Esodo

LETTURA DEL LIBRO DELL'ESODO

 

Lettura 1        Esodo, il primo libro della Bibbia                                                                        

            Il primo libro che si trova aprendo la Bibbia è Genesi che inizia con due racconti della creazione. La cosa sembra logica perché avendo acquisito una mentalità scientifica ci interessa saper come le cose abbiano avuto inizio e via, via sviluppate.

Però la Bibbia è la sedimentazione dell'esperienza di Dio che hanno fatto migliaia e migliaia di generazioni è poiché Dio è da sempre principio della cura degli esseri umani si è sempre rivolto loro usando un linguaggio che potessero comprendere.

Qualcuno oggi potrebbe pretendere che il "vero" inizio dovrebbe descrivere i comportamenti delle particelle subatomiche, ma sarebbe un discorso comprensibile solo a pochi addetti ai lavori. Invece non c'è linguaggio più incisivo e universale come quello che riguarda i "bisogni" umani: bisogni di nutrimento, bisogni di salute, di affetto, di senso, di "futuro". Questo è anche il "linguaggio" usato da Dio che mostra così anche la Sua attenta pedagogia.

Per questi motivi il libro che per primo tratta dell'esperienza di Dio con gli uomini è quello di Esodo.
In esso Dio si "rivela" come il Dio liberatore dalla schiavitù; e siamo intorno al 1250 - 1225 a C.
È solo nel 500 - 400 a C incomincia a mostrarsi anche come il Dio creatore.

Chi ha una certa età e ha studiato il catechismo di Pio X, come si faceva una volta, esprime il primo comandamento del Decalogo, le dieci Parole, così: "Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me". Sarà una formula sintetica, ma la Bibbia contiene anche la "presentazione" di Dio e infatti dice: "Io sono il Signore Dio tuo che ti ha liberato dal paese di Egitto dalla casa di schiavitù..." seguito poi dai comandamenti veri e propri.

Dio si presenta anzitutto come liberatore, tutto il resto: l'Alleanza, la Legge, la Creazione, ecc. vengono dopo. In fondo se ci pensiamo un po' ci interessa poco di sapere "chi è Dio", ma ci interessa molto di più sapere "chi è Dio per me". Questo si vedrà nel racconto della rivelazione del Nome Es 3.

 

Lettura 2        Uscire, camminare, entrare

            Il racconto del movimento esodico, che comprende Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, è tutto scandito dal verbo "uscire" al punto che acquisisce un significato archetipale.

Non solo "uscita" dall'Egitto, dalla casa di schiavitù che diventerà fondamento della fede ebraica, ma anche "uscita verso la vita" per indicare la nascita come "uscita dal grembo materno". Grembo pensato come luogo tranquillo e sicuro che ha da essere lasciato per affrontare la vita, la novità, il futuro nel quale giocare la propria libertà per diventare uomini. L' Egitto così può essere pensato come un grembo da lasciare per affrontare la vita. Nel nostro caso per diventare "popolo" libero e responsabile.

È un'uscita che si completa con l'entrata nella Terra (promessa) che a riguardo della vita può assumere il simbolo negativo perché si "esce dal grembo" come si "esce alla luce" ma si "entra nel sepolcro", si "entra nello Sheol" il regno dei morti.

Tra uscita ed entrata c'è da compiere un "cammino", il cammino lungo e faticoso nel deserto. Lì non c'è più la sicurezza del cibo e dell'acqua come in Egitto e questa precarietà farà nascere proteste e recriminazioni verso Dio e verso il suo mediatore - liberatore Mosè. Ci sarà perfino chi vorrà tornare indietro.

Comodità e libertà non vanno tanto d'accordo.

Quindi tre termini paradigmatici: uscire - camminare - entrare, che purtroppo spesso le nostre traduzioni, ossessionate dalla paura delle ripetizioni, riportano con dei sinonimi che fanno perdere il filo rosso e con esso il legame simbolico sottolineato dal testo originale.

 

Lettura 3        Es 1,1 -7         La benedizione in terra d'Egitto

Es 1,1 «Questi sono i nomi dei figli d'Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la sua famiglia: 2 Ruben, Simeone, Levi e Giuda, 3 Issacar, Zàbulon e Beniamino, 4 Dan e Nèftali, Gad e Aser. 5 Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava già in Egitto.

6 Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. 7 I figli d'Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno».

           

I primi versetti di Esodo descrivono la situazione dei figli di Giacobbe in Egitto, dove vivevano da 400 anni (Es 12,40) dopo avere abbandonato Canaan colpita dalla carestia.

Sono 400 anni durante i quali non accade nulla: non ci sono personaggi religiosi di rilievo, nessun profeta, nessun giudice, nessun capo di cui la storia abbia lasciato tracce. Anche Dio non rivela alcunché: non ci sono visioni, non ci sono rivelazioni, non parla; domina il silenzio. Oppure...

Oppure in questo "silenzio" Dio mette in atto la sua "benedizione".

Già, ma cosa vuol dire "benedire"?

Il significato etimologico non aiuta. Né il "dire-bene" delle lingue occidentali né la radice ebraica"brk" che vuol dire "ginocchio, inginocchiare" indicando forse l'atteggiamento riverente di colui che riceve la benedizione.

Ora, i Salmi traboccano di richieste di benedizione e di benedizioni dirette a Dio. Anche la liturgia è scandita da benedizioni rivolte a Dio. In particolare le preghiera liturgica ufficiale del mattino, le Lodi, contiene il "Benedictus": "Benedetto il Signore Dio d'Israele..." (Lc 1, 68-69)

            Ma chi sono io per benedire Dio? A parte la lode, cosa ottiene Dio dal mio "dire-bene" di Lui?

Il significato può essere ricavato dalle attese di colui o di coloro che vengono benedetti. Lo studio o anche la semplice lettura di molti versetti della Bibbia, porta gli esperti ad affermare che il senso di "benedire" è: "Che tu sia quello che sei" o "che tu sia quello che devi essere" o "che tu sia te stesso" .

E infatti si benedicono i campi perché i raccolti siano abbondanti e perché la grandine o la siccità non li impoveriscano. Si benedicono gli animali perché siano pingui e prolifici. Si benedicono gli esseri umani perché la loro vita sia felice, gustosa, allietata da molti figli senza malattie e così via.

Cioè si benedicono le cose perché siano più pienamente se stesse.

Se è così allora ha senso anche benedire Dio, perché se Lui è se stesso e fa liberamente quello che deve o che vuole tutto andrà per il meglio «...perché Dio è amore» (1Gv 4).

            Tornando a nostro testo, i 400 anni di "silenzio" sono preceduti dalla "benedizione" di Giacobbe invocata sui suoi figli (Gn 49) e dalla promessa benedizione di Giuseppe ai fratelli, quella di «far vivere un popolo numeroso» (Gn 50, 20).

In Egitto entrarono 70 figli di Giacobbe (Es 1,5) e ne uscirono 600.000 (Es 12,37).

La benedizione di Dio si è realizzata in silenzio.

Quando Dio agisce non fa chiasso.

Il Salmo 77così commenta il prodigioso attraversamento del Mar Rosso:

«Sul mare era la Tua strada / i Tuoi sentieri sulle acque profonde / e le tue tracce rimasero invisibili» (Sl 77,20).

Nessuna traccia prima per quelli lo avrebbero attraversato, nessuna traccia per quelli che sono venuti dopo.

Per gli uni e per gli altri solo la Sua Parola.

 

Lettura 4        Esodo 1,8-16             Inizio della schiavitù           

Es 1,8 Allora sorse sull'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. 9 E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. 10 Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». 11 Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d'Israele. 13 Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d'Israele trattandoli duramente. 14 Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

In questi versetti gli ebrei sono chiamati "popolo" ma è un termine improprio. Diventeranno popolo solo dopo un lungo "cammino". "Popolo" è una realtà strutturata: ha i suoi capi, le sue leggi, i suoi giudici, il suo esercito, una sua polizia, i suoi sacerdoti, un suo territorio, qui invece, abbiamo solo un "gruppo di persone" legate a un comune lontano antenato. E dopo 400 anni, il loro stile di vita non è più quello degli antenati. Quando arrivarono erano nomadi e pastori che vivevano nei terreni marginali o addirittura desertici, sempre alla ricerca di pascoli verdi e di acqua per gli animali, ma durante questa lunga permanenza nella fertilissima terra del delta del Nilo si erano sedentarizzati: da pastori nomadi si erano trasformati in agricoltori stabili. Se fossero rimasti nomadi, avrebbero potuto spostarsi dove e quanto volevano, ma ormai andarsene non era più possibile. Sicuramente l'agricoltura permette la vita a molte più persone che non la pastorizia, però ti lega inesorabilmente ai tuoi campi e al ciclo agricolo senza deroghe: aratura, semina, irrigazione, ecc. Non sei più "libero" come prima. I nostri contadini esprimevano questo legame con la battuta: "la mucca la devi mungere anche a Natale".

Ora, si era visto che uno dei verbi che tratteggiano Esodo e che dà il titolo al libro è "uscire", ma la sedentarietà è già un primo ostacolo a questa "uscita".

            Anche l'Egitto era cambiato. Da sempre l'Egitto ha conosciuto il succedersi di differenti dinastie e questo vuol dire che le successioni al trono hanno avuto delle cesure, delle discontinuità spiegate anche dal fatto che il paese non era abitato da una sola etnia, ma da differenti razze e culture spesso in conflitto tra di loro e quando una di esse prevaleva, imponeva un sistema di governo che le fosse favorevole: si pensi ad esempio al continuo spostamento della capitale.

Quando Giuseppe e poi la gente di Giacobbe giungono nel paese è al potere una dinastia semita, quindi di stirpe affine a quella degli ebrei che perciò accoglie di buon grado questi "stranieri". Adesso invece domina un'altra dinastia e per di più i confini orientali sono minacciati da "Hittiti" e "Popoli del mare" per cui questi "ospiti" sono diventati un pericolo per la sicurezza nazionale.

            Si deve anche tenere presente che Gn 47,13-26 spiega in modo semplice la modalità egizia di riscuotere le tasse: ai tempi della carestia gran parte dei terreni era diventata proprietà dello stato, quindi del Faraone e sembra che tutti dovessero contribuire alla loro coltivazione, forse con delle corvée o qualcosa di simile, oltre ovviamente al lavoro degli schiavi.

Però nel nostro caso Es 1,11mostra che non si tratta più di un semplice corvée, ma di un'imposizione molto gravosa e il motivo è ben esplicitato nei versetti precedenti e poi nel seguito del testo: questi ebrei sono diventati come nemici e devono essere tenuti sotto controllo. Il metodo per contenere la minaccia fa parte degli strumenti da sempre usati dalle dittature e dai grandi imperi per dominare e durare nel tempo.

Per restare sempre in campo biblico si può ricordare che quando attorno al 720 a C. gli assiri conquistano Samaria, disperdono tutti samaritani per tutto il loro vasto impero così che venga meno la cultura degli sconfitti, le loro tradizioni, la loro religione e ogni tentativo di rivincita.

Quando poi nel 587 a C. cade Gerusalemme i babilonesi, più umani, deportano solo la classe dirigente e quella degli artigiani così il paese rimasto senza una guida decade spaventosamente: Gerusalemme diventa un cumulo di rovine (vedi Lam).

I romani invece lasciavano le popolazioni dei paesi conquistati nelle loro terre: bastava che rispettassero le leggi e soprattutto pagassero le tasse, ma erano durissimi con gli oppositori: li deportavano come schiavi, quelli più duri li mandavano ai lavori forzati nelle miniere dove in pochi anni morivano per le durissime condizioni di vita e al limite li crocifiggevano.

Nel nostro caso il potere mira alla eliminazione degli ebrei con l'attenuante di non usare forni crematori, come accadrà in tempi a noi vicini, ma di sopprimere semplicemente i neonati maschi: nel giro di una generazione, 20 o 30 anni, il problema sarebbe risolto. Ma intanto, resi schiavi, si può sfruttare il loro lavoro.

Un genocidio strisciante che parte dai bambini. Così siamo di fronte ad una strage di innocenti.

Anche 1200 anni dopo ci sarà un'altra strage di innocenti (Mt2,13-18).

 

Lettura 5        Es 1,15-22     Le levatrici

Es 1,15 Poi il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: 16 «Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere». 17 Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i bambini. 18 Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?». 19 Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito!». 20 Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. 21 E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia. 22 Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».

            Alcuni commentatori tralasciano l'episodio delle levatrici ritenendolo non essenziale allo sviluppo della narrazione. Però il redattore finale ne ha raccolto la tradizione perché, forse, ha qualcosa da dirci.

            Intanto abbiamo a che fare con due donne "levatrici", appunto, non ostetrici o ginecologi, e anche nei capitoli successivi si vedrà l'importanza del ruolo sostenuto dalle donne.

            Secondo Ravasi non son ebree, ma egiziane perché il "degli ebrei" al v 15 sarebbe un'aggiunta. Comunque esse ricevono l'ordine di uccidere ogni bambino se è maschio. La cosa è abbastanza semplice: mentre sta "uscendo" dal grembo, appena ti accorgi che è maschio lo strangoli o lo fai soffocare non lasciandolo respirare. Nessuna conseguenza, la madre non se ne accorgerebbe. "Nato morto" sarebbe il referto.

            Ma queste due donne si ribellano. Come dire: il nostro mestiere è quello di aiutare i bambini a venire al mondo e mettercela tutta per riuscirci e non mollare finché non hanno lanciato, alto, il loro grido alla vita e tu, Faraone, vuoi che diventiamo strumenti (selettivi) di morte?

            Ecco, c'è una legge scritta nel cuore di ogni uomo, ma soprattutto delle madri, la quale dice che i bambini che sono stati per nove mesi nel grembo di una donna devono venire alla luce.

E queste due levatrici continuano a fare nascere i bambini. Per il Faraone una scusa si può sempre trovare.

            Ci sono le leggi degli uomini che cambiano a ogni mutare di vento e c'è una legge di Dio... e loro l'hanno rispettata. Già, ma quale dio se sono egiziane? E anche il Faraone è dio.

 Cerchiamo di spiegare. C'è una "rivelazione naturale" data ad ogni uomo che la tradizione ebraica esprime così: «Nell'alleanza con Noè (Gn 9) Dio diede le sette parole (comandamenti) valide per tutti gli uomini, a Mosè diede le dieci parole (decalogo) costituite dalle sette precedenti più le tre che riguardano il culto verso Dio stesso».

Questo è tanto vero che già nel momento in cui Dio sta facendo nascere il suo "popolo eletto" non fa preferenze: stende la sua benedizione su tutti quelli che seguono quella legge che Egli ha messo nel cuore ogni essere umano.

Infatti Egli riconosce il gesto di quelle due donne: il testo ebraico dice letteralmente: «Dio, (Elohim quindi il Dio d'Israele) beneficò le levatrici e fece per loro una grande famiglia».

            Delle due levatrici è ricordato il nome "Silpa" e "Pua", che significano rispettivamente "Bellezza" e "Splendore", mentre, non solo nel libro di Esodo, ma anche in tutta la Bibbia, il nome del Faraone non è mai menzionato. C'è sempre e soltanto un generico "Faraone". Forse ad indicare che lungo la storia ci sono stati, e ci saranno ancora tanti faraoni. E invece dopo 3200 anni noi stiamo parlando di Sifra e di Pua, due donne che sono state capaci di tenere testa al "loro" Faraone.

Anche questa lunga memoria dei loro nomi e del loro coraggio è un altro segno della benedizione divina.

            Quanto al Faraone , di lui si sono perse le tracce e solo le ricerche archeologiche del secolo scorso hanno rivelato che probabilmente si tratta di Ramesse II, che vuol dire "figlio di Ra", il quale ha governato dal 1290 al 1224 a C.

            Purtroppo l'"obiezione di coscienza" di Silpa e Pua non ha fermato il disegno del Faraone che infatti impone la "soluzione finale": «Ogni figlio maschio che nasce agli ebrei lo getterete nel Nilo» v22.

Ma Dio non sta a guardare.

 

Lettura 6        Es 2, 1-3

Es 2,1 «Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. 2 La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3 Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello / tebach di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo».

Finalmente Dio interviene per attuare il suo piano di salvezza.
            L'idea corrente di Dio porta a pensare ad un intervento "adeguato": tuoni, lampi, fulmini, tempeste e magari un bel terremoto, insomma dei segni terrificanti che sbaraglino gli oppositori. Se poi li stermina tutti è proprio un Dio come si deve.

E invece il testo recita: «Un uomo della famiglia di Levi prese moglie. La donna concepì un figlio che era bello [...] lo tenne nascosto per tre mesi...» Es 2,1-2. Che delusione! Ci aspetteremmo chissà ché e invece nasce un bambino... che vive da subito sotto la minaccia di essere annegato nel Nilo. Niente fulmini, niente segni nei cieli...
Anche 1200 anni dopo nascerà un Bambino, anche Lui sotto la minaccia di essere ucciso (Mt 2).

Allora dobbiamo purificare la nostra idea di Dio. Infatti il nostro Dio, proprio perché non è "Faraone", non salva l'uomo senza l'uomo. Se il Faraone ti dà qualcosa non chiede niente in cambio, lo fa con disprezzo, non vuole dipendere da te in nessun modo, anzi, non vuole nessuna relazione con te: vuole che tu te ne stia alla larga.
Invece il nostro Dio ha creato l'uomo proprio per avere relazioni con lui... e di guai gliene abbiamo dati!
Il nostro Dio anche quando decide di sfamare 5000 persone ha bisogno dell'aiuto di un ragazzino che gli dia «cinque pani e due pesci...» (Mt 14,17e paralleli) per cui anche un ragazzino è molto importante ai suoi occhi per costruire "insieme" un mondo più bello.
            Poi, dopo tre mesi il bambino non si può più tenere nascosto e bisogna trovare una soluzione: «la madre prende un "tebach" (tradotto con cestello), lo spalma di bitume e pece...» e lo deposita tra i giunchi del Nilo.

C'è un altro «tebach spalmato di bitume dentro e fuori» in Gn 6,16 che però viene tradotto con "arca" e così perdiamo il legame.
Il dizionario Zingarelli spiega "arca" come: cassa, scrigno, cassa da morto a cui segue poi una spiegazione dell'arca di Noè e oggi questo è diventato il significato immediato e prevalente.
Ora, lo scrigno è un contenitore in cui si mettono le cose più care e preziose: i gioielli, i soldi, le memorie dei cari che ci hanno lasciato e così via.

            Così l'arca di Noè è lo scrigno in cui sono alloggiati Noè con la sua famiglia e le coppie di tutte le specie di animali per essere traghettati al di qua del diluvio, perché il mondo non diventi un deserto. Quell'arca è la "salvezza" della creazione. Nota: anche nel caso di Noè Dio chiede l'aiuto di un uomo e avrebbe potuto benissimo fare tutto da solo.
Allora quell'arca è mezzo di salvezza.
Anche il cestello / tebach costruito con cura da quella madre è mezzo di salvezza per quel bambino.

            C'è un'altra arca chiamata "Arca dell'Alleanza" la quale su ordine di Dio viene costruita nel deserto che, in quanto scrigno, accoglierà le preziosissime "Tavole della Legge" scritte dal dito di Dio sul Sinai e consegnate a Mosè Es 25 s. Dopo 300 anni e molte peripezie sarà deposta nel luogo più sacro del tempio di Gerusalemme e lì ci resterà quasi 1000 anni, fino al 70 d C, quando tempio e città santa saranno distrutti dalle truppe romane di Tito.

Tutte e tre queste arche sono in relazione alla salvezza.
Quella di Noè "mezzo" per salvare il genere umano e gli animali.
Quella di Esodo 2 "mezzo" per salvare quel bambino che diventerà a sua volta "un" salvatore.
La terza non più mezzo, ma "segno" di salvezza per coloro che osservano la Legge in essa contenuta.
Siamo così passati dalla metastoria (Noè) alla storia (Mosè) e infine all'ambito cultuale ebraico.

Se è così, allora si capisce come anche il nostro culto, nelle "Litanie della Madonna", si invita ad invocare Maria come "Arca dell'Alleanza" proprio perché anche lei ha portato una salvezza, anzi "il" Salvatore Assoluto.

 

Lettura 7        Es 2,4-10

Es 2,4 «La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto. 5 Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6 L'aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «È un bambino degli Ebrei». 7 La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: «Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?». 8 «Va'», le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9 La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario». La donna prese il bambino e lo allattò. 10 Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l'ho salvato dalle acque!».

È documentato il fatto che i Faraoni facessero educare ed istruire dei ragazzi presi dalle popolazioni sottomesse per fare loro conoscere la cultura, la burocrazia e la struttura di potere dello stato. Una volta adulti diventavano il legame tra il potere centrale e quelle popolazioni, una sorta di "cinghia di trasmissione" oppure degli "infiltrati".
I potenti hanno sempre avuto bisogno di queste figure per fare applicare le loro decisioni e nello stesso essere informati dettagliatamente di ciò che succede nelle zone più periferiche.
Perciò il fatto che un figlio degli ebrei schiavi finisse a corte è verosimile.
            Qui però si mostra, con sottile ironia, come il piano di Dio, oltre a partire da lontano, usa i comandi del Faraone per combattere proprio il volere del Faraone: il Nilo che doveva essere strumento di morte diventa via per la vita e la liberazione.
            Ad attuare concretamente il piano sono le donne che però non si rendono conto che è il piano di un Altro.
La madre fa il cestello - arca, vi depone il figlio e lo mette nel Nilo.
La sorella dalla riva segue questo strano natante.
La figlia del Faraone "scende" per fare il bagno, "vede", "ascolta" il bimbo che piange e lo "prese".

Questi verbi a noi dicono poco, ma l'antico ebreo allenato nell'uso della memoria e alla sinteticità della sua lingua riconosce subito i verbi dell'intervento di Dio. Li ritroveremo in Es 3 quando Dio si rivelerà a Mosè.
La figlia del Faraone riconosce subito che è figlio degli ebrei e se avesse rispettato l'ordine del padre l'avrebbe buttato immediatamente nel Nilo, senza cestello, e invece... Invece è una donna anche lei e fa come le levatrici; e decide di tenerlo per sé, trasgredendo così alla legge di suo padre.

Poi interviene la sorella del bambino che le propone "una" balia (elemento indispensabile a quel tempo; fino agli anni 30 - 40 se una donna non aveva latte doveva rivolgersi ad una balia perché il latte per neonati non era ancora stato inventato. Le balie sono donne che già stanno allattando il loro bambino e si accollano il compito di allattarne un altro, quindi non era facile trovarne).

Così il bambino torna dalla madre naturale che oltretutto viene pagata per questo suo servizio. Tra l'altro l'allattamento poteva andare avanti anche per due anni. Quindi il bambino cresce in un mondo ebraico- egiziano.

Però il nome glielo dà la figlia del Faraone per cui a tutti gli effetti egli è suo figlio ed egiziano, meglio, un principe egiziano.

A quei tempi il significato del nome era molto importante e per gli egizi era spesso il nome di un dio preso dal loro Olimpo seguito da "figlio" come ad esempio Ra-messe o Tut-mosis; quest'ultimo era probabilmente il nome egiziano di Mosè a cui poi venne rimosso il nome del dio pagano. Rimane solo "Mosis" che per assonanza con un vocabolo ebraico acquista il significato di "tratto dall'acqua". E così abbiamo Mosè.
            Ma deve passare del tempo: il neonato deve crescere alla corte del faraone, diventare grande, responsabile, conoscere tutti i meccanismi burocratici del palazzo e dopo, forse, sarà abilitato a liberare il suo popolo.

 

Lettura 8        Es 2, 11-22    La fuga di Mosè 

Es 2,11 «In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. 12 Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo seppellì nella sabbia. 13 Il giorno dopo, uscì di nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo fratello?». 14 Quegli rispose: «Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi, come hai ucciso l'Egiziano?». Allora Mosè ebbe paura e pensò: «Certamente la cosa si è risaputa». 15 Poi il faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo.
16 Ora il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. 17 Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame. 18 Tornate dal loro padre Reuel, questi disse loro: «Perché oggi avete fatto ritorno così in fretta?». 19 Risposero: «Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori; è stato lui che ha attinto per noi e ha dato da bere al gregge». 20 Quegli disse alle figlie: «Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!». 21 Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. 22 Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Gherson, perché diceva: «Sono un emigrato in terra straniera!».

In verità quando il principe d'Egitto Mosè, ormai a conoscenza dei congegni del potere incomincia a fare qualcosa verso i suoi fratelli combina un disastro. Per proteggere uno schiavo, cioè una "cosa", perché gli schiavi sono solo oggetti, egli uccide non uno schiavo, ma un "uomo" cioè un egiziano.
Ma con questo gravissimo gesto non ottiene alcun riconoscimento da quelli della sua stirpe e infatti si sente dire: "Chi ti ha fatto giudice su di noi?" (2,14) il cui significato profondo è: "ma tu chi sei"?
La stessa domanda sarà posta da Mosè a Dio all'interno del racconto del roveto ardente: "Ma chi sono io..."? (3,21).

Tra queste due domande passeranno 40 anni. Un numero simbolico che indica il tempo necessario per un cambiamento più esattamente per una conversione. (Un simbolo acquisito dalla nostra liturgia nella quale 40 giorni è la durata del tempo di Avvento e di Quaresima: tempi "opportuni" per prepararsi al Natale e alla Pasqua).
            Per ora Mosè non è ebreo perché i suoi l'hanno rifiutato.
Non è più un principe egiziano perché ha commesso un atto inammissibile per un egiziano e tantomeno per un personaggio di rango.
Adesso è solo un ricercato che non deve farsi trovare per non finire sul patibolo o ai lavori forzati in una miniera.
Sicuramente è un fuggiasco che deve prendere la via del deserto, lontano dalle strade percorse dai soldati e dalle carovane per cui si dirige verso il deserto di Sinai - Oreb. Farà così un'esperienza che gli sarà utile dopo, quando sarà il suo popolo ad essere in fuga.

            Nel suo animo c'è ancora quello spirito di generosità e altruismo che in prossimità di un pozzo lo spinge a battersi per il diritto di alcune donne contro la prepotenza di certi pastori. Questo lo fa entrare nelle grazie di Jetro - Reuel capo e sacerdote di Madian; e troverà anche una moglie che gli darà un figlio.

            Il principe d'Egitto allontanato dalla corte del Faraone è diventato un pastore di capre e pecore in una terra, il deserto, che consente di vivere a prezzo di grandi sacrifici e costringe ad uno stile di vita assolutamente non paragonabile a quella di prima. Ma neanche a quella dei fratelli rimasti in Egitto che tutto sommato hanno ancora il loro cibo assicurato.

            Quanto agli ebrei rimasti in Egitto, attraverso l'episodio dei due litiganti (2,14) che costringono Mosè alla fuga mostra che la schiavitù e l'alienante duro lavoro hanno frantumato i legami di fratellanza e di stirpe: sembra di capire che l'egoismo e lo "arraffamento" o ingordigia siano diventati dominanti. (Si riprenderà il tema al c. 16)

Anche per tutti loro sarà necessario un adeguato periodo per cambiare: i simbolici 40 anni non saranno sufficienti: nessuno di loro entrerà nella Terra della Promessa, ma solo i loro figli, cioè un popolo nuovo.

 

 

Lettura 9        Es 3,1-3          Il roveto

Es 3,1«Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. 2 L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».

            Quando si parla di deserto non bisogna pensare al Sahara: una distesa a perdita d'occhio di dune di sabbia, ma piuttosto ad un terreno più o meno collinoso o montagnoso piuttosto arido per la scarsità delle piogge.

La vita non è del tutto impossibile, ma alquanto dura e spesso al limite della sopravvivenza.

            Così Mosè ha imparato a viverci e a farci vivere i suoi animali: a primavera deve farli pascolare nei terreni che seccheranno per primi e serbare i pascoli negli avvallamenti e nelle zone più umide per la stagione secca, in modo che il gregge abbia sempre erba con cui nutrirsi. Soprattutto deve conoscere molto bene tutti i luoghi in cui c'è acqua perché dovendo continuamente spostarsi da un pascolo all'altro deve essere sicuro di trovare acqua quando arriva al successivo.

Un giorno di cammino nel deserto senza acqua, a quelle latitudini, vuol dire morte certa perché non riesci a tornare indietro. È il modo in cui cerca di suicidarsi il profeta Elia come leggiamo in 1Re 19 (Vedi Elia Lettura 10).

            C'è un legame strettissimo tra pastore e gregge: la vita del gregge dipende dal pastore e la vita del pastore dipende dal gregge in quanto il deserto riesce a fornire cibo agli animali, ma non direttamente al pastore.

L'eventualità che qualche animale si sia perduto perché si è smarrito o qualche belva lo abbia sbranato è per l'uomo una grande perdita. Se poi una belva devasta il gregge per il pastore e la sua famiglia vuol dire fame o anche peggio.

            Questa nuova sapienza di Mosè è ben diversa dalla precedente che era finalizzata al potere, alla carriera, alla gloria; ora invece è finalizzata alla vita sua, della sua famiglia e del clan che lo ospita.

Del principe egiziano è rimasto ben poco. Dei legami con quelli della sua stirpe non c'è traccia.

Ormai sono passati quarant'anni! Non è più egiziano, non è ebreo e forse i madianiti lo considerano ancora uno straniero.

Adesso però è pronto per attuare il disegno iniziato già quando è stato salvato dal Nilo. Ma lui ancora non lo conosce. Però, dopo quarant'anni, conosce il deserto come le sue tasche.

            Chiaro che quando vede un rovo che arde non possa fare a meno di andare a vedere. Se c'è fuoco qualcuno l'ha acceso. Ma chi? Amico o nemico?

Lui non vede nessuno ma sente una voce: «Non avvicinarti! Togliti i sandali perché il luogo sul quale stai è terra santa!» (Es 3,5). Ordine tassativo.

L'ebraico non distingue tra "santo" e "sacro". Sacro vuol dire separato, intoccabile, tabù. Ciò che è santo può essere anche diffuso nella quotidianità; per intenderci: ogni giorno compiamo azioni che sono sante senza che profumino di incenso. Ma ciò che è sacro resta sempre "al di là" come gli oggetti del culto o gli spazi riservati al culto. Purtroppo non possiamo abbondare negli esempi perché oggi abbiamo smarrito il senso del sacro.

            E i sandali cosa c'entrano?

Gli studiosi ritengono che siccome il nostro Dio è Dio della vita, non è ammissibile introdurre negli spazi a Lui consacrati qualcosa che sia morto. Ora, siccome i sandali fino a poco tempo fa erano fatti di cuoio, cioè pelli di animali morti, dovevano stare fuori dai luoghi di culto.

È un segno che si ritroverà nel servizio del tempio e che ancora oggi i samaritani praticano nel salire il loro monte sacro, il Garizim. Per non parlare dei musulmani in rapporto alle moschee.

Anche in ambito cristiano i preti copti ed etiopi di rito Alessandrino celebrano l'Eucaristia a piedi nudi o indossando pantofole di cotone.

Una comprensione molto profonda del divino e un segno liturgico importate per fare emergere lo spazio del sacro.

 

 

Lettura 10 - 11         Es 3,4-5          L'inizio del dialogo

Es 3,4 «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».

Il dialogo con Dio sembra iniziare nel migliore dei modi.

«Il Signore vide che si era avvicinato e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose (disse): "Eccomi!". (Es 3,4).

Se uno risponde "eccomi" vuol dire che è disponibile verso Colui che l'ha chiamato, ma...

Invece inizia un lungo dialogo in cui viene usato sette volte il verbo "mandare": vv 10; 12; 13; 14; 15; 20. In 20 è usato due volte perché in ebraico è: «Allora "manderò" la mia mano e colpirò l'Egitto con ciascuno dei miei prodigi che farò in mezzo a loro e dopo vi "manderà" via». Non "braccio teso" ma "manderò la mano" che significa mandare qualcosa di Dio che però non è Dio stesso. Probabilmente perché un redattore ha voluto salvaguardare la trascendenza di Dio. Sette volte il verbo mandare indica una completezza del mandare.

Poi nell'insieme del dialogo, se stiamo all'originale perché la traduzione è sempre ossessionata dalla paura delle ripetizioni, troviamo 21 volte il verbo "dire", cioè 7 x 3 che significa una completezza perfetta, quindi un dialogo ben strutturato o riuscito.

Un "dialogo" il cui significato è "mandare" da parte di Dio.

Ma Mosè non fa salti di gioia, anzi le inventa tutte per tirarsi indietro.

Infatti quel dialogo sembra assumere toni di discussione e addirittura di contesa. Dio fa fatica a "mandare" il suo interlocutore, che resta sempre recalcitrante. Come per dire: "Stavo tanto bene con le mie pecore, con questi madianiti che mi hanno accolto, con mia moglie, con mio figlio e adesso mi tocca andare da quelli là: gli egiziani che vogliono farmi fuori perché mi considerano un traditore e gli ebrei che non mi riconoscono come uno di loro".

Già, ma gli altri "mandati" o inviati come i profeti che vengono tutti dopo, come si comporteranno?

Vediamone alcuni.

Isaia 6,1 Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. [...] 5 E dissi: «Ohimé! Io sono perduto, / perché un uomo dalle labbra impure io sono /e in mezzo a un popolo /dalle labbra impure io abito; / eppure i miei occhi hanno visto / il re, il Signore degli eserciti». /6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. 7 Egli mi toccò la bocca e mi disse: / «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità / e il tuo peccato è espiato».

Isaia è uno dei grandi profeti e vive nell'ottavo secolo a. C., fa parte della classe sacerdotale di Gerusalemme: la sua obiezione all'essere "mandato" riguarda i suoi peccati, ma Dio provvede a purificarlo. Così è pronto per la sua "missione" (voce del verbo "mandare"). Finirà martire segato in due.

Geremia 1,4 «Mi fu rivolta la parola del Signore: / 5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, / prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; / ti ho stabilito profeta delle nazioni». / 6 Risposi: Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, / perché sono giovane». / 7 Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, / ma va' da coloro a cui ti manderò / e annunzia ciò che io ti ordinerò. / 8 Non temerli, / perché io sono con te per proteggerti».

Geremia vive a cavallo della caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 585 a C. Non è specificato il luogo della sua rivelazione, ma Dio aveva già predisposto tutto ancora prima che nascesse; non viene in mente Mosè e il cesto-arca nel Nilo?

La sua obiezione ad essere "mandato" è "sono giovane" e "non so parlare"; quest'ultima è anche un'obiezione di Mosè. E Dio aggiunge: «Io sono con te» che è la stessa assicurazione data a Mosè. E su questo ci dovremo ritornare.

Però arrivato ad un certo punto della sua "missione" (voce del verbo "mandare"), visto come vanno le cose, Geremia arriva a paragonare Dio ad un seduttore.

Ger 20,7 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; / mi hai fatto forza e hai prevalso. / Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; / ognuno si fa beffe di me. /8 Quando parlo, devo gridare, / devo proclamare: Violenza! Oppressione!». / Così la parola del Signore è diventata per me / motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.

Geremia resterà a Gerusalemme fino alla sua caduta. Le ultime notizie lo trovano tra i profughi diretti in Egitto.

            Che dire poi di Osea, del nono secolo a C che viene invitato da Dio a sposare una prostituta per sottolineare come Israele ha abbandonato Dio prostituendosi agli idoli. (Presso i popoli vicini esistevano i riti della prostituzione sacra). Il testo non lo dice ma si può immaginare con quale spirito Osea abbia obbedito a questo comando e come possa avere risposto a questo invito.

Os 1, 2 «Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: / «Va', prenditi in moglie una prostituta / e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi /allontanandosi dal Signore».3 Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio. 4 E il Signore disse a Osea:«Chiamalo Izreèl, perché tra poco / vendicherò il sangue di Izreèl sulla casa di Ieu / e porrò fine al regno della casa d'Israele».

            Allora possiamo dire che le obiezioni di Mosè all'essere "mandato" è una figura che si ripete lungo tutta la narrazione biblica.

            Ce ne sarà una sola che dice subito "" e se fa una domanda il suo significato è: «allora cosa devo fare?».

Ma questa è Maria. E non è un'altra storia!

 

Lettura 12:    Es 3,6 L'autopresentazione di Dio

Es 3,6 «E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"».

Arrivati a questo punto nella lettura della Bibbia abbiamo l'impressione che Dio abbia appena finito di parlare ai Patriarchi e invece non parlava in modo diretto o esplicito da almeno 400 o 500 anni.

Da questo punto di vista è significativa la "Storia di Giuseppe" (Gn 37 - 49) i cui personaggi parlano continuamente di Dio, ma Dio non dice una parola, ma si capisce bene che Egli è il regista nascosto di tutta la vicenda.

            Sarebbe necessario riflettere come mai ci siano lunghi periodi della storia in cui Dio sta in silenzio (cfr 1Sam 3,2). Padre Turoldo diceva che il vero dramma dell'uomo è il "silenzio di Dio".

            Forse a causa di questo lungo silenzio e di altre situazioni storiche e culturali; la religione degli ebrei di quel tempo non era molto cristallina.

Gli studiosi registrano che era consuetudine nei trattati di alleanza delle tribù nomadi scambiarsi i propri idoli oltre ad imparentarsi attraverso matrimoni.

            Per quanto riguarda la Bibbia i redattori successivi al periodo che stiamo esaminando hanno certamente provveduto a purificare le tradizioni dagli aspetti politeistici, ma qualcosa è sfuggito loro oppure non poteva essere eliminato. Di seguito alcuni esempi.

            Gn 31 racconta che quando Giacobbe ritorna in Canaan dopo essere stato per lungo tempo a Carran presso Labano e averne sposato le figlie, Lia e Rachele le due grandi matriarche d'Israele, queste portano con sé gli dèi di Labano e solo grazie ad sotterfugio non ne nasce un conflitto.

            In Gn 34 si parla di un'alleanza tra la tribù di Giacobbe e la città di Sichem e come clausola del trattato i sichemiti accettano di farsi circoncidere, un segno tipicamente religioso, ma manca un'analoga contropartita religiosa da parte della tribù di Giacobbe che probabilmente è stata rimossa successivamente.

            Nel libro di Giosuè al capitolo 24 è presentato il "Piccolo Credo Storico" che è il prototipo dei nostri "Credo". La vicenda è posta storicamente al termine della conquista di Canaan e le varie tribù d'Israele sono in procinto di lasciarsi per andare ciascuna nel territorio ad essa assegnato.
Al termine di questo "Credo" c'è l'invito «ad eliminare gli dèi che i vostri padri servirono oltre il Giordano e in Egitto» Gs 24,14. Più esplicito di così!
Questo è un segno che nelle loro tende non ci stava un solo dio.

Che pensare?

