ipotesi non reggono perché per ben due il testo volte riporta: «lontano da JHWH».

Giona vuole allontanarsi da JHWH.
Allora il suo problema non è Ninive. Il suo problema è JHWH.
Tutto il libro di Giona viene elaborato per mostrare questo conflitto tra Dio e il suo profeta.

E riprendiamo quanto abbiamo affermato nell'introduzione alla prima lettura: "Giona conosce bene Dio".
Ma allora se lo conosce bene perché vuole allontanarsi da Lui?
E andare a fino a Tarsis?

4- Tarsis è una località che gli studiosi non sono mai riusciti a identificare. È usato quando si vuole indicare un posto lontanissimo, al limite irraggiungibile; in genere viene collocato al di là delle Colonne d'Ercole che però segnavano anche la fine della Terra. Potremmo anche dire: un luogo che non c'è; il nostro "Vattelappesca".

Ecco, Giona vuole mettere tra lui e Dio la maggior distanza possibile. Andare in un posto dove nessun o abbia mai sentito parlare di JHWH.

5- Scese /yarad. Tra lui e JHWH vuole porre una distanza che non si manifesta solo sul piano orizzontale ma che coinvolge anche quello verticale. Incomincia qui un movimento di discesa che proseguirà fino a raggiungere le "radici delle montagne" (2,7).

Eppure la sua conoscenza Dio lo rende consapevole del Salmo 138 quando dice:

Sal 138,7 «Dove andare lontano dal tuo spirito, / dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti».

Allora il suo movimento di allontanamento da Dio ha le connotazioni del tragico; non capricci o semplici impuntature, ma qualcosa di ben più profondo.
Infatti, come per tutti gli esseri nati sotto il sole, il rapporto con Dio è sempre questione di vita o di morte.

 

* Lettura 3    Giona 1,3       La fuga

Gio 1,3 «Giona si alzò ma per fuggire a Tarsis lontano da JHWH; scese / yarad a Giaffa, dove trovò una nave che salpava alla volta di Tarsis, pagò il prezzo e scese / yarad sulla nave per andare con loro alla volta di Tarsis lontano da JHWH».

Stiamo ancora riflettendo sulla reazione di Giona alla missione affidatagli da Dio.
La sua resistenza al comando di Dio non è da paragonare a quella di altri profeti che pongono obiezioni ma poi, ad un certo punto, cedono alla richiesta divina.

Mosè oppone a Dio quattro obiezioni:

1a- obiezione => Es 3,11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?».

2a- obiezione => Es 3,13 Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi».

3° obiezione => Es 4,1 Mosè rispose: «Ecco, gli israeliti non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!». 2 Il Signore gli disse: «Che hai in mano?». Rispose: «Un bastone». 3 Riprese: «Gettalo a terra!». Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire.

A questo punto Dio offre a Mosè altri due segni oltre a quello iniziale del roveto ardente: la mano che si copre di lebbra e l'acqua del Nilo che gettata a terra potrà diventare sangue.

4a obiezione => Es4,10 Mosè disse al Signore: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua».

Per saperne  di più vedi Libro di Esodo; Lettura 9 e seguenti.

 Il profeta Isaia obietta di non essere degno:

Is 6:1 «Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è JHWH Zevahot. / Tutta la terra è piena della sua gloria». / 4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi: / «Ohimé! Io sono perduto, / perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo / dalle labbra impure io abito; / eppure i miei occhi hanno visto / il re, JHWH Zevahot».

Il profeta Geremia oppone la sua giovinezza e l'incapacità di parlare:

Ger 1, 4 «Mi fu rivolta la parola di JHWH: 5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, / prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; / ti ho stabilito profeta delle nazioni». / 6 Risposi: «Ahimé, JHWH Dio, ecco io non so parlare, / perché sono giovane». / 7 Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, / ma va' da coloro a cui ti manderò / e annunzia ciò che io ti ordinerò. / 8 Non temerli, / perché io sono con te per proteggerti». / Oracolo di JHWH».

A distanza di qualche anno, dopo molte vicissitudini si lamenterà con Dio per tutto quello che ha subito e deve continuare a subire. E sono parole durissime:

Ger 20, 7 «Mi hai sedotto, JHWH, e io mi sono lasciato sedurre; / mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; / ognuno si fa beffe di me. / 8 Quando parlo, devo gridare,/ devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». / Così la parola di JHWH è diventata per me / motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. / 9 Mi dicevo: «Non penserò più a Lui, / non parlerò più in suo nome!». / Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa; / mi sforzavo di contenerlo, / ma non potevo».

Se questa è stata la reazione emozionale ed esistenziale di Geremia nel portare al mondo e alla società la Parola di Dio, non diverso può essere stato il tumulto emotivo che si è scatenato nello spirito di Giona.
Indubbiamente dovette avere il cuore lacerato. E come Geremia cerca di «non pensare più a Lui».

Lo possiamo capire da un tratto apparentemente insignificante presente nel versetto in esame: «scese sulla nave con loro». Quel "con loro" indica una forma di associazione che suggerisce una perdita di identità; Giona si confonde con i marinai. La cosa si chiarisce maggiormente al versetto 8:

v8 Gli domandarono: «Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?».  

Questo vuol dire che Giona non era stato riconosciuto come "uomo di Dio". A quei tempi l'abito aveva soprattutto una funzione denotativa: ognuno doveva vestirsi con l'abbigliamento previsto per il proprio mestiere. Nel Medioevo saranno le corporazioni a prescrivere l'abito specifico. Oggi vale solo per i magistrati durante i processi.
Ad esempio, quando il profeta Elia incontra la vedova di Zarepta viene immediatamente riconosciuto come uomo di Dio:

1 Re 17,10 «Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po' d'acqua in un vaso perché io possa bere». 11 Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Prendimi anche un pezzo di pane». 12 Quella rispose: «Per la vita di JHWH tuo Dio, non ho nulla di cotto...». (vedi Libretto di Elia Lettura 4).

In definitiva Giona, pur preso da quel fuoco che gli bruciava dentro, cerca prendere "distanza da JHWH" cancellando ogni traccia che in qualche modo a Lui rimandi, abito compreso.

Ma JHWH è disposto a lasciarsi distanziare dal suo profeta?

 

* Lettura 4    Giona 1,4       La grande tempesta

Gio 1,4 «Ma JHWH scatenò/ tul sul mare un grande (gadol) vento sul mare e vi fu una grande (gadol) tempesta sul mare  e la nave "pensava" di sfasciarsi».

Abbiamo cercato di mantenere la traduzione il più vicino possibile alla letteralità dell'ebraico per mostrare le tensioni e i rimandi presenti.

Giona sarebbe dovuto andare a "Ninive la grande (gadol) città", località, come abbiamo visto, richiamata due volte nel primo versetto.
L'ostacolo messo da Dio sul percorso di fuga di Giona diventa un "grande vento sul mare" e una altrettanto "grande tempesta sul mare".
Ma è subito chiaro che una nave che pensa fa problema, tanto che molte traduzioni non la prendono neanche in considerazione eliminandola  a piè pari.
Noi riteniamo, invece, che questo fatto curioso metta in luce l'ironia del redattore, ma anche l'irrazionalità, se così si può dire, dei comportamenti.

Infatti l'azione di scatenare gli elementi cosmici, espresso mediante la coppia: "tul ruah": scatenò vento, che è presente solo qui in tutto l'Antico Testamento, contrasta radicalmente la perenne azione creatrice e ordinatrice di Dio.
Dio è il Creatore che sin dall'inizio separa l'uno dall'altro gli elementi cosmici: la terra dalle acque, la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte e così via. E allora il loro rimescolamento, la loro confusione costituirebbe un ritorno al caos originario.

Cerchiamo di spiegare in cosa consista questa azione creatrice e ordinatrice di Dio attraverso due testi:

Genesi 1:1 «In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5 e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
6 Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8 Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
9 Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto». E così avvenne. 10 Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona».

Un secondo testo è il libro di Giobbe che per 37 capitoli riporta la discussione tra Giobbe e i suoi amici che cercano di spiegargli che se egli è ammalato è causa dei suoi peccati. Giobbe continua protestare la sua innocenza, ma ad un certo punto Giobbe si rivolge direttamente a Dio, accusandoLo di essere Lui stesso all'origine di tutte le malattie e le disgrazie di cui è vittima, con un discorso del tipo: "vieni fuori dalle nubi e facciamo i conti".

Dio, che tiene molto al suo servo Giobbe, ad un certo punto, squarcia le nubi e gli risponde:

Gb 38,1«JHWH rispose a Giobbe di mezzo al turbine: / 2 Chi è costui che oscura il progetto / con parole insipienti? [...] 4 Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra? / Dillo, se hai tanta intelligenza!
5 Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, /o chi ha teso su di essa la misura? /  Dove sono fissate le sue basi / o chi ha posto la sua pietra angolare, / 7 mentre gioivano in coro le stelle del mattino / e plaudivano tutti i figli di Dio? / 8 Chi ha chiuso tra due porte il mare, / quando erompeva uscendo dal seno materno, / 9 quando lo circondavo di nubi per veste / e per fasce di caligine folta?
10 Poi gli ho fissato un limite / e gli ho messo chiavistello e porte / 11 e ho detto: «Fin qui giungerai e non oltre / e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde».
12 Da quando vivi, hai mai comandato al mattino / e assegnato il posto all'aurora, / 13 perché essa afferri i lembi della terra / e ne scuota i malvagi? [...]
16 Sei mai giunto alle sorgenti del mare / e nel fondo dell'abisso hai tu passeggiato? [...]
19 Per quale via si va dove abita la luce / e dove hanno dimora le tenebre / 20 perché tu le conduca al loro dominio / o almeno tu sappia avviarle verso la loro casa? [...] 22 Sei mai giunto ai serbatoi della neve, / hai mai visto i serbatoi della grandine, [...] / 24 Per quali vie si espande la luce, / si diffonde il vento d'oriente sulla terra?  / 25 Chi ha scavato canali agli acquazzoni / e una strada alla nube tonante, / 26 per far piovere sopra una terra senza uomini, / su un deserto dove non c'è nessuno, / 27 per dissetare regioni desolate e squallide / e far germogliare erbe nella steppa»?

[consigliamo di leggere interamente i cc 38 -39 e tutto il Salmo 104)

In entrambi i testi rileviamo come l'azione creatrice di Dio si identifica con un processo di specificazione e di separazione dando a tutti gli elementi cosmici la propria "casa" perché ognuno di essi possa realizzare la propria essenza.

Invece nel nostro versetto è Dio stesso che crea un rimescolamento tra vento, acqua, tempesta, onde, ecc., e potremmo aggiungere anche la terra dato che a quel tempo si navigava sottocosta, una vera e propria "anticreazione".
Potremmo dire che è la reazione all'atteggiamento irrazionale di Giona che cambia destinazione senza la minima giustificazione, anzi, senza dire una parola.

E in tutta questa baraonda, il nostro profeta cosa fa?
- Dorme ! Come mai?   (v 5 che esamineremo nella prossima lettura).
L'unico personaggio che mantiene i nervi saldi è la nave... e le navi non pensano!
Semplice ironia?
Oppure l'emersione della volontà di Dio a ricorrere anche a mezzi estremi e assurdi pur di realizzare il suo progetto?

Ma non è che siamo di fronte al litigio di due innamorati?

