Spunti per la lettura

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Vangelo di Marco

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Sezione 2.3  
Passione, morte e risurrezione del Figlio di Dio     Mc 14,1-16,20

14 - maggio -2019

Lettura 95     Mc 14,22 - 26a        Ultima cena - Istituzione dell'Eucaristia   

Mc 14,22  «E mentre essi mangiavano prese del pane e, detta la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23 E preso un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24 E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'Alleanza (Es 24,8; Zc 9,11) che è versato per molti (Is 53). 25  Amen / in verità vi dico che io non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». 26 E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi».

Abbiamo visto nella lettura precedente che questo rito pasquale è dominato dalla nube del tradimento e della "consegna", ma Gesù non fa nulla per evitarla. Giunta la sera o anche dopo la Cena, avrebbe potuto rientrare a Betania che era un luogo molto più sicuro che Gerusalemme, però egli non fa nulla per sfuggire alla "consegna" perché essa non costituisce un incidente di percorso, ma un disegno lungamente perseguito. E lo specifica chiaramente e consapevolmente al v 25. È vero che la veglia di Pasqua doveva essere vissuta nella città santa o nelle sue adiacenze, ma un lieve strappo alla regola quando era in gioco la vita stessa avrebbe potuto essere tollerato.
La sua Missione era stata sin dall'inizio quella di mostrare agli uomini il vero volto di Dio, il Suo amore nella forma della incondizionata dedizione indisponibile ad ogni aspetto di mitigazione. Per chiarire ai suoi questa intenzione Egli anticipa nella forma "simbolica" (identità nella differenza, secondo la comprensione degli antichi) ciò che avverrà di lì a poco nel corso della giornata e questo è il senso più profondo dell'istituzione dell'Eucaristia.

Il corpo separato dal sangue indica chiaramente una morte violenta.

Questo "sangue dell'Alleanza versato per molti" ha un retroterra molto importante e significativo perché rimanda alla celebrazione della'Alleanza compiuta da Mosè ai piedi del Sinai dopo avere ricevuto le tavole della legge da JHWH e averle lette al popolo. Qui viene compiuto il sacrificio di parecchi animali in parte bruciati, quindi destinati a Dio e in parte mangiati, rito che viene chiamato "sacrificio di comunione" perché le vittime sono destinate a Dio e al popolo. Il sangue però, che per la cultura del tempo era considerata la vita, viene messo a parte.

Es 24, 6 «Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l'altra metà sull'altare.

7 Quindi prese il libro dell'Alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!». 8 Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell'Alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».

Successivamente, con il passare del tempo, Israele non è capace di restare fedele all'Alleanza per cui essa deve essere rinnovata. Così il rito che ricordava l'Alleanza diventa una liturgia di espiazione dei peccati. Ovviamente chi espia sono gli animali uccisi, in genere agnelli.
Quindi il rito pasquale che inizialmente doveva fare memoria della liberazione dalla schiavitù d'Egitto, e dell'Alleanza sinaitica, diventa un rito di liberazione dalle conseguenze dei peccati commessi.
Da questo punto di vista anche Gesù diventa la vittima che espia tutti i peccati commessi dall'uomo prima e dopo di Lui. Questo diventa uno dei fondamenti della teologia di San Paolo, ma troviamo qualcosa di più facile approccio nell'ultimo canto del Servo di JHWH in Is 53, che troviamo più volte nelle liturgie della Settimana Santa. Non possiamo riportarlo, ma raccomandiamo vivamente di leggerlo, perché sembra che il redattore di quel testo, vissuto quattrocento anni prima di Cristo, fosse anche lui lì a Gerusalemme a seguire i fatti che stanno per accadere.
Così, se è Gesù la vera e unica vittima capace di espiare i peccati di tutti, allora comprendiamo come nelle narrazioni evangeliche della Ultima Cena non c'è alcuna menzione dell'agnello: il vero Agnello è un altro il cui sacrificio ha valore definitivo, una volta per sempre.

Il lettore attento si sarà accorto che la consacrazione del vino avviene dopo che gli Apostoli hanno bevuto.
Questo ci suggerisce un aspetto molto importante, il fatto che la consacrazione avviene nell'insieme del rito, cioè attraverso la partecipazione integrale al sacro banchetto.
A riguardo del calice, noi siamo abituati a sentire "prese il calice... lo diede loro... ne bevvero tutti" e pensiamo che si trattasse dell'usanza di quei tempi bere tutti dallo stesso boccale, ma le cose non stanno così. Nei banchetti ogni commensale aveva la sua coppa, ma poteva accadere che il padrone o il personaggio più importante, offrisse ad un ospite di riguardo di bere dalla sua coppa in segno di amicizia. Se è così il gesto compiuto da Gesù vuole sottolineare, ancora una volta, la profonda amicizia che nutre per i suoi discepoli... tra i quali c'è anche Giuda... Forse un ultimo, vano,  tentativo di farlo riflettere su quello che stava per fare.
Ma c'è molto più che amicizia, perché se nella comprensione della cultura di quel mondo il sangue era la vita stessa della persona, allora ricevere il sangue del Maestro permette ai discepoli di vivere la Sua stessa vita. 

Questo è il grande dono che Gesù lascia ai suoi; e se ci pensiamo bene, anche utilizzando la sottolineatura del versetto 25, questa è un cena di addio e di genere letterario "testamentario", cioè quando uno lascia ai suoi le sue ultime volontà.

Allora, anche se ci ripetiamo, dobbiamo dire che l'Eucaristia è una cosa seria, molto seria.  

 

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