Non è possibile concludere che la Rivelazione data da Dio sia stata difettosa. E' però evidente la difficoltà umana di giungere sollecitamente alla comprensione di quanto Dio rivela. Incapacità, incertezze, remore, contraddizioni sono sempre foriere di quel costante venir meno della fedeltà umana. Ma questo ogni uomo lo sperimenta sulla sua stessa pelle. Ecco, dunque, emergere un rilevante aspetto di quanto sembra essere il silenzio di Dio.

            D'altra parte il politeismo si spiega facilmente: se un dio mi protegge, due dèi mi proteggono di più.
Allora è lecito chiedersi quali e quanti dèi gli ebrei adorassero in Egitto.

            E Mosè cosa ne sapeva di un "Dio dei padri", lui, cresciuto a palazzo dove ha conosciuto tutti gli dèi egiziani e lo stesso faraone che era ritenuto un dio. Può darsi che i suoi genitori biologici gli abbiano raccontato qualcosa, ma dopo tutto quel tempo e quanto detto sopra, si ricordavano ancora di quel Dio che in un tempo lontano aveva parlato agli antenati? E poi un "Dio dei padri" non poteva stare tranquillamente accanto ad altri dèi?

            «E disse: "io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"».

Ebbene, Dio si autopresenta a Mosè nel segno di una continuità a partire da Abramo e poi di generazione in generazione fino a suo padre, e poi a lui, il meno indicato; uno che dice: "Chi sono io?" come visto nella lettura 8.
Questa autopresentazione di Dio a Mosè chiarisce una cosa: tutto quello che è accaduto da Abramo fino a te, che oggi sei in questa condizione, non era lontano dal mio sguardo.

            Così comincia a prendere corpo un altro luogo della manifestazione del sacro: non uno spazio, ma il tempo contrassegnato dal succedersi delle generazioni, cioè la storia.

Proprio con lui, fuggiasco, rinnegato dagli egiziani e dagli ebrei, Dio sta per iniziare una nuova storia.

 

Lettura 13     Es 3, 7   L'impatto nella cultura epocale

Es 3,7 «Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e farlo uscire...»

            Noi non siamo in grado di cogliere la novità assoluta contenuta in queste parole perché sappiamo e diamo per scontato che Dio si faccia carico dei deboli, dei poveri, dei sofferenti, dei falliti, ecc. ma l'"orizzonte simbolico" di riferimento nel 1200 a. C. era decisamente diverso.

            Oggi siamo in grado di conoscerlo con buona approssimazione, perché alla fine degli anni 60 alcuni ritrovamenti archeologici hanno permesso di ricostruire fedelmente i miti di Atrahasis e di Enuma Elish che, si può dire, stavano alla base di quell'orizzonte.

            Questi miti, con lievi varianti erano presenti in tutte le culture della Mezzaluna Fertile, quell'area che comprende: Mesopotamia, Siria, Palestina ed Egitto.

            Vediamoli sinteticamente senza distinguere l'uno dall'altro e solo per la parte che ci interessa.

Essi raccontano che all'origine esiste solo il mondo degli dèi che sono divisi in due gruppi: gli dèi superiori che vivono tranquillamente nella penombra e nella pace dei templi; poi un secondo gruppo, gli dei minori, ai quali tocca svolgere tutti i lavori dei campi: scavare e tenere puliti i canali di irrigazione (si intravede il mondo mesopotamico e nilotico), dissodare, arare, seminare, zappare, ecc. quindi portare i frutti agli dèi maggiori i quali non  fanno assolutamente nulla se non riposare.
Ad un certo punto gli dèi minori, stanchi per l'enorme fatica senza riposo e senza fine, si ribellano e scoppia una terribile guerra intradivina che finisce con la vittoria di Marduk, il dio babilonese e il più grande degli dei maggiori.
L'intervento della dea Madre riporta la pace nel mondo divino mediante un nuovo assestamento. Con il sangue del capo dei ribelli, il dio Qingu, mescolato alla terra viene creata l'umanità che sostituisce gli dèi minori nelle loro fatiche. In questo modo dèi maggiori e dèi minori possono starsene tranquilli nel silenzio dei templi mentre gli uomini assicurano loro il cibo e tutto quanto serve.

In questo racconto emerge che il lavoro degli uomini è chiaramente un lavoro da schiavi, una sorta di maledizione, senza alcuna possibile via d'uscita perché proprio per lavorare sono stati creati e lavorare senza fine è il loro destino e la loro natura.

            Passando ora al piano sociologico possiamo affermare che miti di questo genere e la teologia sottesa, assicurano la stratificazione sociale, cioè la rigida divisioni delle classi e la sua la stabilità nel tempo.
Se poi pensiamo che il faraone è un dio, allora lui, i suoi ministri, i cortigiani, l'esercito e tutta la struttura statuale possono garantirsi una stabilità istituzionale che nessuno può scalfire.
Allo schiavo possono sempre dire: tu sei così e devi fare così perché per questo sei nato e questo è il volere degli dèi. Una terribile giustificazione teologica! Che con Dio non ha nulla a che fare. Anzi, è diabolica!
È la religione che diventa oppio e avrebbe ragione Schopenhauer a sostenere che l'uomo proietta nel mondo divino le sue strutture.

            L'intervento del nostro Dio ribalta radicalmente il discorso: Lui è contro tutti coloro che opprimono perché Lui sta a difesa degli schiavi, dei miseri, etc.
La cosa ha avuto successo? Non del tutto se 1200 anni dopo dobbiamo registrare questo dialogo di fronte ad un cieco nato: «"Maestro, ha peccato lui o i suoi genitori?". Né lui né il suoi genitori...» (Gv 9)A
Anche la Rivelazione di Dio fa fatica ad affermarsi proprio perché Lui "propone" il suo bene, ma non lo "impone".

Posta questa premessa passiamo ad esaminare il versetto in dettaglio.                  

 

Lettura 14.    Es 3,7  Lo sguardo di Dio

Rivediamo il versetto della lettura precedente mantenendolo il più possibile vicino alla letteralità del testo.

«Il Signore disse : "Vedere vidi l'oppressione del mio popolo in Egitto, il loro grido a causa dei sorveglianti opprimenti ascoltai, e conobbi le sue angosce... »

            • «vedere vidi» L'ebraico ha la possibilità di intensificare l'azione espressa da un verbo anteponendo alla voce verbale l'infinito dello stesso verbo. Una struttura letteraria che manca alle lingue occidentali che pertanto risulta difficile da rendere nella traduzione. Sinonimi di "vedere" come: guardare, osservare, scrutare non rendono ancora l'idea di "vedere vidi". Si potrebbe pensare a "curare" inteso come l'atteggiamento di una mamma verso il bambino: un "vedere" che partecipa della situazione del neonato.

Forse il Salmo 139 dà un'idea più adeguata. Ne diamo alcuni passaggi

«Signore, tu mi scruti e mi conosci, / tu sai quando mi siedo e quando mi alzo. / Penetri da lontano i miei pensieri / mi scruti quando cammino e quando riposo. [...] la mia parola non è ancora sulla lingua / e già la conosci tutta. / Alle spalle e di fronte mi circondi / e poni su di me la tua mano... »

È una vicinanza che esprime il principio della "cura".

Se è così abbiamo a che fare con un Dio che non se ne sta solo, indifferente nel suo cielo come il "Motore Immobile" di Aristotele, bensì di un Dio che condivide le vicende dell'uomo.

Allora dobbiamo prendere le distanze dal Dio dei filosofi.

            • «mio popolo» Per la prima volta nella Bibbia Dio si esprime in questo modo verso i discendenti di Giacobbe. Già nella 4a lettura dicevamo che il termine "popolo" è sociologicamente improprio perché mancano tutte le istituzioni che lo rendono tale: leggi, magistrati, sacerdoti, governanti, un esercito e soprattutto un territorio.

Ma qui è Dio che già considera quel gruppo di schiavi senza diritti, un popolo. E per giunta "mio"!

Quel "mio" stabilisce un legame di proprietà, di solidarietà, ma sarebbe meglio dire di "amore" tra i due.
Infatti i profeti tratteranno il rapporto Dio-Israele come quello tra due innamorati, o due sposi (vedi Osea).
Quindi chi tocca il "mio" popolo tocca Dio: commette un atto che non può rimanere senza conseguenze.
Se è così si ribadisce e si rafforza quanto espresso dal "vedere vidi".

            • «ascoltai il grido a causa dei sorveglianti» "Ascoltare è un verbo più intenso di udire perché si "ode" tutto quello che giunge i nostri timpani ma "ascolto" solo ciò cui presto attenzione. Pertanto c'è da parte di Dio un atteggiamento di attenzione, di partecipazione che ancora ci riporta al senso di "vedere vidi".
Però ciò che dovrebbe sconvolgerci è l'oggetto dell'ascolto. Se abbiamo a che fare con Dio dovrebbero essere: preghiere, nuvole d'incenso che salgono verso il cielo, canti, liturgie, processioni e via dicendo. E invece è solo "un grido". Tra l'altro causato dai sorveglianti oppressori.

Il Salmo 34,7commenta così «Il povero che grida Dio lo sente e da tutte le sue angosce lo salva».

E il Magnificat ne fa il controcanto: «... ha rovesciato i potenti dai troni / e ha esaltato gli umili » (Lc 2,52).
Anche questo "ascoltare" da parte di Dio si lega con quel "vedere vidi".

            • «le sue angosce conobbi» Il verbo conoscere in ebraico non dice un semplice atto intellettuale, ma implica un legame esistenziale, esperienziale che coinvolge tutta la persona tanto da indicare l'unione sessuale tra marito e moglie.

Anche questo ci rimanda al "vedere vidi" così che tutti i verbi sono legati tra loro ad indicare il pieno coinvolgimento di Dio con questo "mio popolo". Un coinvolgimento che non si limiterà solo alla vicenda esodica, ma proseguirà fino al Calvario... e ancora più avanti...

 

Lettura 15     Es 3,8 Chi è il liberatore? 

Es 3,8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. 9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».

In questi versetti troviamo alcune cose che non tornano. Il v 9 è quasi una ripetizione del v 7 visto nella lettura precedente e il v8 è in contraddizione con il v 10. Nel v 8 è Dio che "scende" per liberare il "mio popolo" mentre nel v10 è Mosè ad essere "mandato" a liberarlo. E che ci sia di mezzo Mosè è indubbio perché poi il testo prosegue elencando le cinque obiezioni che Mosè oppone all'essere mandato.
1- non ha autorità "...chi sono io per andare da faraone..." 3,12
2- non conosce il nome del Dio che lo manda 3,13
3- è sicuro che quelli della sua gente non lo ascolteranno"... non crederanno e non ascolteranno la mia voce..." 4,1
4- non sa parlare 4,10
5- ci sono altri più bravi di lui: "Perdonami Signore, manda chi vuoi mandare". Allora la collera del Signore... 4,13

Come avevamo già detto è un dialogo non tanto sereno se poi alla fine Dio si incollerisce.
Quindi Mosè è dentro fino al collo: il suo compito di liberatore è chiarissimo.
Tuttavia il v8 dice "Sono sceso per liberarlo..." Come mai?
Questo versetto 8, appartiene alla tradizione J, iniziale di JHWH, che è la tradizione più antica, mentre il v10 appartiene alla tradizione E, iniziale di Elohim (Dio), una tradizione di qualche secolo successivo.

Questa seconda tradizione è preoccupata di salvaguardare la "trascendenza" di Dio che non potrebbe compromettersi con le vicende umane per cui interpone tra Lui l'umanità un mediatore, Mosè, appunto.
Al contrario la più antica non si pone il problema di un rapporto diretto di Dio con l'uomo: le va benissimo.
            In prima battuta dovrebbe sorprenderci che le due tradizioni siano state lasciate senza articolazioni.
D'altra parte i vari agiografi, redattori e copisti successivi erano "ispirati" e allora bisogna trovare un senso a questa "contraddizione".
Forse possiamo dire che è fuori discussione che il nostro Dio sia trascendente, ma è altrettanto fuori discussione che il nostro Dio sia il "Dio vicino". Infatti a Mosè dichiara: "Io sarò con te", v12.

Dunque Mosè non è solo nello svolgere l'opera che gli è stata affidata.
Allora possiamo concludere che il nostro Dio è trascendente nell'essere vicino.
Una realtà impensabile per il dio o gli dèi dei filosofi!
D'altra parte basta ricordare il Bambino di Betlemme, il Crocifisso, l'Eucaristia, cioè il Mistero dell'Incarnazione.
Allora se Dio è così qual è il ruolo di Mosè?

Negli anni '50 girava un film intitolato "Dio ha bisogno degli uomini". Un modo un po' brutale per dire che Dio non vuole, salvare l'uomo senza l'uomo. Ovvero Dio non vuole salvare te senza di te. Dio vuole l'uomo come partner.
Il fatalismo attendista che sbatte tutto sulle spalle di Dio non ha che fare con il cristianesimo!

Avevamo scritto nella lettura 6 che il nostro Dio anche quando decide di sfamare 5000 persone chiede l'aiuto di un ragazzino che gli dia «cinque pani e due pesci...» (Mt 14,17e paralleli).
Allora possiamo concludere che Dio "ha bisogno" di Mosè?
            Un altro tema appare intrigante. I popoli che abitavano in Canaan, nominati al v 8 sono sei, un numero che indica imperfezione, mancanza. La completezza si ottiene con il sette. Se è così ai sei popoli ne manca uno: Israele.
Ma la perfezione si avrebbe anche con l'eliminazione dei sei e ne rimarrebbe solo uno: Israele.
Si apre così una pista di ricerca: quale è stato il rapporto storico di Israele con i popoli cananei? Assimilazione, multiculturalismo, eliminazione, guerra santa?

Un problema che oggi interpella anche noi.

 

 

Lettura 16     Es 3,14a         «E Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono"».

Che si tratti di un'esperienza mistica non c'è dubbio.
Avviene sul Monte di Dio (v1).
C'è un roveto che brucia, ma il fuoco non lo consuma.
Un fuoco che arde e si vede da lontano non ha bisogno di combustibile.
Dal roveto (o dal fuoco?) è chiamato da una "voce" che conosce il suo nome (v4).
È un Dio, che può anche essere uno dei tanti dèi dell'Olimpo egiziano.
Ma è un Dio che si presenta offrendo come garanzia le relazione con i Padri, però il suo nome è sconosciuto.

La richiesta del nome da parte di Mosè non è un problema di tipo teologico o semplicemente conoscitivo, ma una scusa per evitare di essere "mandato".
E Dio lo prende in contropiede: gli rivela il Nome che è anche come Lui è. Cosa assolutamente inaudita!

            In quei tempi il nome era una cosa seria, molto seria, anche dalle nostre parti.
Dato ad un bambino, diventava il programma della sua vita, il suo destino. I significati dei nomi erano chiari per tutti: non era necessario consultare l'enciclopedia o internet per conoscerlo.
Più tardi nella nostra cultura si darà il nome di un santo che proteggesse per tutta la vita chi lo portava.
Poi si incominciò a dare un nome di famiglia: nonni, bisnonni, ecc.
Oggi ai santi e agli antenati si sono sostituiti nomi di attori oppure nomi stranieri o esotici che sono più "in".
            Per specificare un essere umano abbiamo giustamente bisogno di concetti come essenza, coscienza, io, sé, persona, immagine e così via. Allora bastava il nome, che era la realtà più vera di chi lo portava, potremmo dire la sua vita, la sua essenza.

Quando un grande re vinceva in guerra degli avversari e non li uccideva, li trasformava in suoi vassalli o funzionari cambiava loro il nome (2 Re 23,24). Un modo per stabilire un rapporto di dipendenza.

            Nelle famiglie normali era il padre che imponeva il nome al bambino. Così Zaccaria padre di Giovanni Battista impone il nome al figlio, ma esso era già stato stabilito dall'angelo (Lc 1,13; 63). E anche per Gesù: Giuseppe impone il nome, ma era già stato comunicato dall'angelo nell'Annunciazione (Lc 1,31).
Per entrambi, i padri agiscono in obbedienza ad un'Autorità che viene dall'alto.

            In Egitto, ma anche altrove dove si praticava la magìa, c'era la convinzione che attraverso il nome si potesse influenzare la vita delle persone, così il nome non veniva manifestato a tutti. E non per motivi di privacy.
Conoscere, poi, il nome di un dio significava disporre della sua potenza, imporgli di fare quello che io voglio.
Allora se il nostro Dio comunica il suo nome significa che "lui è per noi", non teme di stare dalla nostra parte. Infatti a Mosè aveva già detto: "Io sarò con te" v12.

            Ecco, al v14 Dio risponde in due fasi. La prima 'eyeh ašer 'eyeh che può essere tradotto con: "Io ero chi ero" o "Io sono chi sono" oppure "Io sarò chi sarò", perché i verbi ebraici non hanno una scansione temporale ma indicano se una azione è compiuta o ancora in corso.
L'esegesi di questi termini ha riempito intere biblioteche, ma noi facciamo solo alcune osservazioni. Dicendo "Io sono chi sono" Dio afferma la sua libertà. Lui non è condizionato da nessuno. È una forma letteraria simile a quella che si trova in Es 33,19, un'altra esperienza mistica di Mosè, un cui Dio rivelerà ancora il suo nome.

v19b «Farò grazia a chi farò grazia, farò misericordia a chi farò misericordia». Ma le nostre traduzioni hanno bisogno di un ausiliare, per diventa: «Farò grazia a chi "vorrò" fare grazia, farò misericordia a che "vorrò" fare misericordia». E lo si deve intendere nella versione passata, presente e futura.

Il senso è che se Dio è l'origine di tutto, cioè l'origine senza origine, Egli non dipende da niente e da nessuno.
            Estremamente importante è vedere come è stato tradotto dalla LXX perché attraverso di essa il senso è penetrato nella teologia e nella filosofia occidentali.
La LXX è l'AT tradotto in greco agli inizi del III secolo a. C., quando ormai più nessuno parlava l'ebraico, ad Alessandria d'Egitto che era la grande capitale mondiale della cultura ellenica.

Ecco come commenta P. Rota Scalabrini, Scuola della Parola, Esodo, Marco; p 38; Bergamo.

« Orbene, se il mondo greco presentava una riflessione filosofica il cui vertice era la filosofia dell'essere, il traduttore di Es 3,13-15 crede di poter vedere qui una anticipazione di tale filosofia , anzi una rivelazione risalente all'epoca mosaica. Pertanto rende il "Io sono colui che sono" con "Io sono l'Essere /l'Essente"   (egò eimì 'o oi').
Agli inizi del '900 il Catechismo di Pio X presentava il primo articolo in termini evocanti l'antica visione della LXX: "Dio è l'essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra". [...]
Pascal aveva visto giusto quando si era fatto cucire , all'interno del mantello la frase: "Fuoco. Dio di   Abramo, Dio di Giacobbe e non dei filosofi e dei sapienti..."
»

Recentemente un filosofo francese, molto vicino al tema della trascendenza, J. L Marion ha scritto un libro dal titolo: "Dio senza Essere". Se si considera Dio come appartenente all'Essere lo trasformiamo in un Ente supremo, un mega-ente e comunque qualitativamente appartenente alla categoria degli enti. E prima o poi arriviamo al Motore Immobile; un dio immutabile, impassibile, impersonale che, come già detto, non ha nulla a che fare con il Dio crocifisso.

Ma è proprio lì, ai piedi della croce che scopriamo la vera qualità di Dio: il totalmente altro.

 

Lettura 17     Es 3,14a         Il nome di Dio: JHWH

            Nella precedente riflessione abbiamo visto il versetto 3,14 che cercava di spiegare il nome di Dio affermando: "Io sono chi sono" e subito dopo Dio è chiamato con il tetragramma sacro "JHWH" ovvero "Jahwè" che è una forma arcaica del verbo essere, il tempo verbale della quale è molto discusso dagli esperti.
JHWH è il nome sacro che non viene pronunciano ed è sostituito con "Adonai". Anche i cristiani hanno mantenuto questa forma di rispetto usando l'equivalente di Adonai cioè "Signore". Pertanto quando nella Bibbia leggiamo "Signore" si deve tenere presente che il testo ebraico riporta "JHWH".
Oggi diremmo: si scrive JHWH si legge "Signore".

Il termine Geova
            In origine gli ebrei, come gli egiziani, non scrivevano le vocali delle parole, ma solo le consonanti.

La scrittura era solo una traccia per aiutare la memoria. Ancora oggi in Israele le indicazioni stradali usano i caratteri antichi senza vocali. Tuttavia la Bibbia ebraica in uso attualmente, ha anche le vocali. Si tratta di un'operazione fatta da studiosi di Gerusalemme e Tiberiade tra il IX e il XI secolo d. C., i quali, per non modificare lo scritto originale che è sacro, hanno posto le vocali sopra e sotto le consonanti in forma di puntini e lineette.
Ora, per il nome JHWH, che non deve essere pronunciato, hanno messo le vocali di "Adonai" per cui alcuni traduzioni sono arrivate ad indicare il nome di Dio come "Geova", che in realtà è un termine privo di senso.

(NB: la "a" di Adonai in certi casi diventa "e")

Evoluzione della comprensione del nome di JHWH  
            Le lingua antiche, ebraico, greco e latino usavano raramente il pronome personale perché era già sott'inteso dalla voce verbale, ma quando veniva espresso si intendeva dare risalto a chi parlava e a quello che diceva.
Così quando Dio comunica a Mosè le "Dieci Parole o Decalogo" in Es 19,2 dice: "Anokì JHWH Elohim...".
In questo caso la LXX e le nostre bibbie traducono "Anokì JHWH" con "IO SONO".
Allora quando nei vangeli, scritti in greco, Gesù dice: "Io sono" diverse volte il senso è: "IO JHWH".

Per esempio in Gv 8,31 inizia una lunga discussione tra Gesù e i giudei e ad un certo punto viene coinvolto il capostipite Abramo, esattamente in 8,57 in cui Gesù dice: «In verità vi dico: prima che Abramo fosse IO SONO».
Il testo qui è molto chiaro perché non sono rispettati i tempi e se lo fossero dovremmo leggere "prima che Abramo fosse io ero". Il cambiamento del tempo verbale è stato bene avvertito dagli interlocutori di Gesù e infatti:
«Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio» (Gv 8,59).

            Questo ha a che fare con uno dei primi kerygmi della comunità cristiana delle origini. (Il kerygma era una sorta di "slogan" che in poche parole concentrava un discorso, una verità fondamentale).

In questo caso ci riferiamo al kerygma che proclama: "Gesù è il Signore", che in ebraico suonava: "Gesù è Adonai", vale a dire: "Gesù è JHWH"

Uso di JHWH
            Tornando ad Esodo e alla rivelazione del nome: sarebbe logico attendersi che nel libro che lo precede il nome JHWH non sia mai usato, ma non è così perché alcune parti di Genesi sono state scritte dopo Esodo e poi è intervenuta la revisione deuteronomista (vedi nota esegetica 3). Però ci sono buone ragioni per sostenere che la rivelazione del nome sia avvenuta all'interno della vicenda esodica.

Infatti nel libro di Genesi Dio è chiamato con diversi nomi:
EL come nome generico di Dio; un appellativo diffuso in tutta l'area semitica.
ELOHIM: "Dio", che è un plurale, forse ad indicare che in Dio stanno tutte le qualità
Questi nomi essendo generici permangono, mentre gli altri appellativi scompaiono; essi erano:
ELYON: "Altissimo" Gn 14,18.
ROY: "Colui che vede tutto" o "della visione".
OLAM: "Eterno" Gn 21,33
SHADDAI: "Quello della montagna" oppure "Potente"

Si può allora dire che prima di Mosè Dio era conosciuto con molti nomi, abbandonati dopo la rivelazione di Esodo.
Forse perché anche Dio preferisce essere chiamato con il suo nome.

Ma anche la rivelazione esodica è stata superata da quella portata da Gesù che lo chiama: "ABBÀ" (Mc 14,36) che è il modo con cui un bambinetto chiama il suo papà.
E questo è il linguaggio dei legami affettivi o, se si vuole, della tenerezza.

Ancora una volta dobbiamo prendere le distanze dal Dio dei filosofi.

 

Lettura 18     Es 3,12               A proposito dei segni

Il segno

Es 3, 12 «Rispose (Dio): io sono con te. Eccoti il "segno" che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».

Viene da dire: strano segno! Un segno che non segna niente. Perché io avrei bisogno di un segno che mi rassicurasse che Dio mi ha effettivamente parlato e che non mi sono sognato. Ho bisogno di un segno per trovare la forza di iniziare un'impresa tremendamente impegnativa e pericolosa. E invece questo segno mi verrà dato a lavoro finito.

Ad opera finita saprò che Dio era con me, anzi che è sempre stato come... ma intanto devo andare avanti senza "vedere" niente.
Certo, è un segno che fa perno sulla fede e la fede non fa i calcoli con il computer... però...
Però, noi cosa faremmo con un segno come questo? Non è come tapparsi il naso e saltare nel vuoto?

I segni.
In Es 4,1-9 troviamo un'altra tipologia di segni. Questi sono chiesti da Mosè, non per sé, ma per gli altri: dei segni destinati ad accreditarlo presso il popolo.

Forse qui inizia l'opera di "mediazione" di Mosè tra Dio e il popolo (Es 32). Anche questi segni sono strani.
Il bastone che si trasforma in serpente e viceversa.
La mano che si copre di piaghe della lebbra e poi guarisce.
L'acqua del Nilo trasformata in sangue.

Questi segni ci sorprendono in direzione opposta rispetto al precedente: sembrano i trucchi di un mago o un prestigiatore che nulla hanno a che fare con Dio. E infatti i maghi d'Egitto riusciranno in parte a ripeterli.

Strani, anche perché tutta la Bibbia condanna duramente queste pratiche (vedi ad esempio 1Sam28), ma qui Dio dà a Mosè la possibilità di compiere queste opere. Come mai?
Potremmo dire che Dio viene incontro all'uomo usando un linguaggio che possa comprendere, quindi è per aiutare il popolo schiavo a compiere i primi passi verso la libertà.
Tuttavia questi segni mantengono la loro ambiguità, infatti verso faraone e relativa corte non avranno efficacia perché non cambieranno le loro decisioni.

            Anche Gesù compirà dei segni che banalmente chiamiamo "miracoli" i quali però sono di tutt'altro tenore. C'è sempre di mezzo la liberazione un'esser umano: «...i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati...» e non sono mai chiamati miracoli, ma guarigioni. Sono sempre e solo segni di liberazione dal male.
L'aspetto del "prodigioso" è secondario e Gesù lo rifugge; a qualcuno che aveva guarito dice: «vai a casa e non dirlo a nessuno» . Se c'è un segno anomalo è quello del fico disseccato (Mt 20,20) che però è una azione simbolica.
            Quei segni offerti al popolo schiavo, al faraone e alla sua gente nei Vangeli sinottici sarebbero chiamati "tentazioni messianiche" e sono proposti a Gesù da Satana. Come: "Buttati dal pinnacolo del tempio e fai un atterraggio in piena regola sulla spianata; io ti procuro le riprese TV a reti unificate e te li trovi tutti dalla tua parte". Ma Gesù è categorico: "Vade retro Satana!" (libera attualizzazione di Mt 4 e paralleli).

            E Mosè perché non chiede per sé qualche segno più consistente?
Semplicemente perché non è ha più bisogno. Ormai lui ha fatto l'esperienza (mistica) di Dio e la sua vita è radicalmente trasformata: è in costante riferimento a Dio «che parla con lui parla faccia a faccia» Es 33,11.
Infatti ci sono diversi modi di venire alla fede.
L'emorroissa tocca il mantello di Gesù e dopo un breve dialogo si sente dire: "La tua fede ti ha salvato" (Lc 8,40s)
Saulo, il persecutore dei cristiani, cade da cavallo, incontra Gesù, diventa Paolo e poi va avanti come un treno(At 9).
Pietro va dietro Gesù per tre anni, spesso rimproverato, qualche volta, molto raramente, lodato e arriverà fino a rinnegare il suo Maestro, tornerà sui suoi passi e sulle sue spalle sarà posto l'incarico di sostenere gli altri discepoli.

            Ogni essere umano viene alla fede in un modo del tutto personale e singolare perché ogni rapporto uomo -Dio è una relazione tra due soggetti, tra due libertà che si incontrano nel rispetto reciproco.
Dio ci viene incontro nella nostra situazione; meglio: Dio "mi" viene incontro nella "mia" situazione che è sempre unica e irripetibile.

 

Lettura 19     Es 4,24 - 31   Preghiera come lotta?

Al termine dell'incontro con Dio (4,14) a Mosè viene annunciato che il fratello, Aronne, gli sta venendo incontro.
Sembra che gli avvenimenti erano già in corso in modo autonomo.
Mosè ormai è quasi "costretto" a tornare in Egitto.

Ricevuta la benedizione-congedo da Ietro inizia il cammino verso un paese e un futuro per lui più che minacciosi.
E proprio lungo il percorso accade un fatto stranissimo che ci lascia sorpresi.

4,24« Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire. 25 Allora Zippora (o Sefora) prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: «Tu sei per me uno sposo di sangue». 26 Allora si ritirò da lui. Essa aveva detto "sposo di sangue" a causa della circoncisione».

Come? Neonato ha fatto sì che fosse salvato dalle acque del Nilo, poi l'ha fatto diventare un principe d'Egitto. Gli ha dato sentimenti di attenzione verso quelli della sua stirpe per cui ha dovuto fuggire. Poi l'ha fatto diventare pastore del deserto. Nell'incontro del roveto ha dovuto faticare non poco per "mandarlo" a compiere la sua missione e dopo tutto questo cerca di farlo fuori?

Fino al 1700, tanto per fissare una data, gli esegeti ebrei e cristiani ritenevano che Mosè non fosse stato circonciso oppure che la sua circoncisione era stata fatta secondo il culto egiziano e non quello ebraico. E questa sembrava una giustificazione plausibile: se non rispetti il rito... E questo era ammonizione per i fedeli che sentivano il racconto.

Quando poi sono iniziati gli studi secondo il metodo "storico critico" e successivamente con quello della "storia delle forme letterarie" gli esegeti sono impazziti perché non hanno saputo e ancora non sanno, spiegare questi versetti.

Vediamo alcune direttrici per guadagnare qualche spunto di riflessione. 
          In genere si ritiene che il rito della circoncisione facesse parte della stipula dell'Alleanza, ma gli studiosi hanno scoperto che esso si è affermato solo nel postesilio, cioè 800 anni dopo i fatti di cui stiamo parlando.
Inoltre il libro di Genesi presenta due racconti del trattato di Alleanza con Abramo: l'alleanza prototipale.

In Gn 15 di tradizione J, più antica, non ci sono circoncisioni, infatti mentre le vittime sono consumate dal fuoco, cioè mentre Dio opera, Abramo dorme.
Invece in Gn 17 di tradizione P quindi postesilica, all'uomo è richiesta la circoncisione.
Anche ai piedi Sinai (Es 24) dove è stipulata l'Alleanza con il tutto popolo, c'è la "consegna" dei Comandamenti, ma non si parla di circoncisioni.
            Gli esperti oggi dicono che la circoncisione era una pratica molto antica la cui funzione era l'iniziazione alla vita sessuale o una prassi precedente il matrimonio (a debita distanza, ovviamente) e solo in epoca recente, appunto nel postesilio 400 a. C., ha assunto una valenza religiosa come segno di fedeltà.

            Tornando al nostro brano, la frase "sposo di sangue" ci porta a pensare ad un rito matrimoniale. E veniamo anche a sapere che il figlio di Mosè non era circonciso. Per di più viene usato un coltello di selce e questo fa pensare effettivamente ad un rito molto antico. Certo, il ferro non era ancora usato, ma rame e bronzo erano disponibili.
            Cosa sia effettivamente accaduto è difficile da ricuperare, ma forse l'elemento per noi più interessante è il tema di una "lotta con Dio".

I mistici a volte parlano di questa "lotta con Dio" come un processo di purificazione, nel senso che Dio vuole togliere al prescelto ogni traccia di peccato.
            Dobbiamo notare che chi la combatte è ancora una donna (vedi lettura 5- 6- 7) e quindi Sefora si connette alle due levatrici, alla madre di Mosè, alla sorella Maria, alla figlia del Faraone.
E si conferma il ruolo giocato dalle donne.

A questa lotta con Dio segue l'incontro con il fratello Aronne.
            È un evidente parallelo con l'analoga lotta fatta da Giacobbe con Dio e il successivo incontro con il fratello Esaù al quale aveva sottratto i diritti di primogenitura. Leggiamo che Giacobbe porta dei doni per imbonire il fratello, ma se essi non fossero bastati era pronto ad usare le armi.
Ma prima c'è questo misterioso incontro con "un uomo" ma in ebraico: "un tale" (uomo? angelo? spirito?) con il quale lotta tutta la notte perché vuole essere benedetto. Durante la lotta Giacobbe viene colpito al femore per cui zoppicherà per il resto della vita. È un "segnato". Però otterrà la benedizione e una rivelazione: «non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele perché hai combattuto con Dio e hai vinto» (Gn32,29)
Se abbiamo compreso il senso di "benedire" (lettura 3) possiamo capire come Giacobbe dopo questo incontro-scontro con Dio, diventato uomo nuovo, possa incontrare nella pace il fratello (di più in A. Manara Questioni sulla pratica della fede, Educatt, 102-ss).
Se è una lotta che ha come termine una benedizione, la possiamo chiamare a suo modo "preghiera".

            Anche la lotta di Mosè, nella mediazione di Sefora, ci porta sul versante della preghiera, perché il gesto che compie è essenzialmente un rito, così Mosè quasi spacciato riprende la sua vita, anch'egli abilitato ad riconciliarsi con il suo popolo nella persona del fratello Aronne. E versetti successivi lo confermano.

Es 4,27 «Il Signore disse ad Aronne: «Va' incontro a Mosè nel deserto!». Andò e lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. 28 Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l'aveva accreditato. 29 Mosè e Aronne andarono e adunarono tutti gli anziani degli Israeliti. 30 Aronne parlò al popolo, riferendo tutte le parole che il Signore aveva dette a Mosè, e compì i segni davanti agli occhi del popolo. 31 Allora il popolo credette. Essi intesero che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione; si inginocchiarono e si prostrarono».

            Anche nel Getzemani ci sarà una lotta-preghiera di Gesù con il Padre e anche Lui poi sarà pronto ad affrontare "risolutamente" la "sua ora" e a completare la sua opera (Mt 26,49-46 e paralleli).

 

Lettura 20     Es 4,31           Il visitare di Dio

4,31 «Allora il popolo credette. Essi intesero che il Signore aveva visitato (paqad) i figli di Israele e aveva visto la loro afflizione; si inginocchiarono e si prostrarono».   

I segni presentati da Mosè e il suo racconto cambiano l'atteggiamento del popolo verso di lui, verso Dio ed emerge una sorta di professione di fede: «JHWH ci ha visitati».
La nostra idea di "visita" o "visitare" è così diversa da quella intesa dalla Bibbia che rende necessario un approfondimento anche perché il corrispondente verbo ebraico "paqad" ha un orizzonte semantico molto più ampio del nostro "visitare".
Già nel versetto riportato la visita non è un semplice gesto di cortesia ma serve per «vedere la loro afflizione».

Vediamo altri brani di Esodo.

3,16 «Va'! Riunisci gli anziani d'Israele e di' loro: Il Signore, Dio dei vostri padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dicendo: Sono venuto a "visitare visitai" (paqad + paqad) voi e ho visto ciò che vien fatto a voi in Egitto».

Avevamo già visto nella lettura 14 la forma letteraria ebraica che intensifica l'azione di un verbo premettendo alla voce verbale l'infinito dello stesso verbo per cui potremmo pensare questo "visitare visitai" come uno stare lì per vedere anche nei dettagli «ciò che viene fatto a voi».

13,19 «Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: "Dio, certo, verrà a visitarvi (paqad); voi allora vi porterete via le mie ossa"».

Parlando di "visita" (paqad) Giuseppe allude o profetizza il ritorno nella terra di Canaan: è una visita che produce effetti inimmaginabili se stiamo alla nostra idea di "visitare".

20,5 «Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso,che punisce (paqad) la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, 6 ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano eosservano i miei comandi».

È l'enunciazione del primo comandamento del Decalogo sul Sinai e "visita" è tradotta giustamente con "punire": Dio visita (paqad) e punisce (paqad) chi adora gli idoli.

30,12 «Quando prenderai per il capo i figli di Israele per visitarli (paqad) [= quando farai il censimento],   farai la rassegna degli Israeliti, ciascuno di essi pagherà il riscatto della sua vita a JHWH nel visitarli       (paqad) [ nel fare il censimento], perché non li colpisca un flagello in occasione del loro (paqad)          censimento».

Visitare (paqad) qui ha il senso di "passare in rassegna" per fare un censimento. Quando un ufficiale, un generale, un capo di stato passa in rassegna dei soldati verifica che tutto sia efficiente e ogni uomo o cosa sia al suo posto.
Il censimento qui viene fatto per riscuotere una tassa (nulla di nuovo sotto il sole) e ancora "punire" chi la evade con un flagello.

  32,34 «Ora va', conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà; ma nel giorno in cui li visiterò (paqad ) li punirò (paqad) per il loro peccato».

È quanto Dio dice a Mosè quando torna sul Sinai a chiedere perdono per il popolo che in sua assenza si è costruito il vitello d'oro, e si capisce bene che Dio è infuriato. Paqad qui riporta i due significati di "visita" e di "punizione".

34, 6 «Il Signore passò davanti a lui proclamando: JHWH, JHWH Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, 7 che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga (paqad) castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».

Questo è uno dei passaggi più importati di tutto l'Esodo e ci dovremo ritornare. Emerge il castigo (paqad) che giunge fino alla quarta generazione e contemporaneamente la grazia che giunge fino a mille generazioni. La cultura del tempo non possedeva il concetto di infinito perché il brano vuol significare che l'amore di Dio è senza limiti.

            In conclusione, "paqad" assume i significati di visitare, punire, annoverare, passare in rassegna, contare, censire e se ci riflettiamo sono tutti atteggiamenti che, posseduti da una persona, indicano intenzioni di responsabilità, di attenzione, di cura se non addirittura di amore.
Forse fa problema il punire, ma entro certi limiti, non fa parte dei mezzi usati per l'educazione?

            Se tutto questo è vero allora appare più intenso il detto di Gesù dice:
            «Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati » Mt10,30.

E ormai parlavano aramaico, ma se avessero parlato ancora l'ebraico avrebbe detto anche lui "paqad".
E quando al mattino nelle Lodi si recita il Benedictus, che abbiamo ricevuto solo in greco e diciamo:

«Benedetto il Signore Dio d'Israele che "ha visitato" e redento il suo popolo... » (Lc 1,68) e più avanti:
«... grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio / per cui verrà a "vistarci" dall'alto un sole che sorge» (1,78).

teniamo presente che tutta questa roba è iniziata 3200 anni fa!