 

* Lettura 5    Giona 1,5       La fuga dalla realtà

Gio 1,5 «Ed ebbero paura i marinai e si misero a gridare qarah ciascuno alla sua divinità: e gettarono nel mare le anfore per alleggerirsene. Intanto Giona, sceso (yarad) nei bassifondi della stiva e dormiva profondamente».

Anche i marinai, oltre alla nave hanno un comportamento sensato. Esso suggerisce che si sono subito resi conto che quella era una tempesta straordinaria e infatti si rivolgono immediatamente alle loro divinità perché hanno percepito che in essa era in gioco qualcosa di più che non i consueti fenomeni atmosferici.
Altrettanto sensato è il tentativo di superare la tempesta alleggerendo la nave dal suo carico.

Il nascondimento

Chi non si comporta in modo sensato è il nostro profeta. Persegue il suo tentativo di allontanarsi da Dio scendendo (yarad) nel punto più basso della nave, la sentina, e li si addormenta... Mentre intorno a sé c'è il finimondo.
Il lettore attento che possiede un po' di conoscenza della Bibbia, soprattutto se prega i salmi, si rende subito conto che questo comportamento di Giona è incomprensibile. Infatti non può non venirgli in mente il Salmo 139 nel suo insieme ed in particolare i seguenti versetti:

Sal 139,7 «Dove andare lontano dal tuo spirito, /dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell'aurora / per abitare all'estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano / e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: «Almeno l'oscurità mi copra / e intorno a me sia la notte»;
12 nemmeno le tenebre per te sono oscure, / e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce
».

E allora gli sorge spontaneo un giudizio sul nostro profeta del tipo: " Ma Giona, cosa ti salta in mente, lo sai bene che non puoi sottrarti a Dio perché Lui ovunque tu ti vada a nascondere prima o poi ti viene a riprendere? Anche se ti nascondi nel punto più basso e impensabile della nave Lui ti "becca" comunque".
E gli può nascere il sospetto che anche le ragioni di questa "fuga" siano puerili; nel complesso, un gesto irragionevole.

Il sonno profondo

Nella Bibbia sono presenti diverse tipologie di sonno; ne vediamo alcune significative.

C'è il sonno di Adamo che è una sorta di anestesia per potergli togliere la costola in modo indolore e così creare Eva e comunque mentre Dio opera l'uomo dorme.

Gn 2,18 «Poi JHWH Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. 21 Allora JHWH Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 JHWH Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. 23 Allora l'uomo disse: / «Questa volta essa / è carne dalla mia carne / e osso dalle mie ossa. / La si chiamerà donna (ishah) /  perché dall'uomo (ish)è stata tolta».

C'è il sonno, torpore, di Abramo che lo assale mentre Dio stipula con  lui e la sua discendenza l'Alleanza in cui l'unico ad impegnarsi è solo Dio stesso.

Gn 15,9 «Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione». 10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all'altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì. 13 Allora il JHWH disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. 14 Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. [...] 17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno JHWH concluse questa alleanza con Abram: «Alla tua discendenza / io do questo paese / al fiume d'Egitto / al grande fiume, il fiume Eufrate...»

C'è quello dei discepoli nel Getzemani (Mt 26,36 ss) che forse, dopo la Cena (ultima), erano un po' alticci e anche in questo caso  Gesù, il Figlio impegnato nella preghiera / lotta con il Padre resta del tutto solo. Per tre volte va chiedere ai suoi discepoli di pregare con lui, ma quelli si riaddormentavano subito di nuovo.
Anche in questo caso Dio agisce ma gli uomini sono assenti.

Però il sonno di Giona non è paragonabile a nessuno dei precedenti tipi di sonno.
Il suo sonno è piuttosto simile a quello di Elia che deluso del silenzio di Dio di fronte alla persecuzione che deve subire, decide di farla finita inoltrandosi nel deserto per un giorno intero senz'acqua e così il suicidio è assicurato.

1Re 19,3a «Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo.
4 Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra [ginepro]. Desideroso di morire, disse: «Troppo grande JHWH! [Cei: Ora basta, Signore!] Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra [ginepro]. Allora, ecco un messaggero [angelo] lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!»

(L'argomento è stato trattato nelle letture 9 e 10 del libretto di Elia.)
Per Elia quel sonno è anticipazione della morte desiderata, che però viene evitata dall'intervento di Dio.
 
Allora potremmo dire che anche per Giona la causa di questo sonno è il tentativo di allontanarsi da una realtà diventata per lui insopportabile: è un sonno anticamera della morte.

Anche lui non può vivere senza la relazione con il suo Dio e d'altra parte non lo può obbedire o non lo vuole obbedire.

E non ne sappiamo la ragione.

 

* Lettura 6    Giona 1,6-12 Il brusco risveglio

Gio 1,6 «E gli si avvicinò il capo dei marinai e gli disse. " Perché te ne stai a dormire? Alzati (qum) e grida (qarah) al tuo Dio, chissà che pensi in nostro favore e non periamo"».

Questo invito imperioso del capitano della nave dovette scuotere Giona dal profondo del suo torpore  perché è retto dagli stessi verbi usati dal comando di Dio nel v. 2 «Alzati ... e grida...». Un forte richiamo all'obbedienza della Parola di Dio... per di più fatta da un pagano!

Dobbiamo comunque osservare lo spirito religioso di questi marinai che non esitano a rivolgersi ai loro dèi perché la nave riesca a superare la tempesta.
In altre scritti biblici troveremmo recriminazioni contro "gli dèi falsi e bugiardi" e le relative forme idolatriche. Invece questo redattore sembra cogliere con simpatia le iniziative propiziatorie di queste persone. E ciò mette ancora più in evidenza l'atteggiamento distaccato e indifferente di Giona.

Ma l'iniziativa è ancora dell'equipaggio:

Gio 1,7 «Quindi dissero fra di loro: «Venite, gettiamo le sorti per sapere per colpa di chi ci è capitata questa sciagura». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. 8 Gli domandarono: «Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?». 9 Egli rispose: «Sono Ebreo e JHWH Dio del cielo io temo, il quale ha fatto il mare e la terra asciutta». 10 Quegli uomini furono presi da timore grande (gadol) e gli domandarono: «Che cosa hai fatto?». Quegli uomini infatti erano venuti a sapere che via dalla presenza di JHWH egli fuggiva, perché lo aveva raccontato loro. 11 Essi gli dissero: «Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?». Infatti il mare infuriava sempre più. 12 Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia».

Gettare la sorte o tirare a sorte
Gettare la sorte era un modo normale che gli antichi usavano per rapportarsi agli dèi e anche gli ebrei usavano lo stesso procedimento come risulta ad esempio Gs 7,16ss che abbiamo trattato nella lettura 6 del libretto di Elia.

Timore di Dio.
Non dobbiamo pensare che il timore di Dio così come lo intende Giona e la tradizione ebraico cristiana nel suo insieme, sia la "paura di Dio". Lo potremmo definire come: senso della preziosità delle cose che riguardano Dio. La mia relazione con Dio è per me così importante che non ne posso più fare a meno, essa vale più della mia vita.

Per renderlo con un'immagine, potremmo pensare alla relazione che hai con la tua morosa o il tuo moroso, diventata per te così importante che hai sempre il "timore" che una tua parola, un tuo gesto, una distrazione la possa rovinare, ferire, compromettere e allora sei sempre in trepidazione perché "temi" di perdere quella cosa così preziosa. Potremmo anche dire: quando senti parlare di "timore di Dio", guarda il Bambino di Betlemme.

Il "timore grande" che "prende" i marinai, questo sì potrebbe essere "paura di Dio" perché il repertorio corrente del manifestarsi delle divinità in quelle antiche culture è accompagnato da fulmini, terremoti, venti, tempeste ecc. attrezzi che gli dèi usano per sottomettere gli uomini alla loro volontà o, piuttosto, ai loro capricci. La tradizione della Grecia classica ci ha lungamente e approfonditamente istruito in merito a questi strumenti di persuasione.

Se è così allora possiamo comprendere meglio la situazione psicologica e affettiva di Giona che, grazie alla sua disubbidienza e alla sua fuga, ha sospeso o rotto la relazione con il suo Dio.
Il rimedio alla situazione è indicato da Giona stesso: "buttatemi a mare".
Se tra le ipotesi a riguardo della fuga di Giona avessimo posto quella della viltà, adesso ci renderemmo conto che Giona è tutt'altro che codardo: non esita a farsi buttare a mare per salvare la vita dei marinai.

Oppure è un altro tentativo, questa volta, definitivo per fuggire dalla presenza di Dio.

 

* Lettura 7    Giona 1,13-15           La fine della tempesta

Gio 1,13 «E cercarono quegli uomini di raggiungere la terra asciutta, ma non ci riuscirono, perché il mare andava facendosi tempestoso contro di loro. 14 E gridarono (qarah) verso JHWH e dissero: "Orsù dunque JHWH, che non periamo per la vita di quest'uomo e non imputarci sangue innocente, perché tu sei JHWH: hai agito come ti sei compiaciuto" 15 E sollevarono Giona e lo gettarono nel mare e il mare placò la sua furia 16 E quegli uomini temettero con grande (gadol) timore JHWH e offrirono sacrifici a JHWH e fecero voti».

Anzitutto dobbiamo osservare che i marinai si rifiutano di gettare Giona nel mare  e cercano con tutti i mezzi di raggiungere la riva. Questo conferma il fatto che viaggiassero sottocosta, il che tuttavia rende la navigazione più pericolosa in caso di tempesta.

La seconda osservazione a riguardo di questi marinai che mentre prima si rivolgevano al Dio di Giona con il nome generico di "Dio" (Elohim) ora lo chiamano con il suo nome: JHWH. Questo suggerisce una conversione, tant'è che lo pregano e gli offrono sacrifici.

Dobbiamo dire che questa "conversione", anche se involontariamente, è opera di Giona. Il quale non si è neanche sognato di proporre loro la fede nel suo Dio, ma ha semplicemente risposto al loro invito di dire chi fosse, da dove venisse e chi adorasse, come abbiamo visto nella lettura precedente.
Questo mostra come Dio anche contro la volontà del suo profeta realizza comunque il suo progetto: farsi conoscere in ogni luogo e in ogni situazione. Così Giona ha esercitato, senza volerlo, il suo mestiere di profeta.
È un modo molto eloquente, senza troppe chiacchiere, di rendere testimonianza.
Non possiamo non rilevare che l'essere gettato nel mare è un proseguimento del percorso di discesa verso il basso iniziato al v3 quando Giona «scese / yarad a Giaffa».

Al lettore attento viene senz'altro in mente una certa somiglianza  con il libro di Tobia all'inizio del quale Tobi, padre del protagonista Tobia, diventa cieco e rimane tale per ben nove capitoli. Tobi di non si lamenta mai per la perdita della vista perché così gli viene risparmiato di vedere tutte le iniquità che accadono attorno a sé.

Similmente Giona preferisce l'oscurità delle profondità marine piuttosto che rimanere alla luce del sole sotto lo sguardo di Dio, che non riesce più a sostenere.

 

* Lettura 8    Giona 1,1-15 Intermezzo

            La riflessione  sul libro di Giona risulterebbe alquanto sterile se non tenesse conto della ricezione che nel corso del tempo ha avuto sia nel mondo ebraico che in quello cristiano.
Tuttavia teniamo sempre separata l'analisi esegetica, che deve restare rigorosamente fedele al testo, dalla sua attualizzazione spirituale e omiletica attente anche  alla realtà religiosa, politica, culturale, storica in cui viene letto.
Leggerlo, ad esempio, al tempo della rivolta dei Maccabei nel II° secolo a. C. o in un villaggio tedesco al tempo di Hitler, sicuramente produrrebbe risonanze notevolmente diverse. E questo vale per tutti i libri della Bibbia.

Ecco cosa dicono alcuni saggi di Israele:
            «Anche gli scritti biblici hanno parlato a epoche successive. Ossia, non c'è solo la Bibbia: c'è anche una storia della recezione della Bibbia» (J. Petuchowskj)
            «La Scrittura ha sempre molteplici significati perché la Parola di Dio è come un martello che frantuma la roccia; da esso scaturiscono molteplici schegge, ovvero molteplici "sensi"» (Rabbi Aqiba').
            «E ogni parola che, sul Sinai, usciva dalla bocca del Signore si divideva in settanta lingue» (Rab Shabbath).
Immagine che ritroviamo negli Atti per descrivere la Pentecoste come Spirito che scende come molte lingue di fuoco e consente a Pietro di parlare contemporaneamente a persone provenienti da diverse nazioni ed essere comprese da ciascuno nella propria lingua (At 2,5ss).

            Ovviamente non possiamo passare in rassegna tutte le comprensioni che il nostro libro ha avuto nel corso del tempo per cui accenneremo soltanto ad alcune che possono risultare, in qualche modo, utili anche a noi.
            Ora, la cosa più rilevante che colpisce l'ebreo devoto è che il profeta disobbediente dicendo semplicemente chi è il suo Dio, certo, nello scenario della tempesta, salva e soprattutto, produce la conversione dei marinai, i quali offrono sacrifici e voti a JHWH.

I commenti ebraici si dividono circa il luogo in cui il sacrificio è avvenuto: ancora sulla nave per alcuni, appena guadagnata la riva per altri.
            Ad esempio, Rabbi Eliezer entra nei dettagli di questo sacrificio. Se si sono convertiti a JHWH allora devono essere stati circoncisi, quindi il sacrificio è fatto con il sangue della circoncisione. In questo modo il rabbino sottolinea ai suoi uditore il valore e l'importanza della circoncisione che li rende figli di Abramo.
            San Girolamo (347-420), grande Padre della chiesa latina, autore della prima traduzione in latino di tutta la Bibbia, mette in luce come Giona, disobbediente e fuggitivo, salva dal mare infuriato e converte quei i marinai, mentre tutti i profeti che hanno predicato in Israele hanno sempre trovato orecchi tappati e per di più la maggior parte di loro ha fatto una brutta fine.
Girolamo è tifoso di Giona e sembra interpretare il testo in chiave antiebraica; al lettore verificare se questa interpretazione del nostro libro è corretta.
            Diversi maestri di Israele sostengono che Giona non fugge per paura ma, per amore del suo popolo. Infatti se egli si recasse dai gentili ed essi si convertissero, l'ira di Dio si riverserebbe su Israele perché essendo «un popolo di dura cervice» (Es 32,9) rimarrebbe sempre sordo alla parola profetica e alla conversione.

            Così ci rendiamo conto che il nostro testo mette in campo il rapporto tra credenti e non credenti, tra ebrei e gentili, tra cristiani e pagani.

E questo è un altro cespite di significati che devono essere esplorati.

 

* Lettura 9    Giona 2,1-3   Nel ventre del pesce/pescia

 Gion 2:1 E dispose JHWH che un pesce grande (dag gadol) inghiottisse Giona;. E fu Giona nel ventre della pesce tre giorni e tre notti. 2 E pregò Giona a JHWH suo Dio dalle viscere della pescia (dagah).

Il capitolo 2 è ben delimitato dal riferimento al pesce. In v 1 parla del pesce che ritorna in v11.

v11 «Ordinò JHWH al pesce e vomitò Giona sulla terra asciutta».

Dobbiamo tenere presente che gli antichi  non avevano segni di interpunzione, non lasciavano spazi tra un parola e l'altra, non ti titolavano i capitoli però riuscivano comunque a strutturare i testi per mezzo di parole chiave che costituivano una sorta di filo rosso che percorreva tutto il testo. Purtroppo queste parole nelle nostre traduzioni vengono eliminate perché abbiamo la fobia per le ripetizioni.
I capitoli possono essere contraddistinti, oltre che dal senso della narrazione, anche dal congegno dell'inclusione: una parola o più parole che si rimandano a vicenda all'inizio e alla fine. Nel nostro caso è la parola pesce e quanto ad esso si riferisce.

Ora, se il rimando al "grande pesce" apre e chiude il capitolo, al centro c'è la preghiera di Giona. Ma forse sarebbe più corretto dire:  "la conversione" di Giona.
Ovviamente costituisce un problema il fatto che all'inizio e alla fine il pesce è maschile mentre nel v2 è femminile. È improbabile che si tratte dell'errore di un copista perché la grafia, come abbiamo riportato nella translitterazione dall'ebraico, è alquanto diversa. Allora bisogna cercare di capire cosa intendeva l'agiografo usando il genere femminile.

Non stiamo ad indagare le conoscenze ittiche degli antichi ebrei, ma certamente conoscevano che ci fosse differenza tra pesci maschi e femmine perché quando pulivano il pescato risultava chiaramente anche loro che c'erano quelli con le uova e quelli senza. Noi sappiamo che esistono pesci che depositano le uova che il maschio provvede a fecondare, altri nei quali la femmina fecondata partorisce i piccoli. Inoltre dobbiamo aggiungere che nel mare abitano pesci che sono mammiferi: partoriscono i piccoli e le allattano: delfini, foche, ecc., quindi dotati di utero.
Forse per questo la Bibbia greca cosiddetta LXX dice che quel pesce era una "balena"... e Pinocchio non c'entra anche se la rassomiglianza...

Allora un grande pesce che dispone di un utero, un  grembo che può generare una vita. E infatti il nostro profeta dopo questa esperienza avrà una vita nuova...

Ma solo fino ad un certo punto!

 

 * Lettura 10             Giona 2,2-3   La preghiera di Giona. Un primo sguardo

 Giona 2,2 «Dal ventre della pescia Giona pregò JHWH suo Dio 3 e disse:
«Nella mia angoscia ho gridato a JHWH / ed egli mi ha risposto;
dallo Sheol (profondo degli inferi) ho gridato / e tu hai ascoltato la mia voce.

4 Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare / e un torrente mi ha circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde / su di me passavano.

5 E dicevo: Sono gettato / lontano dai tuoi occhi;/ ma continuerò a guardare / verso il tuo santo tempio.
6 L'acqua sopra di me mi toglieva il respiro, / l'abisso mi avvolgeva, i giunchi avvinghiavano il mio capo.
7 Sono disceso yarad alle radici dei monti, / la terra ha chiuso le sue sbarre / su di me per sempre, / Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, JHWH mio Dio.
8 Quando mi mancava il respiro, /  mi sono ricordato di JHWH.
La mia preghiera è giunta fino a te, / nel tuo santo tempio.

9 Coloro che si rivolgono ad idoli vani /  hanno abbandonano la loro hesed (amore/grazia).
10 Ma io con voce di lode offrirò a te il sacrificio / adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza appartiene a JHWH
».
11 E JHWH comandò al pesce ed esso vomitò Giona sull'asciutto».

La preghiera di Giona è composta di parti tratti da diversi salmi quasi ad indicare che abbia percorso tutto il salterio. Ne riportiamo alcuni mostrandone i rimandi versetto per versetto attraverso il segno =>.

v2 => Sal 18,7 Nel mio affanno invocai JHWH  / nell'angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce, /al suo orecchio pervenne il mio grido.
Sal 120,1Nella mia angoscia ho gridato a JHWH / ed egli mi ha risposto.
Sal 130,1Dal profondo a te grido, o JHWH;  / 2 JHWH, ascolta la mia voce.

v3 =>  Lam 3:1 Io sono l'uomo che ha provato la miseria / sotto la sferza dell'ira di Dio.
2 Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare / nelle tenebre e non nella luce.
3
Solo contro di me egli ha volto e rivolto / la sua mano tutto il giorno.
4
Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle, / ha rotto le mie ossa.
5
Ha costruito sopra di me, mi ha circondato / di veleno e di affanno.
6
Mi ha fatto abitare in luoghi tenebrosi / come i morti da lungo tempo.
Sal 31, 23 Io dicevo nel mio sgomento: / «Sono escluso dalla tua presenza».
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera / quando a te gridavo aiuto.

Sal 42,8 Un abisso chiama l'abisso al fragore delle tue cascate; / tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati.

v4 =>  Sal 18,5 Mi circondavano flutti di morte, / mi travolgevano torrenti impetuosi;
6 già mi avvolgevano i lacci degli inferi, / già mi stringevano agguati mortali.

v6 => Sal 18,5 Mi circondavano flutti di morte, / mi travolgevano torrenti impetuosi;
6 già mi avvolgevano i lacci degli inferi, / già mi stringevano agguati mortali.
Sal 69,2 Salvami, o Dio: /l'acqua mi giunge alla gola.
3 Affondo nel fango e non ho sostegno; / sono caduto in acque profonde / e l'onda mi travolge.

v7 => Sal 30,4 JHWH, mi hai fatto risalire dagli inferi, / mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba.
Sal 130,3 Se consideri le colpe, JHWH, / JHWH, chi potrà sussistere?
4 Ma presso di te è il perdono: / e avremo il tuo timore.

v8 => Sal 5,8 Ma io per la tua grande misericordia / entrerò nella tua casa;
mi prostrerò con timore / nel tuo santo tempio.

Sal 18,7 Nel mio affanno invocai JHWH, / nell'angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce, / al suo orecchio pervenne il mio grido.

Sal 142,4 Mentre il mio spirito vien meno, / tu conosci la mia via.
Nel sentiero dove cammino / mi hanno teso un laccio.

Sal 143,4 In me languisce il mio spirito, / si agghiaccia il mio cuore.

v9 => Sal 32,7 Tu detesti chi serve idoli falsi, / ma io ho fede nel Signore.

v10 => Sal 41,5 Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: / attraverso la folla avanzavo tra i primi / fino alla casa di Dio, / in mezzo ai canti di gioia / di una moltitudine in festa.

Se in prima battuta possiamo affermare che Giona abbia passato in rassegna tutto il salterio in realtà la sua preghiera è piuttosto un salmo di ringraziamento.
Allora ci possiamo chiedere quali sono le ragioni che Giona può avere per esprimere un salmo di ringraziamento. Egli si trova nel ventre del pesce e non alcuna idea di come la vicenda possa concludersi.
Possiamo tentare di spiegarlo riassumendo la sua vicenda. Ricevuto da Dio l'ordine di recarsi a Ninive e non volendo assolutamente eseguirlo, si allontana da Israele per porre la più grande distanza possibile tra sé e JHWH.