 

Lettura 21     Es 5,1-11; 22    Il primo fallimento

            Il primo incontro con il Faraone è un fallimento (5,1-11)

Eso 5:1 «Dopo, Mosè e Aronne vennero dal Faraone e gli annunziarono: «Dice il Signore, il Dio d'Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!». 2 Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele!». 3 Ripresero: «Il Dio degli Ebrei si è presentato a noi. Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca di peste o di spada!». 4 Il re di Egitto disse loro: «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori!». 5 Il faraone aggiunse: «Ecco, ora sono numerosi più del popolo del paese, voi li vorreste far cessare dai lavori forzati!».
6 In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: 7 «Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni come facevate prima. Si procureranno da sé la paglia. 8 Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano prima, senza ridurlo. Perché sono fannulloni; per questo protestano: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio! 9 Pesi dunque il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati; non diano retta a parole false!».
10 I sorveglianti del popolo e gli scribi uscirono e parlarono al popolo: «Ha ordinato il faraone: Io non vi dò più paglia. 11 Voi stessi andate a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca il vostro lavoro».

Non solo la risposta è negativa, ma oltretutto è accompagnata dalla derisione.
«Chi è JHWH perché io debba ascoltare la sua voce e lasciare partire Israele? (in ebraico è ancora il "mandare" della lettura 10) Non conosco JHWH».

In un mondo il cui Olimpo traboccava di dèi, uno più uno meno non avrebbe fatto problema, ma qui siamo di fronte alla derisione, non tanto di Mosè o del popolo, ma del loro Dio che per essi era la cosa più cara e più sacra che avessero. Un'offesa molto grave e umiliante.
È un procedimento molto usato nella storia. Quando non si riesce a far fuori l'avversario fisicamente, si cerca di demolirne l'immagine e incrinare la sua reputazione agli occhi della gente.

Lo stesso procedimento sarà attuato con Gesù: non solo la distruzione fisica con la flagellazione e la crocifissione, ma anche il tentativo di corrompere la sua figura: la corona di spine, gli scherni dei soldati, il dileggio di quelli sotto la croce, il titolo ironico INRI posto sul palo.

            Il Faraone, poi, tira in ballo le ragioni di stato, che oggi chiameremmo: le "compatibilità economiche" o le "compatibilità del sistema" che nel caso sono: non si può fare a meno dei mattoni neanche per tre giorni. Anzi bisogna aumentare la produttività: «a parità di condizioni procuratevi la paglia».

            Così veniamo a sapere come erano costruiti i mattoni. Perché le strutture murarie non fossero troppo pesanti mescolavano l'argilla con paglia: un'anticipazione dei mattoni forati.
Questa tecnica poi è stata confermata dalle scoperte archeologiche.
            È anche importante segnalare che, a parte lo sfuggente accenno di Es 1,11 in cui si diceva della costruzione delle città di Pitom e Ramses, non si dice nulla di altre figure specializzate indispensabili: architetti, muratori, carpentieri, idraulici, falegnami e così via, la memoria storica ha conservato solo i mattoni!
Questi ebrei fanno mattoni, ma non sanno nulla del loro impiego. Tutte le loro giornate passano nelle fosse a mescolare con i piedi argilla e paglia, dall'alba al tramonto, un giorno dopo l'altro, un mese dopo l'altro. È il duro lavoro dello schiavo che non può conoscere lo scopo della sua fatica. È il lavoro alienante della catena di montaggio senza fine, certamente non paragonabile alle nostre.

            Veniamo anche a sapere che c'erano sorveglianti e scribi ebrei che facevano da mediatori tra gli schiavi e il Faraone, forse per un piatto di minestra in più, i quali vengono bastonati (5,14).
Da essi inizia una sequela di lamentele.
Gli scribi si lamentano con il Faraone, cacciati, si lamentano con Mosè e Mosè si lamenta con Dio.
Letteralmente l'ebraico dice:

Es 5,22 -23 «Così tornò Mosè da JHWH e disse: Mio Signore perché facesti male a questo popolo? Perché mi mandasti? (è ancora il verbo mandare ripetuto più volte nel racconto del roveto ardente. Vedi lettura 10) 23 E da quando andai dal Faraone per parlare in TUO nome fece male a questo popolo e liberare non liberasti il TUO popolo».

Abbiamo anche qui il raddoppiamento del verbo liberare che viene intensificato nella sua negatività per via del "non", che però in italiano non è traducibile e perde la sua forza.
Forse dovremmo tradurre con qualcosa come: "Tu non hai fatto un bel niente". Comunque si tratta di una accusa rivolta a Dio molto, molto pesante.

Lamentazione o preghiera?
Gli esegeti sono divisi, ma possiamo fare alcune considerazioni.
Mosè non protesta per la figuraccia che lui ha fatto agli occhi del Faraone e del popolo, lui, che in fondo, "ha perso la faccia", ma si lamenta per la condizione del popolo che oltretutto è peggiorata.
E non parla di "mio" popolo ma di "tuo" popolo.
Inizia qui l'opera di mediazione di Mosè che raggiungerà il culmine dopo l'episodio del "Vitello d'oro".
Forse possiamo parlare di "lamento che si fa preghiera" (vedi lettura 14).
Si troverà poi un grande numero di profeti che si lamenteranno con Dio perché quando il male supera certi limiti...

Nel II secolo a. C. si troverà Giobbe che si lamenterà come non mai con Dio per lo scandalo del male che lui stesso deve subire. Si legga Gb 3
Però Mosè è il primo personaggio della Bibbia che ha il coraggio di esprimere una preghiera - lamento.
Non ce ne sono altri prima di lui.

Anche Gesù, il Figlio, sulla croce non dirà: "Dio mio non abbandonarmi", ma esattamente: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato"?

Tanto importante che l'evangelista sente il dovere di riportarlo nella lingua originale "Elì, Elì lemà sabactàni"?

Preghiera pertinente? Sembra proprio di sì, se poi tutti questi personaggi sono stati esauditi.

 

Lettura 22                 Es 6,1 - 7,7     Una nuova chiamata?

Es 6:1 «Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che sto per fare al faraone con mano potente, li lascerà andare, anzi con mano potente li caccerà dal suo paese!».
2 Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore! 3 Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi son manifestato a loro. 4 Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dov'essi soggiornarono come forestieri. 5 Sono ancora io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza. 6 Per questo di' agli Israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi. 7 Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, che vi sottrarrà ai gravami degli Egiziani. 8 Vi farò entrare nel paese che ho giurato a mano alzata di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, e ve lo darò in possesso: io sono il Signore!».
9 Mosè parlò così agli Israeliti, ma essi non ascoltarono Mosè, perché erano all'estremo della sopportazione per la dura schiavitù.
10 Il Signore parlò a Mosè: 11 «Va' e parla al faraone re d'Egitto, perché lasci partire dal suo paese gli Israeliti!». 12 Mosè disse alla presenza del Signore: «Ecco gli Israeliti non mi hanno ascoltato: come vorrà ascoltarmi il faraone, mentre io ho la parola impacciata?». 13 Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e diede loro un incarico presso gli Israeliti e presso il faraone re d'Egitto, per far uscire gli Israeliti dal paese d'Egitto. [...]

Es 7:1 Il Signore disse a Mosè: «Vedi, io ti ho posto a far le veci di Dio per il faraone: Aronne, tuo fratello, sarà il tuo profeta. 2 Tu gli dirai quanto io ti ordinerò: Aronne, tuo fratello, parlerà al faraone perché lasci partire gli Israeliti dal suo paese. 3 Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto. 4 Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l'Egitto e farò così uscire dal paese d'Egitto le mie schiere, il mio popolo degli Israeliti, con l'intervento di grandi castighi. 5 Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando stenderò la mano contro l'Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!».
6 Mosè e Aronne eseguirono quanto il Signore aveva loro comandato; operarono esattamente così. 7 Mosè aveva ottant'anni e Aronne ottantatré, quando parlarono al faraone».

Abbiamo lasciato Mosè in preda all'impressione di un fallimento con tanto di lamento verso Dio e recriminazione dei suoi verso di lui.
            Il capitolo successivo cambia argomento e interrompe, apparentemente, il corso della narrazione.
Abbiamo un racconto della chiamata di Mosè che sembra un duplicato di quella del roveto; questa però avviene in Egitto (6,28).
Il testo è di tradizione P quindi postesilica, piuttosto recente (vedi  in Glosse nota esegetica 2). Gli esegeti per lungo tempo sono stati divisi tra l'idea di una nuova chiamata e una variante della precedente. Poi la scoperta che prima della stesura di testi scritti ci furono molti secoli di trasmissioni orali, ha convinto tutti che si tratta di due diverse tradizioni dell'unica chiamata.
Ma poiché noi facciamo una lettura "sincronica", cioè il testo così come l'abbiamo ricevuto, dobbiamo chiederci che senso abbia collocare in questo punto un secondo racconto dell'unica chiamata.
Non sarebbe stato più logico metterlo vicino al primo, quello di Es 3 ?

Però troviamo una "figura" simile nei "Canti del Servo di JHWH".
In Is 42 Dio presenta al mondo il suo Servo che ha tutta l'aria di essere un profeta il quale, sembra, debba compiere grandi cose.
In Is 49 è il Servo che racconta di sé e della sua missione, poi rivolto a Dio dichiara il suo fallimento:

  «Invano ho faticato / per nulla e invano ho consumato le mie forze. / Ma certo il mio diritto è presso il Signore / la mia ricompensa presso il mio Dio» (Is 49,4).

La risposta di Dio è categorica:

            «È troppo poco che tu sia mio Servo / per restaurare le tribù di Giacobbe/ e ricondurre i     superstiti di  Israele./ Ma io ti renderò luce delle nazioni / perché tu sia la mia salvezza/ fino alle estremità della terra».

Quindi non solo "Servo", ma addirittura essere "la mia salvezza"!
Cioè Dio conferma la chiamata - invio - missione - shalah, accrescendo la qualità e la forza di questo suo inviato (leggere i testi).

            Qualcosa del genere accade anche con diversi profeti quando hanno una crisi di fiducia perché vedono che la loro missione non produce frutti. Ad esempio Ger 20. E Mosè è il primo dei profeti.
Allora possiamo forse dire che il senso di questo secondo racconto di vocazione è quello di rinfrancare l'inviato sfiduciato. Soprattutto quando Dio gli dice:
            «... io ti ho posto a fare le veci di Dio per il Faraone e Aronne tuo fratello sarà il   tuo profeta» (7,1).

Anche in questo caso siamo di fronte ad un rafforzamento dell'autorità e del compito dell'inviato.

            C'è un altro brano nel nostro testo che ci costringe a riflettere. Il racconto è spezzato in due per via dell'inserzione delle genealogie.
In prima battuta interrompe il filo del discorso, ma se ci si sta sopra ci si rende conto che la loro funzione è importante: sta a dire che stiamo assistendo ad uno svolgimento storico, non ad un fatto puntuale.
È come se Dio dicesse a Mosè: "guarda che un fallimento non ha importanza perché io ho iniziato con te, anzi con voi e prima e dopo di voi, una storia, che avrà le sue vicende, i suoi alti e bassi..."
In fondo è questo il senso di 6,7 «Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio», vale a dire l'inizio di una relazione che si svolge nel tempo.
            Possiamo aggiungere che Mosè ha compreso perfettamente il messaggio di Dio, o questa "ripresa" circa la sua chiamata (per quanto detto sopra).
Infatti nello svolgersi del successivo racconto delle "piaghe", di cui le prime nove falliscono, non ci saranno più lamentazioni da parte sua.
Adesso lui «vive di fede».

            Forse anche Matteo ci viene in aiuto.
Il capitolo 28 narra gli incontri con Gesù Risorto. A Gerusalemme la risurrezione è annunciata dall'Angelo presso il sepolcro alle donne e mentre esse si recano dai discepoli Lo incontrano e si gettano ai suoi piedi senza esitazioni: nei vangeli le donne comprendono sempre immediatamente... senza tante discussioni.
I discepoli incontrano Gesù risorto in Galilea e dice il testo originale

« E vedendolo si prostrarono; ma essi dubitarono. E Gesù avvicinandosi parlò loro dicendo: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque a fate discepole tutte le nazioni della terra battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo [...] Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine alla consumazione del secolo» (traduzione letterale di Mt 28,17-ss).

Di fronte al dubbio viene riconfermata l'invio alla missione.
Non è ancora la stessa figura?

 

Lettura 23     Es 7,8 -10,29 Le prime 9 piaghe

            Pensare di incrinare nell'immaginario collettivo l'idea che gli ebrei siano usciti dall'Egitto a seguito delle piaghe è impresa impossibile, ma non ci si può esimere dal tentare di affermare con forza che quello è un "testo didattico" (vedi nota esegetica 4 ).  In quanto didattico dobbiamo cercare di cogliere l'insegnamento che ci viene proposto lasciando perdere i contorni narrativi "fantascientifici".

Questo, però,  non vuol dire che là non sia successo "qualcosa" di straordinario perché degli schiavi potessero "uscire" dall'Egitto, ma l'effettivo nucleo originario di quell'evento si è perduto. E tuttavia ne è rimasto il senso.

            Anzitutto dobbiamo trattare separatamente le prime nove piaghe, che sono di carattere geo-climatico, dalla decima che è essenzialmente "liturgica".

            Dobbiamo ricordare che prima dell'entrata in funzione della diga di Assuan completata negli anni '70, il Nilo esondava  per gran parte della valle e del delta lasciando, dopo il ritiro dell'acqua,  una fanghiglia che rendeva molto fertile il terreno: una sorta di concimazione naturale. Però insieme a questi elementi utili, lasciava nel terreno pesci morti, animali, insetti, batteri, virus che sono in grado di spiegare scientificamente le nostre "piaghe".

G.F. Ravasi, in Esodo, Queriniana, p 47, scrive:
«G. Host ha potuto documentare che nel 1957 - 58 una piena abnorme del Nilo Azzurro aveva causato una forte moria di pesci con relativo inquinamento idrico. Sciami di mosche tze-tze avevano contagiato con i loro tripanosomi uomini e animali diffondendo la malattia del sonno».

Ravasi prosegue nel dettaglio la descrizione spiegando come può avvenire una successione analoga a quella delle nove piaghe esodiche.
            Allora possiamo dire che uno o più sapienti o redattori  hanno usato la conoscenza di quei fenomeni naturali per costruire un racconto e dare un insegnamento.

Che quello "didattico" fosse l'interesse fondamentale risulta anche dalle vistose contraddizioni esistenti nella narrazione, come "la morte di tutto il bestiame", (5^ piaga), seguita dalle ulcere per bestiame (non era già morto?) e uomini, (6^piaga). D'altra parte non era questo il tipo di coerenza cercato dai redattori.
I testi sono attribuiti in parte alla tradizione Jahwista J e in parte alla Sacerdotale P.

            Noi chiamiamo "piaghe" quello che l'ebraico chiama con tre vocaboli: prodigio, segno e colpo; l'ultimo termine è il più prossimo all'idea di piaga.
Per semplicità mettiamo tutto sotto la categoria di "segno" che è il più usato nel nostro testo.
Il segno indica che quei fatti chiedono di essere decifrati per coglierne il senso.
            I segni sono semplici eventi storici, fatti "normali", magari anche banali (che non trovano posto negli annali dei regni i quali registrano solo guerre e grandi imprese), ma che la Bibbia insegna a leggere come interventi di Dio.
E abbiamo già detto che Dio inizia con il "suo popolo" una storia per cui qui ci troviamo di fronte ad una teologia della storia: " Dio sta dalla parte degli oppressi".

            Ora, a partire dal primo gesto compiuto da Mosè, il bastone cambiato in serpente (7,8-13), che non è una piaga e per tutti le piaghe successive abbiamo la menzione dello "indurimento del cuore di Faraone": 7,13.22; 8,11.15.28; 9,7.12.35; 10,1.20.27 (Questi versetti tutti tradizione P).
Infatti destinatario dei "segni" è Faraone che, come abbiamo visto in Es 5,2,  lettura 21, dichiara: «Chi è JHWH perché io gli debba dare retta [...] Io non conosco JHWH e neppure rilascerò Israele».

Allora tutti i segni, piaghe, hanno il compito di mostrare, "in-segnare", che c'è questo Dio JHWH che lui non conosce. Il fatto è che non vuole assolutamente conoscerlo perché dovrebbe abbandonare la sua ideologia la quale ritiene che gli dèi sono dalla parte dei potenti. Che Dio è quello che vuole liberare degli schiavi? Non esiste e non esisterà mai!
            Stranamente i maghi e gli indovini, che era il nome dato agli scienziate del tempo, riconoscono ciò a cui rimandano questi segni. Infatti alla terza piaga, le zanzare, si scoprono impotenti e... « allora gli indovini dissero a Faraone: "È il dito di Dio"» (8,11). Così escono dalla scena e non li vedremo più.
Al contrario faraone « indurisce il suo cuore».  Questo non ci fa problema, ma cosa vuol dire allora l'affermazione di Dio « io indurirò il cuore di Faraone »? (7,3; 10,1.20.27).

Troviamo qualcosa del genere anche in Mc 4,10-12.
«Quando poi Gesù fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché:
guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,/ perché non si convertano e venga loro perdonato».

Se stiamo alla lettera dovremmo intendere: "parlo in parabole perché non capiscano e quindi non si convertano".
Allora saremmo di fronte ad un dio manicheo che ad alcuni dà cose buone e ad altri cose cattive; che rispetta la libertà di alcuni e violenta quella di altri, che alcuni li premia ed  altri li castiga.

In entrambi i casi, però,  è presente un problema della lingua ebraica che non riesce a distinguere tra proposizione finale e proposizione conseguente per cui mette in difficoltà una lettura fatta con mentalità occidentale.
Dobbiamo perciò tradurre: "... ma a quelli fuori tutto avviene in parabole perché venga alla luce che non comprendono..."
E nel caso di Esodo: " Io indurirò il cuore di Faraone" diventa: "io farò emergere la durezza del cuore di Faraone."
Allora comprendiamo anche il moltiplicarsi delle piaghe: è il tentativo di Dio perché anche lui, Faraone, possa convertirsi.
Tuttavia essendo un racconto didattico nel quale Faraone impersonifica il Male e Dio il bene, si deve giungere necessariamente alla sconfitta del male. Ma ripetiamo: qui Faraone non è un personaggio storico, ma simbolo di tutti  faraoni che si sono conosciuti e si conosceranno nel volgere dei secoli.

            Si deve anche tenere presente che siamo ancora nel dominio della teologia della retribuzione: "chi agisce bene otterrà il bene, chi agisce male otterrà male".
Una teologia che la tradizione Sacerdotale P condivide alla grande.
Questa teologia non è falsa, ma la sua attuazione deve tenere conto anche della vita ultraterrena.Bisognerà arrivare a Giobbe perché subisca una poderosa spallata.

La croce di Gesù Cristo, poi, la manderà in frantumi.

 

Lettura 24     Es 11    L'attesa per la "soluzione finale"

Es 11:1 «Il Signore disse a Mosè: «Ancora una piaga manderò contro il faraone e l'Egitto; dopo, egli vi lascerà partire di qui. Vi lascerà partire senza restrizione, anzi vi caccerà via di qui. 2 Di' dunque al popolo, che ciascuno dal suo vicino e ciascuna dalla sua vicina si facciano dare oggetti d'argento e oggetti d'oro».
3 Ora il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani. Inoltre Mosè era un uomo assai considerato nel paese d'Egitto, agli occhi dei ministri del faraone e del popolo.
4 Mosè riferì: «Dice il Signore: Verso la metà della notte io uscirò attraverso l'Egitto: 5 morirà ogni primogenito nel paese di Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito della schiava che sta dietro la mola, e ogni primogenito del bestiame. 6 Un grande grido si alzerà in tutto il paese di Egitto, quale non vi fu mai e quale non si ripeterà mai più. 7 Ma contro tutti gli Israeliti neppure un cane punterà la lingua, né contro uomini, né contro bestie, perché sappiate che il Signore fa distinzione tra l'Egitto e Israele.
8 Tutti questi tuoi servi scenderanno a me e si prostreranno davanti a me, dicendo: Esci tu e tutto il popolo che ti segue! Dopo, io uscirò!». Mosè acceso di collera, si allontanò dal faraone.
9 Il Signore aveva appunto detto a Mosè: «Il faraone non vi ascolterà, perché si moltiplichino i miei prodigi nel paese d'Egitto». 10 Mosè e Aronne avevano fatto tutti questi prodigi davanti al faraone; ma il Signore aveva reso ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli Israeliti dal suo paese».

Es 11 è un breve capitolo di transizione nel quale Dio anticipa a Mosè quello che sta per fare.

Esso è composto da tre tradizioni: vv 1-3 E Elohista, 4-8 J Jahwista il rimanente è P Sacerdotale. Si vede subito che la composizione non è riuscita bene.

            Nella prima parte Dio annuncia a Mosè la sua intenzione: la liberazione definitiva del popolo attraverso un gesto sconvolgente. Una liberazione che trascina con sé la spogliazione delle ricchezze degli egiziani, una sorta di pagamento del lavoro svolto in condizione di schiavi. Veniamo anche a sapere che i rapporti con il popolo d'Egitto era buono e soprattutto che Mosè era tenuto in grande considerazione dai servi di Faraone. Però questa disponibilità è attribuita all'azione di Dio.

B. S. Childs, Il libro dell'Esodo, PM, dice che gli esegeti ebrei e cristiani hanno sempre avuto un certo imbarazzo a commentare questi versetti perché pensare che Dio favorisca una grande ruberia ottenuta con l'inganno e tradendo la fiducia dei vicini, non è per niente esaltate e tantomeno da raccomandare. Egli suggerisce che il redattore abbia voluto evidenziare, con le limitate categorie di cui disponeva, quel rapporto di Dio con questo gruppo di schiavi che devono diventare un popolo.
In sostanza si tratterebbe di cogliere l'aspetto della "cura" di Dio verso il suo popolo, anche se espresso in una forma inaccettabile e con una teologia che il dispiegarsi successivo della Rivelazione correggerà.
Noi possiamo aggiungere che oltretutto è cristologicamente incompatibile.
            Le traduzioni di v1non rendono l'idea della radicalità di questa "liberazione", la riportiamo più vicino alla lettera del testo originale:

            «Ancora una piaga manderò su Faraone e sull'Egitto. Dopo ciò egli vi lascerà andare da qui. Quando egli vi lascerà andare completamente allora cacciare caccerà voi da qui».

Si noti, due volte il verbo "lasciare andare" e la seconda con l'aggiunta di un "completamente". Poi abbiamo il raddoppiamento del verbo cacciare che indica una radicalità dell'azione che è intraducibile. Abbiamo già parlato di questa forma nella lettura 14.

Però "lasciare" e "cacciare" non hanno il medesimo significato. Infatti in questo versetto è racchiusa la memoria delle due uscite dall'Egitto.

            La prima, una "cacciata", avvenuta nel 1550 - 1500 a. C. quando salì al potere una dinastia nazionalista che ha voluto "purificare" il Delta, terra fertile e ricca, da infiltrazioni di popoli stranieri. Poiché si tratta di un'uscita "espulsione" questo gruppo può seguire la "Via del Mare" che collegava l'Egitto alla Siria e poi alla Mesopotamia: un'autostrada per quei tempi. In questo caso le guarnigioni militari dislocate lungo il percorso favorivano il transito degli stranieri espulsi.

            Per quanto riguarda il gruppo di Mosè (circa 1225 a. C.) si tratta di una fuga, per cui è un gruppo deve stare alla larga dai presidi militari e quindi segue una vi impervia, nel deserto cercando di sfuggire agli eventuali inseguitori. Dobbiamo tenere presente che Mosè conosceva bene quel deserto perché c'era vissuto quarant'anni.

            Questi due "uscite" sono confermate anche dai luoghi citati lungo il cammino verso Canaan che non permettono di tracciare un solo itinerario, ma almeno due, se non di più. Nel senso che, come gli studiosi affermano, ci furono più "esodi" in quanto si aveva a che fare con popolazioni nomadi o seminomadi che quando si rendevano conto del peggioramento nelle condizioni di vita se ne andavano altrove, così come fanno i beduini ancora oggi.

            Ora, quando questi eventi sono stati scritti, probabilmente sotto il regno di Davide o Salomone (1000 - 900 a. C.)  e comunque dopo un lungo periodo di tradizioni orali, si erano ormai fusi in un unico racconto, che tuttavia, al lettore attento, consente di rilevare queste tensioni.
Così si spiega, ad esempio,  perché Faraone caccia Israele e poi lo insegue per trattenerlo.

            I vv 4-8 parlano di strage di primogeniti come "Parola del Signore", cioè con la formula del messaggero «Così dice JHWH», che dà al testo una particolare rilevanza, e solo alla fine veniamo a sapere che Mosè si stava rivolgendo a Faraone andandosene poi pieno collera.
Però in Es 10,29 Mosè aveva detto a Faraone: « Hai detto bene, non vedrò più il tuo volto».

Questa contraddizione dice che c'è stato un intervento preciso di Dio e che quella "Parola di JHWH" sarà realizzata senza indugio.

            Gli ultimi versetti di tradizione P sacerdotale, fanno una sorta di riepilogo, tecnicamente un sommario, che non aggiunge nulla di nuovo, ma serve a preparare ciò che segue.
            Possiamo pensare a tutto questo capitolo 11 come una sorta di pausa che stacca le precedenti nove piaghe "geoclimatiche", dall'ultima, quella definitiva: la strage dei primogeniti d'Egitto, che costituisce il centro del movimento di liberazione.

E nel complesso crea una sorta di attesa per un evento che si annuncia drammatico.

 

Lettura 25      Es 12,1- 13,16          La prima pasqua. Il passaggio di Dio.  Prima parte

            Es 12,1 «JHWH disse a Mosè e ad Aronne nel paese d'Egitto: 2 "Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi,sarà per voi il primo mese dell'anno

Come? Dopo quella sorta di prologo costituita dal capitolo 11 ci sia aspetta la conclusione, la soluzione definitiva e invece ci viene presentata una lista di prescrizioni rituali.
Il fatto è che il pensiero ebraico di quel tempo non segue il nostro schema di ragionamento.
Quando noi dobbiamo esprimere un concetto, descriviamo le premesse, sviluppiamo i loro collegamenti e alla fine enunciamo la parte principale.
Mostriamo come ragionavano gli ebrei riferendoci direttamente al nostro testo, tenendo però presente che a quel tempo non esistevano segni di interpunzione, non separavano una parola dall'altra, non dividevano i libri in capitoli, sezioni e paragrafi, ma erano ugualmente capaci di strutturare il testo articolandolo tra diversi personaggi, cioè facendo parlare ora uno ora l'altro.

 

A => 12,1-20    Parla il Signore a Mosè e Aronne                        =>  pasqua, primogeniti, azzimi

                B => 12,21-28  Parla Mosè agli anziani                        => agnelli, pasqua, catechesi

                               C => 12,29-42  Sezione narrativa                   => IL PASSAGGIO DI Dio E LA STRAGE

                A'=> 12,43-13,2 Parla il Signore a Mosè e Aronne      => pasqua, agnello, primogeniti

B'=>  13,3-16       Parla Mosè al popolo                                        => azzimi, catechesi, primogeniti

 

Si vede a colpo d'occhio che la parte più importante e quella centrale perché è trattata una sola volta mentre le altre 2+2 le ruotano intorno. Perciò l'annuncio della strage dei primogeniti fatta nel capitolo 11 viene pienamente confermato e attuato.
            Noi continuiamo a seguire il testo perché quelle prescrizioni rituali non sono un semplice corollario.
Anzitutto il versetto di apertura, che a prima vista sembra banale, è in realtà è la scoperta o l'invenzione della storia.

Abbiamo già visto che JHWH non si presenta come Dio della fecondità o di un determinato luogo «perché sua è la terra e tutto quanto contiene», ma si presenta come "Signore della storia" per cui intreccia relazioni con... in qualunque luogo e in qualunque situazione. Egli è il "Dio vicino" che cammina in mezzo al suo popolo e ne condivide tutte le vicende, tutte le storie, appunto, anche le più modeste e kenotiche come la mia, la tua, la sua, ecc.
            Ora, la concezione di storia esistente in quel tempo in Egitto, in Mesopotamia, in Grecia era di tipo naturistico, ciclico, sul modello delle stagioni. Ciò che accade oggi è già accaduto e accadrà ancora e si ripeterà all'infinito. Ne segue che se riesco a sapere cosa è accaduto, posso anche prevedere cosa accadrà. Da qui la magìa, le divinazioni, ecc.
Si pensi ad esempio al mito di Edipo. Un oracolo aveva predetto: il figlio che nascerà dal re di Tebe ucciderà il padre e sposerà la madre. Per precauzione lo mandano via e viene cresciuto da un ignaro pastore. Diventato grande e forte guerriero, un giorno ha un diverbio con un auriga e nella lotta lo uccide insieme al passeggero che guarda caso è il padre che non ha mai conosciuto. Arrivato a Tebe dopo varie avventure sposerà la regina, cioè la madre.
È chiaro che in un mondo di questo tipo domina il fato, impera il destino e l'opera dell'uomo, anche se ce la mette tutta, non riesce a sfuggire a ciò che è stabilito; praticamente è del tutto irresponsabile di ciò che gli accade.
            Nel mondo ebraico grazie a rivelazioni come quella del nostro versetto, la storia non è soggetta ai capricci del fato o ai litigi tra gli dèi (guerra di Troia), ma è il luogo della manifestazione dell'amore di Dio per ogni uomo.

Il suo dispiegarsi non è ciclico, ma lineare: c'è un inizio e una fine e non puoi tornare indietro; ogni evento è importante: la giornata perduta non la ricuperi più, l'occasione lasciata è persa per sempre.
Ne consegue che ogni uomo è una realtà, un pezzo di storia unica e irripetibile, come spesso diceva Giovanni Paolo II, quindi prezioso agli occhi di Dio.

            Proprio per questo è importante "fare memoria" di certi eventi. Però il nostro "fare memoria" suona alle nostre orecchie come: "allora me lo segno sull'agenda". Invece il verbo "zakar" e i suoi derivati, usato più volte in questi testi, è molto di più, e nel nostro caso significa: mangiare pane azzimo per sette giorni, senza sale, accompagnarlo con erbe amare, procurarsi un agnello intero e tenerlo separato per quattro giorni (ciò che è separato è sacro), mangiarlo in un modo preciso: arrostito, senza spezzargli alcun osso, vestiti in tenuta da viaggio.
Il tutto seguito da una catechesi introdotta dal figlio più piccolo.
Un rito "famigliare" che si ripete ogni anno perché "io", non solo quelli là, vissuti 3200 anni fa, proprio io, oggi, «sono stato liberato dalla terra d'Egitto dalla casa di schiavitù». 

Ma è una festa o un rito penitenziale?
Qualunque risposta si dia è comunque una cosa seria. Molto seria.
            Questo "zakar" trasforma il tempo cronologico, "la differenza tra un prima e un poi" come lo definiva Aristotele, che è l'idea di tempo ridotta a "spazio", in un tempo umano. Per fare un esempio preso dal nostro oggi: un operaio che lavora mediamente 47 settimane e timbra il cartellino o striscia il badge 4 volte al giorno per 5 giorni alla settimana per 40 anni alla fine avrà timbrato 37600 volte. Quale memoria rimane di tutte quelle timbrature? Ecco questo è il tempo cronologico o "produttivo", come lo chiamano i sociologi.

            Il tempo umano, quello che diventa storia, non è molto legato agli orologi o alle agende, perché guarda a ciò che è rimasto nella mia coscienza. Agostino definiva il tempo "una distensione dell'anima" nella quale non ci stanno orologi. Proviamo a fare qualche esempio: Quando è nato mio figlio...Il primo giorno di scuola.. Quando la mia ragazza mi ha detto sì... Quando il mio ragazzo mi ha chiesto: mi vuoi sposare?  Quando è morta la mamma... Quando sono guarito dal tumore... Quando i ragazzi si sono sposati... e via dicendo.
Ecco, questo tempo non "produce" nulla, ma è quello che sostiene la mia vita e struttura la "mia" storia.

            Senza esagerare possiamo affermare che questo modo di considerare il tempo è nato là, 3200 anni fa, la notte di pasqua quando Dio ha detto a Mosè e Aronne:
            «Questo mese (abib / nisan) sarà per te l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno»

 

Lettura 26     Es 12,1- 13,16           La prima pasqua. Il passaggio di Dio.  Seconda parte

            Sarebbe ingenuo ritenere che gli ebrei abbiamo svolto tutte le attività di cui si è detto, farsi prestare oggetti di valore, procurarsi gli agnelli, mangiare pane azzimo per sette giorni, partecipare a "congregazioni sacre", ecc. senza che le spie di Faraone e i sorveglianti ai lavori forzati, alcuni dei quali ebrei, informassero i superiori e Faraone non prendesse le contromisure opportune.

            Certo i redattori hanno strutturato molto bene i testi perché poi la "strage dei primogeniti" giustifica ogni cosa, salvo non riuscire a spiegare come il Grande Re, Faraone, prima li scaccia e poi cambi idea.
Allora siamo costretti a rivolgerci alle ricerche storiche per tentare di capire cosa possa essere successo.
            Gli studiosi ci dicono che in Es 12-13 sono confluiti due riti prima separati. Li esaminiamo brevemente.

Il rito di pasqua
            La pasqua era un rito sacrificale del mondo nomadico che i pastori celebravano in occasione della transumanza di primavera. Gli spostamenti con tutti gli animali non erano tanto semplici e d'altra parte erano indispensabili per trovare pascoli anche durante la stagione secca. Il viaggio era sempre rischioso. Lungo il percorso si potevano trovare città ostili, sorgenti disseccate, bande di predoni, si potevano perdere degli animali... e poi c'erano gli "spiriti malefici", in particolare il "Mashit = lo Sterminatore". (Ricordiamo che il monoteismo matura molto lentamente solo a partire dall'Esilio di Babilonia - VI secolo a. C.- e secondo gli antichi il mondo era popolato di spiriti e dèmoni). Quindi si celebra un rito di tipo scaramantico di protezione del gregge, più esattamente "apotropaico", che tenga lontano lo "Sterminatore". Esso consiste nel sacrificio di un agnello maschio, privo di difetti, non necessariamente primogenito, nato nell'anno, il cui sangue viene sparso sui pali della tenda, arrostito e mangiato in fretta, in tenuta da viaggio perché poi si deve partire. Il sangue sui pali fa si che lo Sterminatore "passi oltre", in ebraico "pesah" , che significa "passare, saltare", da cui "pasqua".

            Il pane azzimo, cioè non lievitato, in questo caso, non fa parte del rito, ma è quello che normalmente mangiano i pastori perché occupa poco spazio e si mantiene commestibile per molti mesi. Non è un pane così esotico perché veniva usato anche nelle baite delle nostre montagne quando i pascoli erano "caricati".

            Le erbe amare non indicano qualcosa di penoso o penitenziale, ma sono le erbe selvatiche che crescono spontaneamente nel deserto, usate in sostituzione del sale per insaporire gli alimenti. I nomadi erano particolarmente abili nello sfruttare attentamente tutto ciò che la natura poteva offrire.

            Questo rito, dicono gli studiosi, è ancora praticato dalle tribù dei beduini.

Gli azzimi
            La festa degli azzimi proviene da una cultura agricola, pertanto sedentarizzata. Anch'essa è celebrata in primavera in occasione della mietitura dell'orzo, che a quelle latitudini, matura già a marzo - aprile. Il frumento invece richiede altre sette settimane e darà luogo alla festa di Pentecoste.
Poiché la primavera segnava l'inizio dell'anno nuovo, tutto doveva essere rinnovato in particolare il lievito. Dai testi si comprende che si usava la tecnica del lievito-madre, cioè un impasto di farina bagnata lasciata in un luogo fresco, che fermentava nel giro sei sette giorni. Quando poi si doveva fare il pane bastava un pizzico di questo lievito-madre per fare lievitare tutto l'impasto nel giro di qualche ora.
Poiché il nuovo lievito-madre doveva essere ricavato dal nuovo raccolto, era necessario attendere circa una settimana per avere il nuovo lievito e quindi per sette giorni si doveva mangiare pane non lievitato, cioè azzimo.

            Ora, siccome questi riti erano molto antichi non potevano insospettire la gente di Faraone.
Però il nostro testo li presenta come se fossero nati, lì nel Delta del Nilo, la notte della liberazione. Come mai?

La centralizzazione della Pasqua

            Quali fossero le forme di culto di Israele nei tempi antichi non è dato si sapere. Sappiamo che esistevano tanti luoghi sacri: Betel, Sichem, Silo, Galgala, ecc., ciascuno con i suoi culti, ma con la costruzione del tempio di Gerusalemme (900 a. C.) essi vengono soppressi, non senza tensioni, perché tutto il culto viene accentrato nel Tempio, anche se la successiva divisione del Regno, dopo la morte di Salomone, ritarderà l'attuazione di questo programma.

            I biblisti ritengono che la centralizzazione della Pasqua con i due riti visti sopra, si sia ufficialmente affermata con la Riforma deuteronomista del re Giosia (621 a.C.) (Vedi storiografia deuteronomista: nota esegetica 2), ma questo non esclude che essa fosse già conosciuta e praticata in comunità profetiche o spirituali.
Ad ogni modo la pasqua così come viene presentata dai nostri capitoli di Es 12-13 dovrebbe essere opera deuteronomista.
            L'aspetto più rilevante è quello di avere utilizzato due riti naturistici, legati al ciclo delle stagioni, di tipo "scaramantico" e, ri-significandoli, averli collegati all'evento prodigioso della liberazione avvenuta diversi secoli prima. Avevamo detto che nasce così l'idea lineare di storia.

            In verità era una liberazione che aveva riguardato un piccolo gruppo di persone che hanno dovuto vagare parecchi anni prima di riuscire a conquistare una terra propria. La "Conquista" però, avvenne assieme ad altre tribù che non erano mai state in Egitto e non avevano mai conosciuto la schiavitù, ma con le quali condividevano, più o meno, la stessa religione.
La memoria di quel prodigioso evento di liberazione, collegata ad altri eventi simili: Giosuè, la conquista della terra, le vicende del periodo dei Giudici, l'avvento del regno con Davide e Salomone, ecc. ha permesso di costruire una "memoria comune" espressa sinteticamente molto bene nella formula di autopresentazione di JHWH:
«Io sono JHWH Dio tuo che ti ha liberato dal paese d'Egitto dalla casa di schiavitù», che si incontra parecchie volte nella Bibbia.
La ri-significazione dei riti dell'agnello e del pane azzimo, unificati nella Pasqua, ha reso disponibile alle generazioni successive quella memoria.