E una chiara rottura della relazione, relazione alla quale lui tiene più della sua stessa vita, tanto che durante la tempesta, non esita a dire a marinai di essere lui il colpevole e chiede loro di essere gettato a mare perché, abbiamo detto, preferisce morire che vivere fuori dalla comunione con Dio. E qui finisce nelle fauci del pesce. Il quale non lo stritola, non lo divora, lo serba in grembo come una madre fa con il suo bambino.
In tutto questo egli non può fare a meno di riconoscere che è tutta opera di Dio. Così Giona scopre che malgrado le sue intenzioni la relazione con Dio che egli aveva rotto è ripristinata perché Dio non è disposto a rompere con il suo profeta. Perché è il "sempre fedele". Tu puoi rompere con Lui, ma lui non ti molla!

Avviene qui ciò che era già accaduto con il primo uomo.
Dopo che Adamo ed Eva hanno mangiato del frutto dell'albero nel giardino di Eden, si nascondono, ma poiché  l'unico che poteva vederli era soltanto Dio, essi si nascondono da Dio. Anche in questo caso è giocata la rottura della comunione, relazione con Lui.
Ma Dio non disposto a lasciar naufragare il suo progetto e così va alla ricerca delle sue creature:  

Gn 3,8 «Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Allora anche per Giona  possiamo affermare che il ringraziamento dipende dall'avere ritrovata la comunione con il suo Dio. E non per merito suo, ma di Dio stesso.

E questo, a dir poco, è grandioso!

 

* Lettura 11              Giona 2,2-3   La preghiera di Giona. Uno sguardo puntuale

Cerchiamo ora di eseguire un riflessione puntuale di ogni versetto 

 Giona 2:1 «E dispose JHWH che un pesce grande (dag  gadol) inghiottisse Giona;. E fu Giona nel ventre della pesce tre giorni e tre notti. 2 «Dal ventre della pescia Giona pregò JHWH suo Dio
3 e disse:«Nella mia angoscia ho gridato a JHWH / ed egli mi ha risposto;
dal ventre dallo Sheol (inferi) ho gridato / e tu hai ascoltato la mia voce.

4 Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare / e un torrente mi ha circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde / su di me passavano.

5 E dicevo: Sono gettato / lontano dai tuoi occhi;/ ma continuerò a guardare / verso il tuo santo tempio.
6 L'acqua sopra di me mi toglieva il respiro,
il tehom /abisso mi avvolgeva, i giunchi avvinghiavano il mio capo.

7 Sono disceso yarad alle radici dei monti, / la terra ha chiuso le sue sbarre / su di me per sempre,/ Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, JHWH mio Dio.
8 Quando mi mancava il respiro, /  mi sono ricordato di JHWH.
La mia preghiera è giunta fino a te, / nel tuo santo tempio.

9 Coloro che si rivolgono ad idoli vani /  hanno abbandonano la loro hesed (amore/grazia).
10 Ma io con voce di lode offrirò a te il sacrificio / adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza appartiene a JHWH».

11 E JHWH comandò al pesce ed esso vomitò Giona sull'asciutto».

Tre giorni e tre notti

v2 - "Tre giorni e tre notti" non indicano un tempo cronologico perché hanno valenza simbolica; indicano il tempo necessario perché si compia un'azione di salvezza. Ad esempio:

Os 6:1 «Venite, ritorniamo al Signore: / egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. / Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. 2 Dopo due giorni ci ridarà la vita / e il terzo ci farà rialzare / e noi vivremo alla sua presenza».

I tre giorni di grazia riguardano anche Gesù che dopo te giorni nel sepolcro rinasce come creatura nuova: il primo dei risorti per sempre.
Allora anche per Giona ci si deve attendere un cambiamento radicale che può avvenire durante questo tempo di grazia, infatti per la prima volta dall'inizio del testo egli si rivolge al suo Dio.

Ora, il fatto che la preghiera di Giona rimandi a parti di tanti salmi, come detto nella lettura precedente, non vuol dire che essa sia un'accozzaglia di parti forzatamente assiemate, per intenderci, un mucchio incoerente, ma piuttosto un mosaico che costituisce una struttura con un suo valore originale.
Infatti gli studiosi collocano Giona tra i grandi oranti della Bibbia; come Mosè che con la sua preghiera di intercessione riesce a convincere Dio a non abbandonare Israele, il popolo che ai piedi del monte Sinai si era fabbricato il vitello d'oro (Es 32 che raccomandiamo di leggere).

Oppure come Abramo che con un'insistenza tipicamente orientale intercede perché Dio non "rovesci" (distrugga) Sodoma e Gomorra, le due città peccatrici (Gen 18 che raccomandiamo di leggere).

Ancora non possiamo dimenticare Anna, la donna sterile, la cui insistente preghiera costituita soprattutto di singhiozzi le procura l'accusa di ubriachezza (1Sam 1,9-18 che raccomandiamo di leggere).

Nell' insieme di questa preghiera di Giona non possiamo perdere un rimando che evidenzia la situazione psicologica di Giona che nel v 9 aveva detto ai marinai: «... io temo JHWH che ha fatto il mare e la terra asciutta...», però quella era una semplice professione di fede, ma adesso egli ha sperimentato o sta facendo esperienza effettiva che "JHWH è il signore del mare".

Chi grida a chi?
v3a «nella mia angoscia ho gridato / qarah a JHWH...»
Il nostro libro era iniziato con 1,2 «Alzati a va' a Ninive la grande città e grida / qarah contro di essa...».
Cioè, Giona che doveva gridare contro Ninive ora si trova a dover gridare a JHWH perché lo tiri fuori dal disastro in cui si è cacciato.

Se è così, allora la fuga di Giona, come quella di Elia (Letture ???) diventa l'occasione per un nuovo incontro con Dio e una nuova conoscenza di Lui.
Ma non è che anche il lettore è chiamato a rinnovare il suo rapporto con JHWH?
C'erano già stati i marinai che si erano convertiti: non è che ci sia anche qualcun altro chiamato a convertirsi?
Certo, i niniviti, ma forse...
Giona, come abbiamo visto, non era stato capace di vivere la sua vocazione e là non c'è stata una sola parola rivolta a JHWH... almeno un tentativo di protesta... perché anche la protesta può essere una forma di preghiera e, invece... nulla... solo un ostinato mutismo.

Allora, la preghiera è mezzo indispensabile per vivere la propria vocazione? (vocazione che non ha da essere necessariamente religiosa).

Nelle due seconde parti degli emistichi di v3 appare il tema dell'ascolto / risposta:
v3b: «... ed Egli mi ha risposto...»   v3c «... e Tu ha ascoltato la mia voce...»
Colui che fuggiva lo sguardo di Dio ora è contento che "egli abbia ascoltato la sua voce".
E felice di essere reso "degno d'essere ammesso alla sua presenza"; quella presenza che prima non sopportava più.

Lo Sheol e l'abisso.
In questo versetto si parla anche del «ventre dello Sheol».

Lo Sheol era il luogo in cui risiedevano i morti che la LXX traduce con il greco "Ade" e in altre versioni con "inferi", che però non corrisponde con il nostro "inferno", perché nello Sheol in esso vi sono sia buoni che cattivi e comunque il suo significato non è univoco perché nel corso del tempo è stato oggetto di differenti comprensioni.
Lo specificativo "ventre" è un evidente richiamo all'utero materno ed è un ulteriore rimando al simbolo della gravidanza e della rinascita.

Si conclude qui il movimento di discesa verso il basso.
Già lo Sheol si trova nelle profondità della terra.
v4 tratta di un abisso che si chiama "zulah", termine che indica una profondità senza fine.
v6 richiama ancora l'abisso con il termine ebraico "tehom" che sarebbe il nome dell'abisso, dal significato molto oscuro, esistente prima della creazione.

Gen 1:1 «In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso / tehom e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque».

Con il termine tehom Giona richiama la situazione del caos primordiale: un ritorno alle origini in chiave cosmologica.

v7 «... sono sceso / yarad alle radici dei monti».
E qui proprio nel punto più basso inizia il  movimento di risalita, che però è opera di Dio, e infatti v7b recita: «ma Tu hai fatto risalire dalla fossa (tomba?) la mia vita».
Se è così, allora possiamo dire che la crisi di Giona non riguarda esclusivamente la dimensione religiosa, ma diventa antropologica e addirittura cosmica.

Ricordiamo che secondo Kant, l'idea di mondo, di io e di Dio sono "idee regolative", cioè realtà rispetto le quali la sensibilità è cieca.
Ma proprio perché idee regolative, se l'uomo va in crisi sono compromessi i suoi rapporti con se stesso, con Dio e con il mondo.
Usando termine recenti potremmo parlare di perdita dell'orizzonte simbolico di riferimento, dentro il quale o in riferimento al quale si muove tutta la nostra vita.

Potremmo anche usare le parole di Agostino che troviamo nel X libro delle Confessioni; rivolgendosi a Dio dice: «Tu eri presso di me, ma io mi ero allontanato da me e non trovavo né me né Te».

Quindi una crisi veramente profonda iniziata dalla rottura del legame con Dio.

Ma il redattore del nostro libro, sta parlando di Giona o di ogni uomo?

 

* Lettura 12              Giona 2,1-11 La preghiera di Giona. Uno ultimo sguardo

Dobbiamo ancora cercare di capire cosa ha cambiato l'atteggiamento di Giona verso Dio.
Ci può aiutare il Sal 73che per molti versi richiama la vicenda del nostro profeta

Sal 73,1 «Quanto è buono Dio con i giusti, / con gli uomini dal cuore puro!
2 Per poco non inciampavano i miei piedi, / per un nulla vacillavano i miei passi,
3 perché ho invidiato i prepotenti,/ vedendo la prosperità dei malvagi.
4 Non c'è sofferenza per essi,/ sano e pasciuto è il loro corpo.
5 Non conoscono l'affanno dei mortali / e non sono colpiti come gli altri uomini.
6 Dell'orgoglio si fanno una collana / e la violenza è il loro vestito.
7 Esce l'iniquità dal loro grasso, /dal loro cuore traboccano pensieri malvagi.
8 Scherniscono e parlano con malizia, / minacciano dall'alto con prepotenza.
9 Levano la loro bocca fino al cielo / e la loro lingua percorre la terra.
10 Perciò seggono in alto, / non li raggiunge la piena delle acque.
11 Dicono: «Come può saperlo Dio? / C'è forse conoscenza nell'Altissimo?».
12 Ecco, questi sono gli empi: / sempre tranquilli, ammassano ricchezze.
13 Invano dunque ho conservato puro il mio cuore / e ho lavato nell'innocenza le mie mani,
14 poiché sono colpito tutto il giorno, / e la mia pena si rinnova ogni mattina.
15 Se avessi detto: «Parlerò come loro», / avrei tradito la generazione dei tuoi figli.
16 Riflettevo per comprendere: / ma fu arduo agli occhi miei,
17 finché non entrai nelle Tue stanze  / e compresi qual è la loro fine.
18 Ecco, li poni in luoghi scivolosi, / li fai precipitare in rovina.
19 Come sono distrutti in un istante, / sono finiti, periscono di spavento!
20 Come un sogno al risveglio, Signore, / quando sorgi, fai svanire la loro immagine.
21 Quando si agitava il mio cuore / e nell'intimo mi tormentavo,
22 io ero stolto e non capivo, / davanti a te stavo come una bestia.
23 Ma io sono con te sempre: / tu mi hai preso per la mano destra.
24 Mi guiderai con il tuo consiglio / e poi mi accoglierai nella tua gloria.
25 Chi altri avrò per me in cielo? / Fuori di te nulla bramo sulla terra.
26 Vengono meno la mia carne e il mio cuore; / ma la roccia del mio cuore è Dio, 
è Dio la mia sorte per sempre.

27 Ecco, perirà chi da te si allontana, / tu distruggi chiunque ti è infedele.
28 Il mio bene è stare vicino a Dio: / nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, / per narrare tutte le tue opere / presso le porte della città di Sion».

Un breve commento per correlarlo al nostro testo.
v4 - 6 viene descritto il comportamento dei malvagi che in tutte le loro opere hanno successo e questo mette in crisi la teologia della retribuzione  che teorizza l'ottenimento del bene per le persone rette e il male per i malvagi.
Tanto che l'orante v2-3 non è più sicuro della sua fede in Dio.
Infatti all'orante, il giusto, gli vanno tutte storte.

Il punto di svolta è v17 "finché entrai nelle Tue stanze".
Tutto il resto v18 -28 è la descrizione del suo ritrovato rapporto con Dio che è la cosa che più conta... non la teologia della retribuzione.

Ricordiamo che già il libro di Giobbe è una lunga dissertazione tesa a mostrare che la teologia della retribuzione non funziona. Per non parlare di Gesù che ammonisce, Mt 5,44:

« Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste,che fa  sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti ».

Ora, la svolta del v17 «Allora sono entrato nelle Tue stanze...» dice una cosa molto importante.
Se si immagina il palazzo di un re, ci sono i saloni nei quali si ricevono i parenti, gli amici, i funzionari di corte, ecc. mentre le stanze costituiscono la zona privata, il luogo dell'intimità del signore, dove vivono la moglie, i figli.
Nel nostro caso "entrare nelle Tue stanze" significa: cercare intimità con Dio.
Essere ammesso nelle stanze vuol dire uno stretto rapporto di amicizia con Dio.

Ora, in questo salmo la ricerca di intimità con Dio è opera della ricerca dell'orante, mentre nel caso di Giona è opera di Dio.
È Lui che ha provocato la tempesta, è Lui che ha fatto sì che Giona fosse gettato in mare ed è ancora Lui che lo ha fatto ingoiare da una "grande pescia" isolandolo dal resto del mondo.

Dopo tutti questi eventi, nella più assoluta solitudine, anche Giona è "costretto" ad "entrare nelle stanze di Dio".

 

* Lettura 13              Giona 2,1-11 La recezione dell'avventura  nel ventre della pescia

Il "soggiorno" di Giona nel ventre della "pescia" è stato ed è tuttora oggetto di continue riflessioni sia da parte della tradizione ebraica che di quella cristiana.

La recezione cristiana

Riportiamo integralmente il testo di Matteo a tal riguardo.

Mt 12,38 Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose: 39 «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40 Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41 Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona! 42 La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!

A ben vedere i segni profetizzati da Gesù sono due:
1- La sua morte e la sua risurrezione dopo avere "soggiornato" per tre giorni nello Sheol o regno dei morti o inferi.
2- La conversione dei pagani che avverrà in particolare a partire da Paolo e per contro il rifiuto da parte dell'ebraismo ufficiale. È quello che accadrà a Ninive come vedremo nelle prossime letture.

La recezione ebraica
Anzitutto dobbiamo ricordare che la lettura del libro di Giona fa parte della liturgia ufficiale della celebrazione dello Yom Kippur, cioè il giorno dell'espiazione annuale, forse la festa più importante del calendario ebraico.

Così abbiamo diverse letture fatte da famosi maestri a commento di questi tre giorni nel ventre della pescia e ne riportiamo una breve sintesi.

Dal ventre della pescia Giona, attraverso gli occhi dell'animale si volge verso Gerusalemme come fa ogni pio ebreo che quando prega deve volgersi vostro il Tempio, casa di Dio (Tb 3,10ss).
Così un maestro può dire che quel ventre e stato trasformato in una sinagoga illuminata dalla luce di una perla misteriosa.
Un altro aggiunge che ad un certo punto sia avvicina alla pescia il Leviatano, il grande mostro che abita le profondità degli abissi. Esso in solo boccone potrebbe ingoiare la pescia con dentro Giona.
Ma il profeta prontamente gli mostra il "sigillo di Abramo", visto il quale, il Leviatano fugge terrorizzato a "pinne" levate.
In questo modo i maestri d'Israele riescono a collegare tra loro Tempio, Sinagoga, circoncisione e preghiera: gli elementi fondamentali della loro religiosità.
E questo diventa uno splendido richiamo per ogni israelita, perché queste azioni di Giona sono per tutti coloro che vivono in condizioni "normali" e non nel ventre di un pesce, sono più facilmente attuabili.

Certo siamo di fronte a commenti fantastici, alquanto discosti da esegesi rigorose e, tuttavia capaci di alimentare il desiderio, esattamente come fanno i testi spirituali e mistici ebraici o cristiani.

Non dobbiamo dimenticare che l'uomo e fondamentalmente struttura desiderante e che quando il desiderio si ammala l'uomo muore, non riesce più a giocare le sue carte.
Psichiatri e psicologi la chiamano depressione, i maestri di spiritualità la chiamano aridità.
Come che sia in queste situazioni l'uomo sta male fino a morire.

Per questo dobbiamo sempre essere attenti a non spegnere il desiderio.

 

* Lettura 14              Giona 3,1-4   A Ninive

Gio 3,1«E fu la parola di JHWH a Giona una seconda volta per dire: 2 "Alzati a vai a Ninive la grande /gadol città e annuncia per essa il messaggio che sto per dirti". 3 E sia alzò Giona e andò a Ninive secondo la parola di JHWH. Ninive era una città molto grande agli occhi di Dio: ci volevano tre giorni a percorrerla tutta». 4 Giona cominciò a percorrere la città camminando per un giorno e annunciava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà rovesciata (Cei: "distrutta)».

1- Rileviamo che per la quarta volta si accenna a "Ninive la grande città". Il numero quattro ha valenza simbolica perché rappresenta i quattro elementi cosmici. Allora Ninive assume valenza universale: un universo dominato dal male e dalla violenza. Questo rimanda la memoria del lettore al mondo precedente il diluvio quando, appunto dominava la violenza perché il cuore degli uomini concepiva solo male:

Gn 6,5 «JHWH vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. 6 E JHWH si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7 Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato: con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore».

Allora anche il nostro testo vuol dire che tutto il pianeta è sotto il dominio del male come lo era prima del diluvio.
Se è così ci siamo dentro tutti come già dicevamo alla lettura 2. Così il libro di Giona ha destinazione universale.

2- Osserviamo: "Annuncia il messaggio che sto per darti..." ma il messaggio non viene espresso; è sufficiente l'invito a recarsi a Ninive perché Giona si alzi e ci vada: già conosce che cosa dovrà annunciare e non gli occorrono ulteriori specificazioni. È chiaro il rimando al primo capitolo che recitava: « Gio 1,2 "Alzati va’ a Ninive la grande città e proclama contro di essa che il loro male è salito fino a me».

E non ci sono tentennamenti o obiezioni da parte del nostro profeta; ora egli è cambiato: l'avventura nel ventre del pesce lo ha "convertito".

L'annuncio di Giona ai niniviti e stringatissimo: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà rovesciata". Più laconico di così si muore.
Manca la formula del messaggero: "Così dice il Signore" oppure "Oracolo di JHWH".
E non viene manifestato il motivo per cui la città sarà rovesciata.
Manca, da parte del profeta, il benché minimo tentativo di persuasione, di convincimento.
Pensiamo al fiume o alla valanga di parole che riversiamo sui nostri interlocutori quando vogliamo convincerli di qualcosa!

Qui invece, soltanto un misero: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà rovesciata».

Anche Gesù quando si rivolgerà ai pescatori di Galilea non si perderà in chiacchiere, ma userà un semplice. «"Vieni e seguimi"; e quelli lasciate le reti...»(Mt 4,19ss)

Forse potremmo pensare che Giona si limiti ad un messaggio così stringato perché lo fa controvoglia, ma non dobbiamo dimenticare cosa rischia e che probabilmente attribuendo la responsabilità della comunicazione a Colui che l'ha inviato godrebbe di una certa protezione. In realtà egli ci mette la faccia e gioca la partita in prima persona.

Giona è tutt'altro che codardo. È invece uno che ha fegato!

 

 * Lettura 15             Giona 3,1-4   Ninive come Sodoma

Gio 3,4 «Giona cominciò a percorrere la città camminando per un giorno e annunciava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà rovesciata/ hapak (Cei: distrutta)».

La corretta traduzione dell'annuncio di Giona ai niniviti è fondamentale se non si vogliono perdere i legami con altri passi biblici.
"Ninive sarà distrutta" allude semplicemente alla fine che hanno fatto molte città antiche, una più una meno...
Invece: «... Ninive sarà rovesciata / hapak richiama tutti i numerosi passi che nella Scrittura rimandano a Sodoma e Gomorra, le due città malvagie per eccellenza.
Passiamo in rassegna alcuni di questi collegamenti per tentare poi di comprendere l'atteggiamento di Giona verso Ninive.

Quando Sodoma sta per essere rovesciata i due angeli inviati da JHWH, cercano di convincere Lot, nipote di Abramo, a lasciare la città insieme ai famigliari. Arrivato ad un certo punto della fuga, Lot chiede di fermarsi in una città non troppo lontana, Zoar, perché non ce la fa più per la grande fatica. Riportiamo questa parte del dialogo:

Gn 19,21 «Rispose l'angelo: «Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non rovesciare / hapak (Cei: distruggere) la città di cui hai parlato. 22 Presto, fuggi là perché io non posso far nulla, cioè rovesciare Sodoma, finché tu non vi sia arrivato».

Alcuni versetti dopo viene narrata la distruzione delle due città e dell'intera vallata:

Gn 19,23 «Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, 24 e JHWH fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente da JHWH. 25 E rovesciò / hapak (Cei: distrusse) queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo».

A conclusione del racconto troviamo una sorta di riepilogo generale:

Gn 19,29 «Così, quando Dio rovesciò / hapak (Cei: distrusse) le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot al rovesciamento / hapak  Cei: catastrofe) mentre rovesciava / hapak  (Cei: distruggeva) le città nelle quali Lot aveva abitato».

Vi sono poi altri libri che richiamano il rovesciamento delle due città.

Il libro di Deuteronomio è costituito da cinque lunghi discorsi di Mosè al popolo che sta per entrare nella Terra Promessa. All'inizio del terzo discorso Mosè parla delle "benedizioni" che seguiranno alla "custodia /osservanza" dell'Alleanza e delle "maledizioni" che invece potranno seguire alla rottura della relazione con JHWH.

Riportiamo l'inizio delle maledizioni.

Dt 29,21 «Allora la generazione futura, i vostri figli che sorgeranno dopo di voi e lo straniero che verrà da una terra lontana, quando vedranno i flagelli di quel paese e le malattie che il Signore gli avrà inflitte: 22 tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura, non sarà seminato e non germoglierà, né erba di sorta vi crescerà, come dopo il rovesciamento / hapak (Cei: sconvolgimento) di Sòdoma, di Gomorra, di Adma e di Zeboim, rovesciate / hapak (Cei: distrutte) dalla Sua collera e dal Suo furore...»

Nel libro del Profeta Isaia abbiamo dei vaticini contro le nazioni e in quello rivolto a Babilonia troviamo questo passaggio:

Is 13,19 «Babilonia, perla dei regni, / splendore orgoglioso dei Caldei,
sarà come Sòdoma e Gomorra  rovesciate / hapak  (Cei: sconvolte) da Dio».