            Forse ci dovrebbe sorprendere il fatto che la "Parola di Dio" non esiti a fare suoi dei riti e dei segni che non esiteremmo a definire "superstiziosi", ma dobbiamo ricordare che da sempre Dio si rivolge agli uomini usando linguaggi che essi possano comprendere.
            Anche Gesù nell'Ultima Cena non ha inventato nuovi riti, ma ha "ri-significato" il rito del calice e del pane della cena che segnava l'apertura del giorno festivo, che per gli ebrei iniziava dopo il tramonto del sole e non a mezzanotte o al mattino.

            Il Mistero dell'Incarnazione, del Dio che si fa uomo, implica da parte Sua l'adozione di tutti i linguaggi e di tutte le forme di comunicazione umane.

                                                                                                                     

 

Lettura 27     Es 12,29-34   La prima pasqua. Il passaggio di Dio. Terza parte  

            Il "passaggio = Pasqua"  di Dio si conclude con la strage dei primogeniti degli egiziani

Es 12,29-30 «E nel mezzo della notte JHWH colpì ogni primogenito nel paese d'Egitto, dal primogenito di Faraone che siede sul trono, fino al primogenito del prigioniero che è nella prigione e ogni primogenito del bestiame. 30 Si alzò Faraone nella notte e con lui tutti i suoi ministri e tutti gli egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto perché non c'era casa dove non c'era un morto».

Finalmente un Dio come si deve. Un Dio come lo verremmo noi. Un Dio che rimette tutte le cose al loro posto! Senza guardare in faccia a nessuno!

Però in 21,23 non è JHWH che compie la strage, ma il "Mashit = lo Sterminatore" forse già qualche redattore non si sentiva di attribuire a JHWH una strage del genere. Perché questa strage fa problema e dobbiamo cercare di elaborarne il senso.

A tale proposito si incontrano diverse giustificazioni:
1- All'inizio di Esodo faraone è presentato come colui che vuole eliminare Israele che Dio chiama «mio figlio primogenito», 4,22 e ora per ritorsione sono i primogeniti d'Egitto che vengono eliminati.
2- Qualcuno parla di una sorta di guerriglia organizzata dagli ebrei che nelle ore notturne penetravano nelle case egiziane uccidendo i figli.
3- Avevamo visto che Faraone è presentato come il rappresentate del Male in lotta senza quartiere con Dio. Però questo Male si diffonde in modo imprevedibile e prima o poi si rivolge anche contro colui che l'ha innescato.

Comunque accettando la strage compiuta da Dio si decide negativamente della sua immagine di Dio e si vanifica la fatica di Gesù (Vedi in Glosse nota esegetica 5). Allora dobbiamo approfondire l'argomento.

            La storia e l'archeologia hanno potuto documentare che l'uso di sacrificare i bambini, soprattutto primogeniti, era diffuso nell'area siro-egiziana. Quando si fondava una città o si costruiva una nuova casa si celebrava un sacrificio infantile di fondazione per placare gli spiriti del male. Effettivamente sono stati trovati sotto le fondamenta di mura di città e di case resti di bambini, oltre che nell'area menzionata, anche in tutto il Nord-Africa e persino in Sardegna. Meno facile da documentare l'olocausto di bambini, praticato soprattutto dai fenici, che la Bibbia chiama filistei, perché in tal caso delle vittime restavano solo le ceneri.

            Circa Israele abbiamo già avuto modo di dire che il "monoteismo" incomincia ad affermarsi solo dopo l'esilio babilonese (530 a. C.) mentre prima vigeva l'enoteismo (ogni terra/popolo ha il suo dio), per cui tra i discendenti di Abramo venivano eseguiti riti anche verso gli dèi dei popoli vicini: lo documentano i continui richiami profetici e legislativi contro le varie forme di idolatria e di riti non graditi al Signore.
Per esempio, il racconto del "vitello d'oro" che incontreremo più avanti ai piedi del Sinai, non riguarda tanto la costruzione di un idolo in sé, ma l'avere attribuito a JHWH un'immagine, cioè avere istituito una forma di culto analoga a quella degli dèi degli altri popoli.

Tra questi riti ci sono anche i sacrifici dei bambini primogeniti a proposito dei quali riportiamo alcuni testi significativi.
1- Intorno al 1100 - 1000 a. C. quando Israele non era ancora un popolo dotato di un territorio specifico, ma suddiviso in tante entità territoriali e politiche separate troviamo il sacrificio di una figlia eseguito per mantenere un voto. Quel voto in se stesso  fa a pugni con il nostro senso religioso, ma probabilmente era ritenuto segno di grande devozione per Dio.

  Gd 11,29 «Allora lo spirito del Signore venne su Iefte ed egli attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da Mizpa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. 30Iefte fece voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani gliAmmoniti, 31 la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l'offrirò in olocausto». 32 Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e            il Signore glieli mise nelle mani. 33 Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti. 34 Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l'unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. 35 Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi». 36 Essa gli disse: «Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa' di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici». 37 Poi disse al padre: «Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne». 38 Egli le rispose: «Va'!», e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. 39 Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: 40 ogni anno le fanciulle d'Israele vanno a piangere la figlia di Iefte il Galaadita, per quattro giorni».

2- Verso circa lo 850 a. C. troviamo questo testo nel quale si condanna l'alleanza fatta da Geroboamo con i re filistei e cananei citando appunto il re di Gerico che ricostruisce le mura di Gerico praticando due sacrifici di fondazione immolando due figli.

1Re 16,31 «Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo figlio di Nebàt; ma prese anche in moglie Gezabele figlia di Et-Bàal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. 32 Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito in Samaria. 33 Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori.
34 Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito e ne innalzòle porte sopra Segub suo ultimogenito, secondo la parola pronunziata dal Signore per mezzo di Giosuè, figlio di Nun».

3- Nello stesso periodo 850 a.C. circa, c'è un re nemico che vista la mal parata sacrifica al suo dio il primogenito. Ci sconcerta il fatto che gli ebrei  a seguito di quel gesto del nemico si allontanano e ciò significa che credevano nel valore di quel rito pur se destinato ad un idolo.

2 Re 3,24 «Ma gli Israeliti si alzarono e sconfissero i Moabiti, che fuggirono davanti a loro. I vincitori si inoltrarono nel paese, incalzando e uccidendo i Moabiti. 25 Ne demolirono le città; su tutti i campi fertili ognuno gettò una pietra e li riempirono; otturarono tutte le sorgenti d'acqua e tagliarono tutti gli alberi utili. Rimase soltanto Kir Careset; i frombolieri l'aggirarono e l'assalirono. 26 Il re di Moab, visto che la guerra era insostenibile per lui, prese con sé settecento uomini che maneggiavano la spada per aprirsi un passaggio verso il re di Edom, ma non ci riuscì. 27 Allora prese il figlio primogenito, che doveva regnare al suo posto, e l'offrì in olocausto sulle mura. Si scatenò una grande ira contro gli Israeliti, che si allontanarono da lui e tornarono nella loro regione».

4- Intorno al 750 a.C. il profeta Michea, che opera nel Regno del Nord, scrive tra l'altro:

Mi 6,6 «Con che cosa mi presenterò / al Signore, / mi prostrerò al Dio altissimo? / Mi presenterò a lui con olocausti, / con vitelli di un anno? / 7 Gradirà il Signore / le migliaia di montoni / e torrenti di olio a miriadi? / Gli offrirò forse il   mio primogenito / per la mia colpa, / il frutto delle mie viscere / per il mio peccato?
8 Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono / e ciò che richiede il Signore da te: / praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».

5- Poco prima dell'esilio babilonese intorno al 600 a. C. troviamo questo testo del Deuteronomio posto in bocca a Mosè, ma destinato agli israeliti del tempo e di sempre. Il sacrificio denunciato è l'olocausto dei figli.

Dt 18, 9 «Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini delle nazioni che vi abitano. 10 Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l'augurio o la magia; 11 né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, 12 perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore; a causa di questi abomini, il Signore tuo Dio sta per scacciare quelle nazioni davanti a te».

6- Anche il Levitico, dello stesso periodo del testo precedente, vieta il sacrificio dei figli e lo considera profanazione del nome di JHWH.

  Lv 18,21 Non lascerai passare alcuno dei tuoi figli a Moloch e non profanerai il nome del tuo Dio. Io sono JHWH.

7- Geremia, che vive qualche decennio dopo è molto duro e denuncia addirittura la costruzione nei pressi di Gerusalemme, di un altare adatto a bruciare i figli sacrificati in questo modo a JHWH. 

  Ger 7,30 «Perché i figli di Giuda hanno commesso ciò che è male ai miei occhi, oracolo del Signore. Hanno posto i loro abomini nel tempio che prende il nome da me, per contaminarlo. 31 Hanno costruito l'altare di Tofet, nella valle di Ben-Hinnòn, per bruciare nel fuoco i figli e le figlie, cosa che io non ho mai comandato e che non mi è mai venuta in mente. 32 Perciò verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali non si chiamerà più Tofet né valle di Ben-Hinnòn, ma valle della Strage. Allora si seppellirà in Tofet, perché non ci sarà altro luogo. 33 I cadaveri di questo popolo saranno pasto agli uccelli dell'aria e alle bestie selvatiche e nessuno li scaccerà. 34 Io farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme le grida di gioia e la voce dell'allegria, la voce dello sposo e della sposa, poiché il paese sarà ridotto un deserto».

A tutto questo si dovrebbe aggiungere Gn 22 il racconto del sacrificio di Isacco. Nessuno sa che cosa effettivamente sia successo a quel tempo (1800 a. C.), ma la redazione di quel racconto è di epoca recente. L'idea guida è: Dio non vuole il sacrificio del tuo primogenito come fanno i popoli vicini, ma la tua obbedienza alla fede che consiste nel riscattare il tuo primogenito sacrificando in sua vece un animale.

            Anche il nostro racconto di Esodo avrebbe esattamente la funzione di salvare i primogeniti dalle stragi, vale a dire: se tu compi il rito dell'agnello e degli azzimi, il tuo primogenito è riscattato. Quelli che invece non lo compiono, cioè gli egiziani, vedi cosa gli accade...
            I testi legislativi insistono molto su questo. E la spiegazione è appunto riportata alla celebrazione della prima pasqua e ripetuta poi in tutte le celebrazioni annuali successive.

  Es 12,26 «Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? 27 Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case».

Alla radice di tutto questo sta l'idea pagana che i miei sacrifici sono in grado di piegare la volontà della divinità a mio favore, una sorta di costrizione che acquista maggior forza quanto più grande è il mio sacrificio. E allora cosa c'è di meglio dei miei figli?
Nella Bibbia invece sono presenti anche molti testi spiccatamente cultuali tanto che gli studiosi affermano che il "sitz im leben", l'ambiente vitale della Bibbia è la liturgia. Sono testi che Dio offre a noi per dirci come desidera essere pregato, adorato, amato.
Proprio come se Dio dicesse: quando vuoi pregare, eccoti il libro di preghiere: il Salterio. E quando hai bisogno che ti conceda qualcosa, compi questo rito in questo modo. Una semplice scorsa al Levitico può essere molto convincente... e lì non ci sono sacrifici di esseri umani.

            Quanto ai primogeniti Dio non vuole il loro sacrificio, anzi, per lui è abominio.
Perciò in riti di quel tipo non c'è alcuna salvezza.

Forse perché c'è solo un Primogenito il cui sacrificio dà salvezza... il Suo!

 

Lettura 28     Es 12,29-34   La seconda Pasqua. Il passaggio del popolo. Prima parte

[Nota 1: la parte che riguarda la notte di Pasqua e l'uscita dall'Egitto nel testo non segue un filo continuo, mentre noi cerchiamo di seguire gli eventi anche se dobbiamo saltare da un capitolo all'altro.
Nota 2: in base a quanto detto nella "Lettura 2" fare attenzione al verbo "uscire".]

            Il "passaggio", "Pasqua", di Dio si conclude con la strage dei primogeniti degli egiziani.

Che la narrazione di questa strage sia solo un'eziologia liturgica, una spiegazione del perché si faccia quel rito, ce lo fa intuire anche la ripresa nel dettaglio di come devono essere celebrati i riti dell'agnello (12,43 - 13,2) e degli azzimi (13,3-10).
Questo però non significa che agli egiziani non sia accaduto nulla: a quei tempi la mortalità infantile era enorme; in più le condizioni igieniche, tenuto conto del modo in cui case e città erano costruite, favorivano il diffondersi delle epidemie. D'altra parte fenomeni per noi "naturali", dalla scienza e dalla cultura del tempo erano facilmente attribuiti agli dèi: segnali provenienti dal mondo divino. Tant'è che Faraone in quella stessa notte, non solo concede loro di andare a compiere il sacrificio a JHWH nel deserto, ma chiede anche di essere benedetto. A suo modo riconosce la potenza di questo Dio sconosciuto.

  Es 12,31 «Il Faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: "Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto. 32 Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!"».

Si noti che Faraone aderisce alle richieste fatte da Mosè negli incontri precedenti: "un cammino nel deserto per tre giorni portando anche il bestiame" (3,18; 5,3; 7,16). Il redattore sottolinea l'importanza della condizione ripetendo due volte: "come avete detto". Però troviamo:

12,34 «Il popolo  portò con sé la pasta prima che fosse lievitata recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli», e più avanti il versetto 12,39 «Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall'Egitto in forma di focacce azzime perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall'Egitto; neppure si erano procurate provviste per il viaggio».

            A prima vista sembrerebbe una giustificazione storica della pratica del rito degli azzimi, ma appare anche un'intenzione più sottile. Se il viaggio doveva durare solo tre giorni le madie avrebbero potuto rimanere a casa: al ritorno avrebbero trovato la pasta fermentata diventata lievito nuovo pronto per essere usato.
Ma «... avvolte nei mantelli...» non significa una semplice protezione della pasta dal caldo del deserto perché avvolgere qualcuno nel proprio mantello indica una rapporto molto profondo, come quello esistente tra un uomo e la sua donna. Allora le madie con la pasta in fermentazione sono una cosa preziosa che non si può lasciare incustodita e se le portano via semplicemente perché non avevano intenzione di tornare indietro.
            A sostegno di questa interpretazione sta anche 13,19 «
Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: «Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa». E infatti dopo la conquista di Canaan saranno sepolte a Sichem.

Gs 24,32 «Le ossa di Giuseppe, che gli Israeliti avevano portate dall'Egitto, le seppellirono a Sichem, nella parte della montagna che Giacobbe aveva acquistata dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuta in eredità».

Questo vuol dire che il luogo di arrivo sarà la Terra di Canaan e non c'è la minima idea di tornare indietro.

Un'altra conferma è fornita dalla spogliazione degli egiziani che sono bene disposti perché si allontani dal paese la strage dei primogeniti.

Es 12,35 «Gli Israeliti eseguirono l'ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d'argento e d'oro e vesti. 36 Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani».

Evidentemente dopo che ti sei fatto dare oggetti di valore non è che puoi tornare indietro e dire: "beh, ho cambiato idea"! Ormai ti sei tagliato i ponti alle spalle.
È una spogliazione che può essere vista come "bottino di guerra" e infatti 13,18: «Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso. Gli israeliti "ben armati" uscirono dal paese». È un linguaggio di guerra. Ma una guerra combattuta da Dio.

            Tutti questi avvenimenti avvengono molto rapidamente e questo risulta dall'osservazione di 12,39 «neppure si erano procurate provviste per il viaggio». Dio "accade" sempre quando meno te l'aspetti! Questo è reso molto bene da

12,42 «Notte di veglia fu questa per JHWH per farli "uscire" dal paese di Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore di JHWH per tutti i figli d'Israele, di generazione in generazione».

La preposizione "per" a volte ci confonde circa il termine ma il "per JHWH" vuol dire che Dio ha faticato tutta la notte per fare uscire il suo popolo. Per questo i liberati faranno memoria di generazione in generazione. Una veglia di ringraziamento!  

            L'"uscita" avviene quasi in modo trionfale:

14,18 «Il Signore rese ostinato il cuore di Faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli israeliti mentre gli israeliti  uscivano a mano alzata».

La "mano alzata" corrisponde al nostro "pugno alzato", quella che lo sportivo innalza quando raggiunge il traguardo o fa goal, ecc. e nel caso del nostro testo allude ad una vittoria militare.

Ma quella mano non resterà "alzata" per molto!

 

Lettura 29     Es 12-14         La seconda Pasqua. Il passaggio del popolo. Seconda parte

Lasciato Ramses, il luogo della schiavitù, il popolo segue un itinerario inconsueto:

  13, 17 «Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: «Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto».

Questo vuol dire che Dio ha un piano che non ha interamente rivelato. Infatti non si tratta semplicemente di cambiare il luogo in cui vivere, ma qualcosa di molto più profondo e difficile da modificare.
Nel linguaggio biblico si dice "cuore", cioè la sede delle nostre intenzioni, delle nostre decisioni e quindi delle nostre relazioni con il mondo, con gli altri, con Dio.
I versetti successivi parlano per la prima volta della "Nube" che esamineremo a fondo in una prossima riflessione.

13,21 «Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. 22 Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte».

Ora, se è Dio che stabilisce l'itinerario e guida i figli d'Israele la responsabilità è sua: è Lui che cammina davanti e questo dovrebbe infondere di sicurezza. Ma occorre fidarsi di Dio!

            Questi testi sono di tradizione Elohista e Jahvista cioè di quattro o cinque secoli più tardi, quando di tanto in tanto Israele era una guerra con i popoli vicini o assediato dalle due superpotenze del tempo Egitto e Assiria; è come se questo redattore si rivolgesse ai suoi contemporanei dicendo loro: guardate che Dio ha un "piano" anche per noi pur se noi non conosciamo interamente il suo progetto, quindi non dobbiamo lasciarci abbattere dalle difficoltà perché Lui ci è sempre vicino e ci protegge.
E non vale anche per noi che viviamo qualche millennio più tardi e abbiamo conosciuto la vicenda del Suo Figlio?

            Ma questi figli d'Israele hanno qualche scusante.
Anzitutto 12,38 specifica: «inoltre una grande massa di gente "promiscua" partì con loro» che letteralmente è «grande folla». Il libro dei Numeri, che in parte integra Esodo per quanto riguarda il cammino nel deserto, in 11,14 parla di «accozzaglia». Questo è importante perché mostra che i «figli d'Israele» usciti dall'Egitto non era un gruppo etnicamente coeso, ma un insieme di persone costituito da più etnie, egiziani compresi, legati tra loro esclusivamente dal lavoro alienante che per molti anni erano stati costretti a svolgere; e comunque tutti fortemente egizianizzati.
Possiamo anche aggiungere che in qualche documento egizio si parla di "hapiru" da cui deriverebbe il nome di "ebrei", che non indica un etnia, ma una condizione servile posta all'ultimo gradino della scala sociale.
Allora possiamo capire perché i testi legislativi e rituali facciano sempre riferimento «allo straniero che vive presso di te» a partire da Es 13,49 e poi tutti i libri successivi. E comprendiamo anche perché durante il cammino nel deserto, che dura quarant'anni, di tanto in tanto si manifestano mormorazioni, contestazioni, ribellioni, rivolte vere e proprie, verso Mosè e le sue decisioni.

Se è così il riconoscimento nel capostipite Giacobbe riguarda solo una parte degli schiavi liberati e si spiega anche la scarsa "fiducia" collettiva nei confronti del "Dio dei Padri".
            Da questo punto di vista è significativo il silenzio dei "figli d'Israele" durante il racconto delle piaghe: sono completamente fuori campo, assenti dalla scena e anche a proposito dell'ultima sono coinvolti solo per lo svolgimento dei riti degli azzimi e degli agnelli. Tutto accade come se quei fatti terribili non li riguardassero.

Ma è Dio che converte. È Dio che dona la fede. Infatti il suo piano diventa un ordine consegnato a Mosè perché si mostri la Sua potenza:

14:1 «Il Signore disse a Mosè: 2 "Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. 3 Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati! 4 Io renderò ostinato il cuore del faraone ed egli li inseguirà; io mostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che Io sono JHWH"!».

Deve accadere un prodigio molto grande, che li riguardi da vicino, perché tutti, egiziani ed ebrei, comprendano chi è JHWH.

            Ma prima Faraone deve ancora pronunciare la sua ultima parola.
Come mai egli cambia idea ed inizia ad inseguirli «con tutto il suo esercito»?
Vediamo le scansioni dell'itinerario.

12,37 «Gli israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot...». => I° giorno

13,20 «Partirono da Succot e si accamparono a Etam sul limite del deserto...». => II giorno.

14,1 Il Signore disse a Mosè: 2 «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare».  => III giorno.

Il terzo giorno avrebbero dovuto rientrare. Non l'hanno fatto. È un atto di insubordinazione se non di guerra, allora bisogna farli fuori tutti...

Così tutti, senza rendersene conto, mettono in opera il piano predisposto da JHWH.

                                                                                                       

Lettura 30     Es 14   La seconda Pasqua. Il passaggio del popolo. Terza parte

Condotti da JHWH e dalla Nube arrivano in riva al mare e qui si accorgono di avere l'esercito egiziano alle calcagna.

Quella mano alzata con la quale erano "usciti" (14,18)adesso si abbassa e si alza la rampogna verso Mosè come in Es 5,20-21, ma qui la contestazione è molto più dura e viene da «tutto il popolo».

14,10 «Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. 11 Poi dissero a Mosè: «Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? 12 Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto?».

Come sempre, è meglio una scodella sicura con un po' di sboba che essere responsabili della propria libertà!

Il testo sottolinea due aspetti importanti: il popolo è dominato dalla paura (v 10).
Ma Mosè ha una grande fede, quasi ad indicare che l'antidoto alla paura non è il coraggio, ma la fede e infatti lui non ha alcun altro mezzo per affrontare l'esercito di Faraone.

  14,13 «Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti (in ebraico "fermi") e "vedrete" la salvezza che il  Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi "vedete", non li "rivedrete" mai più! 14 Il    Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».

Tuttavia non c'è alcuna censura verso i figli d'Israele. Per avere fede bisogna prima "vedere" la sua salvezza ("vedere" è riportato tre volte nel v 13).
E sarà Dio ad operare la "sua" salvezza, ma non senza la partecipazione dell'uomo.

14, 15 JHWH disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. 16 Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto.

Sembra banale, ma occorre un uomo che alzi il suo bastone perché Dio operi le sue meraviglie.

            Il suo Angelo - Nube - Dio stesso, si interpone tra i due gruppi così che i figli d'Israele possano avanzare mentre gli egiziani restano bloccati da una caligine tenebrosa.Abbiamo poi la narrazione del passaggio del mare proveniente da due tradizioni diverse che la redazione finale ha fuso così bene che solo gli studiosi con fatica sono riusciti a risalire ai racconti originali.

            La tradizione J, jahwista, più antica, racconta di un forte vento orientale che prosciuga il maree permette ai fuggiaschi di attraversarlo. Dobbiamo pensare ad un terreno paludoso, una sorta di laguna che ha delle tracce percorribili se è favorevole la combinazione tra maree e vento, qualcosa come l'opposto della "acqua alta" a Venezia. Possono essere tracce che Mosè aveva conosciuto nel corso dei suoi quarant'anni di permanenza nel deserto come pastore. Ovviamente "tracce", non strade, magari fangose, che consentono il passaggio di pedoni con carichi leggeri e non ai carri e relativi cavalli.
In questo caso si tratterebbe di un fenomeno naturale e il prodigio starebbe nell'essere avvenuto nel momento opportuno.

            La tradizione P, sacerdotale, più recente racconta ancora del vento che in questo caso apre un corridoio in mezzo al mare con le acque che formano una muraglia su i due lati. Il film: "I dieci Comandamenti" di De Mille interpreta bene questa tradizione. In questo caso il fenomeno è decisamente soprannaturale.

Questo passaggio "in mezzo alle acque" diventa il simbolo della nascita del popolo eletto, primogenito di JHWH, con il rimando evidente alla nascita di un bambino con relativa rottura delle acque: è l'uscita ad una vita nuova, libera e responsabile.
E questo vuol dire lasciarsi l'Egitto alle spalle.

Gli studiosi si sono affannati a cercare dove questo passaggio possa essere avvenuto esaminando i laghi esistenti tra il Mediterraneo e il Mar Rosso nonché  i bracci più orientali del Delta del Nilo. Certo il testo parla di "Mare di Suf" da alcuni inteso come "Mare dei Giunchi" quindi un mare poco profondo, ma pare che questa denominazione sia tardiva. In conclusione il dove e il come restano sconosciuti. La tradizione ritiene sia avvenuto nel Mar Rosso.

Non è poi tanto importante sapere dove l'evento sia accaduto: la coscienza di Israele e poi quella cristiana sono strutturate attorno a questo evento e il Salmo 77 ci ricorda: «Sul mare era la tua strada / i tuoi sentieri sulle acque profonde / e le tue tracce rimasero invisibili».  Vedi anche lettura 3.

È importante invece rilevare due professioni di fede espresse a seguito di quell'evento.
Quella dei soldati egiziani:

14,25b «Fuggiamo di fronte a Israele perché  JHWH combatte per loro contro gli egiziani».

Quella dei figli di Israele:

  14,30-31« Così JHWH salvo Israele in quel giorno dalla mano dell'Egitto e Israele "vide" gli egiziani morti sulla riva del mare. Israele "vide" la mano potente con la quale JHWH aveva agito contro l'Egitto allora ilpopolo "temette" JHWH e "credettero" (hamin) a JHWH e a Mosè suo servo».

Dobbiamo fare alcune osservazioni.

1- La ripetizione del verbo vedere, due volte qui, tre volte al v 13 dice che quella promessa si è realizzata.

2- "Temere JHWH" non vuol dire "avere paura di Dio", ma avere acquisito il senso profondo delle cose che Lo riguardano, la preziosità e la delicatezza del rapporto con Lui e di conseguenza il "timore" che in qualche modo lo si possa incrinare o ferire. È diventato per me la cosa più cara che ho! Proprio come l'amore per la mia sposa.

3- La traslitterazione di "credettero" con "hamin" non è esatta perché i caratteri disponibili sono limitati, ma vediamo ugualmente che è esattamente la parola che noi pronunciamo come: "amen". Vale a dire che questa gente se l'è vista brutta, molto brutta, ma quando ha visto i soldati che volevano farli fuori stesi sulla riva, si è rivolta a JHWH e ha pronunciato: "amen". Ed è la prima volta nella Bibbia che il "popolo eletto" lo esprime!

Forse anche noi dovremmo pensarci su un po' quando lo pronunciamo... 

 

Lettura 31     Es 15   La seconda Pasqua. Il passaggio del popolo.  Quarta parte

Attraversato il mare, vista la distruzione dell'esercito egiziano avvenuta per mano di JHWH e dopo avere confessato la loro fede, i salvati ringraziano.
È un ringraziamento che occupa tutto il capitolo 15.

Già, ma come si fa a ringraziare?
Nella nostra fase culturale abbiamo poche forme per esprimere un ringraziamento. Certo, possiamo sempre dire "grazie", ma è un ringraziamento o una semplice formula di cortesia ?
Possiamo affidarci all'idea del "dono" che  ovviamente deve essere proporzionato al dono ricevuto quindi un "controdono" adeguato.
Sì, ma cosa vuol dire "adeguato". Le mie disponibilità non mi consentono di essere all'altezza del dono ricevuto.

Ma forse basta un biglietto di ringraziamento perché tanto "ciò che conta è il pensiero"... Però è troppo poco...
E poi, vuoi vedere che il dono mi è stato fatto per creare un rapporto di dipendenza? un dono mafioso, un dono avvelenato per cui adesso mi trovo con un guinzaglio al collo?
E ci sono anche doni sicuramente disinteressati e assolutamente privi di ogni possibilità di controdono, come colui che dona un rene al fratello o il midollo spinale o una parte del suo fegato...
Ci sono anche i doni inutili... qualche anno fa in una libreria di Milano c'era uno scaffale che conteneva i "libri da regalare al dottore a Natale".
C'è anche il dono che vuole mostrare la superiorità sociale del donatore come il faraone che dall'alto del suo cocchio getta una manciata di monete alla plebaglia... tanto a lui non costa niente e l'importante è che quelli stiano alla larga!

Non possiamo andare oltre perché un'indagine su questo argomento aprirebbe un lungo discorso, in parte affrontato da Jacques Derrida e Jean Luc Marion.
Teniamo presente solo il fatto che per noi ringraziamento o controdono adeguato fa problema.

            Invece la cultura ebraica che emerge dalla Bibbia ha un approccio diverso e molto diretto.
Anzitutto il dono serve per stabilire un rapporto, non di dipendenza ma paritario, un legame che potremmo definire affettivo: un rapporto tra due partner anche se uno è Dio e l'altro un semplice essere umano.
Il controdono o ringraziamento che Dio accetta e gradisce nella relazione con Lui è la lode.

Nel caso di Es 15 abbiamo proprio un inno di lode, ma nel Libro dei Salmi ve ne sono molti che a grandi linee hanno una struttura similare.
È una struttura che presenta in genere una descrizione storica dell'intervento di Dio come una vittoria sui nemici, la guarigione da una malattia, il buon esito del raccolto, ecc. seguita dalla lode. Quindi non si tratta di lodi sperticate fini a se stesse, ma sempre motivate da fatti concreti.

Nel nostro caso di es 15 il legami tra azioni di Dio e lodi è così intrecciato che si fatica a distinguere le une dalle altre. Chi volesse può dare un'occhiata al Salmo 106 il cui schema è bene evidente.  

            Nel leggere il nostro inno scorgiamo subito la presenza di due ingressi.

Il primo: v. 1 «Allora Mosè e i figli d'Israele...»
Il secondo: v. 19 ss. Qui Maria profetizza e dà inizio ad una canto e ad una danza seguita da tutte le donne. Interessante: nei primi capitoli avevamo visto che la liberazione inizia dalle donne e qui sono ancora le donne che la sigillano.
Secondo gli esegeti questi versetti costituiscono la parte originale dell'inno mentre quelli precedenti sono aggiunte della redazioni successive. 

             v. 21 Maria fece loro cantare il ritornello: / «Cantate a JHWH / perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare / cavallo e cavaliere!».

Possiamo fare alcuni rilievi significativi.
            Questo poema, probabilmente cantato, è la risposta d'Israele alla propria liberazione avvenuta certamente sulla riva del Mar Rosso alla quale però si aggiungono altre "liberazioni" tra cui anche le vittorie sui popoli di Canaan durante il lunghi anni di conquista della Terra (15,15).
            Dio è riconosciuto come unico operatore di salvezza: Mosè non è mai nominato. Israele è del tutto passivo,  l'unica attività: i riti celebrati la notte di Pasqua e nei giorni precedenti l'uscita dall'Egitto, quindi un'attività cultuale.

            Poiché gli studiosi dicono che la composizione dell'inno non è avvenuta di botto, ma attraverso l'aggiunta di parti a seguito delle vicende storiche vissute da Israele tra il X e il V secolo a. C. appare un altro aspetto importante della fede d'Israele: il Dio che ha operato lungo la storia è ancora lo stesso che opera adesso e opererà in futuro.
            Quella di Dio è una "guida" che è iniziata quando ha «udito il grido del suo popolo» (Es 3),  poi proseguita salvando Mosè "dalle acque", poi salvando il popolo "per mezzo delle acque" e ancora guidandolo alla Terra Promessa fino alla «Santa Dimora» (v 13), cioè il tempio di Gerusalemme.

            Gerusalemme è considerata l'approdo di tutta la vicenda perché era costruita sul monte Sion, una rocca così facile da difendere che è stata l'ultima città di Canaan ad essere conquistata, esattamente dal re Davide nel X secolo.
            "Santa Dimora" ci porta ancora una volta a pensare all'ambito liturgico, cioè un pellegrinaggio al tempio, rito che riguardava tutti gli adulti una volta all'anno.

            Ma il ringraziamento si esaurisce in un canto ed una danza?
Sul Sinai sarà data una Legge, le Dieci Parole, delle quali tre riguardano Dio e sette il prossimo. È il contraccambio o il controdono che Dio di buon grado accetta come risposta alla "liberazione".

In definitiva la "liberazione", il Suo dono, a differenza di quello di Faraone, vuole stabilire una relazione sintetizzabile dall'affermazione che incontreremo più avanti: «Voi sarete il mio popolo e Io sarò il vostro Dio»

 

Lettura 32     Alcune note sul processo di liberazione

 

È opportuno fare una riflessione su tutto il complesso del processo di liberazione.

Lo facciamo riferendoci a P. Beauchamp Cinquanta ritratti biblici.

Abbiamo visto Faraone persistere nella sua ostinazione a non ascoltare i comandi di Dio e i segni che Mosè offriva a tutto l'Egitto.

Abbiamo seguito lo svolgersi delle piaghe. Ogni volta che una piaga cessava Faraone la interpretava come una debolezza della mano di Dio e non come un segno di pazienza.

Ci vorranno dieci episodi per rendere evidente e definitivo il fallimento della "Parola".

Cieco e sordo a qualsiasi tipo di clemenza non può essere raggiunto da nessuna Clemenza.

Egli capisce solo la forza e solo una forza insuperabile può vincere la sua ostinazione.

E anche la giustizia si deve manifestare attraverso la forza.

Eppure il testo esita. Esita nel raccontare che i primogeniti d'Egitto furono sterminati da Dio stesso. È Lui o l'essere oscuro: il "Mashit", " Sterminatore"? (Es12,23).

Dio non «lo lascerà entrare nelle case d'Israele» (12,23) e farà in modo da lasciarlo entrare solo nelle case degli egiziani; anche «il primogenito della schiava che sta dietro la mola» (11,5) e il «primogenito del prigioniero che sta nel carcere sotterraneo» e poi «tutti i primogeniti del bestiame» (12,29).

            Il racconto non fa d'Israele e dell'Egitto due popoli nemici. Lo statuto di Mosè, tutto sommato un figlio dell'Egitto, non è completamente cancellato: «Mosè era un uomo assai considerato nel paese d'Egitto, agli occhi dei ministri di Faraone e del popolo» (11,3).

Le donne d'Egitto - quindi le madri! - sono ben disposte verso le "madri" d'Israele (3,21-22).

E Mosè, sempre coinvolto nelle prime nove piaghe, non gioca alcun ruolo nella decima: né per scatenarla né per interromperla.

            Ma c'è un segno più esplicito, un campanello d'allarme sull'assenza di una giustizia veramente degna di Dio in questa notte pasquale. Il vero segno della Pasqua è il sangue dell'agnello. Sangue: segno visibile che fa vistosamente vedere che non c'è stata giustizia. Di questo Israele resterà per sempre il vero testimone.

            L'agnello non ha niente a che fare con la durezza del cuore di Faraone. La sua innocenza allora rappresenta l'innocenza dei primogeniti d'Egitto.

            L'agnello, se non fa giustizia, non è neanche estraneo ad essa dato che "segnale e ricorda" quell'ingiustizia di generazione in generazione. Egli è la verità nascosta del racconto, anzi, egli testimonia che la verità si rende irreprensibilmente visibile: la verità di un'ingiustizia profonda.

            Dopo la Pasqua, Israele liberato resta in debito verso l'Egitto. In un modo più realistico che aneddotico: le donne d'Israele sono uscite adornate dei gioielli che avevano ricevuto "in prestito" dalle loro sorelle, le donne... e le madri (rimaste senza il loro primo figlio) d'Egitto (12,35-36): quando glieli chiederanno indietro?

E non dimentichiamo al di là del Mar Rosso la lunga fila di cadaveri egiziani disseminati sulla riva.

Mosè aveva cercato, invano, di nascondere nella sabbia il suo primo morto egiziano (2,12). Ma questi...?

            L'Egitto colpito, Israele risparmiato: un debito sospeso! E Mosè salvato dalle acque da un'egiziana.

Questo Mosè ritornerà quando sarà cantato quello che Apocalisse chiama «il cantico di Mosè e il cantico dell'Agnello» (Ap 15,3). 

Solo allora egli si riconoscerà in Colui che prendendo il posto sia di Mosè sia dell'Agnello farà dell'Egitto e d'Israele un solo popolo... per mezzo del "suo" sangue. 

 

Breve nota per il nostro l'oggi.

L'agnello non fa parte della tradizione cristiana della Pasqua. Si mangia l'agnello perché la pastorizia, un tempo molto diffusa, offriva questo tipo di carne. E in primavera quando nascono i piccoli devi far fuori quelli che nel gregge non producono latte, cioè i maschi. In un gregge, infatti, bastano pochi montoni per fecondare le femmine

Però se lo si mangia a Pasqua nell'idea di osservare un rito, sia chiaro che è per sempre il testimone di una grande ingiustizia. Essa è tutta da capire. Perché, essa, è tutta da rivivere. Certo, illuminati e ravvivati da Gesù. Lui è il vero agnello della Pasqua.

 

Lettura 33     Ancora una nota sul processo di liberazione

            Prima di incamminarci nel deserto restiamo ancora un poco sulla riva del Mar Rosso riflettendo su quel debito dei figli d'Israele verso l'Egitto.
Lo facciamo con l'aiuto di Paolo "Apostolo delle genti", che per la precisione non si è mai recato in Egitto, ma solo in Asia Minore, in Grecia e infine a Roma. Però l'Egitto del suo tempo da diversi secoli parlava greco e Alessandria era la grande capitale mondiale della cultura ellenica, mentre la vecchia Atene al confronto era ridotta ad un quartiere di periferia. Quindi rivolgendosi ai greci da lui visitati, Paolo parlava anche a quelli d'Egitto.

            Nel capitolo 9 della lettera ai romani osservando che il popolo ebraico nel suo complesso istituzionale ha rifiutato il messaggio di Gesù, si pone questo problema: chi sono oggi i "figli d'Israele". (NB: nelle letture precedenti ci siamo scostati dalla Bibbia CEI che traduce con "israeliti" o "giacobiti", preferendo rispettare l'originale che usa "figli di Israele").

            Paolo non può fare a meno di appoggiarsi alla teologia della "elezione divina" che cerchiamo di spiegare brevemente seguendo la sua traccia.
Abramo ha avuto due figli, ma solo attraverso Isacco è proseguita la discendenza e la Promessa (Rm 9,7-8).
Poi Isacco avrà due figli, ma la discendenza non passerà al maggiore, Esaù, ma attraverso un inganno, al minore Giacobbe - Israele.
Scelte di questo genere proseguiranno poi nella storia successiva.
Ad esempio, Mosè il grande liberatore e condottiero, non discende dal maggiore dei figli di Giacobbe, cioè Ruben, ma da Levi, uno dei due figli maledetti dal padre (Gn 49,57).
Che dire poi di Abele e Caino. Perché i sacrifici di Abele sono graditi e quelli di Caino no?