Il profeta Geremia  sconvolto e demoralizzato dall'insuccesso della sua predicazione e da tutte le angherie che ha subito, ad un certo punto si rivolge a Dio con una preghiera che certamente può scandalizzare tante persone pie, ma che mostra la sua grande fede in JHWH. Essa inizia con quel famoso: «Mi hai sedotto JHWH e io mi sono lasciato sedurre...»

Giunge fino a maledire il giorno della sua nascita e qui troviamo il passo che ci interessa:

Ger 20,15 «Maledetto l'uomo che portò la notizia / a mio padre, dicendo:
«Ti è nato un figlio maschio», colmandolo di gioia.
16 Quell'uomo sia come le città / che il Signore ha rovesciato / hapak (Cei: demolito) senza compassione».

Anche Geremia pronuncia una serie di oracoli contro le nazioni straniere. A riguarda di Edom dice:

Ger 49, 17 «Edom sarà oggetto di orrore; chiunque passerà lì vicino ne resterà attonito e fischierà davanti a tutte le sue piaghe. 18 Come nel rovesciamento / hapak (Cei: sconvolgimento) di Sòdoma e Gomorra e delle città vicine - dice JHWH - non vi abiterà più uomo né vi fisserà la propria dimora un figlio d'uomo».

Non è il caso di ricercare altri riferimenti e per tornare al nostro Giona possiamo affermare che nel pronunciare il suo: «... Ninive sarà rovesciata /hapak», si inserisce in un orizzonte di senso ben consolidato nella memoria del lettore del testo sacro.

In breve Ninive è destinata a fare la fine di Sodoma e Gomorra e diventare un'arida distesa di sale, come l'attuale Mar Morto.
Già, ma Giona da che parte sta?
Come pensa o spera che finirà la faccenda?
La laconicità del suo messaggio porta a pensare che non fa alcun sforzo che convinca i niniviti a cambiare vita.
Forse si attende o spera che scenda fuoco e zolfo dal cielo accompagnato da tutto l'armamentario degli dèi che sanno farsi rispettare.
D'altra parte "a questa crudele gentaglia" non è il caso di fare sconti.
Oppure sa già come andrà a finire e allora non ci mette neanche una briciola di entusiasmo.
Eppure per predicare "a quella gentaglia", come abbiamo già detto ci vuole molto fegato.

E il nostro lettore implicito resta inchiodato al testo che deve ancora interrogare... e anche interrogarsi.

 

* Lettura 16              Giona 3,5-10 La conversione

Se Sodoma è stata "ribaltata / hapak"  malgrado l'intercessione di Abramo allora il lettore avvertito si attende un esito analogo anche per Ninive e invece c'è l'effetto sorpresa.

Infatti dopo solo un giorno di cammino, quindi dopo che Giona ha percorso solo un terzo della città, accade l'imprevedibile: nella città malvagia per eccellenza avviene che:

Gio 3,5 «E credettero gli uomini di Ninive a Dio, indissero un digiuno e si vestirono di sacco dal più grande al più piccolo di loro.
6 La notizia arrivò al re di Ninive, il quale si alzò / qom  dal suo trono, si vestì di sacco e si sedette sulla cenere.
7 E proclamo in Ninive questo ordine: "Per decreto del re e dei suoi grandi /gadol dignitari, uomini e bestiame grosso (mandrie) e minuto (ovini) non mangino nulla e non bevano acqua  8 si vestano di sacco uomini e animali e gridino / qarah a Dio con forza. Ognuno si converta / ritorni /shub  dalla sua condotta malvagia e dalla violenza / hamas che è nelle sue mani. 9 Chissà che Dio si converta / ritorni / shub dalla sua ardente ira e noi non moriamo.
10 Vide Dio dalle loro opere che si erano si convertiti / ritornati / shub dalla loro via malvagia e si pentì / consolò / niham Dio del male che aveva detto di fare loro e non lo fece». 

1- In questa pericope il testo ebraico gioca sui termini.
Ritroviamo il verbo qom: alzare, alzarsi che abbiamo trovato più volte; qui è il re che si alza per poi abbassarsi, cioè accucciarsi nella cenere.
Troviamo ancora il verbo qarah: gridare tradotto con invocare, proclamare. All'inizio erano stati i marinai a "gridare" a alle loro divinità a causa della tempesta (lettura 5).

Ben più importante è il rimbalzo prodotto dal verbo shub: ritornare, tradotto con convertire, convertirsi, pentirsi mentre l'ebraico è molto più sintetico. Restiamo al significato più radicale: se il popolo ritorna dalla sua condotta malvagia anche Dio ritorna dalla sua ardente ira, così che quando Dio vede che sono effettivamente ritornati si pente... ma il verbo niham presenta qualche problema.  P. Rota Scalabrini suggerisce che debba tradursi con "consolare". Allora il senso sarebbe: la conversione del popolo consola Dio che si converte a non ribaltare la città.
Questo costituisce uno dei vertici della spiritualità biblica: l'idea che l'uomo nella sua pochezza e nella sua vicinanza al male sia in grado di consolare Dio.

2- Osserviamo che i niniviti «credettero in Dio» non in JHWH, mentre i marinai della nave dopo avere ascoltato l'autopresentazione di Giona: Gio 1,16 «E quegli uomini temettero con grande (gadol) timore JHWH e offrirono sacrifici a JHWH e fecero voti» (lettura 7).
Allora la conversione di Ninive non costituisce un riconoscimento del Dio d'Israele, di JHWH. Al nostro autore non interessa l'identità del Dio a cui niniviti credono, ma il fatto che abbiano abbandonato la via del male.
C'è una legge morale iscritta nel cuore di ogni uomo che l'annuncio di Giona ha fatto riemergere alla coscienza di questa gente. Quindi si tratta di una conversione morale.

3- L'iniziativa di questa grandiosa liturgia penitenziale è del popolo, non del re e dei suoi dignitari. Il re proclama un decreto che il popolo ha già messo in pratica.
Emerge così il tema delle responsabilità dei governanti circa il comportamento del popolo. C'è un inscindibile rimando tra comportamento del popolo e legislazione, per cui se le leggi sono buone anche il popolo condurrà una vita buona e viceversa.
Forse può fare sorridere che anche gli animali indossino il sacco, non possano bere né pascolare, ma il paradosso vuole mettere in luce la partecipazione generale e capillare di tutta la città al rito penitenziale.

4- La decisione presa dal popolo ha condizionato anche la decisione del re che avrebbe potuto decidere di evacuare la città e trasferire la popolazione altrove o magari salvare solo se stesso e la sua famiglia. L'iniziativa del popolo è così capace di salvare anche la città attraverso la celebrazione di questa grande liturgia penitenziale, i cui segni: vestirsi di sacco, digiunare, sedersi per terra nella polvere, ecc.  sono comuni a tutte le religioni dell'antico oriente e si trovano anche in diverse pagine della Bibbia.

5- L'idea che la preghiera e la penitenza dell'uomo cambi l'agire di Dio è ben presente nella Bibbia, ma impensabile per la filosofia e per altre religioni, come l'Islam. In genere si ritiene che quando le divinità abbiano deciso qualcosa, nulla può più cambiare tale decisione. Questa concezione era presente anche nella religione dell'antica Persia perciò anche a Ninive.

6- Ma questi niniviti si sono effettivamente convertiti? E quanto è durata la loro conversione?
Il testo è sibillino perché v10 dice che "Dio vide le loro opere" e Dio non si sbaglia nel valutare la situazione, ma un osservatore esterno cosa vede? E l'osservatore esterno e Giona. Il quale non sembra molto convinto.

Lui vive un situazione simile alla nostra: è facile credere alla conversione dei niniviti, ma sei disposto a credere che il tuo collega... o il tuo vicino di casa... o tuo figlio...?

 

 *  Lettura 17            Giona 3,5-10 La non conversione di Gerusalemme

Ora dobbiamo esaminare la reazione di Giona alla conversione dei niniviti, ma per fare questo dobbiamo renderci conto anzitutto del portato culturale che lo riguardava. E con lui anche gli ebrei, di ieri o di oggi, e tutti coloro che frequentano il testo sacro.

La conversione di Ninive e soprattutto del suo re non può fare a meno di richiamare alla mente un episodio analogo accaduto a Gerusalemme, ma con esito diametralmente opposto. Il fatto è accaduto alla vigilia della caduta della città santa al tempo del profeta Geremia. Siamo intorno al 590 a. C.

Ger 36:1 Nel quarto anno di Ioiakìm figlio di Giosia, re di Giuda, questa parola fu rivolta a Geremia da parte di JHWH: 2 «Prendi un rotolo da scrivere e scrivici tutte le cose che ti ho detto riguardo a Gerusalemme, a Giuda e a tutte le nazioni, da quando cominciai a parlarti dal tempo di Giosia fino ad oggi. 3 Forse quelli della casa di Giuda, sentendo tutto il male che mi propongo di fare loro, abbandoneranno ciascuno la sua condotta perversa e allora perdonerò le loro iniquità e i loro peccati».

Da parte di Dio c'è l'annuncio di una grande rovina che sta per abbattersi su Gerusalemme. Possiamo facilmente riconoscere che si tratta di un messaggio analogo a quello annunciato a Ninive da Giona.

Ger 36,4 Geremia chiamò Baruc figlio di Neria e Baruc scrisse, sotto la dettatura di Geremia, tutte le cose che il Signore gli aveva detto su un rotolo per scrivere. 5 Quindi Geremia ordinò a Baruc: «Io ne sono impedito e non posso andare nel tempio di JHWH. 6 Andrai dunque tu a leggere, nel rotolo che hai scritto sotto la mia dettatura, le parole di JHWH, facendole udire al popolo nel tempio del Signore in un giorno di digiuno; le leggerai anche ad alta voce a tutti quelli di Giuda che vengono dalle loro città. 7 Forse si umilieranno con suppliche dinanzi al Signore e abbandoneranno ciascuno la sua condotta perversa, perché grande è l'ira e il furore che il Signore ha espresso verso questo popolo».

Geremia spera nella conversione di Gerusalemme, ma non sembra sia la medesima speranza nutrita da Giona nei confronti di Ninive.

Ger 36,8 Baruc figlio di Neria fece quanto gli aveva comandato il profeta Geremia, leggendo sul rotolo le parole del Signore nel tempio.9 Nel quinto anno di Ioiakìm figlio di Giosia, re di Giuda, nel nono mese, fu indetto un digiuno davanti al Signore per tutto il popolo di Gerusalemme e per tutto il popolo che era venuto dalle città di Giuda a Gerusalemme. 10 Baruc dunque lesse nel libro facendo udire a tutto il popolo le parole di Geremia, nel tempio del Signore, nella stanza di Ghemarià, figlio di Safàn lo scriba, nel cortile superiore presso l'ingresso della Porta Nuova del tempio del Signore.

Come nel caso di Giona anche a Gerusalemme il messaggio di Dio è annunciato anzitutto al popolo e solo in seconda battuta raggiunge il sovrano e i dignitari di corte.

 Ger 36,11 Michea figlio di Ghemarià, figlio di Safàn, udite tutte le parole del Signore lette dal libro, 12 scese alla reggia nella stanza dello scriba; ed ecco là si trovavano in seduta tutti i capi dignitari: Elisamà lo scriba e Delaià figlio di Semaià, Elnatàn figlio di Acbòr, Ghemarià figlio di Safàn, e Sedecìa figlio di Anania, insieme con tutti i capi. 13 Michea riferì loro tutte le parole che aveva udite quando Baruc leggeva nel libro al popolo in ascolto.
14 Allora tutti i capi inviarono da Baruc Iudi figlio di Natania, figlio di Selemia, figlio dell'Etiope, per dirgli: «Prendi nelle mani il rotolo che leggevi ad alta voce al popolo e vieni».Baruc figlio di Neria prese il rotolo in mano e si recò da loro. 15 Ed essi gli dissero: «Siedi e leggi davanti a noi». Baruc lesse davanti a loro.
16 Allora, quando udirono tutte quelle parole, ebbero paura e si dissero l'un l'altro: «Dobbiamo senz'altro riferire al re tutte queste parole». 17 Poi interrogarono Baruc: «Dicci come hai fatto a scrivere tutte queste parole». 18 Baruc rispose: «Di sua bocca Geremia mi dettava tutte queste parole e io le scrivevo nel libro con l'inchiostro».
19 I capi dissero a Baruc: «Va' e nasconditi insieme con Geremia; nessuno sappia dove siete». 20 Essi poi si recarono dal re nell'appartamento interno, dopo aver riposto il rotolo nella stanza di Elisamà lo scriba, e riferirono al re tutte queste cose.
21 Allora il re mandò Iudi a prendere il rotolo. Iudi lo prese dalla stanza di Elisamà lo scriba e lo lesse davanti al re e a tutti i capi che stavano presso il re. 22 Il re sedeva nel palazzo d'inverno - si era al nono mese - con un braciere acceso davanti.
23 Ora, quando Iudi aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere, finché non fu distrutto l'intero rotolo nel fuoco che era sul braciere.

Si osservi con quale accanimento e rabbia il re distrugge il rotolo man mano che viene letto. Comportamento radicalmente opposto a quello del re di Ninive.

Ger 36,24 Il re e tutti i suoi ministri non tremarono né si strapparono le vesti all'udire tutte quelle cose. 25 Eppure Elnatàn, Delaià e Ghemarià avevano supplicato il re di non bruciare il rotolo, ma egli non diede loro ascolto. 26 Anzi ordinò a Ieracmeèl, un principe regale, a Seraià figlio di Azrièl e a Selemia figlio di Abdeèl, di arrestare Baruc lo scriba e il profeta Geremia, ma il Signore li aveva nascosti.
27 Questa parola del Signore fu rivolta a Geremia dopo che il re ebbe bruciato il rotolo con le parole che Baruc aveva scritte sotto la dettatura di Geremia: 28 Prendi di nuovo un rotolo e scrivici tutte le parole di prima, che erano nel primo rotolo bruciato da Ioiakìm re di Giuda. 29 Contro Ioiakìm re di Giuda dichiarerai: «Dice il Signore: Hai bruciato quel rotolo, dicendo: Perché vi hai scritto queste parole: Certo verrà il re di Babilonia e devasterà questo paese e farà scomparire da esso uomini e bestie? 30 Per questo dice il Signore contro Ioiakìm re di Giuda: Egli non avrà un erede sul trono di Davide; il suo cadavere sarà esposto al calore del giorno e al freddo della notte. 31 Io punirò lui, la sua discendenza e i suoi ministri per le loro iniquità e manderò su di loro, sugli abitanti di Gerusalemme e sugli uomini di Giuda, tutto il male che ho minacciato, senza che mi abbiano dato ascolto».

A Ninive, come abbiamo visto, c'è stata una liturgia penitenziale che ha coinvolto persino gli animali, a Gerusalemme nessuno ha messo in pratica il minimo gesto di pentimento e di conversione.

Ger 36,32 Geremia prese un altro rotolo e lo consegnò a Baruc figlio di Neria, lo scriba, il quale vi scrisse, sotto la dettatura di Geremia, tutte le parole del libro che Ioiakìm re di Giuda aveva bruciato nel fuoco; inoltre vi furono aggiunte molte parole simili a quelle.

Il comportamenti del re di Giuda e del re di Ninive sono completamente diversi. E dovremmo tenere presente che i giudei erano discendenti di Abramo, il popolo dell'Alleanza; il re era della stirpe di Davide, ma le sue orecchie, come quelle dei suoi ministri, erano tappate o addirittura ostili alle parole di Dio.
Potremmo individuare qualche attenuante per qualcuno quanto riguarda i dignitari della corte, ma alla fine la carica o la carriera hanno la meglio.

Qualche anno dopo 586/587 a. C. Gerusalemme cade nelle mani dei babilonesi che distruggono la città, radono al suolo il Tempio e così si avvera la parola rivelata da Dio a Geremia.

 

* Lettura 18              Giona                         Intermezzo: Il giorno dell'espiazione / Yom kippur 

Ci soffermiamo ancora sulla recezione del libro di Giona.

Risulta chiaro da queste ultime letture come il libro di Giona non sia destinato ai gentili, ai gojm, agli stranieri, ma agli israeliti.
Questi sono invitati ad interrogarsi sulla pronta conversione dei niniviti a fronte della "durezza di cuore" di se stessi, figli d'Israele.
Allora possiamo capire perché la liturgia ebraica inserisca il Libro di Giona nella celebrazione dello Yom Kippur, il giorno della conversione, del pentimento, dell'espiazione.

A differenza del cristianesimo che possiede il sacramento della riconciliazione o penitenza che può essere celebrato in ogni momento dell'anno, l'ebraismo ha il giorno dell'espiazione che si celebra in prossimità del capodanno ebraico, quindi una sola volta nel corso dell'anno.
Il rito è prescritto dal libro di Levitico in c 16 dopo che nei capitoli precedenti sono state esposte tutte le regole relative al puro e all'impuro.
Si tratta di un rito antichissimo, precedente l'episodio dell'Esodo, che comprende anche il sacrificio del "capro espiatorio". 

Lv 16,20 «Quando Aronne avrà finito l'aspersione per il santuario, per la tenda del convegno e per l'altare, farà accostare il capro espiatorio. 21 Aronne poserà le mani sul capo del capro espiatorio, confesserà sopra di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li riverserà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di ciò, lo manderà via nel deserto. 22 Quel capro, portandosi addosso tutte le loro iniquità in una regione solitaria, sarà lasciato andare nel deserto».

Il gesto di porre la mano sul capo dell'animale ha la funzione di trasferire la punizione per propri peccati dall'uomo al capro, che poi spinto nel deserto finirà per morire.
In quel giorno dovevano cessare tutte le attività in forma ancora più rigorosa che durante il sabato.

Lv 16, 29 «Questa sarà per voi una legge perenne: nel settimo mese, nel decimo giorno del mese, vi umilierete, vi asterrete da qualsiasi lavoro, sia colui che è nativo del paese, sia il forestiero che soggiorna in mezzo a voi. 30 Poiché in quel giorno si compirà il rito espiatorio per voi, al fine di purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al Signore. 31 Sarà per voi un sabato di riposo assoluto e voi vi umilierete; è una legge perenne».

Dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, nel 70 d. C., il rito è sopravvissuto in forma spirituale, senza più il sacrificio del capro.

Ancora oggi lo Yom Kippur costituisce il giorno più importante dell'anno liturgico ebraico. Gli ebrei si astengono dal lavoro e da qualunque attività che non sia quella della riflessione, della conversione e del pentimento.
In Israele è un giorno di vacanza, ma si deve evitare di usare automobili e altri mezzi di trasporto.
Anche gli ebrei italiani prendono una giornata di ferie per sospendere tutte le altre attività.

E questo richiama un aspetto fondamentale che attraversa tutto il libro di Giona, tanto per ebrei che per i cristiani: il tema della conversione e quello di una vita buona.

(Per altri dettagli circa lo yom kippur si può consultare Wikipedia).

 

* Lettura 19              Giona                         Intermezzo: Il segno di Giona  

Anche il cristianesimo riceve il libro di Giona e lo inserisce direttamente nel Nuovo Testamento che cita, appunto, "Il segno di Giona".
Esso è richiamato da Gesù stesso nel contesto in una diatriba con gli oppositori a proposito del tema dei segni e del giudizio.
La contestazione nasce in seguito alla guarigione di un indemoniato, cieco e muto.

Mt 12,22 In quel tempo gli fu portato un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. 23 E tutta la folla era sbalordita e diceva: «Non è forse costui il figlio di Davide?». 24 Ma i farisei, udendo questo, presero a dire: «Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni».

Questa parte costituisce l'antefatto: la guarigione da una grave malattia che affligge la vita di un essere umano non suscita gioia, ma porta a domandarsi: "Chi è Gesù"? sinteticamente espresso dall'alternativa: viene da Dio o da Satana? Quindi un giudizio sulla persona di Gesù.

Tralasciamo tutto lo sviluppo successivo e arriviamo alla parte che ci interessa, al segno.

Mt 12,38 Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose: 39 «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40 Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
41 Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona!
42 La regina del sud o Saba si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!

Spieghiamo cosa c'entra la regina di Saba.

1Re 10:1 La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne per metterlo alla prova con enigmi. 2 Venne in Gerusalemme con ricchezze molto grandi, con cammelli carichi di aromi, d'oro in grande quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli disse quanto aveva pensato. 3 Salomone rispose a tutte le sue domande, nessuna ve ne fu che non avesse risposta o che restasse insolubile per Salomone. 4 La regina di Saba, quando ebbe ammirato tutta la saggezza di Salomone, il palazzo che egli aveva costruito, 5 i cibi della sua tavola, gli alloggi dei suoi dignitari, l'attività dei suoi ministri, le loro divise, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza fiato.

La regina di Saba avendo sentito parlare della saggezza di Salomone, il re d'Israele, figlio di Davide, vuole verificare se questa fama e vera e si sobbarca la fatica di un viaggio lungo e pericoloso, perché veniva probabilmente dall'Etiopia,  per andare a Gerusalemme di persona.
Essa pone a Salomone degli enigmi e questo vuol dire che a sua volta è anch'essa molto saggia, ma dobbiamo dire che, tutto sommato, essa va a Gerusalemme per giudicare Salomone.
Questo dice che la verità non è qualcosa che raggiungi a buon mercato, magari guardando la televisione, ma è sempre oggetto di un lungo e faticoso cammino di ricerca.
Per questo anche la "pagana" regina di Saba che ha costatato e creduto alla sapienza di Salomone sarà chiamata a giudicare gli interlocutori di Gesù che non colgono la di Lui verità.  

Per Matteo il "segno di Giona" è costituito dalla permanenza del profeta per tre giorni nelle viscere del pesce ed essere poi vomitato sano e salvo sulla spiaggia. Allo stesso modo Gesù rimarrà tre giorni nel sepolcro e poi sarà risuscitato da morte. Quindi per gli interlocutori di Gesù non è un segno attuale perché si potrà cogliere solo nel futuro, cioè per quelli che verranno dopo la risurrezione. Adesso si tratta di decidere se colui che ha liberato un uomo dal male viene da Dio o da Satana.

Noi possiamo concentrare il senso di tutta l'attività di Gesù, nella risposta che egli diede agli inviati di Giovanni Battista:  Mt 11,5 « I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, 6 e beato colui che non si scandalizza di me». Allora gli interlocutori di Gesù sono per forza costretti ad esprimere un giudizio su di Lui decidendo se uscire dal dilemma con Gesù o contro Gesù.