I grandi Padri e teologi del passato hanno cercato in molti modi di spiegare questa teologia dell'elezione ma non hanno trovato risposte soddisfacenti. Siamo di fronte al mistero della libertà di Dio che non è una forza della natura  della quale, una volta che ne hai compreso il funzionamento, la puoi piegare ai tuoi desideri. Egli è, invece, un "Dio personale" e quindi libero. Questa libertà emerge bene da uno degli incontri con Mosè che dovremo approfondire più avanti. Mosè ad un certo punto chiede di vedere Dio e ottiene questa risposta: 

  Es 33,19 Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: JHWH, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia».

Dio vuole una relazione con Mosè, con il popolo che si è scelto, ma anche con tutti gli uomini che Lui ha creato, però rivendica la sua libertà.
Che non è principio dell'arbitrio del tipo: "A te faccio avere un raccolto abbondante; a te invece faccio seccare le spighe prima che maturino e... poi faccio anche venire la peste ai tuoi animali".
È invece quel Dio che Gesù definisce così:

  «Siate perfetti come il Padre vostro che dà il suo sole ai buoni e ai cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45).

Allora Dio come agisce?

Riprendiamo la storia d'Israele.
A riguardo di Davide, si ripete lo schema precedente che non rispetta le usanze della tradizione degli uomini: egli è il minore dei figli di Isai e, tra l'altro, bisnipote di Ruth, una straniera moabita che "per fede" decide di restare in Israele. Rimasta vedova e pur consigliata dalla suocera a tornare a Moab, risponderà:

  Rut 1,16 «Ma Rut rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch'io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio  sarà il mio Dio; 17 dove morirai tu, morirò anch'io e vi sarò sepolta».

Quella di Rut è una scelta "per fede"; una fede contrassegnata da grande pietà per la suocera rimasta vedova, senza figli e forme di sostentamento. È anch'essa, Ruth, "figlia di Israele"?
Se sì, allora chi sono "figli d'Israele"?

            Seguendo l'evoluzione del pensiero biblico, con Isaia viene scoperta o rivelata la teologia del "resto".
Non tutto il popolo sarà fedele all'Alleanza, ma Dio preserva sempre per sé un "Resto" che rispetterà il Patto stabilito con Lui.
Più avanti si incomincerà a pensare che non necessariamente questo "Resto" ha il DNA di Giacobbe e di Abramo.

            Veniamo ai tempi di Paolo. Via, via che il cristianesimo primitivo precisa la sua identità viene allontanato dall'ebraismo ortodosso fino alla scomunica vera e propria. Ad un certo punto gli ebrei convertiti al cristianesimo non sono più ritenuti ebrei e questo crea l'impressione che gli ebrei, intesi come popolo, non abbiano aderito al cristianesimo. Ma fino a prova contraria Maria era ebrea, Gesù era ebreo, ebrei erano gli apostoli e i primi discepoli, Paolo compreso,  pertanto è inconcepibile che aderendo al messaggio di Gesù improvvisamente divenissero, ellenici o romani ecc. Però resta l'idea che ebrei a tutti gli effetti sono solo quelli che non aderirono al cristianesimo.

Allora diventa ovvia la domanda di Paolo: come mai il popolo ebraico in quanto tale non ha "aderito" alla parola di Gesù? Paolo usa il termine "obbedire" oggi quasi impronunciabile; si deve usare: "aderire", "praticare" "comprendere", "ascoltare", perché il cristianesimo oggi è "una proposta";  però obbedire viene da "ob-audire"; c'è sempre di mezzo un ascoltare.

             Secondo Paolo gli ebrei non hanno ascoltato perché troppo legati alla Legge, ne hanno fatta un idolo, perdendo di vista che la salvezza non viene dalle opere, dalla messa in pratica di tutti i precetti, ma dalla fede nella grazia, cioè nell'amore di Dio che ti vuole vicino. La pretesa di salvarsi attraverso la pratica dei precetti equivale al volersi salvare da sé, senza bisogno di Dio. Che equivale a costringere Dio a salvarmi perché ho versato regolarmente le decima parte del timo, della salvia... o perché ho mangiato di magro al venerdì.

Questa è appunto la dis-obbedienza.
            Quindi Paolo mette in relazione iniziale dis-obbedienza dei pagani, compresi i "nostri" egiziani, che non hanno saputo riconoscere Dio nella bellezza della creazione e si sono dati agli idoli e l'attuale dis-obbedienza degli ebrei che non hanno colto il messaggio di Gesù preferendo il loro idolo/Legge.
Questo farebbe parte del disegno di Dio perché perdonando la dis-obbedienza dei primi e dei secondi possa fare grazia agli uni e agli altri e radunare tutti in unità, in un solo popolo.
            Tornando al nostro libro di Esodo, la salvezza portata da Gesù è passata attraverso i "figli d'Israele" a da questi ai pagani e in particolare, agli egiziani.

Non è che in questo si possa vedere una compensazione del debito nato con il popolo d'Egitto 1200 anni prima?

 

Lettura 34     Il tema della Nube

            Il cammino nel deserto può essere sicuro solo se c'è una guida che conosce bene le piste, la localizzazione delle sorgenti, le oasi in cui trovare cibo, ecc.

I figli di Israele usciti dall'Egitto resteranno nel deserto quarant'anni, certamente condotti da Mosè, ma guidati dalla Nube. Essa merita di essere compresa con una certa precisione perché ha un significato molto profondo e le sue ricadute sono presenti ancora oggi nella nostra Liturgia.

Gli ebrei, a differenza di altri popoli, non  hanno personificato o divinizzato i fenomeni naturali identificandoli con delle divinità, ma poiché per essi il "caso" non esisteva e tutto dipendeva da Dio, attribuivano a Lui anche le manifestazioni della natura considerandoli come segni della sua vicinanza, della sua cura.
In questa direzione deve essere intesa anche la Nube.

            Nella Bibbia la Nube ricorre circa 100 volte e in 70 casi è chiamata "anan", tradotta con "nube" che vuol dire anche: coprire, fare ombra in senso generale, compresa l'ombra portata dalle nubi.
Vi sono anche altri termini che caratterizzano il tipo di nube, "araphel": nube scura, spessa; oppure "shahaq": nube alta nel cielo; "ashan": la nube prodotta da un fuoco, quindi fumo.

            La nube che abbiamo incontrato al c. 13 è tradotta con "colonna di nube", denominazione criticata da Auzou, Dalla servitù al servizio, E D B, perché porta fuori strada dato che "nube" diventa specificazione della "colonna". Invece l'ebraico caratterizza quella nube con "amad": ritto, in piedi, verticale, che sta, potremmo allora dire: "nube verticale". Come immagine potremmo pensare ai "tornado" americani. La stessa osservazione vale per il fuoco che non è altro che la "nube" durante la notte, quindi "fuoco verticale".  Diamo un esempio nei primi versetti  di come potrebbe essere una lettura corretta:

Es 13,21 Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una Nube verticale (colonna di nube), per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una Fuoco verticale (colonna di fuoco) per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. 22 Di giorno la Nube verticale (colonna di nube) non si ritirava mai dalla vista del popolo, né il Fuoco verticale (colonna di fuoco) durante la notte.

Es 14,19 L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la Nube verticale (colonna di nube) si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.

Es 14,24 Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. 25 Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!».

Certo che nell'ultimo brano risulta complesso tradurre una nube che da un lato è luminosa e dall'altro tenebrosa per cui abbiamo lasciato "colonna".

Proseguiamo nella lettura di alcuni brani e un breve commento.

Es 16,9 Mosè disse ad Aronne: «dà questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!». 10 Ora mentre Aronne parlava a tutta           la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco la Gloria (Kavod) del Signore apparve nella Nube.

In questo caso la Nube è associata alla Kavod di JHWH. Kavod : pesante, appesantire, che sta in basso, indurire e in certi casi onorare; tradotto in greco con "doxa" e in latino con "gloria". La doxa greca può certamente essere tradotta con gloria, ma sta più sul versante della manifestazione, della epifania, del: "ciò che si vede".

Il riferimento a "pesante" mostra una comprensione molto raffinata della realtà di Dio. Tutti sanno che Egli sta nei cieli, che nessuna costruzione umana lo può contenere (Tempio), e nessuno umano lo può vedere, però c'è qualcosa di Lui che sta vicino a noi: la sua parte più pesante: la Kavod appunto. In una disputa presente nel vangelo si parla del tempio come "sgabello dei piedi di Dio".
Sono "teologumeni" che vogliono indicare ad un tempo la vicinanza e la trascendenza di Dio, la Sua presenza nella invisibilità.

  Es 19,9 Il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per venire verso di te in una densa Nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te».  Mosè riferì al Signore le parole del popolo.

Es 19,16 Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una Nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell'accampamento fu scosso da tremore. 17 Allora  Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del  monte.18 Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. 19 Il suono della tromba diventava sempre più  intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono.

Osserviamo che JHWH è nella Nube densa, cioè non si può vedere nulla al suo interno. Poi la Nube diventa fuoco e il Signore è nel fuoco. Il "suo fumo" saliva... "suo" di Dio o del fuoco?
Importante: in questo caso più che la Nube è il Fumo che segnala la presenza di Dio.

Es 20,20 Mosè disse al popolo: «Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate». 21 Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la Nube oscura, nella quale era Dio.
Es 24,15 Mosè salì dunque sul monte e la Nube coprì il monte.

16 La Gloria (Kavod) del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la Nube lo coprì per sei giorni. Al   settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla Nube.
17 La Gloria (Kavod) del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come Fuoco divorante sulla cima   della montagna. 18 Mosè entrò dunque in mezzo alla Nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte   quaranta giorni e quaranta notti
.

In questi brani riflettiamo sulle diverse modulazioni della Nube, del Fuoco e il loro rapporto con JHWH, con Mosè e con il popolo.

            Dopo la prima salita sul Sinai Oreb e avere ricevuto le Dieci Parole Mosè scende dal monte e il popolo nel frattempo ha costruito il vitello'd'oro. Accadono diversi fatti che esamineremo e comunque ad un certo punto viene eretta la "tenda del Convegno", una tenda posta a debita distanza dall'accampamento, nella quale ci si può recare per "consultare" il Signore. Questa "Tenda" è un luogo sacro, che in latino fa "Tabernacolo" (l'allusione al luogo in cui viene deposta l'Eucaristia è evidente). A proposito di essa leggiamo quanto segue: 

Es 33,8 Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. 9 Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di Nube e restava all'ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. 10Tutto il popolo vedeva la colonna di Nube, che stava all'ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. 11 Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Num, non si allontanava dall'interno della tenda.

Tornato una seconda volta sul Sinai Oreb per ricevere nuovamente le Dieci parole e l'Alleanza, Mosè ha una visione di Dio che proclama la sua "carta d'identità":

Es 34,5 Allora il JHWH scese nella Nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. 6 Il Signore passò davanti a lui proclamando: «JHWH , JHWH Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, 7 che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».

Costruita la seconda "tenda del convegno" secondo il progetto voluto da Dio, essa viene inaugurata da Dio stesso:

Es 40,34 Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora. 35 Mosè non potè entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva la Dimora. 36 Ad ogni tappa, quando la Nube s'innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano l'accampamento. 37 Se la Nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. 38 Perché la Nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla Dimora e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d'Israele, per tutto il tempo del loro viaggio.

Dal v 36 abbiamo anche la descrizione della funzione della Nube lungo tutto il cammino verso Canaan, ripreso in forma più dettagliata dal seguente testo di Numeri:

Num 9,15 Nel giorno in cui la Dimora fu eretta, la Nube coprì la Dimora, ossia la tenda della testimonianza; alla sera essa aveva sulla Dimora l'aspetto di un fuoco che durava fino alla mattina. 16 Così avveniva sempre: la Nube copriva la Dimora e di notte aveva l'aspetto del fuoco. 17 Tutte le volte che la Nube si alzava sopra la tenda, gli Israeliti si mettevano in cammino; dove la nuvola si fermava, in quel luogo gli Israeliti si accampavano. 18 Gli Israeliti si mettevano in cammino per ordine del Signore e per ordine del Signore si accampavano; rimanevano accampati finché la Nube restava sulla Dimora. 19 Quando la Nube rimaneva per molti giorni sulla Dimora, gli Israeliti osservavano la prescrizione del Signore e non partivano. 20 Se la Nube rimaneva pochi giorni sulla Dimora, per ordine del Signore rimanevano accampati e per ordine del Signore levavano il campo. 21 Se la Nube si fermava dalla sera alla mattina e si alzava la mattina, subito riprendevano il cammino; o se dopo un giorno e una notte la Nube si alzava, allora riprendevano il cammino. 22 Se la Nube rimaneva ferma sulla Dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti rimanevano accampati e non partivano: ma quando si alzava, levavano il campo. 23 Per ordine del Signore si accampavano e per ordine del Signore levavano il campo; osservavano le prescrizioni del Signore, secondo l'ordine dato dal Signore per mezzo di Mosè.

Commentato sinteticamente così dal Salmo 78:

  Sl 78,14 Li guidò con una Nube di giorno / e tutta la notte con un bagliore di fuoco.

Di seguito abbiamo due brani che integrano il tema della Nube con il Fumo /Incenso

  Lv 16, 13 Metterà l'incenso sul fuoco davanti al Signore, perché la Nube dell'incenso copra il coperchio che è sull'arca e così non muoia. 14 Poi prenderà un po' di sangue del giovenco e ne aspergerà con il dito il          coperchio dal lato d'oriente e farà sette volte l'aspersione del sangue con il dito, davanti al coperchio.

Vocazione di Isaia

Is 6,1 Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è  JHWH Sabaot (Signore degli eserciti).  Tutta la terra è piena della sua gloria». 
4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi:  «Ohimè! Io sono perduto,  perché un uomo dalle labbra impure io sono  e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito;  eppure i miei occhi hanno visto  il re, il Signore degli eserciti
».

 Come nel brano del Levitico e alcuni di Esodo, si parala di "fumo" per cui abbiamo a che fare con l'incenso e d'altra parte essendo nel tempio non si può parlare di nubi.
Strana visione! pur affermando di avere visto JHWH "seduto su un trono" non riferisce niente di Lui mentre entra nei dettagli per quanto riguarda l'ambiente circostante.

NOTA BENE: abbiamo parlato di ricadute nella nostra liturgia. La proclamazione dei Serafini è esattamente la prima parte del nostro Sanctus.

In tutto il percorso fatto sin qui abbiamo osserviamo che Nube - Fuoco rivela e nasconde la presenza di Dio che nella visione di Mosè dice: "Tu potrai vedere la mia Kavod - Gloria, ma il mio volto nessuno lo può vedere".

Quindi in tutte queste teofanie Dio resta, per così dire, nell'ombra che in ebraico è ancora nube come detto all'inizio.   

 

Nuovo testamento

Nel Nuovo Testamento abbiamo una novità radicale: la nube rivela e non nasconde.

L'annunciazione a Maria 

  Lc 1, 34 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio».

Certo, Maria ormai parlava aramaico e il vangelo è stato scritto in greco per cui non viene usato il termine nube, ma "ombra", che in ebraico sarebbe ancora: Nube. Però c'è una Nube che circonda la visione, ma è Maria stessa che viene avvolta nella Nube - Ombra perché dopo il "sì" quello che si sta formando in lei è il Figlio di Dio.

La trasfigurazione

Mt 17,1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Egli stava ancora parlando quando una Nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». 6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». 8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.

Strana questa Nube perché non è densa, non è di fuoco, ma luminosa e avvolge tutti nella sua "ombra"(un'altra volta!). E per di più una "ombra luminosa"! Tutti chi? Solo Gesù, Mosè, Elia o anche i discepoli?
Luca commenta le parole di Pietro con una frase del tipo: "non sapeva quello che diceva". Però noi non possiamo fare a meno di essere rimandati alla Tenda costruita ai piedi del Sinai Oreb.
Comunque anche in questo caso la Nube rivela e non nasconde.

Il processo di Gesù davanti ai sommi sacerdoti

Mt 26,62 Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 63 Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». 64 «Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico:  d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo  seduto alla destra di Dio, e venire sulle Nubi del cielo ».

Il discorso escatologico

Mc 13,24 In quei giorni, dopo quella tribolazione, /  il sole si oscurerà /  e la luna non darà più il suo splendore 25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo / e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26 Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27 Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.

Mt 24,30 Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. 31 Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.

Anche in questi due casi le Nubi hanno funzione rivelativa senza nascondere l'oggetto. Importante e non scambiarle per fenomeni meteo!

L'Ascensione di Gesù

At 1,6 Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». 7 Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, 8 ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».  9 Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una Nube lo sottrasse al loro sguardo. 10 E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n'andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo».

Luca è autore tanto del suo vangelo che di Atti per cui possiamo integrare i due testi.

  Lc 24,52 Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Adesso la Nube rivela e nasconde, però... Però se i discepoli sono stati tre anni insieme a Gesù e dopo la sua risurrezione altri quaranta giorni e lui li lascia così di stucco con il naso per aria, non è che c'è da tornare a Gerusalemme "pieni gioia"; anzi ci sono molti motivi per essere tristi: hanno perso il loro maestro! oppure...

Oppure a loro risulta molto chiaro cosa significa che Gesù viene sottratto allo sguardo dalla Nube. Forse hanno capito chi effettivamente Lui era: nientemeno che Dio... e infatti lo adorano. Cosa che non avevano mai fatto prima.

Forse è qui che nasce il primo kerygma fondamentale. "Gesù è il Signore" ovvero "Gesù è JHWH".

Le ricadute nella nostra Liturgia

Incenso -  fumo - nube

            Prima dell'invenzione dell'energia elettrica c'era un solo mezzo per produrre luce: il fuoco. Torce, candele, lampade a petrolio, a olio, lucerne e via dicendo riescono a fare luce solo attraverso una fiamma. Una luce che rispetto alle nostre lampadine fa ridere.
Ora, per poter camminare di notte è necessaria una luce: la Nube di cui abbiamo trattato è Nube di giorno per cui fa ombra e "colonna di Fuoco durante la notte per cui fa luce.

La nostra Liturgia pasquale "ri-presenta" la colonna di Nube e la colonna di Fuoco mediante il Cero Pasquale (con i tubi al neon si potrebbe simulare più da vicino una colonna di fuoco, ma con i mezzi di un tempo si poteva scegliere solo una candela più grande delle altre!).
            Per le altre liturgie possiamo dire che seguendo i testi biblici la Nube rivela e nasconde la presenza di Dio. Ciò vale anche per noi perché all'Ascensione Gesù "si è sottratto ai nostri sguardi" e abbiamo solo i segni della presenza di Dio.

Quindi, se abbiamo seguito lo sviluppo del tema possiamo dire che se c'è la Nube, c'è Dio, se non c'è la Nube non c'è Dio.

Nella liturgia disponiamo del simbolo dell'incenso, del suo fumo - nube tutte le volte che vogliamo indicare la presenza di Dio o del divino. Elenchiamo alcuni momenti in cui questo accade.
Si incensa l'altare perché è simbolo di Cristo.
Si incensa il celebrante perché agisce in persona Christi.
Si incensa il lezionario perché contiene la parola di Dio.
Si incensa l'Ostia consacrata perché è il Corpo di Gesù che è Dio.
Si incensa il calice perché contiene il Sangue di Gesù che è Dio.
Si incensa il defunto perché è figlio di Dio.
Si incensa il popolo perché è popolo di Dio.

Il popolo viene incensato allo stesso modo dell'Eucaristia il che mostra la grande dignità che viene riconosciuta all'Assemblea. Le nostre nonne lo sapevano bene, perché quando il chierichetto incensava il popolo si alzavano rispettosamente in piedi.

Breve nota

            L'incenso presso tutti i popoli antichi era offerto esclusivamente agli dei. A Roma per identificare se uno è o no cristiano gli ordinavano di mettere un brancata d'incenso sul braciere acceso davanti all'immagine dell'imperatore ritenuto un dio. Non pochi preferirono morire che compiere quel gesto.
            Gli dèi greci avevano la loro sede sull'Olimpo che raggiunge quasi a 3000 m e data la situazione orografica è quasi sempre coperto dalle nubi per cui non si potevano vedere.

Forse anche loro avevano la stessa comprensione degli ebrei.

 

 

Lettura 35     Le difficoltà del deserto

            Il "cammino nel deserto" è diventato un genere letterario spirituale e, spesso, il paradigma della crescita di ogni uomo che voglia seguire le vie di Dio, tanto che lo stesso deserto ha finito per perdere la sua connotazione geografica e diventare luogo teologico.

Ravasi, Esodo, Queriniana, riferendosi a M. Noth, dice che probabilmente l'itinerario seguito corrisponde ad una sorta di "diario di viaggio del pellegrino", quello che oggi potremmo chiamare "resoconto di viaggio o guida turistica". Infatti dopo l'Insediamento in Palestina è nato l'uso di recarsi in pellegrinaggio alle sorgenti della propria fede. Il libretto di Elia, 1 Re 19 ss, del IX secolo a. C. ne è un esempio.

            Potremmo trattare il deserto in forma sintetica unendo il percorso che precede il Sinai a quello che lo segue esaminando sinteticamente tutte le prove, ma, forse, perderemmo di vista il cammino di fatica, di sorprese, di recriminazioni che i figli di Israele "usciti" dall'Egitto hanno compiuto.

            Al solito cercheremo di muoverci, per quanto possibile, tra gli effettivi accadimenti storici, le tradizioni orali e scritte che si sono tramandate, le loro riprese e ricomprensioni avvenute per adattare quegli eventi agli ascoltatori attuali, non perdendo però di vista il testo così come l'abbiamo ricevuto.

Il tema della prova

            Il cammino nel deserto è scandito da una serie di "prove" che hanno caratteristiche diverse prima e dopo gli eventi del Sinai-Oreb.

La parola "prova"ci porta subito a pensare che Dio voglia "provare"la fede del "suo" popolo, però se questo popolo non ha ancora guadagnato la fede in JHWH, allora è Dio che viene messo alla prova. E abbiamo visto nelle letture precedenti che i "figli di Israele" erano tutt'altro che monoteisti.

Mi posso "fidare" di una persona se in passato mi ha dato "prova" di essere affidabile. Si pensi ad esempio la scelta del medico di famiglia.

In questi primi racconti sembra che Dio accetti di buon grado di essere "provato". Anzi Egli fornisce molte prove, appunto perché la fede sia fondata su fatti concreti e non sia qualcosa che ti colpisce come l'ulcera o l'influenza.

            Ora le nostre traduzioni usano"provare" quando l'azione è esercitata da Dio e "tentare" quando è il popolo che intende "provare" Dio, ma l'ebraico ha un solo verbo: "nasah" e quindi costringe ogni volta a riflettere quale dei due partner, Dio o il popolo, viene "provato". Una frase in terza persona come "lo condusse nel deserto e lì fu nasah" non riusciamo, in prima battuta, a riconoscere chi prova e chi è provato.

            Nelle nostre letture cerchiamo di metterci dalla parte di questo gruppo di fuggiaschi guidati da un principe egiziano decaduto, che ha parlato loro di libertà, di una terra in cui scorre latte e miele, di un Dio che garantisce il buon esito dell'impresa; un gruppo che certamente ha sperimentato il "miracolo del mare", ma poi si trova in un deserto tutt'altro che ospitale.

La prova della sete Es 15, 22-25a.

            Lasciato il Mar Rosso tutta questa gente con mogli, figli e animali cammina nel deserto per tre giorni. Certamente si saranno portate delle riserve d'acqua perché il rischio della disidratazione in quel clima è mortale. Proprio in 1 Re 19 si racconta di come Elia cercò il suicidio "inoltrandosi nel deserto per una giornata di cammino". Se non hai portato con te acqua non torni indietro.

Così questi figli di Israele sono ansiosi di arrivare all'acqua di cui probabilmente Mosè conosceva l'esistenza. E comunque erano guidati dalla Nube. Ma l'acqua che trovano non è potabile.

La delusione, la sete, la frustrazione, il rischio di morire, giustificano la mormorazione. Certamente possiamo parlare di una reazione di sfiducia verso Dio e verso il suo condottiero, ma li possiamo condannare? Dio non lo fa.

Qui assistiamo alla pedagogia con cui Dio fa "crescere" il "suo" popolo. Il suo intervento risolve una carenza, quella dell'acqua, che poteva diventare drammatica.
            Dal punto di vista scientifico gli studiosi hanno scoperto che ancora oggi gli arabi riescono a bonificare l'acqua salmastra mediante l'uso di un arbusto del deserto, il crespino.

            «Là impose un decreto e un giudizio e lo nasah (tentare/provare)».

Gli esegeti sono abbastanza d'accordo nell'affermare che questo brano è isolato. E tuttavia non può essere ignorato. Sembra si possa dire che a partire da questo luogo, da Mara, viene stabilito un criterio che spiega il rapporto tra Dio e il popolo: nel suo nome e grazie al suo intervento le difficoltà potranno essere superate. Infatti:

            «il popolo mormorò contro Mosè (v34) e Mosè "gridò" a JHWH (v25)».

Abbiamo già avuto modo di commentare il tema del "grido" (Lettura 14) e come esso diventi preghiera agli orecchi del Signore. E il Suo intervento non dice che quel "grido" è pertinente?            Infatti il capitolo si conclude in un paesaggio delizioso: un'oasi in cui ci sono dodici sorgenti e settanta palme. Dodici è un numero simbolico che allude al popolo:

12 le tribù, 12 gli apostoli cioè i capi del nuovo popolo, ecc. Settanta è 7 x 10 cioè dieci volte una totalità. Possiamo dire: un luogo fantastico in cui soggiornare e riprendersi.

 

Lettura 36     Es 16, 1-36    La prova della fame: manna e quaglie   

Anche per questo capitolo sorprende la difficoltà che hanno gli studiosi ad individuare il percorso e i luoghi di sosta nel deserto e per contro la precisione con la quale il testo scandisce l'itinerario.
Alcuni lo spiegano sostenendo che il redattore voglia dare valore scientifico al racconto, ma è più plausibile ritenere che egli voglia dimostrare che tutto il cammino è guidato da Dio nascosto dalla Nube.

            Nei primi vv viene citato due volte «tutta la comunità dei figli d'Israele» per mostrare che in questa mormorazione  c'erano dentro tutti.

16, 2 «Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3 Gli Israeliti dissero loro: "Fossimo morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine"».     

La prima parte della lamentazione è antiesodica e addirittura ritiene migliore l'essere morti. Molto simile a quella di Es 14,11-12 quando si trovavano tra l'esercito di Faraone e il mare. Siccome l'"uscita" è avvenuta prodigiosamente per opera di Dio mediante le piaghe, i primogeniti e il miracolo del mare, questa mormorazione è implicitamente una sfida verso Dio che verrà espressa esplicitamente al c17. La seconda parte è decisamente pretestuosa e rende ironico il titolo "prova della fame". Uno che ha fame chiede pane, non carne, soprattutto in quei tempi quando gli animali dovevano fornire latte, lana, uova e la carne era limitata alle grandi occasioni. Ancora negli anni '50, dalle nostre parti girava il detto"quando un contadino ammazza un pollo, uno dei due è ammalato".

(A questo proposito è utile ricordare che i testi liturgici chiedono sempre il sacrificio di un agnello o vitello maschio, non perché il maschio valga di più della femmina, ma perché questa è produttiva per tutta la vita. In un gregge i montoni servono solo per la riproduzione e un po' di lana; in una mandria a volte non si tiene neanche un toro. Quindi la richiesta di sacrificare un maschio tiene conto delle esigenze alimentari dei pastori).

Ma, forse, più che un pretesto questa richiesta di carne e un tentativo di mettere alla prova Dio il cui senso è: se tu sei Dio dammi questo. Se ci pensiamo, dobbiamo rilevare che una pretesa sempre presente nell'uomo: fare diventare Dio un tuo servitore anziché un tuo partner.
Nel nostro caso, però, Dio sembra indifferente alla mormorazione e va diritto al desiderio di "cibo", ma parla prima di pane - manna e solo dopo di carne.

La manna non è un cibo normale tanto che viene legata la precetto del sabato; Sal 78,24 la chiama «pane del cielo» e «cibo degli angeli», quindi di una qualità altra. Dt 8 addirittura la contrappone al pane.
Come nel racconto di Mara anche qui è in gioco una prova e il riferimento ad una legge.
            v 4c «voglio infatti metterlo alla prova (nasah) per vedere se cammina secondo la mia legge o no».

Ma il nocciolo principale di questo racconto sono le "mormorazioni" che ricorrono sette volte perché riguardano il rapporto con Dio. Il quale però sembra restare indifferente ad esse.
Non così Mosè ed Aronne che rimproverano il popolo è iniziano una diatriba con esso. Però la discussione è interrotta da Dio stesso che nella Nube rende visibile la sua Gloria / Kavod... forse a ribadire che quella Nube non è un fenomeno atmosferico e che seppure invisibile, Lui è sempre presente.

Il senso, come visto a proposito di Mara, è un intervento di Dio che tende a "confermare" e "incrementare" la fede del "suo" popolo.
Tuttavia Dio non parla direttamente al popolo, ma a Mosè e qui si mostra una costante a riguardo a tutte le discussioni tra Mosè, Aronne e il popolo: l'intervento di Dio con il suo giudizio che non ammette repliche, pone fine alle "mormorazioni".
E se anche Dio, in questo caso, le chiama "mormorazioni" vuol dire che non sono riferite ad un vero bisogno e  tuttavia, sorprendentemente, Egli dà loro soddisfazione.
Possiamo aggiungere: perché siamo ancora prima delle teofanie del Sinai.

            Così, alla sera giungono le quaglie che, ancora oggi, due volte l'anno nella loro migrazione, approdano nella penisola del Sinai e soprattutto quando vengono dal mare sono così sfinite che si possono prendere semplicemente con le mani o raccoglierle da terra. Ci sorprende la sinteticità con cui l'episodio è riferito.

            In effetti alla redazione preme sottolineare il tema della manna che è subito collegata al precetto del sabato. Scientificamente si tratta del lattice che secerne un arbusto e che si rapprende subito a contatto con l'aria. Ancora oggi i beduini lo raccolgono e lo spalmano sul pane.
Ci interessa rilevare che la quantità che ciascuno ottiene non dipende dalla quantità raccolta: quando è misurata è sempre un "omer". Essa è commestibile solo per un giorno, non è possibile conservarla, accumularla e tantomeno tesaurizzarla, quindi non può essere commerciata. Ogni giorno la quantità necessaria, non di più!

Anche noi nel "Padre nostro" ogni giorno chiediamo il pane "quotidiano"; un rimando che ci fa riflettere.

            Altra caratteristica è l'omer conservato a testimonianza per i discendenti da porre nella tenda del convegno o della testimonianza (che al momento non è ancora costruita). Come mai questa non deperisce?
            Questo cibo si rende disponibile per quarant'anni e viene donato lungo tutto il cammino nel deserto (v35). La precisazione dell'unità di misura è utile per capire cosa il redattore intende per "omer", una misura di capacità pari a quattro litri e mezzo (v36).
            La manna è paragonata alla brina che cade dal cielo (v14). Gli antichi non sapevano come si formasse la rugiada e di conseguenza la brina; ritenevano che fosse qualcosa che scendeva dal cielo.
Oggi sappiamo che il raffreddamento notturno del terreno è più rapido di quello dell'aria e di conseguenza l'umidità atmosferica si condensa in tante piccole gocce che troviamo il mattino sui prati e che possono gelare se il freddo è intenso.

            L'ultimo versetto ci fa comprendere che questo redattore non ha fatto l'esperienza del deserto, ma è uno che vive dopo, perché sa che dopo l'arrivo in Canaan la manna non cade più.
            In verità, se lasciamo per un momento questa gente nel deserto, dobbiamo dire che il tema delle prove (nasah), delle mormorazioni e il precetto del sabato riguardano l'Israele di sempre: un popolo sempre in bilico tra la fedeltà al suo Dio e l'imitazione degli usi cananei. I vari redattori non hanno esitato a proiettare le "loro" mormorazioni su questi fuggiaschi perché le "prove" (nasah) di questi servissero da esempio ai loro contemporanei.

            Ma tutto questo non vale anche per noi?

 

Lettura 37     Es 17,1-7        La prova della sete

  Es 17:1 Tutta la comunità degli Israeliti levò l'accampamento dal deserto di Sin, secondo l'ordine che il Signore dava di tappa in tappa, e si accampò a Refidim (grandi spazi).

Gli studiosi si sono affannati per cercare  di individuare tra il mare e il Sinai questa località, ma i risultati sono deludenti. Anche perché in Nm 20 si racconta un episodio simile che avviene nei pressi di Kadesh che si trova nel sud di Israele. Alcuni propendono per assegnare a Refidim non un nome proprio ma un generico nome di spazio desertico.

            A Mara, come abbiamo visto, c'era acqua ma non era potabile, più avanti mancava il cibo, qui la mancanza d'acqua è assoluta, per cui il problema è molto serio. Sembra fuori luogo argomentare subito il tema della mancanza di fede, mentre è doveroso valutare la reazione sproporzionata alla difficoltà.
In effetti se teniamo presenti tutte le reazione, dal prodigio del mare a questa, vediamo un crescendo sempre più aspro e perfino rabbioso nei confronti di Dio e del suo "rappresentante" .

 17,2 «Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova (nasah = tentate)  il Signore?». [...] il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».

Mosè interpreta la contestazione (me-rib-a) come un nasah, tentare JHWH. 

«4 Allora Mosè gridò a JHWH, dicendo: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».

Non si scherza. Si parla di lapidazione. Nel capitolo successivo verremo a sapere che Mosè aveva rimandato a Ietro la moglie e i figli perché la sua attività in Egitto li avrebbe messi in pericolo. Ma là i nemici erano gli altri, qui sono quelli del suo popolo. Quelli che lui, con l'aiuto di Dio ha liberato dall'Egitto.
È la condizione di ogni "liberatore". Se il vento si gira rischia la vita.
È presente anche il tema del grido che avevamo elaborato al c 3.
            Ma Dio accetta quasi con indifferenza la sfida, quindi ritenendo pertinenti le proteste del popolo. Siamo ancora prima della teofania del Sinai

17,5 Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va'! 6 Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d'Israele.

Questi versetti sollevano qualche problema. Siamo in pieno deserto e poi si parla "della roccia" sull'Oreb - Sinai. L'articolo determinativo dice che non è una roccia qualsiasi,ma che tutti sanno di quale roccia si tratta.
Poi si specifica che questa roccia è sul Sinai; ma per arrivare al Sinai mancano ancora due capitoli.
Ovvio che ci sono stati studiosi che sono andati alla ricerca di una sorgente d'acqua sgorgante ai piedi di una roccia.
C'è anche una spiegazione pseudo scientifica: Mosè era un rabdomante. Ma la rabdomanzia ha qualche fondamento scientifico? Non pare proprio.
E poi, cosa ci fa Dio su quella roccia?

            È interessante rilevare che Dio chiede la presenza di testimoni di rango e l'uso del bastone che era rimasto a riposo dal Mar Rosso in poi. In questo modo si stabilisce un collegamento tra la visione del roveto (Es 3), il racconto delle piaghe, il prodigio del Mare e questo cammino nel deserto. È sempre Lui che guida tutta la vicenda!

17,7 Si chiamò quel luogo Massa (da nasah) e Meriba (che ha come radice (rib), a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova (nasah) il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

Per comprendere facilmente cosa si intende con "rib" suggeriamo di leggere il Sal 50 che è un rib a tutti gli effetti.
In esso Dio convoca tutta la terra e il cielo perché siano testimoni contro il suo popolo che ha infranto l'Alleanza. Segue poi il Sal 51 "Miserere" che è la manifestazione del pentimento del popolo.

Le ricorrenze di questo racconto nella Bibbia sono numerosissime perché quel dubbio e il tentativo di mettere alla prova Dio sono sempre tendenzialmente presenti in ogni uomo che si trova in difficoltà. Allora si tratta di decidere se Egli è l'Emanuele, cioè: "Dio con noi" e perciò accettare di essere da Lui "provati" e non invece ribaltare i termini.
            Quella roccia percossa da un bastone ci rimanda inevitabilmente ad un'altra situazione che vede la ripetizione di un gesto analogo. È quella del Crocifisso il cui petto perforato dalla lancia del soldato " emise sangue e acqua". È l'acqua viva di cui Gesù aveva detto alla donna di Samaria vicino al pozzo: «... chi beve dell'acqua che io che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» Gv 4,14. 

 

Lettura 38     Es 17,8-16     Amalek          Prima parte  

  17,8 «Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. 9 Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio». 10 Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. 11 Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. 12 Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13 Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada. 14 Allora il Signore disse a Mosè: «Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo!».

Hanno appena superato la seconda prova della sete e contemporaneamente hanno sperimentato che Dio ha accettato di essere messo alla prova - tentato - nasah, che si presenta un'altra sfida.

Il testo originale scrive letteralmente: Es 17,8 «E venne Amalek a combattere contro Israele a Refidim» quasi che con Amalek sia già avvenuto qualcosa di cui il lettore sia a conoscenza.
Lo scontro avviene nello stesso luogo dell'episodio precedente, Refidim, che come già detto non è mai stato localizzato.
Molti esegeti sostengono che questo episodio sia cronologicamente fuori posto, però noi sappiamo che la Bibbia non è un libro di storia ma vuole piuttosto mostrare l'azione di Dio nella nostra storia o, forse, più precisamente, nelle nostre storie e allora ci sforziamo di trovargli un senso.

            Il testo ci presenta due scene
La prima riguarda lo scontro tra due eserciti, che dobbiamo verosimilmente pensare storicamente come una battaglia tra due bande armate alla meglio e senza una struttura gerarchica definita, perché è gente appena fuggita dalla schiavitù e che non può avere alcuna esperienza militare. Per usare una battuta delle nostre: una guerra fatta con i forconi e le fionde. Notare che Giosuè va in battaglia solo con «alcuni uomini».
Questa prima scena si svolge nella valle.

La seconda scena è sulla cima di un colle: "Mosè tende la mani  verso l'alto".
Cosa vuol dire "tendere le mani"?

  1 Re 8,44 «Quando il tuo popolo uscirà in guerra contro il suo nemico, seguendo le vie in cui l'avrai indirizzato, se ti pregheranno rivolti verso la città che ti sei scelta e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 45 ascolta dal cielo la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia».

  Tb3,11 «In quel momento stese le mani verso la finestra e pregò: «Benedetto sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. 12 Ora a te alzo la faccia e gli occhi. 13 Di' che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti. 14 Tu sai, Signore, che sono pura da ogni disonestà con uomo 15 e che non ho disonorato il mio nome, né quello di mio padre nella terra dell'esilio. Io sono l'unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti».

  Dn 3,11 «Daniele, quando venne a sapere del decreto del re, si ritirò in casa. Le finestre della sua stanza si aprivano verso Gerusalemme e tre volte al giorno si metteva in ginocchio a pregare e lodava il suo Dio, come era solito fare anche prima».

  In questi testi troviamo tre oranti che pregano con lo stesso atteggiamento al quale però noi non siamo abituati.        

            Il primo fa parte della lunga preghiera che Salomone rivolge a Dio quando viene inaugurato il Tempio di Gerusalemme e il brano riportato riguarda la preghiera per il popolo.
Rileviamo che l'atteggiamento di preghiera implica l'essere rivolti verso il Tempio.

            Il secondo brano fa parte della preghiera di Sara, una giovane infelice perché pur sposata sette volte, ha perduto ogni volta il marito prima che le nozze fossero consumate. Essa, che si trova a Ecbatana, nella Media, (attuale Iraq) prega alla finestra e il testo non sente il bisogno di specificare che quella finestra è rivolta verso Gerusalemme perché tutti gli ebrei sanno che si deve pregare in quel modo.

            Anche il brano di Daniele presenta la stessa figura.

Allora diventano chiare anche «le mani alzate di Mosè»; nessun sortilegio, nessuna magia, ma una preghiera intensa e prolungata.
Possiamo anche dire che gli ebrei, come risulta dalla Bibbia, quando pregano si voltano verso Gerusalemme.
            Anche i musulmani quando pregano si rivolgono verso un luogo: la Mecca

I cristiani non hanno un luogo definito verso il quale pregare però c'è uno stile suggerito da Gesù stesso:

  Mt 6,6 «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Allora il luogo della preghiera del cristiano è quello in cui vive, cioè qualunque luogo, ovvero il mondo intero.

            Ritornando ad Amalek, notiamo che man mano che il racconto prosegue la prima scena diviene sempre più sfumata fin quasi a sparire, mentre giganteggia la figura di Mosè con quelle mani alzate, tenute su da due aiutanti.
E restano così per tutto il giorno fino al tramonto del sole e la sconfitta di Amalek.
Da sottolineare: non c'è vittoria senza esercito e nemmeno senza quelle mani alzate.
Al solito: Dio aiuta gli uomini, ma gli uomini devono rimboccarsi le maniche.

  Es 17,14 Allora il Signore disse a Mosè: «Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo!».

La prima parte è molto importante.
Per la prima volta viene tirato in ballo "il libro". È la nascita della Bibbia?
E poi «mettilo nel cuore di Giosuè». Per gli ebrei il luogo della memoria non è la mente, ma il cuore. Allora, questa è la nascita della tradizione orale?

La seconda parte è tremenda: «cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo!» Ed è un impegno di Dio.
Ma il Deuteronomio è ancor più duro:

  Dt 25,17 «Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek lungo il cammino quando uscivate dall'Egitto: 18 come ti assalì lungo il cammino e aggredì nella tua carovana tutti i più deboli della retroguardia, mentre tu eri stanco e sfinito, e non ebbe alcun timor di Dio. 19 Quando dunque il Signore tuo Dio ti avrà assicurato tranquillità, liberandoti da tutti i tuoi nemici all'intorno nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti in eredità, cancellerai la memoria di Amalek sotto al cielo: non dimenticare»!

            Terribile! Non solo bisogna cancellare la memoria di Amalek, ma nello stesso tempo non bisogna dimenticare ciò che "ti ha fatto".

            Allora bisogna esplorare chi è o cosa è Amalek.

                                                                                     

Lettura 39     Es 17,8-16     Amalek          Seconda parte         

  17,8 «Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. [...] 13Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada. 14Allora il Signore disse a Mosè: «Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo!».

Dobbiamo riflettere sul versetto conclusivo di questo brano e cercare di capire chi sia o cosa rappresenta Amalek.         

            Abbiamo già avuto l'occasione di dire che la Bibbia non è il resoconto cronachistico del succedersi degli eventi ma è piuttosto la sedimentazione dell'esperienza di Dio che migliaia di generazioni hanno fatto e che ci sono state tramandate. Dapprima tradizioni orali poi scritte e più volte riviste: la parte più rilevante della redazione finale avviene nel post-esilio.
            Quindi per comprendere il nostro testo Es 17,8-16 dobbiamo considerare il tema degli amaleciti o amalekiti nella sua unità e complessità perché il senso storico di quei tempi permetteva di spostare avanti e indietro gli avvenimenti svincolandoli dal loro effettivo contesto cronologico.

Le origini degli amaleciti

            Gn 36 racconta che Esaù o Edom, da cui "idumei", fratello di Giacobbe, ebbe dal suo primogenito Elifaz, un nipote che venne chiamato Amalek il quale diede origine a quel popolo. Egli con i suoi discendenti si insediò tra le montagne a nord del Sinai e perciò ai confini meridionali della Giudea. In questo modo erano vicini ai giudei, ma pare che sin dall'inizio i rapporti non furono buoni perché, dicono gli storici, di tanto in tanto facevano spedizioni verso  le città degli altri popoli e portavano via tutto quello che potevano: beni, uomini, donne e bambini che sottomettevano o vendevano come schiavi. Essendo ancora nomadi o seminomadi era molto difficile localizzarli e colpirli. Commerciare in esseri umani era parte del "mercato", vedi ad esempio Giuseppe venduto dai suoi fratelli in Gn 37 ss.

Ricordiamo ancora che non tutto Israele fece l'esperienza della schiavitù d'Egitto e che una buona parte, soprattutto quelli che abitavano in Giudea in Egitto non ci andarono mai. Essi però di tanto in tanto dovevano fare i conti con le imprevedibili razzie di Amalek.
Non a caso il nostro testo inizia con «E venne Amalek a combatter contro Israele a Refidim».
Siamo perciò ancora nello stesso luogo in cui si è svolta la vicenda di Massa e Meriba per cui questo "e venne" rende l'idea che questi razziatori siano quasi venuti fuori all'improvviso.

Saul contro Amalek 1 Sam 15

            Troviamo un successivo racconto che riguarda Amalek avvenuto all'inizio della monarchia d'Israele (intorno al 1000 a.C.)  quando il primo re, Saul, era riuscito ad affrontare Amalek in una imboscata.
Ma compie il primo peccato che lo porterà alla perdita del trono.

1Sam 15:1 Samuele disse a Saul: 2 Così dice il Signore degli eserciti: Ho considerato ciò che ha fatto Amalek a Israele, ciò che gli ha fatto per via, quando usciva dall'Egitto. 3 Va' dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini».[...]  5 Saul venne alla città di Amalek e tese un'imboscata nella valle. 6 Disse inoltre Saul ai Keniti (o Madianiti): «Andate via, ritiratevi dagli Amaleciti prima che vi travolga insieme con loro, poiché avete usato benevolenza con tutti gli Israeliti, quando uscivano dall'Egitto». I Keniti (o Madianiti)si ritirarono da Amalek.7 Saul colpì Amalek da Avila procedendo verso Sur, che è di fronte all'Egitto. 8Egli prese vivo Agag, re di Amalek, e passò a fil di spada tutto il popolo. [...]  9Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, e non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito».

Non possiamo riportare integralmente il brano, che però consigliamo di leggere, ma ci preme sottolineare la ragione della spedizione: in questo caso l'azione di Saul non era stata la risposta ad una razzia, come poi accadrà a Davide, ma si è trattato di una "guerra santa di sterminio (herem)" dichiarata da Dio per quello che Amalek aveva fatto agli schiavi in fuga dall'Egitto, che è quanto riporta il nostro brano di Es 17.
È importante rilevare il nome del re amalecita: "Agag" perché sarà richiamato più avanti.

Davide contro Amalek, 1Sam 30

In questo testo, che non possiamo riportare perché molto lungo, (e maggior ragione suggeriamo di leggerlo) si racconta che Amalek fece una delle tante razzie in una città meridionale di Giuda, Ziklag, e la distrusse appiccandole il fuoco.
In quel tempo Davide era prossimo a diventare re; Israele era già un regno che si era imposto sottomettendo i popoli vicini, ma con gli amaleciti c'era stato poco da fare perché non si scontravano mai in campo aperto ma, appunto, compiuta la razzia, sparivano.

In questo caso Davide è fortunato  dato che  un egiziano schiavo di Amalek, abbandonato perché in fin di vita, lo guida al campo degli amaleciti. Così Davide è in grado di ricuperare  bottino, uomini, bambini e donne tra cui due delle sue mogli che erano state rapite.

Il libro di Ester (Tentiamo un breve riassunto, ma è più che consigliabile leggere il testo).

            Nel libro di Ester composto nel II° secolo a. C. ma ambientato al tempo del primo post-esilio a Susa capitale della Persia, sotto il re Serse, Assuero per la Bibbia, troviamo un personaggio Amàn, figlio di Hammedàta  l'Agaghita, cioè discendente di Agag, il re contro cui aveva combattuto Saul, quindi un amalecita, che diventa primo ministro dell'Impero Persiano.

            I persiani avevano costruito un impero esteso dall'India fino al Mediterraneo che comprendeva un grande numero di popoli. In questo enorme impero ogni popolo poteva continuare a coltivare le sue usanze, le sue leggi, la sua religione.
Gli ebrei, che lungo la storia avevano subito diverse vicissitudini e che in questo immenso territorio erano sparsi un po' dappertutto, potevano tranquillamente continuare a praticare i precetti della loro Legge. Uno di questi vietava di prostrarsi davanti ad un uomo perché l'unico davanti a cui inchinarsi è Dio.

Amàn si sente offeso da questa pratica e quando gli si presenta l'occasione propone al "Re dei Re", Assuero, di promulgare un editto che ordina di uccidere in un determinato giorno tutti gli ebrei che risiedono nell'impero, Giudea compresa.
La narrazione diventa drammatica, ma, purtroppo, non possiamo riportarla. Sarà Ester, una bellissima ragazza ebrea, che a suo tempo era stata condotta con violenza dentro lo harem di Assuero la quale, diventata regina, convincerà il re ad annullare quella legge. Metterà anche in evidenza la malvagità di Amàn che verrà impiccato.
Così il giorno previsto per la strage diventa giorno di una grande festa, chiamata di Purim, che dura due giorni e dagli ebrei è celebrata ancora oggi.

            Nel libro di Ester, come nel racconto di Giuseppe (Gn 37 ss), Dio è presente solo sullo sfondo; non ci sono sacrifici, non ci sono profeti, non ci sono visioni, non ci sono rivelazioni, ma solo la pura fede nella certezza che Dio non abbandona i suoi fedeli. E alla fine si capisce come la tribolazione cui era stata sottoposta Ester all'inizio, faceva parte di un disegno più grande e imprevedibile.

Riteniamo molto importante il seguente versetto 8,12 che fa parte dell'editto del re con il quale salvava tutti gli ebrei dell'impero:

«Così è il caso di Amàn figlio di Hammedàta, il Macedone, il quale estraneo, per la verità, al sangue persiano e ben lontano dalla nostra bontà, accolto come ospite presso di noi, aveva tanto approfittato dell'amicizia che professiamo verso qualunque nazione, da essere proclamato nostro padre e da costituire la seconda personalità nel regno, venendo da tutti onorato con la prostrazione [...].»

Come mai un amalecita diventa macedone?  Per rispondere dobbiamo passare alla Palestina del II° secolo a.C., cioè al tempo della composizione del racconto perché è questo tempo che si riferisce. 

Antioco Epifane

            Il libro di Ester è stato scritto quando a Gerusalemme regna Antioco Epifane, discendente da uno dei generali che alla morte di Alessandro Magno aveva ottenuta la parte dell'Impero Macedone comprendente la Siria e la Palestina all'incirca nel 300 a.C.

Ora, Antioco Epifane aveva impostato una dura politica di forzata ellenizzazione, in contrasto con le liberalità precedenti, descritta in 1Maccabei 1. Quindi "il macedone" cui accenna il libro di Ester è Antioco Epifane.

1 Mac 1,41 «Poi il re prescrisse con decreto a tutto il suo regno, che tutti formassero un sol popolo 42 e ciascuno abbandonasse le proprie leggi. Tutti i popoli consentirono a fare secondo gli ordini del re. 43 Anche molti Israeliti accettarono di servirlo e sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato. 44 Il re spedì ancora decreti per mezzo di messaggeri a Gerusalemme e alle città di Giuda, ordinando di seguire usanze straniere al loro paese, 45 di far cessare nel tempio gli olocausti, i sacrifici e le libazioni, di profanare i sabati e le feste 46 e di contaminare il santuario e i fedeli, 47 di innalzare altari, templi ed edicole e sacrificare carni suine e animali immondi, 48 di lasciare che i propri figli, non circoncisi, si contaminassero con ogni impurità e profanazione, 49 così da dimenticare la legge e mutare ogni istituzione, 50 pena la morte a chiunque non avesse agito secondo gli ordini del re. 51 Secondo questi ordini scritti a tutto il regno, stabilì ispettori su tutto il popolo e intimò alle città di Giuda di sacrificare città per città. 52Anche molti del popolo si unirono a loro, tutti i traditori della legge, e commisero il male nella regione 53 e ridussero Israele a nascondersi in ogni possibile rifugio.
54
Nell'anno centoquarantacinque (167 a. C.), il quindici di Casleu il re innalzò l'abominio della desolazione [un idolo sull'altare del tempio]. Anche nelle città vicine di Giuda eressero altari 55 e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. 56 Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. 57Se qualcuno veniva trovato in possesso di una copia del libro dell'alleanza o ardiva obbedire alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte. 58 Con prepotenza trattavano gli Israeliti che venivano scoperti ogni mese nella città 59 e specialmente al venticinque del mese, quando sacrificavano sull'ara che era sopra l'altare dei sacrifici [nel tempio]. 60Mettevano a morte, secondo gli ordini, le donne che avevano fatto circoncidere i loro figli, 61con i bambini appesi al collo e con i familiari e quelli che li avevano circoncisi. 62 Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi 63 e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza; così appunto morirono».

Il simbolo di tutto questo viene sintetizzato con due parole: "abominio della desolazione" come riporta il testo originale.
Ora, tutto questo per un ebreo era il Male Assoluto.

Conclusione

Cerchiamo ora di tracciare una pista di riflessione che si potrà comprendere meglio ed arricchire leggendo interamente i testi citati.

            Il "mio popolo" "esce" - "yazah" - "esodo" - "viene alla luce", (lettura 2) uscendo dal grembo dell'Egitto, attraverso una "guerra santa" fatta da JHWH contro Faraone, il quale non è un personaggio storico, ma la personificazione del male, il male Assoluto perché con "ostinazione o indurimento del cuore" va direttamente contro il progetto di Dio.
            Appena mossi i primi passi questo "popolo bambino" incontra un nemico, Amalek, che cerca di sopprimerlo. In questo modo Amalek diventa il prosecutore del disegno di Faraone: Amalek è la nuova figura del Male assoluto... che però deve fare i conti con JHWH.
            Per questo il profeta Samuele impone al re Saul di sterminare tutto Amalek.
E Saul sarà rigettato come re perché non avendo eseguito completamente lo herem - sterminio, si è messo dalla parte del Male Assoluto.

            Questo Male Assoluto fiancheggia tutta la storia del "mio popolo": lo trova Davide, lo ritroviamo nei due libi dei Maccabei e nel Libro di Ester in cui Dio sconfigge questo male non mediante un esercito, ma... "una donna"!
Che è il massimo dell'umiliazione di tutti i Faraoni e di tutti i poteri.

            È la stessa "figura" presente nel nostro testo di Es 17 che via via si ripete e si rinforza nella storia.
Infatti, la battaglia è vinta dall'esercito di Giosuè o dalle mani alzate di Mosè?

 

Lettura 40     Es 18   Incontro con Ietro               ( prima parte)

            Il carattere epico degli avvenimenti precedenti e l'importanza di quelli successivi può fare apparire banale questo capitolo, ma invece la sua funzione è strategica: separare la prima parte di Esodo, "l'opera di liberazione", dalla "teofania del Sinai".

            Dobbiamo ricordare che l'ebraico antico non possedeva segni d'interpunzione, non staccava le parole l'una dall'altra, scriveva solo le consonanti, non divideva lo scritto in capitoli con tanto di titoli e tuttavia riusciva  in diversi modi a strutturare il testo.
Nel nostro caso troviamo 13 volte il termine "Dio" (Elohim in ebraico), 13 volte il termine "suocero", 13 volte il termine "popolo". Questo  vuol dire che sono presenti direttamente o indirettamente sulla scena questi  tre personaggi che giocano i ruoli fondamentali.

            Abbiamo già incontrato Ietro (o Jetro o Reuel) "sacerdote di Madian" al capitolo 2 (lettura 8): Mosè, il principe egiziano fuggiasco nel deserto, difende presso un pozzo alcune donne dalla prepotenza dei pastori, sarà da esse condotto alla tenda del loro padre, Ietro, "sacerdote di Madian", ne sposa una figlia, Zippora  (o Sefora) che gli darà un figlio (ma già in Es 4,20 si parla di "figli" e per quarant'anni vivrà nel deserto alla maniera dei madianiti. Poi la teofania presso il roveto ardente cambierà ogni progetto umano.

La famiglia di Mosè

Es 18,2 Allora Ietro prese con sé Zippora, moglie di Mosè, che prima egli aveva rimandata, 3 e insieme i due figli di lei, uno dei quali si chiamava Gherson, perché egli aveva detto: «Sono un emigrato in terra straniera», 4 e l'altro si chiamava Eliezer, perché «Il Dio di mio padre è venuto in mio aiuto e mi ha liberato dalla spada del faraone».

Lungo tutto il ciclo della liberazione dall'Egitto, della famiglia di Mosè non si parla più: egli è diventato un uomo pubblico che deve svolgere un incarico affidatogli da Dio.
Qui invece ritroviamo una quadro famigliare.

            Veniamo a sapere che Zippora era stata "rimandata" e i figli sono diventati due, però il nome del secondo fa problema perché porta a pensare che sia nato dopo gli eventi della liberazione, ma, allora, quando è nato? E poiché il nome viene imposto dal padre, quando gliel'ha dato?  Certo, in 4,20 si parla di figli al plurale, ma la liberazione non era ancora iniziata e a quel tempo quel nome era impensabile.
            Ora, "rimandare" una donna voleva dire ripudiarla, ma in nel nostro brano sembra piuttosto un'incontro gioioso nel quale Mosè ha potuto riabbracciare la sua famiglia.

Possiamo tentare due spiegazioni.
La prima, storicamente più attendibile, è che Mosè durante la contesa con Faraone abbia "rimandato" in Madian i  famigliari per salvaguardarli da ritorsioni e ricatti da parte degli egiziani.
La seconda ipotesi, letterariamente plausibile, ma non storicamente, è che sia stato retroproiettato sulla famiglia di Mosè una problematica emerso nel post-esilio a partire da Deuteronomio. Mentre anticamente non esisteva alcun divieto di sposare donne straniere, l'applicazione rigorosa della Legge e il rischio che donne provenienti da altri popoli e da altre religioni inquinassero la purezza della pratica della religione e dei costumi, porta a proibire il matrimonio con donne straniere. Non solo, nel libro di Esdra cc 9-10 (si consiglia vivamente di leggerli) viene raccontato cosa succede a Gerusalemme quando tutti i rimpatriati da Babilonia, in osservanza alla legge, devono "rimandare", cioè separarsi dalle proprie mogli straniere e dai figli avuti da esse. Problema umanamente durissimo perché gli esiliati erano stati prevalentemente uomini e nella cosmopolita Babilonia si erano sposati con donne di tutte le razze.

Ora, siccome Mosè era considerato il legislatore di riferimento, il redattore, "cronista", non ha esitato a rivedere gli antichi libri per adattarli alle nuove disposizioni, raccontando che, a suo tempo, anche Mosè ha rimandato la moglie madianita, quindi straniera, con i relativi figli.
Le tensioni presenti nel racconto, però suggeriscono che le cose non andarono proprio così.

Chi sono i Madianiti

            In Gn 36,9-12 viene detto che il primogenito di Esaù, Elifaz,ebbe dalla moglie tra i vari figli anche Kenaz, da cui Keniti o Kenizziti o Madianiti. Da una concubina ebbe Amalek di cui abbiamo parlato nelle due letture precedenti. Forse da questi differenti tipi di maternità si può spiegare il radicale contrasto di rapporti con Israele: amichevole il primo, conflittuale il secondo.

Notare che nella lettura 39 la citazione di 1 Sam 15 riportava che quando Saul distrugge la città di Amalek si preoccupa prima di mettere al sicuro tutti i Keniti / Madianiti che vi abitavano. È la conseguenza del patto stipulato tra Mosè e Ietro? Dovremmo rispondere affermativamente.

La figura di Ietro

 Il nostro testo però è introdotto e dominato dalla figura di Ietro.

            Fino alla ripresa moderna degli studi biblici gli esegeti, ebrei e cristiani, consideravano Ietro il capostipite di tutti i convertiti alla vera religione perché la teologia riteneva che Rivelazione fosse un dono esclusivo fatto al popolo eletto. Poi a con l'avvento di una Cristologia matura partendo dalla considerazione che Gesù si è sacrificato per tutti gli uomini, si è cominciato a pensare che sin dall'inizio Dio si è occupato di tutti gli uomini, rivelandosi in qualche modo a tutti i popoli del pianeta e, in forma primaziale, a Israele.
Oggi, pur nella povertà di documenti storici, ma con il supporto dello studio dei linguaggi, si dice che i Madianiti conoscevano già un Dio il cui nome aveva alcune radicali comuni a JHWH.

Es 18:1 Ietro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, venne a sapere quanto Dio aveva operato per Mosè e per Israele, suo popolo, come il Signore aveva fatto uscire Israele dall'Egitto.

Anche allora, senza "media" e per giunta nel deserto, le notizie importanti giungevano agli orecchi della gente. Il fatto che un gruppo di schiavi avesse tagliato la corda in barba a Faraone e a tutte le sue spie, guardie ed esercito, non poteva passare nascosta agli orecchi di pastori, carovane e beduini del deserto; era "roba" che tutti dovevano sapere.

Ma qui c'è un contenuto di fede che solo un credente, Ietro, può interpretare, infatti il testo specifica il senso di quella liberazione: «ciò che Dio aveva operato». 

18,5 Ietro dunque, suocero di Mosè, con i figli e la moglie di lui venne da Mosè nel deserto, dove era accampato, presso la montagna di Dio. 6 Egli fece dire a Mosè: «Sono io, Ietro, tuo suocero, che vengo da te con tua moglie e i suoi due figli!». 7 Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò; poi si informarono l'uno della salute dell'altro ed entrarono sotto la tenda.

È Mosè che si prostra davanti a Ietro non il contrario. In questo c'è il riconoscimento di un'autorità superiore, forse proprio quel "sacerdote di Madian", quindi un'autorità religiosa. Mosè non diventerà mai sacerdote, pur essendo della famiglia di Levi.

Es 18,8 Mosè raccontò al suocero quanto JHWH aveva fatto al faraone e agli Egiziani per Israele, tutte le difficoltà loro capitate durante il viaggio, dalle quali JHWH li aveva liberati. 9 Ietro gioì di tutti i benefici che JHWH aveva fatti a Israele, quando lo aveva liberato dalla mano degli Egiziani. 10 Disse Ietro: «Benedetto sia il Signore, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone: egli ha strappato questo popolo dalla mano dell'Egitto! 11Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi, poiché egli ha operato contro gli Egiziani con quelle stesse cose di cui essi si vantavano». 12 Poi Ietro, suocero di Mosè, offrì un olocausto e sacrifici a Dio. Vennero Aronne e tutti gli anziani d'Israele e fecero un banchetto con il suocero di Mosè davanti a Dio.

La confessione di fede di Ietro mostra che un conto è sapere il nome di Dio, altro è conoscerlo. Dalle opere che uno compie vengo o conoscere chi è effettivamente. Così dal racconto di Mosè, Ietro raggiunge una nuova conoscenza di JHWH: «il più grande di tutti gli dèi».
Se ci preoccupa l'apologia dobbiamo ritenere questa un'espressione enfatica, ma non dovrebbe farci problema l'interpretazione più vicina alla lettera. Abbiamo già avuto modo di dire che il monoteismo viene raggiunto a partire dall'esilio babilonese.

La nuova conoscenza di JHWH che Ietro ha guadagnato è contenuta in un racconto storico: tutto il cammino esodico - yazah - uscita, dalla visione del roveto ardente di Es 3, alla morte dei primogeniti, al miracolo del mare, alle prove - nasah di Dio nel deserto, incrementano la fede di Ietro nel suo Dio.

E questo avviene, ripetiamo, a fronte di un "racconto storico".

E noi potremmo dire di conoscere Dio senza la vicenda altrettanto "storica" di Gesù Cristo?

 

Lettura 41     Es 18   Incontro con Ietro               ( seconda parte)

            La lettura precedente si è aperta con una "notitia Dei" e si chiude con una liturgia; il tutto "presso la Montagna di Dio".

Per "notitia Dei" intendiamo che quando Ietro viene a sapere della liberazione dei figli d'Israele non fa commenti simili ai nostri correnti, del tipo:- Beh, si vede che Faraone troppo impegnato con tutte le sue donne e tutti i suoi festini se li è lasciati scappare.
Però sono stati furbi gliel'hanno fatta sotto il naso
Toh, guarda: adesso sono liberi! È stato un caso! Chissà come hanno fatto, problemi loro...

Invece il testo riporta: «Ietro udì ciò che Dio aveva fatto...». Ietro è sicuro come l'oro che quella liberazione è opera di Dio. Da parte sua la capacità di correlare tra loro una successione di fatti.
E da parte di Dio...?

            La liturgia finale è un sacrificio di comunione. Per tutti i popoli dell'antichità e per gli ebrei solo fino a Davide, l'uccisione di un animale era sempre un gesto religioso. Il principio che regge questa comprensione è che ogni vita è sacra. Noi abbiamo perso questa idea perché non mangiamo mucche, ma bistecche, non galli o galline, ma cosce o petti o nodini o braciole ecc. ma non vediamo la vita che è stata spenta.

"Sacrificio di comunione" perché nel nostro caso i commensali avendo mangiato dello stesso animale si sono uniti in comunione tra loro e con un altro Invitato, Dio, al quale sono state riservate alcune parti dell'animale, che bruciate «salgono al cielo come soave profumo gradito al Signore»; frase ripetuta molte volte nel Levitico, che però, al momento, non è ancora stato scritto.

Ovviamente ogni riferimento all'Eucaristia è tutt'altro che casuale.

            Ma dobbiamo evidenziare un punto fondamentale: prima che Dio abbia rivelato alcunché a riguardo dei riti, esiste già una liturgia. L'uomo da sempre ha celebrato riti religiosi come da sempre, in tutte le culture e a tutte le latitudini, ha pregato.
In particolare, questo rito di comunione porta a pensare che il culto di JHWH fosse già praticato dai madianiti. Se è così, l'alleanza tra Israele e Madian poggia sulla medesima fede religiosa.

            Anche la seconda parte del capitolo, l'istituzione dei giudici, rinforza questa idea.
Però dobbiamo essere prudenti a cogliere il senso delle parole calandole nella cultura di quel tempo.

A noi la parola "giudice" richiama l'aula di un tribunale nella quale i "giudici", appunto, applicano le leggi, ma noi viviamo in una cultura nella quale le funzioni politiche si sono fortemente specificate, ma non così in quel tempo.  Allora per capire la funzione di questi "giudici" dobbiamo osservare quello che fa Mosè.
v13 «Mosè sedette per rendere giustizia al popolo...». Qui siamo sul versante giudiziario, però non c'era ancora una legge.
v 15 «Mosè disse al suocero: "Il popolo viene da me per consultare Dio"» e sembra la richiesta di un oracolo alla divinità come si usava nelle religioni antiche; e allora sarebbe una funzione sacerdotale e profetica.
v 16a «Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l'uno e l'altro...» Questo fa pensare al compito di un giudice di pace per evitare che semplici questioni divengano conflitti insanabili.
v 16b «... e faccio conoscere i decreti di Dio e le sue leggi». Qui siamo a mezzo tra il versante religioso e quello giuridico.
vv 19-20 «
Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu sta' davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. 20 A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere». Qui la funzione di Mosè è quella di stabilire le leggi fondamentali in relazione a Dio.
v 21«Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine». E questa è la struttura gerarchica tipica di un esercito che viene poi ribadita anche al v 25.

Allora possiamo dire che in quel contesto politico i "capi" svolgevano tutte le funzioni necessarie alla vita della società per cui erano: condottieri, giudici, legislatori, sacerdoti, profeti, re, ecc. Questo aspetto sorprende ad esempio chi legge per la prima volta il libro dei Giudici nel quale i protagonisti hanno poco in comune con i nostri magistrati.

Che l'aspetto religioso sia importante risulta da Nm 11,2 ss., nel quale lo stesso fatto è raccontato secondo un'altra tradizione. Infatti sugli anziani scelti da Mosè:

Nm 11, 24 «Mosè dunque uscì e riferì al popolo le parole del Signore; radunò settanta uomini tra gli anziani del popolo e li pose intorno alla tenda del convegno. 25 Allora il Signore scese nella nube e gli parlò: prese lo Spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani: quando lo Spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono...».

Il testo prosegue riferendo che lo Spirito di Dio scese anche su due uomini che Mosè non aveva scelto e questo mostra la libertà di Dio anche nei confronti dello stesso Mosè.

            Viene da dire che la giustizia separata da un riferimento al divino rischia sempre di diventare arbitrio. Infatti tornando al nostro testo, il suggerimento di Ietro è: «Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine» (18,21), del quale la sottolineatura va su:  « che temono Dio».

E questo dovrebbe valere anche per noi oggi.

Data questa primitiva struttura ai "figli d'Israele usciti dall'Egitto" essi sono diventati "popolo" che adesso è abilitato ad incontrare il suo Dio sulla "di Lui" Montagna.

 

Lettura 42     Es 19-40         Le teofanie del Sinai. Uno sguardo di'insieme

            Le teofanie del Sinai impegnano tutti i capitoli dal 19 alla fine del libro. Sono testi alquanto complessi nei quali la narrazione del cammino dei "figli d'Israele" usciti dall'Egitto è interrotta dall'inserzione di documenti legislativi di epoche molto più tarde. Esamineremo questi documenti a parte per non interrompere il racconto che riguarda direttamente questi ex schiavi, quasi come se osservassimo gli accadimenti dal loro punto di vista.

            Gli esegeti hanno lavorato ( e litigato) molto per cercare le fonti originali degli scritti che ci sono pervenuti: hanno spostato capitoli, hanno tagliato brani, hanno cambiato parole, li hanno confrontati con i documenti delle culture vicine ritrovati duranti gli scavi archeologici, in particolare quelli degli Ittiti (un popolo che fino a metà '900 era ritenuto un'invenzione biblica perché non c'erano altri documenti che parlassero di loro. Oggi sappiamo che furono gli "inventori" dell'uso del ferro). Però il risultato, secondo il parere di B. S. Childs, Esodo, è che dopo tutte queste elaborazioni del testo non si capisce più niente.

            La tensione esistente in campo esegetico è in molti modi aiutata dal testo stesso. Una lettura veloce consente già in prima battuta di cogliere diversi elementi che sconcertano, ne riportiamo alcuni.

Mosè sale e scende più volte dal monte senza alcun motivo.
Il popolo, a volte, ha paura e sta lontano; a volte bisogna impedirgli di avvicinarsi e altre volte ancora gli viene richiesto di purificarsi perché possa avvicinarsi.
In certi passaggi sembra che Dio abiti sulla montagna, in altri invece scende sulla cima della montagna e a volte Mosè deve aspettare che arrivi.
Talvolta la teofania è accompagnata da eruzioni vulcaniche, altre da terremoto, altre ancora da temporali. Comunque le" Nubi" la fanno sempre da padrone.
In definitiva si tratta di un testo complesso leggendo il quale non ci si deve lasciar impressionare dalle tensioni interne.

            Un altro problema che ha impegnato gli studiosi riguarda il rapporto fra tradizione del Sinai, quella del Egitto e del Deserto: all'inizio erano separate? E se sono state accorpate, come e quando? È un problema che lasciamo agli esperti perché noi intendiamo fare una lettura "sincronica", cioè riflettere il testo così come ci è stato consegnato dalla Tradizione, anche se non rinunciamo alla storia della redazione del libro se ci può aiutare a comprenderlo meglio.

Possiamo strutturare queste Teofanie come segue:

19 - 20,21      Promessa e preparazione dell'Alleanza e proclamazione del Decalogo                                               (comandamenti).

20,22 - 23,33            Codice dell'Alleanza. Si tratta dell'inserzione di testi legislativi tardivi                                                          impensabili al Sinai.

24                   Conclusione dell'Alleanza.

32 - 33           Il Vitello d'oro, rottura dell'Alleanza e Mediazione di Mosè.

34                   Rinnovamento dell'Alleanza infranta.

35 - 39           Costruzione del Santuario.

40                   Consacrazione del Santuario e ripresa del cammino.

            Anticipiamo subito che il c. 34 è in realtà un'altra tradizione della medesima Alleanza che un redattore ha separato interponendo tra i due racconti la narrazione del Vitello d'oro (32 - 33).
Può certamente sorprendere che un redattore o un copista abbia fatto una cosa simile, ma il Canone delle Scritture nasce proprio così: quel redattore non lo sapeva, ma Dio attraverso di lui stava componendo la "Sua" Parola.

            Già da questa breve anticipazione può emergere quelle che vengono chiamate le carte d'identità di Israele e di Dio: «Israele non può non peccare (Vitello d'oro), Dio non può non perdonare (rinnovamento dell'Alleanza)».

 

Lettura 43     Es 19,1...       Promessa dell'Alleanza                  (prima parte)

Es 19,1 «Al terzo mese dall'uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. 2 Levato l'accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte».

Questi primi due versetti stabiliscono il collegamento fra le tradizioni dell'Egitto, del deserto e quella del Sinai.

La precisazione temporale «tre mesi dopo l'uscita dall'Egitto, proprio quel giorno» sembra una definizione superflua, ma è importante agli occhi del redattore sacerdotale (P) perché gli permette di giustificare la data in cui si celebra il dono della Legge, la "Festa delle Settimane" in ebraico o "Pentecoste", dal greco 50 giorni. Ma tre mesi fanno 60 o 90 giorni, mentre Lv23,15 ss. stabilisce la data di questa festa 7 settimane più un giorno dopo la Pasqua. Questo ci fa subito capire che il discorso è più complicato. In realtà Pasqua e Pentecoste hanno rimpiazzato due antiche festività agricole: la mietitura dell'orzo che avviene all'inizio della primavera e quella del frumento che matura 7 settimane più tardi.  Da cui appunto "festa delle settimane". Indubbiamente i 50 giorni tra Pasqua e Pentecoste, provengono dalla prassi cultuale del tempio perché è presente ancora al tempo di Gesù.

Gli studiosi spiegano che fra tradizione storica e pratica liturgica c'è un'interazione reciproca. Questo vuol dire, da un lato che il culto può fare memoria di un evento storico con riti opportuni, e che dall'altro si può spiegare la pratica di un rito costruendo un racconto storico proiettato all'indietro, propriamente un'eziologia del rito.

Così, avevamo già visto alla lettura 16, che la festa di Pasqua fonde insieme due riti molto più antichi: quello dell'agnello, legato alla transumanza, perciò di origine nomadica e quello degli azzimi legato al nuovo raccolto perciò di origine agricola, sedentaria.

 Nel nostro caso se pensiamo a quel gruppo di fuggiaschi usciti miracolosamente dall'Egitto e che hanno dovuto attraversare un deserto inospitale è poco probabile che stessero lì a contare accuratamente i giorni.

I vv successivi richiedono delle spiegazioni perché quella cultura non era la nostra.

La tenerezza di Dio

            Dio parla a Mosè sul monte: 19,4 «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me».

«Voi stessi avete visto...» Non c'è bisogno di affidarsi alla testimonianza di altre persone perché i testimoni della prodigiosa liberazione sono gli stessi soggetti liberati.

            La nostra cultura userebbe l'immagine di una chioccia con la sua nidiata perché l'idea di un'aquila che va in giro per il cielo con i pulcini sul dorso non torna per niente; ed è vero perché anche le aquile come gli altri uccelli, in caso di pericolo tengono i piccoli con il becco o gli artigli. Però gli antichi ritenevano che le aquile portassero i loro piccoli in quel modo.

Allora questa immagine vuole indicare la grande tenerezza che Dio ha nutrito per il suo popolo bambino durante la traversata del deserto. Infatti abbiamo visto come durante quel cammino questi "figli d'Israele" erano pronti a lamentarsi di fronte alle difficoltà, incapaci di assumersi le responsabilità della libertà e come Dio, pazientemente, potremmo dire "maternamente", ogni volta, risolveva la situazione.

La promessa dell'Alleanza

19,5 «Ora, se ascoltare ascoltate (shemah) la mia voce e osservate (shamar) la mia Alleanza allora sarete la mia segullah tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!».

Anzitutto il raddoppiamento del verbo, che abbiamo già incontrato, sottolinea l'importanza dell'ascolto, un tema che attraversa tutta la storia biblica e perciò chiede di essere approfondito.

Il tema dell'ascolto- shemah costituisce il fondamento della fede giudaico - cristiana perché essa (fede) afferma categoricamente: "Dio ha parlato". E se Lui ha parlato da parte nostra non basta un semplice "sentire" ma è necessario un ascolto attento, continuo e prolungato.
Ad esempio, le preghiere rituali giudaiche che si fanno cinque volte al giorno iniziano con la recita dello shemah: una preghiera che è un versetto del Deuteronomio: 6,4«Ascolta Israele: JHWH è il nostro Dio, JHWH è Uno».

Sconcertante! Sto per parlare a Dio e inizio con "ascolta Israele"?
Già, ma la preghiera è solo chiedere a Dio: fammi questo, fammi quello, fammi quell'altro...oppure è anche "ascoltare" ciò che Lui chiede a me?

Ma anche noi cristiani non siamo fuori sintonia rispetto agli ebrei perché spesso parliamo di "cercare la volontà di Dio"; "scoprire il Suo piano su di me" e altre espressioni similari... che però nel linguaggio ancora in uso una cinquantina di anni fa erano dette semplicemente: "obbedienza della fede".
Ma obbedire non è altro che il latino"ob-audire", cioè: "ascoltare per..."

Quindi lo "shemah" ascoltare, è ancora oggi pienamente sul campo.
Forse siamo più vicini a Israele di quanto comunemente si pensa!

 Il verbo shamar tradotto con "osservare" è molto indebolito perché esso implica anche un custodire; potremmo dire un "custodire per osservare", rispettare, praticare...
È lo stesso verbo che riguarda l'uomo messo nel Giardino genesiaco.

Gn 2,15 «E JHWH Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo servisse (coltivasse) e lo custodisse shamar».