Nel primo caso si avrà conversione nel secondo incredulità.

Ora, quelli di Ninive si sono convertiti semplicemente a fronte dello stringatissimo messaggio di Giona, così come la regina del Sud o Saba è rimasta "senza fiato" di fronte alla sapienza di Salomone. Essi allora diventano i termini di confronto grazie ai quali saranno giudicati gli interlocutori di Gesù.

Lc 11,29 Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. 30 Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione.
31 La regina del Sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui.
32 Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui.

Luca non considera "segno" il soggiorno nel ventre del pesce, ma radicalizza il segno dell'accoglienza della predicazione di Giona da parte dei niniviti.
Siamo di fronte al fatto che la buona notizia portata da Gesù non trova l'accoglienza da parte dei destinatari qualificati, ma solo dagli strati più umili del popolo eletto, nonché i pagani.

Allora sia il testo di Matteo che quello di Luca richiama il lettore alla necessità della conversione; cosa che non si risolve solo nell'adempimento di alcuni riti, ma che richiede un cambiamento più profondo: un'esistenza che abbia lo stesso stile della vita di Gesù.

 

 * Lettura 20             Giona 4,1-2   La seconda preghiera di Giona 

Il nostro libro si era aperto con il tema del male / rahah:

Gio 1,2 «Alzati e vai a Ninive la grande città e grida contro di essa che il loro male / rahah è giunto fino a me».

Nel capitolo precedente 3,8 le grida di Giona avevano guarito "la grande città dal loro male / rahah".
Il termine rahah nelle sue varie declinazioni era apparso più volte; dapprima è il re a chiedere ai niniviti di convertirsi dalla via di malvagia /rahah.
Poi è Dio che avendo visto che si erano convertiti dalla loro via malvagia o di male / rahah si pente del male /rahah che aveva deciso di fare loro.

1- Adesso è Giona che vedendo il pentimento di Dio che non ha "ribaltato" Ninive è afflitto da un "grande male" / gadol rahah" e per giunta si arrabbia con Dio, perché si sente punto nel vivo.

2- Così gli rivolge una preghiera ben diversa da quella del secondo capitolo formulata nel ventre del pesce, perché questa è una preghiera di protesta.

La Bibbia mostra che all'uomo di fede è consentito questa tipo di preghiera, in ebraico "rib": contestazione, giudizio. Infatti Dio non se la prende, anzi... vedremo più avanti.

Gio 4,1«Triste e afflitto Giona provando un grande male /rahah si arrabbiò.
2 E rivolse una preghiera a JHWH e disse: «JHWH non era questo che dicevo quando ero ancora nella mia terra? Perciò mi affrettai a fuggire verso Tarsis perché so che sei un Dio misericordioso / HANAN e compassionevole / RAHAM, lento all'ira e grande nell'amore/ HESED che ti penti riguardo al male/rahah».

3- Giona mostra di conoscere molto bene Dio perché con queste parole: HANAN, RAHAM, HESED  ha centrato perfettamente il cuore della rivelazione di JHWH a Mosè sul monte Sinai quando gli si rivelò elencando i suoi attributi, che diversi studiosi chiamano: "carta d'identità di Dio".

Una prima volta nel promettere a Mosè la teofania:

Es 33,19 «Io farò passare tutta la mia TOV (bontà, bene; Cei: splendore) davanti a te e pronuncerò davanti a te il nome JHWH. Farò HANAN / grazia a chi farò hanan e avrò RAHAM /pietà a chi farò raham ».

Una seconda volta durante la teofania stessa:

Es 34,5 Allora JHWH scese nella nube e stette là presso di lui e proclamò il nome JHWH.
6 E passò JHWH davanti a lui proclamando: «JHWH, JHWH, Dio RAHAM /misericordioso e HANAN/pietoso, lento all'ira e ricco di HESED/grazia e di EMET/ fedeltà 7 che conserva la sua HESED / favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».

Gli aggettivi usati sono di difficile traduzione perché sono intercambiabili tra loro. Per un esame più puntuale vedi lettura 57 e 58 del Libro di Esodo.

4- La preghiera di Giona prosegue:

3- «Ora, JHWH, ti prego toglimi la vita perché per me è meglio morire che vivere. 4 Ma rispose JHWH: ti sembra giusto essere così arrabbiato»?

Grosso modo si sta riproponendo la stessa situazione del profeta Elia quando pensò di essere stato abbandonato da Dio e si inoltra nel deserto per un giorno di cammino senz'acqua, metodo sicuro per garantirsi il suicidio (1 Re 19). Vedi Lettura 10 del Libro di Elia.
Quindi sia per Elia che per Giona una buona relazione con Dio è così importante da diventare questione di vita o di morte.

Ma cosa non funziona nel rapporto tra Dio e il nostro profeta?
Sì, certo, un eccesso di amore viscerale / raham di Dio verso le sue creature, ma arrabbiarsi per questo...
Così è giunto il momento di proporre quella risposta che spieghi il comportamento di Giona; risposta che stiamo inseguendo sin dall'inizio delle nostre letture: Giona esperimenta un profondo amore per Dio.
Giona è profondamente innamorato del suo Dio; il termine tecnico sarebbe: timore di Dio, che come abbiamo già detto, non è la paura di Dio, ma il timore di ferire, incrinare, rompere una relazione più importante della mia stessa vita, come quello che hai con il tuo moroso o la tua morosa.

Così Giona non tollera assolutamente che JHWH sia offeso.
Tanto più che a causa del suo raham / amore viscerale, Dio rinuncia a difendere il suo Nome.

JHWH non vuole difendere il suo Nome, il suo onore di fronte alle offese dell'uomo.

E questo ferisce Giona.
Proprio da questo amore per JHWH prende l'avvio tutta la vicenda: l'invio a Ninive e la fuga, il tentativo di suicidarsi facendosi gettare nel mare in burrasca, il ricupero fatto da Dio mediante il grosso pesce, l'esecuzione della missione e adesso...

Adesso i due partner sono uno di fronte all'altro: il profeta con il cuore a pezzi arrabbiato come una biscia e JHWH che lo deve ricuperare un'altra volta.

Ma forse è più facile convertire i niniviti che Giona! 

 

* Lettura 21 Gio 4,5-11   Ricino o compassione

Il nostro testo nella presente e precedente lettura evidenzia come Giona sia preso da una grande rabbia e fare ragionare un arrabbiato è molto difficile... anche per Dio.
Il tentativo messo in atto da Dio per "guarire" Giona dal suo male / rahah è una "parabola in azione".

La parabola generica è un racconto che porta l'uditore ad esprimere un giudizio che lo coinvolge, potremmo dire: un giudizio su di sé. La parabola in azione spinge l'interlocutore a fare un esperienza che lo riguarda o, addirittura, lo giudica.

4,5 E uscì Giona dalla città a oriente di essa. Si fece una capanna e se ne stette seduto all'ombra per vedere cosa sarebbe successo.
6 E predispose JHWH Dio che un qjqajon / ricino  crescesse sopra Giona e facesse ombra alla sua testa per liberarlo dal suo male / rahah. E Giona provò grande gioia per quel ricino.
7 Ma il giorno dopo allo spuntare dell'alba Dio  mandò un verme a rosicchiare il ricino che si seccò.
8 Ed ecco sorse il sole e quando divenne cocente Dio mandò l'afoso vento d'oriente. Il sole colpì la testa di  Giona che si sentì mancare augurandosi di morire e disse: «È meglio per me morire che vivere». 9 E disse Dio a Giona: «Ti sembra bene arrabbiarti così per il ricino?». Rispose: «È bene che mi arrabbiarti fino a morire!».
10 Replicò JHWH: «Tu hai compassione / hus di quel ricino per il quale non hai fatto alcuna fatica, che in una notte è spuntato e in una notte è morto 11 e io non dovrei avere compassione / hus di Ninive la grande / gadol città in cui vivono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la destra dalla sinistra e una grande /gadol quantità di animali?».

 Osserviamo la scena.

Compiuta la missione, Giona potrebbe tornarsene a casa, ma non soddisfatto, preferisce allontanarsi da Ninive restandone però in vista. Così comprendiamo che egli spera ancora che accada qualcosa che ai suoi difenda l'onore di Dio: un terremoto, una grandinata, magari un po' di zolfo dal cielo... 
Però in quel clima, la prima cosa da fare è cercarsi un po' d'ombra e quindi si fa una capanna.

Adesso il testo attira la nostra attenzione sul qjqajon. Non sappiamo quale fosse il vegetale che 2500 anni fa identificavano con quel nome; la Cei traduce: ricino, la Vulgata: zucca, altri: edera, ma in realtà la varietà agricola non ci interessa perché ciò che conta è la funzione svolta nel testo da quel qiqajon; chiamiamolo "ricino" per semplicità.
Ed è anche irrilevante che questo ricino faccia ombra perché il nostro profeta se l'era già assicurata mediante la capanna.
La verità del ricino sta tutta nella rapidità della sua crescita per cui è un segno di Dio. Un miracolo. Proprio come lo strano pesce che aveva salvato Giona dagli abissi del mare raccontato nel capitolo due.

Allora Giona scopre di essere ancora oggetto dell'attenzione di Dio. Dio si occupa o si preoccupa del suo profeta; e questo oltre a rassicurarlo gli procura una "grande gioia".
Ma Dio vuole farlo andare oltre; così abbiamo la morte del ricino e l'arrivo del vento caldo d'oriente. È noto che quando arriva in Israele può raggiungere facilmente i 50 gradi e letteralmente togliere il respiro.  

Così Giona torna al punto di partenza: ancora una volta "desidera morire".
Per il ricino o perché Dio non si interessa di lui?
In questo modo la riflessione è portata sul tema della compassione.

Ma il nostro redattore ci fa ancora una birichinata perché mette a confronto la compassione per le centoventimila persone e la compassione per il ricino.

Noi però dobbiamo andare a ciò che il ricino rappresenta per cui il confronto deve essere fatto tra la compassione di Dio per i niniviti e la compassione di Dio per il suo profeta.
La domanda è posta direttamente a Giona, il quale è costretto a ripercorrere tutta la sua esperienza: la fuga, la tempesta, il pesce, il ricino, ecc. per cogliere tutti i segni della compassione di Dio per lui.

Il testo termina con una domanda... ma Giona non risponde.
Il testo rimane aperto... sospeso.
C'è qualcun altro che deve rispondere.
Sei tu, lettore implicito!

C'è un altro testo che tratta ancora il tema della compassione e rimane sospeso.

Lc 15, 11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Nel libro di Giona la compassione di Dio trova ostacolo in un ricino, in questo testo evangelico la compassione del Padre è ostacolata da un capretto.

Anche questo testo termina con i due che restano sulla soglia. Sarà mai entrato il fratello maggiore?

Sei ancora tu, lettore implicito, che devi rispondere.

 

BIBLIOGRAFIA

D. Scaiola, Abdia, Giona, Michea, San Paolo, 2012;

P. Rota Scalabrini, Riedificate la mia casa, Dispense FTIS anno accademico 2002 -2003;

Per una riflessione spirituale sulla Parabola del Figliol prodigo di Lc 15:

H. Nouwen, L'abbraccio benedicente, Queriniana.