In questo versetto si mostra bene che "shamar" è più che osservare perché se un giardino non lo curi diventa presto una porcheria.

Nel nostro caso l'oggetto della custodia non è una cosa materiale, ma una relazione, una Alleanza, un Patto, un rapporto. Esso non è un trattato paritetico perché è un'Alleanza che in tutta la Bibbia è sempre "mia", e mai, assolutamente mai "nostra".
Le clausole dell'Alleanza sono sempre stabilite da Dio, mai dal popolo.
Israele deve solo decidere se starci o rifiutarla. Osserviamo che infatti il nostro versetto inizia con un "Se..."

            Da questa promessa di Alleanza è possibile leggere tutta la vicenda biblica successiva (e anche precedente) come "storia dell'Alleanza" storicamente iniziata al Sinai, ripresa da Israele con alti e bassi fino a Geremia ed Ezechiele che parleranno di "Nuova Alleanza".

Quella che sarà realizzata in modo sicuro e definitivo dalla croce del Figlio

 

Lettura 44     Es 19,1...       Promessa dell'Alleanza                  (seconda parte)

19, 5 «Ora, se ascoltare ascoltate (shemah) la mia voce e osservate (shamar) la mia Alleanza allora sarete la mia segullah tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!».

L'effetto dell'Alleanza "osservata / shamar è «sarete la mia segullah» tradotto il più delle volte con "eredità" e più raramente con "proprietà".

Eredità fa pensare a qualcuno che deve morire e ad un figlio che eredita i beni del defunto, e qui chi deve morire?
Anche "proprietà" non ci va tanto bene perché nella nostra cultura, nessuno accetterebbe di essere proprietà di qualcun altro.

            Ma in 1 Cr 29,1-5 (troppo lungo per essere riportato ma che si raccomanda di leggere) il re Davide, prossimo alla fine dei suoi giorni, con il Regno al tempo massimo splendore dopo avere designato Salomone come suo successore elenca tutti i materiali: oro, argento, bronzo, pietre preziose, ecc. che durante la sua vita ha accumulato per costruire la "Dimora", cioè il tempio di Gerusalemme. Al v3 chiama tutta questa ricchezza accumulata: "segullah" che allora dovremmo tradurre con "tesoro reale".

 Nel libro di Qoelet sono messe in bocca a Salomone queste parole:

Qo 2,4 «Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. 5 Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d'ogni specie; 6 mi sono fatto vasche, per irrigare con l'acqua le piantagioni. 7 Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. 8 Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze (segullah) di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell'uomo. 9 Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza».

Anche in questo caso il concetto rappresentato da segullah è quello di "tesoro reale" in cui "reale" sta a dire: al di fuori del comune. In Qoelet poi questo tesoro è un plurale perché "re", che in italiano è soltanto singolare, in ebraico è plurale, cioè "melakim" e quindi si potrebbe tradurre: "tesoro di molti re".

Allora Dio, con "segullah" attribuisce a questo "suo popolo bambino" il senso di un tesoro che per Lui è la cosa più preziosa.
C'è però la condizione «se ascoltare ascoltate la mia voce e osservate la mia alleanza».
Il versetto prosegue con una specificazione: «tra tutti popoli della terra».

Siamo così messi di fronte al tema dell'Elezione. Esso è iniziato con Abramo, il Primo Eletto

Gen 12:1 «Il Signore disse ad Abram:
«Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre, / verso il paese che io ti indicherò.
2
Farò di te un grande popolo / e ti benedirò, / renderò grande il tuo nome / e diventerai una benedizione.
3
Benedirò coloro che ti benediranno / e coloro che ti malediranno maledirò
e in te si diranno benedette / tutte le famiglie della terra».

Abramo è oggetto della Benedizione di Dio perché diventi a sua volta Benedizione per «tutte le famiglie della terra». Quindi una elezione / benedizione destinata  a tutti, che però non data indifferentemente a tutti, ma solo a chi benedice Abramo. Come mai? Che giustizia è se Abramo diventa il collo di bottiglia per tutti gli altri? Che democrazia è? Non è un capriccio di Dio?

In verità una benedizione data a tutti indistintamente senza essere cercata, risulta inflazionata: sarebbe "acqua fresca". Per valorizzarla occorre una condizione: chi vuole ottenerla deve benedire Abramo.
Ora, questa elezione passa da Abramo a Isacco e poi, grazie ai trucchi di Rebecca, a Giacobbe / Israele, poi a Mosè e adesso, tornando al nostro testo, al popolo, che diventa Popolo Eletto.
Ma sempre ad una condizione: «ascoltare la mia voce e custodire la mia alleanza».

            Questo «ascoltare ascoltate la mia voce» mette in luce la particolare relazione con Dio, cioè un rapporto continuo e costante con Lui che vada oltre alla semplice osservanza delle clausole dell'Alleanza.
Se questa condizione non sarà rispettata Dio dovrà suscitare " un Resto d'Israele", secondo la teologia dei profeti del post esilio.

            L'altra specificazione è: «perché mia è tutta la terra».

Ora, "se mia è tutta la terra e voi siete il mio tesoro, avete un compito da svolgere per essa (terra) e per tutti i popoli che l'abitano.
Non è lo sviluppo di Gn 2,15 «Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse / servisse e custodisse» che avevamo visto nella lettura precedente?

Un'ultima specificazione:

Es 19,6 «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa».

Infatti "essere benedizione per tutti i popoli della terra" richiede un'attività di intermediazione, di preghiera e di intercessione per tutti gli altri, che è propriamente attività sacerdotale.

È lo stesso compito che svolgono tutti i cristiani rimesso in luce dal Vaticano II con la denominazione di «Sacerdozio comune dei fedeli».

 

Lettura 45     Es 19,1...       Promessa dell'Alleanza                  (terza parte)  

Una prima fenomenologia della fede

Es 19,1 «Al terzo mese dall'uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. 2 Levato l'accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. 3 Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo...»

Se stiamo attenti al testo 19,3 ci rendiamo conto che Mosè non è chiamato da Dio sul monte, ma è lui che ci sale di sua iniziativa e solo dopo «JHWH lo chiamò dal monte».
Già da questo rileviamo che non sono nello stesso luogo. Però l'idea corrente è che gli incontri sinaitici avvengano tutti in vetta al monte, luogo tutt'altro che ospitale.

La visione del roveto ardente era avvenuta "al monte" «... e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, Oreb / Sinai» Es 3,1, quindi non siamo in vetta al monte, ma sulle sue pendici; tra l'altro, portare il bestiame sulla cima di una montagna sarebbe assurdo. Cosa ci andrebbero a fare dato che non c'è erba e tantomeno acqua.

Anche nel nostro caso Mosè non è in vetta per cui è coerente che: «... Dio lo chiamò "dal" monte».
Ma perché Mosè ci è andato se solo "dopo" viene chiamato?La risposta è in quello strano segno promesso da Dio in Es 3,12 che abbiamo trattato nella lettura 18:

  Es 3,11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?». 12 Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».

Ora Mosè è in grado di completare il segno, post eventum, "servendo Dio su questo monte". Compiuto tutto il processo di liberazione, che a lui sembrava impossibile, il segno si è realizzato.
Possiamo allora dire che Mosè aveva acquisito la fede a seguito dell'esperienza mistica avvenuta nel racconto del roveto e questo è stato il suo modo di venire alla fede, la quale qui viene "confermata".

Una seconda fenomenologia della fede

«... Sceso dal monte 7 « Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come     gli aveva ordinato il Signore. 8 Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!».

Nota bene : «Quanto JHWH ha detto noi lo faremo». Ma Dio non ha ancora detto niente!  Ha detto solo una frase al condizionale:«... "se" ascolterete la mia parola e custodirete la mia alleanza... » alleanza i cui contenuti sono sconosciuti... e infatti dopo troveremo diversi capitoli che espongono tutte le norme da osservare. E questi... ma come si fa a prendere una decisione senza sapere ancora cosa si dovrà fare? Non si sa dove si va a parare. Non è un salto nel buio? Come si fa a fidarsi di una proposta simile?
Il fondamento di questa decisione sta nell'esperienza che questo gruppo di fuggiaschi ha fatto, sintetizzata dalle parole: « 4 Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me».

Allora si tratta di una fiducia / fede fondata su una esperienza storica precedente, quindi tutt'altro che quel «moto cieco dell'anima» condannato dal Vaticano I° (1870).
È una fede accordata a Colui che parla a seguito di quello che ha fatto per me e allora anche per il futuro posso contare su di Lui.

Ed è esattamente quello che troviamo nel nostro linguaggio quando diciamo: «Di lui puoi "fidarti" perché è proprio un bravo ragazzo». Certo, perché la fede non una roba che vale solamente in chiesa, ma una cosa che opera tutti i giorni e rende possibile la vita sociale. Ci spieghiamo con un esempio: Quando prendi il treno vai a verificare che il macchinista non sia ubriaco? E quando vai dal medico gli chiedi prima il suo libretto universitario per controllare che abbia superato tutti gli esami con buoni voti? E quando prendi l'aereo...
Tra la Fede con la F maiuscola e le fedi della vita quotidiana cambiano solo i contenuti... e tutte queste "fedi" sono fondate su esperienze precedenti.

            Tornando al nostro testo raccomandiamo la lettura del Salmo 107 che è una stupenda riflessione che fonda la fede e la lode di Israele su quattro precise esperienze storiche:
1- La traversata del deserto vv 4-9
2- I ribelli incarcerati vv 10-16
3- Degli ammalati alla fine della vita a seguito di comportamenti dissoluti  vv 17-22
4- Dei marinai in balìa della furia del mare in tempesta  vv 22- 33
Si noti il ritornello che segue la descrizione di ogni condizione di disagio:

«Nelle angosce "gridarono" a Dio / e fu Dio la loro salvezza» vv 6; 13; 19; 28.

E si ritorna sempre al tema del "grido" che abbiamo già incontrato più volte, grido che Dio non può non ascoltare... perché Dio "è" così!

Quindi, la fede, l'affidarsi a..., è sempre legato ad una esperienza "storica" precedente.
Però oggi conserviamo la memoria del passato?
Meglio: siamo in grado di cogliere la scansione passato, presente, futuro?

Nei primi decenni del '900 la filosofia aveva elaborato il tema della "dittatura del presente" e oggi diversi filosofi e teologi sono convinti che la nostra vita è passata dalla modalità temporale alla modalità spaziale. Con questo intendono dire che non viviamo più il nostro presente tra memoria del passato e progetto del futuro, ma abbiamo perso la temporalità tout court.
Di conseguenza le mie relazioni non possono essere più sospese perché non c'è più memoria né attesa, ma devono essere ininterrottamente continue. Ho bisogno di I-pod, I- pad, Tablet, smartphone, PC e compagnia per essere in relazione con... perdendo di vista il fatto che in realtà sono in relazione solo con uno schermo. Come giustamente dice il titolo di un libro uscito da poco: "Connessi ed isolati".

Allora è ancora possibile una fede (f minuscola e maiuscola) se essa vive della memoria del passato e del progetto sul futuro?  

 

Lettura 46     Es 19,9-14.    Preparazione dell'Alleanza                       

            Osserviamo alcuni passaggi che possono risultare problematici

Es19,12 «Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. 13 Nessuna mano però dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco. Animale o uomo non dovrà sopravvivere».

Viene stabilito un limite all'interno del quale sta l'area sacra, che non deve essere calpestata da nessun se non gli autorizzati: Mosè e i suoi aiutanti, come specifica meglio in 24,1 «Aveva detto a Mosè: «Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e insieme settanta anziani d'Israele».
Come mai questo rigore?

Una prima spiegazione può essere attribuita a alla maestà o trascendenza di Dio.
Il concetto di trascendenza nasce all'interno della filosofia quando già a partire dagli antichi greci si vuole pensare Dio. Poiché Egli è ritenuto infinitamente grande, potente, eterno, ecc. e radicalmente differente da tutto ciò che vediamo, tocchiamo, in quanto tutte le cose del nostro mondo sono finite, fragili, limitate nel tempo e nello spazio si conclude che l'uomo non è neanche in grado di pensare Dio. Ogni cosa pensata o immaginata non può essere Dio.
Si approda così alla "teologia apofatica" che fa coincidere Dio con l'assenza di ogni pensiero o addirittura con il Nulla.

            Il discorso in sé può essere ritenuto rigoroso però non tiene conto di un elemento fondamentale della religione giudaico- cristiana. Il nostro Dio sin dall'inizio si è rivelato «con parole e fatti intimamente connessi».
In particolare non ci ha rivelato cose o dottrine, ma ha comunicato se stesso. La rivelazione infatti viene definita come "autocomunicazione di Dio". E infatti noi conosciamo perfino la sua intima natura che sussiste in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito santo.
Allora possiamo essere d'accordo con l'idea della trascendenza e dire che Dio è trascendente e impensabile, però non nel senso della lontananza ma esattamente nel suo contrario, cioè una vicinanza così intima che l'uomo non avrebbe mai potuto immaginare. Solo Lui poteva "inventare" il Suo modo di esserci vicino tanto da chiamarsi Emanuele: "Dio con noi"... per non parlare poi dell'Eucaristia.

            Ora, per venire al nostro testo che, come abbiamo detto più volte, ha subito tante modifiche e riletture nel corso del tempo, non possiamo sapere se esso sia stato influenzato da quel pensiero filosofico, ma risulta costante in tutta la storia biblica a partire da Esodo l'invocazione: «Che il nostro Dio cammini in mezzo a noi». Un'invocazione che solo Lui poteva ispirare.

La Nube, che accompagna tutto il cammino esodico, è il segno visibile della Sua presenza.
Se è così, perché il rispetto di un limite invalicabile attorno al monte con pene così severe per chi non lo rispetta?

Questo riguarda il tema del sacro.

Sacro vuol dire: "pratiche o luoghi separati riservati al culto e alla sfera religiosa". Invece profano (pro-fanum: ciò che sta davanti al tempio) riguarda gli oggetti e le pratiche della vita comune, di tutti i giorni. Questo vuol dire che a riguardo del divino c'è una differenza che di per sé induce a tenere una debita distanza. Ma forse c'è qualcosa che riguarda la stessa natura dell'uomo perché, come vedremo più avanti, il popolo non vuol vedere o sentire o parlare direttamente con Dio e resta sempre alla larga preso dalla paura (20,19), per cui è necessario un intermediario: Mosè.

Forse ci può aiutare la filosofia secondo cui il "sacro" è ritenuto una "categoria a priori dell'intelletto".
Tentiamo una breve spiegazione: tutte le esperienze che noi facciamo sono riconosciute e collocate automaticamente dalla nostra mente in diversi contenitori della psiche, le categorie appunto, ciascuna delle quali raccoglie esperienze simili.
Così abbiamo la categoria della quantità in base alla quale riconosciamo subito se degli oggetti sono tanti o pochi.
Abbiamo la categoria della relazione per cui ci accorgiamo immediatamente se due o più oggetti ed eventi sono collegati o disgiunti.
La categoria del tempo consente di distinguere tra un prima e un poi. In tutto le categorie sono una decina.

Anche il "sacro" nel primo '900 è stato riconosciuto come una categoria dell'intelletto grazie alla quale in certe situazioni ed in certi luoghi percepiamo qualcosa di diverso dal profano. Per esempio davanti ad un morto, presso il letto di un ammalato grave, in un cimitero, in una chiesa e... perché no, davanti ad una mummia egizia quando pensiamo che 5000 anni fa era una madre di famiglia al centro di una rete di affetti verso i suoi cari.

Ora, il sacro induce in noi due sentimenti contrapposti: un "fascino" (fascinans) che ci attrae e un "timore tremore" (tremendum) che ci respinge o addirittura ci paralizza: non sappiamo più cosa dire né cosa fare. (Per saperne di più: R. Otto, Il sacro, 1917). Sono gli stessi sentimenti che proviamo davanti al "sublime", cioè fenomeni come ad esempio, una violenta mareggiata in cui siamo colpiti dalla grande forza del mare, un fiume in piena che erode le rive portando via con prepotenza tutto quello che incontra, un temprale con tuoni, fulmini, grandine ecc. e in genere tutti i fenomeni della natura che da un lato ci attraggono e dall'altro ci terrorizzano. Non è, allora, una caso che gli antichi li avessero divinizzati.

Tutto questo accade anche nei confronti del sacro.

            Tornando al nostro testo possiamo chiederci se questi limiti riguardassero effettivamente il Sinai o non piuttosto il Tempio di Gerusalemme. Sappiamo che il tempio era costituito da diversi cortili e che in alcuni potevano entrare solo i leviti, in altri solo i sacerdoti e, nella parte più importante, il Santo dei Santi, che conteneva l'Arca dell'Alleanza con le tavole della Legge ricevute da Mosè sul Sinai, poteva entrare solo il Sommo Sacerdote una sola volta l'anno.
La separazione tra il Santo dei Santi dove invisibile stava la Gloria di Dio, era assicurata da un velo.

Nel momento della morte di Gesù sul Calvario Matteo riporta alcuni segni che l'hanno accompagnata dei quali ci interessa il primo «Ed ecco il velo tempio si squarciò in due da cima a fondo» (Mt 27,51).
Non vuole, forse, dire che in Gesù il sacro non è più "separato"?

            C'è un altro aspetto che ci sorprende e riguarda purità.

Al v 10 si dice: «... lavino le loro vesti...»
Cosa c'entra il vestito con la purificazione? La purificazione riguarda il cuore, non il vestito. Uno può avere un cuore puro ed essere vestito come un barbone e un altro in giacca e cravatta potrebbe essere un farabutto.

Ma qui siamo di fronte ad un simbolo. Il simbolo vuole significare l'intenzione profonda dell'uomo. E non disponiamo di altro modo per comunicarla se non attraverso "evidenze simboliche". Vale a dire che se il mio interlocutore non mi dà "segnali" io non posso conoscere i suoi pensieri. Questi segnali sono gesti, parole atteggiamenti sempre appartenenti al mondo fisico o materiale che tuttavia permettono di cogliere un significato spirituale. Facciamo solo due esempi, ma ne potremmo trovarne migliaia perché ne facciamo uso tutti i giorni. Una pacca sulle spalle comunica simpatia, mentre la mano che fa il segno delle corna comunica intenzioni tali da produrre reazioni molto violente.

Ora, il "simbolo" di lavare le vesti o cambiare l'abito vuol dire: creare una distanza tra l'attività corrente e quel che si svolge nel luogo sacro.
I nostri padri e i nostri nonni, che pur non avevano le nostre disponibilità economiche, non si sarebbero mai sognati di andare a Messa senza indossare il "vestito della festa".
Una distinzione da non sottovalutare per noi che siamo sempre in "casual"!

v15 «... non unitevi a donna...» è un comando del genere è troppo...

Ma allora agli occhi di Dio l'unione sessuale è cosa spregevole?

Possiamo sostenere esattamente il contrario e cioè che il rapporto sessuale è così pervasivo e coinvolgente quanto lo è il rapporto con Dio e l'uomo non è in grado di sopportare in tempi ravvicinati due relazioni così intense.
Quindi mediante questo divieto l'unione sessuale assume un valore pari a quello con Dio. Tant'è vero che molti brani biblici usano l'unione uomo donna come paradigma dell'amore di Dio per Israele e... viceversa l'amore di Dio per Israele come paradigma di come dovrebbe essere l'unione uomo donna.

E gli esegeti non sanno dire quale dei due sia il rapporto prototipale.
(Una veloce lettura del libro di Osea è più convincete di molti discorsi).

 

Lettura 47     Es 19- 20   Il trattato di alleanza - berit               [prima parte]

            Il mondo semitico antico strutturava gli scritti in un modo che non facilita la loro comprensione  per noi che usiamo un procedimento lineare, che cioè espone in successione i vari argomenti e alla fine si tira la conclusione che costituisce il messaggio che si vuole comunicare. Nella Bibbia il più delle volte troviamo una struttura concentrica che mette al centro del racconto l'elemento più importante e quelli che lo sostengono o lo spiegano, prima e dopo secondo uno schema del tipo:

                        A => B => C =>=> D <=<= c <= b <= a

in cui "A" e "a" trattano in forma diversa lo stesso argomento e così anche per  "B" e "b", ecc. in un certo senso gli elementi secondari fanno corona a quello principale "D".

Di conseguenza nel nostro testo è difficile cogliere la struttura dell'alleanza e allora riteniamo utile usare lo schema dei trattati assiri che risalgono al 8° e 9° secolo a. C., non molto diversi da quelli degli Ittiti che risalgono fino al 10° secolo e oltre. Ora, l'Alleanza sinaitica, stando a quanto già detto circa le datazioni, risale al 1200 a. C., ma possiamo ritenere che anch'essa abbia avuto una struttura analoga. Tuttavia non sappiamo quanta parte del racconto risalga effettivamente a quel tempo e quale sia il contributo delle redazioni successive che hanno unificato le diverse tradizioni orali. Di questo possiamo tenere conto in prima battuta, ma alla fine ci interessa il testo che la tradizione ci ha consegnato.
Ad ogni modo è molto probabile che al Sinai avvenne una alleanza di Dio con questo "popolo bambino", perché essa sta al cuore della coscienza di Israele per cui dobbiamo dire che se c'è un "senso" così profondo all'origine c'è sicuramente "il fatto" che l'ha generato. (vedi in Glosse => Nota esegetica n. 1)
            Questi trattati di alleanza sono in effetti trattati di vassallaggio che in conseguenza della sottomissione al "Grande Re" assicuravano al vassallo e al suo popolo, protezione dai nemici esterni a fronte del pagamento di tributi. Ne riportiamo lo schema cercando i collegamenti alle teofanie del Sinai.

 1° Prologo. Il grande sovrano prima di stipulare un rapporto di alleanza ricordava tutti i benefici che aveva operato in passato a favore del vassallo. Nel nostro caso è Dio che ha ricordato al mediatore, Mosè, tutto quanto aveva fatto per il popolo fino al Sinai e che abbiamo trovato in:

19, 4 «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me».

In forma più dettagliata troviamo un analogo prologo con il richiamo a questo cammino, nel libro di Giosuè quando, terminata la conquista della Terra Promessa, si rinnova l'Alleanza con una solenne liturgia Gs 24,1-13.

2° Convocazione dei testimoni. Nei trattati di alleanza i testimoni erano gli dèi dei popoli coinvolti per cui la cerimonia acquisiva uno specifico carattere religioso. Nel nostro caso uno dei contraenti è Dio stesso e allora i testimoni non possono essere uomini, ma sono fenomeni del cosmo; infatti le nostre teofanie si svolgono all'interno di uno scenario cosmico: vento, nubi, tempesta, tuoni, lampi, eruzioni, terremoti, ecc. Se il loro senso della loro presenza  è quello di testimoniare la stipulazione di un patto, possiamo tralasciare l'indagine scientifica che cerca vulcani, che vuole misurare la sismicità della regione e via dicendo.

Però riteniamo importante segnalare  che di questi testimoni cosmici ne mancano due particolarmente importanti per le culture del tempo: il sole e la luna.

In Egitto, senza approfondire più di tanto le ultime ricerche archeologiche di quell'Olimpo, il sole era adorato con il nome di Ra e la luna con quello di Iside. A Babilonia, poi tutte le stelle erano adorate e usate per leggere il futuro.
La Bibbia, invece, mostra un atteggiamento di radicale negazione del valore divino di questi astri e lo troviamo in forma molto esplicita nel primo racconto della creazione.

Gn1,14 «Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15 e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16 Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17 Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18 e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19 E fu sera e fu mattina: quarto giorno».

Si noti che sole e luna non sono chiamati con il loro nome, ma semplicemente con termini che specificano la loro funzione: "luminare maggiore e luminare minore per distinguere il giorno dalla notte". Chiamandoli "sole e luna" potevano essere annoverati tra i soggetti e accolti nel mondo divino, ma in questo modo sono ridotti semplici creature. Una simile riduzione di stima lascia ovviamente trasparire valutazioni cosparse di un certo disprezzo. ( Viene da pensare che oggi si cerca di compiere il cammino inverso quando si pensa di sostituire "papà e mamma" con la loro funzione generativa).

3° Clausole del patto. Le clausole nel nostro testo sono redazionalmente divise in due parti: Il Decalogo 20,1-21 e il Codice dell'Alleanza 20,22 - 23,32.  Il Decalogo ha valore fondativo, una sorta di Magna Charta o, se si vuole, di "Costituzione" che lo svolge la funzione di istruire, illuminare mentre il Codice dell'Alleanza ne costituisce l'applicazione in termini legislativi.

4° La scrittura del documento. La troviamo al capitolo 24:

«19,3 Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!». 4 Mosè scrisse tutte le parole del Signore... ».

5° La sanzione con le benedizioni e maledizioni. La sanzione può essere rappresentata da quanto narrato al capitolo 32,25 ss come conseguenza alla costruzione del vitello d'oro. Le benedizioni e maledizioni sono collocate al termine del Deuteronomio, che è un libro redatto attorno al periodo dell'esilio, quindi di epoca molto lontana dagli eventi del Sinai.

            Per quanto riguarda le "clausole del patto" si tratterebbe semplicemente di mettere in pratica il Decalogo e il Codice dell'alleanza, ma avevamo a proposito della promessa dell'Alleanza:

19, 5 «Ora, se ascoltare ascoltate (shemah) la mia voce e osservate (shamar) la mia Alleanza allora sarete la mia segullah tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!».

A cui il popolo risponde:

19,8 Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto JHWH ha detto, noi lo faremo!».

E avevamo osservato che il Signore non aveva dato alcuna prescrizione se non quel: «...ascoltare ascoltate la mia voce...».
Inoltre gli studiosi ci dicono che il Decalogo e il Codice dell'Alleanza, con l'aggiunta del Vitello d'oro non sono avvenuti al Sinai ma riguardano eventi successivi.

Se è così è in gioco qualcosa di più "grosso" che la semplice osservanza a delle leggi.

 

Lettura 48     Es 19-20         Il trattato di alleanza - berit           [seconda parte] 

Lo schema dei trattati di alleanza in uso nelle culture prossime ad Israele, riportato nella lettura precedente, ci ha permesso di individuare le scansioni dell'Alleanza del Sinai, ma questa ha delle caratteristiche sue proprie non riscontrabili nelle altre, soprattutto per quanto riguarda le clausole del patto.
Anzitutto i trattati con il "Grande re" imponevano al popolo sottomesso tributi molto pesanti, infatti non avrebbe  senso dominare un altro popolo se non per sfruttare le sue ricchezze.
Ora cerchiamo di fare emergere alcune specificità delle Alleanze proposte da Dio attraverso due testi fondamentali seguendo la traccia suggerita da G. A. Borgonovo, Ciclo di Abramo, Dispensa ISSR, 86-87, pg 37-ss.

Primo racconto

Gen 15:1 «Dopo tali fatti, questa parola del Signore avvenne (fu rivolta) ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». 2 Rispose Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l'erede della mia casa è Eliezer di Damasco». 3 Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». 4 Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». 5 Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». 6 Egli haman (credette) al Signore, che glielo accreditò come giustizia. 7 E gli disse: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese». 8 Rispose: «Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». 9 Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione». 10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all'altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì. [...] 17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi.
18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram:
«Alla tua discendenza / io ho dato questo paese / dal fiume d'Egitto / al grande fiume, il fiume Eufrate;
19 il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, 20 gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, 21 gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei».

Anzitutto Dio parla di una "ricompensa molto grande"; ma "ricompensa" a fronte di quale prestazione? Cosa ha fatto di grande Abramo per guadagnare questa ricompensa?

Segue una sorta di protesta di Abramo perché il tempo passa ma il discendente non arriva. Protesta che Dio ritiene pertinente e per rassicurarlo gli offre un segno: l'infinito numero delle stelle del cielo. Abramo si fida.
Allora questa haman /fede è la risposta alla promessa di Dio.

            Poi abbiamo il rito di stipula del patto. L'uso corrente era che i contraenti passassero in mezzo a  degli animali squartati, che poi saranno bruciati, e il significato era: accada questo anche a me se non rispetto questo patto. Si tratta della "maledizione" che abbiamo visto assente nel racconto del Sinai.
Già, ma qui è solo Dio, rappresentato dal forno e dalla fiaccola, che compie il giuramento.
Invece Abramo dorme, «colto da un profondo torpore».

È una costate! Quando Dio opera qualcosa di importate, l'uomo dorme.
Accade questo alla creazione della donna in Gn 2,21 «Allora JHWH Dio fece scender un torpore sull'uomo che si addormentò...». Sono le stesse parole
Accade ancora nell'orto dei Getzemani quando Gesù deve decidere definitivamente della sua vita e soprattutto della sua opera; e la decisione può essere soltanto sua (vedi nota esegetica 5, parte finale:

Mt 28,43 «E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. 44 E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45 Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. 46 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina».

Tornando ad Abramo, il  brano termina con il rinnovo della promessa di una discendenza numerosa e del possesso della terra (Abramo è ancora nomade).
Ma allora qual è l'impegno di Abramo?  - La fede.        - Tutto qui?              

Il termine "credere" usato nel v6, non rende lo "haman" ebraico, che è anche l'"amen" che diciamo al termine delle preghiere. Purtroppo nel nostro linguaggio il verbo "credere" ha assunto un significato dubitativo: "Credo che domani pioverà". Credo che la Borsa salga" cioè, quanto di più aleatorio si possa esprimere.
Haman, invece,  significa: essere fermo, essere forte, stabilità, degno di fiducia, fermezza, sicurezza; come sostantivo vuol dire: roccia. Quindi la traduzione corretta potrebbe essere «Abramo si stabilì in JHWH» oppure «Abramo trovò in Dio il senso della sua vita».
Allora "credere" non è semplicemente ritenere vera un'affermazione, ma aderire all'Alleanza che Dio propone.

            Nel v 18 abbiamo tradotto con "ho dato"  anche se l'avvenimento non si è ancora realizzato perché i verbi ebraici non usano la nostra scansione temporale: passato, presente, futuro, ma solo imperfetto e perfetto; il perfetto può essere indifferentemente passato, presente, futuro ma significa che la cosa è fatta, è realizzata anche se non l'ho ancora sotto gli occhi e su di essa posso contare. Quindi, "ho dato"rende l'idea di un evento attuato anche se dovranno passare ancora alcuni secoli.

            In questo racconto, Abramo non ha alcun rito da celebrare, nessun gesto da compiere, non riceve alcuna norma da osservare, quasi fosse semplice spettatore.
Possiamo allora dire che la clausola o l'impegno da parte dell'uomo in questa Alleanza è la "relazione" allo stato puro, cioè la fede.

Forse, immersi nel nostro materialismo, siamo portati a dire: "allora questa alleanza è solo acqua fresca"oppure... Oppure viene alla luce la precarietà o provvisorietà delle nostre relazioni.

Secondo racconto

Gen 17:1 «Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:
«Io sono Dio onnipotente: / cammina davanti a me / e sii integro. /2 Porrò la mia ALLEANZA / tra me e te e ti renderò numeroso / molto, molto». 3 Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:

4 «Eccomi: / la mia ALLEANZA è con te / e sarai padre / di una moltitudine di popoli.
5 Non ti chiamerai più Abram / ma ti chiamerai Abraham / perché padre di una moltitudine / di popoli ti renderò.
6 E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re. 7 Stabilirò la mia ALLEANZA con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come ALLEANZA perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. 8 Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio».
9 Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi "shamar" (osservare custodire) la mia ALLEANZA, tu e la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione. 10 Questa è la mia ALLEANZA che dovete osservare, ALLEANZA tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra di voi ogni maschio. 11 Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell'ALLEANZA tra me e voi. 12 Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra di voi ogni maschio di generazione in generazione, tanto quello nato in casa come quello comperato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe. 13 Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene comperato con denaro; così la mia ALLEANZA sussisterà nella vostra carne come ALLEANZA perenne. 14 Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del membro, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia ALLEANZA».
15 Dio aggiunse ad Abramo: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara. 16 Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei».
17 Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: «Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novanta anni potrà partorire? E Sara all'età di novanta anni potrà partorire?». 18 Abramo disse a Dio: «Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!». 19 E Dio disse: «No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco. Io stabilirò la mia ALLEANZA con lui come ALLEANZA perenne, per essere il Dio suo e della sua discendenza dopo di lui. 20 Anche riguardo a Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso: dodici principi egli genererà e di lui farò una grande nazione. 21 Ma stabilirò la mia ALLEANZA con Isacco, che Sara ti partorirà a questa data l'anno venturo». 22 Dio terminò così di parlare con lui e, salendo in alto, lasciò Abramo.

Questo brano presenta una struttura alquanto semplice.

1-8      la promessa
9-14    la circoncisione
15-21  la promessa

Il testo vede come redazione finale la tradizione sacerdotale P. Siamo quindi nel post-esilio e con tutte le traversie subite da Israele le norme religiose, compresa la pratica della circoncisione, erano state trascurate.
Così l'agiografo, rifacendosi a tradizioni più antiche, pone al centro il comandamento della circoncisione racchiuso a mo' sandwich tra due racconti di promessa.

Però non è questo il tema principale del testo perché il termine berit Alleanza è ripetuto 13 volte (12: una pienezza che riguarda il popolo + 1: una pienezza più grande).
È molto importante il v11 che definisce la circoncisione come "segno dell'Alleanza"... perché l'Alleanza in sé è ben altra cosa.
Non si può fare a meno di ricordare l'insieme della predicazione profetica e non solo, che insiste sulla "circoncisione del cuore" a sottolineare che il segno è solo segno che dovrebbe aiutare a rimandare a...

Levitico 26,40 «Dovranno confessare la loro iniquità e l'iniquità dei loro padri: per essere stati infedeli nei miei riguardi ed essersi opposti a me; 41 peccati per i quali anche io mi sono opposto a loro e li ho deportati nel paese dei loro nemici. Allora il loro cuore non circonciso si umilierà e allora sconteranno la loro colpa.

Geremia 4,4 «Circoncidetevi per il Signore, / circoncidete il vostro cuore, /uomini di Giuda e abitanti di Gerusalemme /, perché la mia ira non divampi come fuoco / e non bruci senza che alcuno la possa spegnere,/a causa delle vostre azioni perverse».

Deuteronomio 10, 16 «Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra nuca; 17 perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, 18 rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. 19 Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto».

Allora "cuore circonciso" è quello che mette la relazione con Dio davanti ad ogni gesto anche religioso perché è la relazione la risposta dell'uomo alla promessa-alleanza di Dio, così come ha fatto Abramo..

Da notare che finché i testi riguardano Abramo la relazione è riferita soltanto a Dio, ma quando si parla del popolo la relazione include anche il prossimo.

Complessivamente potremmo affermare che questi brani ci mettono in guardia dal ritenere sufficienti i gesti religiosi fine a se stessi perché finirebbero per diventare idoli, compresa la Legge. (A. Manara, Questioni sulla pratica della fede, EduCatt, pg 75)

 

Lettura 49     Es 19-24         Il trattato di alleanza - berit           [terza parte]

I testi riguardanti Abramo commentati nella lettura precedente dovrebbero aiutarci a non meravigliarci per il fatto che al Sinai non sia stato rivelato il Decalogo, ma come dicono gli esperti, è stato ispirato da Dio in periodi successivi. Questo ci mostra una grande verità: la rivelazione si è dispiegata  nel corso del tempo, durante lo scorrere della storia. Dio sin dall'inizio è sempre stato attento alla capacità di comprensione del suo Mistero da parte dell'uomo. Ad esempio: non ci sono rimproveri per le numerosi mogli e concubine di Davide e Salomone menzionate come indice di ricchezza e potenza del regno d'Israele, ma con Gesù viene esclusa tanto la poligamia che il divorzio.

Ritorneremo sul Decalogo quando lo esamineremo in dettaglio e teniamo fermo il fondamento della "mia Alleanza" che lì al Sinai , viene accettata da "tutto il popolo" per ben due volte quasi con le stesse parole:

19,8 «Tutto il popolo rispose insieme e disse: "Quanto JHWH ha detto noi lo faremo».

e dopo la lettura della Torah - Legge costituita dal Decalogo (20,1-7) e dal Codice dell'Alleanza (20,22-23,19):

«Quindi Mosè prese il Libro dell'Alleanza e lo lesse alla presenza di tutto il popolo. Dissero: "Quanto JHWH ha ordinato noi lo faremo e lo eseguiremo"»24,7.

Tra le due accettazioni da parte del popolo esiste una differenza radicale: mentre la seconda riguarda la Legge, la prima riguarda l'accadimento promettente, cioè qualcosa di molto più ampio che riguarda tutta la vita e la storia della relazione tra Dio e il suo popolo.
Si noti che per la prima volta nella Bibbia si parla di "libro" a dire che ai piedi del Sinai inizia una stesura scritta del Libro Sacro.

Ad ogni modo da questo momento in poi la redazione finale tiene conto del fatto che il popolo ha ricevuto la Torah le trasgressioni alla quale saranno sanzionate. Il che accadrà subito dopo.
Però l'Alleanza deve essere ratificata con un rito religioso (24,3-8). Esso è composto da diversi momenti che cerchiamo di spiegare perché sono alquanto lontani dalla nostra sensibilità.

Costruzione di un altare

L'altare in uso presso Israele non era una tavola, una mensa come il nostro, ma una sorta di cippo sul quale era possibile sgozzare l'animale del sacrificio. Ora, poiché l'altare è simbolo di Dio il sacrificio dell'animale su di esso vuole significare la signoria di Dio e che la vita dell'offerente gli appartiene: la vita dell'animale sostituisce quella dell'uomo. Ricordiamo che secondo la Bibbia i sacrifici umani sono abominio (vedi lettura 27 sulla morte dei primogeniti egiziani).

Le 12 stele

Non si pensi a monumentali lastre di marmo con tanto di iscrizione, ma a semplici pietre abbastanza grandi da non essere facilmente logorate dal tempo e dagli agenti atmosferici. La loro funzione è quella di memoriale, cioè fare memoria a coloro che passeranno anche a distanza di molto tempo ciò che lì è stato celebrato. Era un'usanza molto diffusa tra gli antichi che non avevano altri mezzi per lasciare un segno del loro passaggio o di un evento importante.
In questo caso le stele sono 12 per indicare che tutto il popolo è coinvolto nell'Alleanza.
Nella Bibbia questi simboli commemorativi sono costruiti diverse volte, ad esempio: Gn28,18 ss; Gs 4,4ss; 24,4 ss, ecc. Le due menzioni del libro di Giosuè descrivono con precisione il senso di quelle pietre. 

Olocausto     

In questo caso l'animale ucciso viene interamente bruciato, quindi destinato a Dio; il fumo che sale verso il cielo, luogo in cui risiederebbe Dio, rende plasticamente l'idea (vedi Lev 1 che dettaglia nei minimi particolari il rito),

Sacrificio di comunione                  ( Lv 3 dettaglia il rito nei minimi particolari)

Nel nostro testo è presente anche un sacrificio di comunione. Una parte dell'animale viene bruciata per cui raggiunge Dio mentre il resto viene mangiato. La comunione dipende dal fatto che Dio e uomo "si nutrono" dello stesso cibo, quasi che siedano allo stesso tavolo.

È quanto viene narrato nei in 24,9-11dove addirittura il pranzo è accompagnato da una visione: «i privilegiati d'Israele mangiarono e bevvero mentre vedevano il Dio d'Israele».
            Il fatto che questi riti siano descritti minuziosamente nel libro del Levitico fa dire agli studiosi che facevano parte della liturgia del Tempio. Riportati ai piedi del Sinai portano a pensare che al racconto originale siano state aggiunte note rituali per dare ad esse valore fondativo; e in questo senso devono essere intese.

Il rito del sangue

In tutta la Bibbia l'aspersione del popolo con il sangue avviene solo qui per cui il testo si presta a diverse interpretazioni. Ne vediamo alcune:

            1- Lv 8,24 ss. La cerimonia di consacrazione dei sacerdoti prescrive di spruzzare con il sangue della vittima il neofita, ovviamente dopo averlo sparso intorno all'altare. È una cerimonia che non viene ripetuta perché il sacerdote rimane tale per sempre. Se è così potremmo interpretare la cerimonia del Sinai come conferma rituale di quanto Dio aveva affermato in Es 19,6 «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (lettura 44), quindi un rito che si celebra una sola volta nella vita del popolo, al Sinai appunto.

            2- Era ed è tutt'ora in uso nel mondo orientale siglare un patto praticando una piccola incisione nella pelle dei due contraenti e poi accostare l'una all'altra in modo che si avrebbe una mescolanza del sangue.

            3- L'interpretazione più probabile è che per gli antichi il sangue è la vita come recita Lv 17,4 «La vita di ogni carne è il suo sangue». L'idea che regge questa comprensione è che finché il sangue c'è e si muove c'è anche la vita e quando il sangue non scorre più e si rapprende anche la vita non c'è più. Allora l'aspersione con il sangue della vittima vuole significare l'acquisizione di una vita nuova e in questo caso simile a quella di Dio perché fatta tanto sull'altare che sul popolo.

            Il riferimento non casuale va all'Eucaristia  che alla consacrazione ripete le parole di Gesù all'ultima cena:

 Mt 26,27 «Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue dell'ALLEANZA, versato per molti, in remissione dei peccati».

Come si vede sono in gioco, grosso modo, gli stessi elementi del Sinai che diventano più concreti quando si passa dalla Cena a ciò di cui essa è simbolo(identità nella differenza), cioè quanto accadrà il giorno dopo sul Calvario.
E anche qui è in gioco l'ALLEANZA.
Ma è la "nuova", termine che nell'antica accezione latina significa: "definitiva". 

 

Lettura 50     Es 24,12-7;   31,18;  32,1-35       Vitello d'oro e rottura dell'Alleanza - berit  [prima parte]

La parte finale del capitolo 24 insieme ai capitoli 32-34 costituisce un racconto unitario e dal punto di vista della struttura sono il centro della Torah e del Pentateuco. Un breve schema:

24,12-18 parla di Mosè che va sul Sinai e vi rimane per 40 giorni e 40 notti.
c. 32  tratta la vicenda del vitello d'oro e le sue drammatiche conseguenze.
c. 33  l'appassionata intercessione di Mosè presso Dio a favore del popolo idolatra.
c. 34  l'apparizione divina e il rinnovamento dell'Alleanza.

Il racconto è tuttavia interrotto dai cc 25 - 31che prescrivono come deve essere costruito il Santuario, scelti e ordinati i Ministri del culto. Esamineremo questa parte più avanti per non spezzare lo svolgersi della narrazione.
            Nel leggere questi capitoli dobbiamo sempre tenere presente il loro insieme perché una lettura analitica che non tenga conto del tutto, rischia di farli apparire molto confusi. Invece siamo di fronte all'opera di un redattore molto sottile che ha cercato di mettere in evidenza i contrasti tra scene che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi. 

 Il Vitello d'oro. Una premessa storica.

            Abbiamo una precisa affermazione storica di "Vitelli d'oro" riportata dalla Bibbia stessa, ma dobbiamo prima esporre brevemente come si è arrivati ad essi.

            La conquista di Canaan, di cui i libri di Giosuè e Giudici raccontano alcuni episodi, non era avvenuta mediante una guerra fatta da tutto Israele cacciando i cananei, ma piuttosto attraverso un lungo  processo di penetrazione, assimilazione, integrazione e soprattutto di sedentarizzazione.
Ricordiamo poi che in Egitto non soggiornò tutto il popolo d'Israele, ma soltanto una piccola parte di esso, alla quale poi si identificarono tutti gli altri assumendone anche l'identità religiosa e cultuale. Per esempio lo jahvismo è stato portato da coloro che fecero l'esperienza dell'esodo ed erano venuti a contatto con i madianiti.
Dobbiamo anche tenere presente che Canaan è sempre stato un paese "cuscinetto" compresso dalle due grandi potenze dell'epoca: l'Egitto da una parte e dall'altra la Mesopotamia con i vari imperi che si sono avvicendati l'uno dopo l'altro.

Intorno al 1100 a. C. l'Egitto e l'Assiria, che dominava la Mesopotamia vivono un periodo di debolezza politica e militare per cui Canaan  può godere di una certa indipendenza.
È questo il periodo in cui nasce il Regno di Israele, prima con Saul, poi con Davide e infine con Salomone.
Verso l'anno 1000 si ha per opera di Davide la presa di Gerusalemme, ultima roccaforte dei cananei e, di seguito, sotto Salomone, la costruzione del tempio.

Poiché la politica si è sempre interessata delle faccende religiose, tanto più nell'Antico Oriente in cui vigeva la concezione teocratica dello stato, viene unificato il culto per unificare tutte le tribù. Così sono soppressi e talvolta distrutti tutti i santuari sparsi sul territorio compresi quelli citati dalla stessa Bibbia, come : Sichem, Silo, Betel, ecc. resi famosi dai racconti dei Patriarchi. L'unico luogo in cui si può esercitare il culto diventa il tempio di Gerusalemme e a tutti è prescritto di recarsi una volta all'anno al tempio per compiere un sacrificio. In questo modo tutti gli ebrei si trovano legati a Gerusalemme.
Quando nel 931 a. C. si ha la divisione politica e nasce a Nord il Regno d'Israele e a Sud il Regno di Giuda, il re del Nord, Geroboamo, organizza anche uno scisma religioso, ma ovviamente il motivo è politico. (Per saperne di più: J. A. Soggin, Storia d'Israele, Paideia)

Parte di questo è raccontato in 1 Re 12 che consigliamo di leggere interamente, mentre riportiamo ciò che riguarda più direttamente il Vitello d'oro.

1 Re 12, 26 «Geroboamo pensò: «In questa situazione il regno potrebbe tornare alla casa di Davide. 27 Se questo popolo verrà a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda». 28 Consigliatosi, il re preparò due vitelli d'oro e disse al popolo: «Siete andati troppo a Gerusalemme! Ecco, Israele, il tuo dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto». 29 Ne collocò uno a Betel e l'altro lo pose in Dan. 30 Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli.
31 Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi qua e là dal popolo, i quali non erano discendenti di Levi. 32 Geroboamo istituì una festa nell'ottavo mese, il quindici del mese, simile alla festa che si celebrava in Giuda. Egli stesso salì sull'altare; così fece a Betel per sacrificare ai vitelli che aveva eretti; a Betel stabilì sacerdoti dei templi da lui eretti sulle alture».

Vogliamo attirare l'attenzione su: "due vitelli d'oro" e sui sacerdoti "non discendenti da Levi".

            Quando in epoca moderna si inizia a studiare la Bibbia secondo quel metodo che poi sarà chiamato "storico critico", risulta facile affermare che questi sono i "veri" vitelli d'oro mentre quello del Sinai sarebbe solo un racconto mitico. Affermazione rafforzata da 32,4b che in ebraico suona: «ecco i tuoi dèi Israele». Così tutto sarebbe ridotto ad una banale trasposizione di eventi storici dovuta alla polemica politica, ma in verità al Sinai non sarebbe successo niente di tutto questo.

            Però il problema è ben più complesso.

Nella nota esegetica 6 (vedi glosse) abbiamo cercato di spiegare che il rapporto della Torah con il tempo non è fondato su di un principio storico, ma teologico ed esattamente: la Torah c'è sin dall'inizio. Quando nella Scrittura leggiamo"sta scritto" vuol dire che quell'affermazione esiste da sempre perché Dio l'aveva già scritta nel suo libro sin dall'inizio.
Ora, nel nostro caso il sapiente, l'autore ispirato, cerca di spiegare come mai tra gli israeliti l'idolatria è così diffusa e trova questa risposta: perché Israele è idolatra fina dall'origine. Quando ancora stava formandosi come popolo, lì ai piedi del Sinai, proprio lì si è costruito un idolo. Questo è il suo "peccato originale".

            Visto così il "Vitello d'oro" sarebbe una eziologia della situazione attuale di Israele. E su questo possiamo concordare perché ce lo suggerisce la lettura sincronica del testo 
Però anche la storia ha qualcosa da dire.

Questa gente viene dall'Egitto dove tra gli altri si adora il dio Api che viene "rappresentato" da un toro. Quando arrivano in Canaan trovano il dio Baal anch'esso "rappresentato" da un toro. Teniamo presente: "rappresentato".
Il sincretismo religioso, mettere insieme due o più religioni, o più semplicemente diverse forme religiose e a quel tempo era molto facile perché il monoteismo impiega molto tempo ad affermarsi.
(Forse non è il caso di essere troppo rigorosi nel giudicare quei tempi perché la nostra "religione fai da te" non è cosa molto diversa).

Infatti l'archeologia poi ha rivelato che anche in zone ebraiche si sono trovate piccole statue o amuleti che rappresentano un toro. Un toro chi? Api? Baal? JHWH?
A sostegno di questi comportamenti sincretistici abbiamo poi la predicazione profetica a partire da Elia (900 - 800 a. C.) che condanna duramente chi pratica questi culti, senza esitare ad usare la spada. Vedi ad esempio 1 Re 17-18.

            Sopra abbiamo raccomandato di tenere presente "rappresentato".

I primi comandamenti del Decalogo, che tratteremo più avanti, dicono

 Es 20:1 Dio allora pronunciò tutte queste parole: 2 «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: 3 non avrai altri dèi di fronte a me. 4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io JHWH sono il tuo Dio, un Dio geloso... »

Per il momento vogliamo richiamare l'attenzione su due aspetti:

1- L'unicità di Dio, il monoteismo viene espresso in due forme: "non avrai altri dèi di fronte a me" e " Io JHWH sono un Dio geloso".
2- La presenza di Dio non ha bisogno di immagini perché qualunque immagine lo renderebbe "cosa". Il comando è categorico: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra».

Attenzione "idolo" viene dal greco eidon: forma, immagine, ciò che vedo...
Ma Dio non può essere visto e tanto meno "rappresentato" perché nulla può "rappresentare" ciò che non si può vedere.
Allora che il Vitello d'oro rappresenti un idolo o voglia essere una "rappresentazione" di JHWH è comunque radicalmente contro il comandamento.

Ma allora non c'è proprio niente da vedere?

Certo, si può vedere l'icona. Dal greco, eikonizo: raffiguro, disegno, "rappresento".

Ma questo è possibile solo dopo che Dio si è Incarnato.

 

Lettura 51   Es 24,12-18;   31,18;  32,1-35   Vitello d'oro e rottura dell'Alleanza - berit  [seconda parte]

Si vede subito che la parte finale del c. 24 prepara quanto sarà raccontato nel c. 32 anche se questo può sfuggire perché ci sono di mezzo i capitoli 25 - 31 che riguardano le norme per la costruzione del Santuario e l'istituzione dei ministri del culto.
Inoltre questi ultimi versetti del c. 24 appartengono ad una tradizione diversa dai precedenti perché in 24,7 si legge:

«Quindi (Mosè) prese il libro dell'alleanza e lo lesse alla presenza del popolo » e questo, abbiamo detto, segna la nascita del Libro Sacro.

Mentre poi si parla di una altra forma scritta. Questa volta operata da Dio stesso su tavole di pietra.

24, 12 «Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli». 13 Mosè si alzò con Giosuè, suo aiutante, e Mosè salì sul monte di Dio».

Per fare questo è però necessario trovare un sostituto, una guida per il popolo impreparato e in fase di formazione

24, 14 «Agli anziani aveva detto: «Restate qui ad aspettarci, fin quando torneremo da voi; ecco avete con voi Aronne e Cur: chiunque avrà una questione si rivolgerà a loro».

Poi Mosè sale sul monte e ci rimane per un periodo abbastanza lungo; il numero 40 indica simbolicamente il tempo necessario per un cambiamento. E allora siamo avvertiti che sta per accadere qualcosa di importante.

15 «Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. 16 La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube.
17 La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. 18 Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti».

Terminato il lavoro di scrittura delle Tavole della Testimonianza vengono consegnate a Mosè

Es 31,18 «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio».

A questo punto si apre il capitolo 32 che presenta una serie di confronti che talora assumono la forma di veri e propri scontri.
Però già al c. 24 c'è il confronto tra Dio e Mosè, riportato sopra, durante il quale sono state redatte le Tavole della Testimonianza.

Poi abbiamo il confronto tra Aronne e il popolo 33,1-6.
Poi Dio parla a Mosè di quello che sta facendo il popolo 15-14.
Quindi confronto tra Mosè e Giosuè  15- 18.
Lo scontro tra Mosè e il popolo 19-20.
Lo scontro tra Mosè ed Aronne 21- 24
Poi Mosè e i Leviti 25-29
Ancora tra Mosè e Dio 30-35.

Come si vede il perno di tutta questa rete di relazioni è Mosè che deve agire da Mediatore perché non accadano rotture irreparabili.

            Anzitutto il contrasto radicale tra la scena sul monte dove Dio e Mosè stanno elaborando la Torah, la legge fondamentale che sarà valida per sempre (in Glosse nota esegetica 6). Un'attività particolarmente faticosa  e laboriosa se richiede un tempo così lungo; 40 giorni appunto.
In basso invece il popolo che giudica la perdurante assenza di Mosè come un ritardo ingiustificato anche se 24, 17 recita: «La Gloria di JHWH appariva agli israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna».

L'idea è che Mosè se ne sia andato per i fatti suoi «Quel uomo, quel Mosè» dopotutto chi è? non era mica uno dei nostri. Non è mai stato là, con noi, a fare mattoni.
Aronne, la guida che sostituisce Mosè, non tenta neanche un minimo accenno di contrasto, ma passa subito all'azione fabbricando il Vitello d'oro.

Si discute sul senso di ciò che vuole il popolo. Le traduzioni che indicano dio con la minuscola portano a pensare che si tratti di un idolo, se invece viene scritto con la maiuscola si pensa che sia un'immagine di JHWH. Purtroppo l'ebraico non distingue tra maiuscola a minuscola. Tuttavia se non è un idolo, volere «un Dio che cammini alla nostra testa» v1, mette in dubbio la presenza di Dio in mezzo al popolo e lo rende alla stregua degli dèi degli altri popoli.

Il popolo, al v. 4, dice: «Ecco Israele colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto». Colui chi? Questo vitello può essere indifferente Api o Baal o JHWH o qualunque Dio rappresentato da un toro, immagine molto diffusa tra i popoli vicini.
In verità c'è un timido tentativo da parte di Aronne di significare diversamente la statua:

« 32,5 Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del Signore». 6 Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento»

Sembra si possa dire che l'idea di Aronne è che il vitello rappresenti JHWH; questo è  comunque contro il divieto di fare immagini.
Il tutto termina con un orgia religiosa il cui eco raggiunge la cima del monte.
Di tutto questo Dio avverte Mosè e la collera gli detta una soluzione radicale.

Es 32,9 «Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. 10 Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò un popolo grande = le goì gadol».

Queste ultime sono esattamente le stesse parole dette ad Abramo in Gn12,2 «[..] Di te farò un popolo grande = le goì gadol» che l'ebraico conserva mentre le traduzioni...

Cioè, Dio è talmente incollerito che vuole ricominciare tutto daccapo, cancellare seicento anni di storia con tutto quello che c'è stato di mezzo.

La preghiera di Mosè è un capolavoro di diplomazia orientale.
Dio gli aveva detto v7 «Va' scendi perché il tuo popolo che tu hai fatto uscire dal paese di Egitto...» Mosè ribatte:
v11« [...] Perché divamperà JHWH la tua ira contro il tuo popolo, che Tu hai fatto uscire dal paese di Egitto con mano potente»?

La nostra attenzione deve cadere sul possessivo "tuo" e sul "tu" che ha liberato il popolo.
Ora però osserviamo integralmente la intercessione di Mosè verso questo Dio incollerito.

Es 32, 11 «Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande forza e con mano potente? 12 Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall'ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13 Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre».
14 Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo».

La difesa del "Tuo" popolo da parte di Mosè non riguarda i meriti del popolo per il quale non ci sono scuse, ma le qualità di Dio secondo tre argomenti.
1- La liberazione realizzata da Dio stesso che sarebbe vanificata.
2- La figura che farebbe la Sua immagine (di Dio) nei confronti degli altri dèi e degli altri popoli
3- Le promesse fatte ai Padri.

In tutto questo è presente la "teologia del nome di Dio" che si rileva facilmente dal Salmo 22

1 «Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / 2 su pascoli erbosi mi fa riposare, / ad acque tranquille mi conduce. /3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, /per amore del suo nome».

L'attenzione deve essere attratta su "per amore del suo nome" che sta a dire che la fiducia o la sicurezza dell'orante non è garantita dai suoi meriti, ma dall'amore di Dio per il di Lui nome. Nome che in ebraico indica l'essenza della persona.
Così la fedeltà di Dio non può mai essere messa in dubbio perché Lui è geloso del suo Nome, ed è sempre fedele a se stesso, mentre la nostra fedeltà... La conclusione:

14«JHWH rinunciò di nuocere al suo (di Dio) popolo».

            Mosè con la sua preghiera è riuscito a "convertire Dio". Un'impresa che non era riuscita ad Abramo quando voleva salvare Sodoma e Gomorra (Gn 18).

Vedremo al capitolo 33 che Mosè non è ancora soddisfatto di questo risultato.
            Certo, "convertire Dio" è un antropomorfismo da cui la teologia si preoccupa subito di prendere le distanze. Però la Bibbia è zeppa di questi antropomorfismi.

E anche il Figlio si è lasciato convertire dalla donna Siro Fenicia che lo pregava per la sua bambina (Mt 15, 21-28).

Gesù viene convertito non tanto perché ha guarito quella bambina, ma perché dalla supplica / fede di quella donna ha compreso che la sua missione non era riservata solo ai figli di Israele.

 

Lettura 52  Es 24,12-18;   31,18;  32,1-35    Vitello d'oro e rottura dell'Alleanza - berit    [terza parte]

Mosè era riuscito a spegnere la collera di Dio, ma quando vede l'orgia di cui il "Suo" popolo è preda non riesce a trattenere la "sua" di collera.
Anzitutto spezza le Tavole per mostrare apertamente che ormai l'Alleanza è stata infranta e, quasi, a smentire l'intercessione fatta a Dio poco prima perché non facesse male al "suo" popolo.
Poi fatto a pezzi anche il Vitello, bruciato nel fuoco (il che fa pensare che non fosse una fusione di getto, ma una sagoma di legno ricoperta di lamine d'oro) e ridotto in polvere quello che era rimasto lo disperde nell'acqua fatta bere poi ai figli d'Israele.

È uno strano rito che crea problemi agli studiosi.
Però, nelle culture del tempo si trovano riti simili che si differenziano alla fine perché le polveri sono disperse nei campi. Si tratterebbe del rito di annullamento di un dio. Per noi è un cosa molto strana, ma laddove esistevano molti dèi si potevano facilmente aumentare o diminuire. Qualcosa come: "Mi hai fatto perdere la guerra... e io ti cancello"! In questo modo gli dèi (idoli) andavano e venivano a seconda delle vicende storiche.Fare poi bere anche la polvere residua vuol dire eliminare definitivamente tutto ciò che era rimasto dell'idolo, nel timore che anche la polvere potesse essere ancora portatrice di significati divini o magici.

Tuttavia sullo sfondo rimane l'ordalia di Nm 5, ma nel nostro caso non si tratterebbe di un'ordalia.

Lo scontro con Aronne

32,21 Mosè disse ad Aronne: «Che ti ha fatto questo popolo, perché tu l'abbia gravato di un peccato così grande?». 22 Aronne rispose: «Non si accenda l'ira del mio signore; tu stesso sai che questo popolo è inclinato al male. 23 Mi dissero: Facci un dio, che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia capitato. 24 Allora io dissi: Chi ha dell'oro? Essi se lo sono tolto, me lo hanno dato; io l'ho gettato nel fuoco e ne è uscito questo vitello».

La difesa di Aronne più che puerile è vile perché cerca di discolparsi accusando il popolo di essere incline al male.
Mosè aveva difeso il popolo di fronte a Dio, Aronne invece accusa il popolo di fronte a Mosè.
Mosè si era identificato con il popolo davanti a Dio, Aronne prende le distanze dal popolo davanti a Mosè.
Aronne si discolpa quasi che la fabbricazione dell'idolo fosse avvenuta senza di lui, ma lui non era stato messo come guida del popolo in sostituzione di Mosè?

Come mai Aronne indicato da Dio stesso come interprete e sostituto di Mosè in Es 4, finisce la sua "carriera" in modo così meschino? Infatti, dopo questo fatto, nel libro di Esodo, di lui non si sentirà più parlare.
Dicono gli esperti che probabilmente siamo di fronte a lotte tra famiglie sacerdotali avvenute in epoche successive e letterariamente riportate al momento fondativo del Sinai per dare agli assetti raggiunti una valenza istitutiva fuori discussione.
Possiamo aggiungere che, in Israele, come nell'Antico Oriente, il sacerdozio era ereditario; passava di padre in figlio e risulta da testimonianze antiche, che i discendenti di Levi si erano specializzati nell'esercizio del culto svolto in  diversi santuari sparsi per il paese.

Quando nasce la monarchia e viene costruito il tempio di Gerusalemme e in esso viene concentrato il culto, i santuari sparsi decadono e le famiglie sacerdotali declassate; anche perché in molti casi i riti si erano mescolati con culti cananaici.
Nel corso del tempo vi furono diverse riforme religiose molto severe che eliminarono, dove possibile,  i culti eterodossi  insieme ai santuari di campagna legando poi tutti i leviti al Tempio con servizi secondari rispetto ai sacerdoti veri e propri.  Questa soluzione si rese necessaria perché quando la terra venne divisa tra le dodici tribù a quella  di Levi non venne assegnato alcun territorio perché  ad essi spettava la decima di tutte le entrate di ogni israelita. I leviti erano destinati interamente al culto e non avevano altre fonti di reddito.Dicono gli studiosi che probabilmente questo brano ha la funzione di "consacrare" in qualche modo i leviti alla funzione sacerdotale. Per saperne di più: Auzou, Dalla schiavitù al servizio, EDB, pg. 271.

            Questo spiegherebbe anche il ruolo giocato dai leviti in questo frangente in cui si schierano dalla parte di Mosè. Segno che l'eliminazione del Vitello d'oro fu tutt'altro che indolore.
A prima vista sembrerebbe che i figli di Levi fossero in modo compatto schierati "dalla parte di JHWH e di Mosè", ma in realtà uccisero fratelli, padri, figli, quindi si tratta di una guerra all'interno della stessa tribù di Levi, cioè della classe sacerdotale.

Mosè aveva detto:

32, 27 Mosè gridò loro: «Dice JHWH Dio d'Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell'accampamento da una porta all'altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente». 28 I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. 29 Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l'investitura da JHWH; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Egli vi accordasse una benedizione».

Comunque sia alla fine i morti sono 3000, e come "premio" ricevono l'investitura da JHWH.
Certo si tratta di una cifra simbolica però chiaramente un comando cristologicamente incompatibile e assolutamente non imputabile a Dio. (Vedi in Glosse nota esegetica 5)
P. Beauchamp sostiene che questi testi facessero parte della liturgia del rinnovamento dell'Alleanza che periodicamente si celebrava nel Tempio, perché  Israele era ontologicamente incapace di restare fedele.

Se è così questo brano svolge una funzione liturgico - didattica, che vuole mostrare quali sono le conseguenze della scelta di servire un idolo. (Vedi in Glosse nota esegetica 4 sui generi letterari)
È una scelta mortale in quanto l'idolo esige molto, ma non dà nulla perché non è in grado di fare alcunché.
Per contro distoglie l'uomo dal seguire l'unico vero Dio, quello che dà la vita e apre sempre ad un futuro ulteriore.
Al di fuori di Lui c'è solo morte, per cui la scelta del vero Dio è questione di vita o di morte.

Questo è richiamato molto bene dal Salmo 114 del quale riportiamo una parte:

3 Il nostro Dio è nei cieli, / egli opera tutto ciò che vuole.
4 Gli idoli delle genti sono argento e oro, / opera delle mani dell'uomo.
5 Hanno bocca e non parlano, / hanno occhi e non vedono,
6 hanno orecchi e non odono, /  hanno narici e non odorano.
7 Hanno mani e non palpano, / hanno piedi e non camminano; / dalla gola non emettono suoni.
8 Sia come loro chi li fabbrica / e chiunque in essi confida.

Gli idoli venivano sempre rappresentati con statue mastodontiche, con sguardi truci perché dovevano incutere paura e terrore ai fedeli.

Dal nostro Dio, invece  è lontana l'idea di incutere paura.
Viene al mondo come un bambino.
Un bambino dei nostri.

E attorno ad un bambino non c'è paura, ma solo tenerezza.

 

Lettura 53     Es  32,30-35              Il vitello d'oro e la rottura dell'Alleanza - berit              [quarta parte]

            Alla lettura secondo il metodo storico critico questo passaggio risulta un doppione perché inizia con la decisione di Mosè di "salire" a Dio per cercare di ottenere il Suo perdono. Infatti, già in 32,11 ss. c'era stata la richiesta terminata con: « E JHWH abbandonò il progetto di nuocere al suo popolo» 32,14.

Se è così, dicono questi critici, allora ci sono state delle inserzioni, oppure qualcuno ha introdotto una spiegazione impertinente che complica il testo. Quindi incominciano a tagliare e spostare versetti, rimaneggiare e cambiare vocaboli, ecc. riducendo il testo ad uno "spezzatino" incomprensibile. Anche perché le modifiche non sono le stesse per tutti gli studiosi.

La lettura sincronica (il testo così com'è), invece, ci consente di dire che questa nuova richiesta ha un significato che assolutamente non si sovrappone all'altra, ma la completa.
Infatti la precedente domanda di perdono da parte di Mosè era stata fatta prima ancora che egli vedesse la gravità del "peccato" commesso dal popolo, ma ora che lo ha toccato con mano, si rende conto che Dio è stato profondamente offeso.
In sua assenza si sono costruita un immagine di JHWH, oppure un idolo, lo hanno adorato, si sono dati ad un'orgia religiosa, ridisceso, c'è stata una rivolta con morti ammazzati quando ha cercato di ristabilire l'ordine, non è stata rispettata la Torah; in definitiva, si è spezzato il rapporto di Alleanza.

Es 32,30 «Il giorno dopo Mosè disse al popolo: «Voi avete commesso un grande peccato; ora salirò verso il Signore: forse otterrò il perdono della vostra colpa».

Il v30 letteralmente recita: «Voi peccaste un peccato grande»; in ebraico, con una translitterazione approssimata: "hattatem hattah gadol", in cui viene ribadita due volte la radicale "hth".

Già ma cosa è il peccato?

            L'etimologia del termine "peccato" ai nostri dizionari è sconosciuta e viene spiegato con i suoi sinonimi: trasgressione, infrazione, mancanza, sempre con il rimando ad una legge. Si tratta di una visione "legalistica" del peccato, che ben si adatta al culto latino per le dottrine giuridiche. Da cui segue che se non c'è una legge non c'è peccato.
Però la comprensione biblica del peccato è ben diversa.
Peccato è un concetto astratto e per renderlo, la Bibbia usa tre termini presi dalla vita concreta.

            Il primo è appunto "hattah" : fallire il bersaglio, sbagliare la mira, "smirare". Un arciere voleva colpire il bersaglio, ma ha sbagliato; magari è stato frettoloso o non ha calcolato la direzione del vento oppure non si è allenato. La sua intenzione era buona, la sua volontà era orientata positivamente, ma qualcosa non ha funzionato. Dovremmo riflettere soprattutto sul ruolo dell'allenamento e dell'inesperienza.

            Il secondo termine è: "awon": torcere, curvare, seguire una deviazione tortuosa diversa dalla strada principale. Uno voleva fare prima e ha preso una scorciatoia e si perso. Anche in questo caso la volontà và nella direzione giusta, l'interessato vuole arrivare in quel luogo, ma ha avuto fretta, ha cercato di accorciare il percorso.
In entrambi i casi è necessario ritornare sui propri passi e scoccare un'altra freccia, nel primo caso, tornare al punto in cui si è deviato. Come si vede si tratta di fare una "con-versione". 

            Il terzo termine, quello più grave, è  "peshah" che è la trasgressione di un vassallo, la rivolta di un servo verso il padrone, quindi: avversione, arroganza e pretesa, ribellione.
(Per saperne di più su questo tema: G. Ravasi, Il libro dei salmi, vol. II°, Salmo 51, EDB)

È, ad esempio, il peccato del Giardino di Eden, che non consiste tanto nell'aver visto il frutto e averlo colto perché avevano fame, ma nel significato di quel gesto illustrato bene dalle parole del serpente

Gn3,4 «Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio... ».

I primogenitori non prendono il frutto perché hanno fame, ma per "diventare come Dio". Qui c'è la volontà precisa di andare contro Dio, voler essere come Lui. E comprende anche il "sospetto" che Dio non dia solo cose buone, ma abbia qualche fine nascosto poco apprezzabile.
Allora "pesah" indica chiaramente la ribellione e in questo senso è peccato tipicamente teo-logico, contro Dio.

            Ora, questi termini rispetto al nostro concetto di "peccato" spostano l'attenzione dal piano legalistico a quello tipicamente esistenziale. Si tratta quindi, non tanto di verificare se si è infranto un precetto rispetto ad una legge, ma della qualità dell'impostazione dell'esistenza stessa.
Non dimentichiamo che il Decalogo, i cosiddetti "Comandamenti" sono formulati in senso negativo: "non farai", indicando così un livello al disotto del quale non si può andare, ma questo è sufficiente ad una vita buona?
Se teniamo presente il discorso della montagna che esordisce con le Beatitudini (Mt 5 ss.) dobbiamo dire di no.

E d'altra parte Gesù propone un modello, uno stile di vita, più che una legge.

            Tornando ad Esodo, Mosè qualifica il peccato del Vitello d'oro come "hattah", cioè la forma più lieve.
Dal punto di vista oggettivo possiamo non essere d'accordo, ma dobbiamo ammettere che il popolo - bambino era del tutto inesperto. E non dobbiamo dimenticare che la guida, Aronne, che abbiamo trattato nella lettura precedente, non è stato all'altezza del suo compito.

E Mosè, ancora una volta, non rompe la solidarietà con il suo popolo.

Es 32,31 «Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d'oro. 32 Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!».

Anzitutto, di fronte a Dio riconosce la gravità del peccato "hattah gadol" e chiede il perdono per il popolo ponendo a Dio una condizione: "se no cancellami dal tuo libro". È una condizione che oggi si direbbe "autolesionista" ma che invece mostra la sua grandezza di mediatore. Completamente in linea con i precedenti versetti 10-14.

È la preghiera perfetta di chi è disposto a pagare di persona per altri.

Un "midrash" dice:

"Come il forcone sposta il fieno da un mucchio all'altro,
così la preghiera sposta Dio dal trono della giustizia al trono della misericordia".

E questo non è possibile anche a noi del XXI secolo?

 

Lettura 54     La presenza di Dio minacciata       Es 32,33 - 34,5-9.     (prima parte)   

La preghiera di Mosè ha avuto successo?
Potremmo parlare di successo parziale perché rimane in sospeso una minaccia. «...ma nel giorno della mia visita (paqad) punirò li punirò(paqad)  per il loro peccato».

Allora dobbiamo comprendere come Dio "punisce" e in cosa consiste la punizione.
Di conseguenza dobbiamo esaminare la struttura dei brani successivi per cogliere il reale modo di agire di Dio e la mediazione di Mosè.
La struttura che proponiamo tenendo presente i suggerimenti di B. Childs e G.A. Borgonovo è la seguente:

32,33 -  33, 3            Dialogo del castigo
33,4    -  6      La reazione del popolo
33,7    -  11    La Tenda dell'Incontro
33,12 - 23      Dialogo del perdono; nuova preghiera di Mosè
34,5   - 9        Teofania del perdono

Abbiamo già avuto modo di dire che, in genere,  la struttura degli scritti del tempo poneva al centro l'elemento più importante.
Al centro di questa struttura sta la "Tenda dell'Incontro", il luogo in cui è sempre possibile incontrare Dio. E questo mostra che al di là di ogni castigo Dio ha sempre mantenuto un legame con il "Suo" popolo.

32,33 -  33, 3 Dialogo del castigo

Es 32,33 «Il Signore disse a Mosè: «Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me. 34 Ora va', conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà; ma nel giorno della mia visita (paqad) li punirò (paqad) per il loro peccato». 35 Il Signore percosse il popolo, perché aveva fatto il vitello fabbricato da Aronne.

Es 33,1 Il Signore parlò a Mosè: «Su, esci di qui tu e il popolo che "hai fatto uscire" dal paese d'Egitto, verso la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: Alla tua discendenza la darò. 2 Manderò davanti a te un angelo e scaccerò il Cananeo, l'Amorreo, l'Hittita, il Perizzita, l'Eveo e il Gebuseo. 3 Va' pure verso la terra dove scorre latte e miele... Ma io non verrò in mezzo a te, per non doverti sterminare lungo il cammino, perché tu sei un popolo di dura cervice».

Dio ordina a Mosè di condurre il popolo dove è stato stabilito. Ma cosa vuol dire con le parole:  « che hai fatto uscire...»? E dove mettiamo le dieci piaghe? E la strage dei primogeniti?  E l'attraversamento prodigioso del mare? E la Nube? E gli interventi altrettanto prodigiosi nel deserto? E Lui, JHWH, dov'era?
Dio parla come se con tutta questa storia non avesse mai avuto a che fare. Una sorta di smentita di tutto quello che "Lui" ha fatto. Una liberazione frutto di un'idea, di un capriccio di Mosè. Dio non ne vuole più sapere!

Così, da qui in poi, ci sarà un angelo ma non chiaro se ci sarà solo per scacciare gli altri popoli da Canaan o se sarà presente anche lungo il cammino per arrivare alla Terra. E la Nube che indicava la presenza di Dio?
Questo Angelo richiama Es 23,20-23, ma là la sua funzione era caratterizzata da «il mio nome è in lui»: una presenza di JHWH mediata dall'Angelo.

Invece in questo caso l'Angelo segnala l'assenza di Dio come viene subito chiarito dai versetti successivi ben due volte.
Comunque Dio si dichiara impegnato solo perché l'aveva promesso ai Padri. E Lui è fedele alle "Sue" promesse, ma non è assolutamente impegnato con questa gente.

Sembra che non voglia più avere a che fare con questo popolo.

Il castigo viene espresso dal v 3:

Es 33,3 «Va' pure verso la terra dove scorre latte e miele... Ma io non verrò in mezzo a te, per non doverti sterminare lungo il cammino, perché tu sei un popolo di dura cervice».

Questa dichiarazione di Dio rimanda chiaramente a quella del popolo vista nella lettura precedente:

Es 32,1 «Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: «Facci un dio che cammini alla nostra testa...».

Il popolo si è scelto un dio altro da JHWH e adesso deve subirne le conseguenze.

Ma la seconda parte del versetto «per non doverti sterminare» esprime anche una forma di protezione.
Santità e peccato non possono stare insieme. L'accostamento al divino richiede purità, un tema che avevamo elaborato nella lettura 46 a proposito del sacro. In questo caso non possono essere tollerate pratiche idolatriche nella relazione con il Dio Unico.
Anche in questa situazione si rende necessario un processo di purificazione.

33,4    -  6      La reazione del popolo

33,4 «Il popolo udì questa triste notizia e tutti fecero lutto: nessuno più indossò i suoi ornamenti.
5
Il Signore disse a Mosè: «Riferisci agli Israeliti: Voi siete un popolo di dura cervice; se per un momento io venissi in mezzo a te, io ti sterminerei. Ora togliti i tuoi ornamenti e poi saprò che cosa dovrò farti».
6
Gli Israeliti si spogliarono (strapparono) dei loro ornamenti dal monte Oreb in poi».

Il tema degli ornamenti è particolarmente interessante perché nel capitolo precedente una parte di essi era stata usata per costruire il vitello d'oro, quindi funzionali all'idolatria. Ora gli stessi ornamenti diventano segno di conversione, di pentimento e purificazione.
Il v6 chiarisce che quel gesto è radicale. Il verbo ebraico qui tradotto con "si spogliarono" può essere inteso anche come "si strapparono".
Gesto radicale anche perché dura nel tempo: un segno che permane a memoria del peccato commesso.
Se è così, allora Mosè si sente incoraggiato a tornare presso Dio per cercare di farlo tornare sui suoi passi perché è impossibile proseguire il cammino senza che "JHWH stia in mezzo a noi".

            Però è da sottolineare l'ultima parte del v5 «...e poi saprò che cosa dovrò farti».

Forse il pentimento e l'atteggiamento di conversione del popolo sono riusciti a modificare l'intenzione di Dio verso il "Suo" popolo?

 

Lettura 55     La presenza di Dio minacciata       La Tenda dell'Incontro    Es 33,7 - 11 (seconda parte)

33,7 Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell'accampamento, ad una certa distanza dall'accampamento, e l'aveva chiamata tenda del mohed convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell'accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore.
8
Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. 9 Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. 10 Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all'ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. 11 Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall'interno della tenda.

Questo brano è posto al centro della struttura sulla quale stiamo riflettendo e questo vuol dire che ne è l'elemento più importante. Cerchiamo di capire perché.
Il vocabolo ebraico "mohed" può essere tradotto con diversi termini: convegno (come usa la Cei), assemblea, incontro.  La LXX usa "tenda della testimonianza". La Vulgata latina: "tabernaculum foederis" cioè: "tenda dell'alleanza".
Non è il caso di essere troppo critici sulla scelta del termine più adatto, ma è opportuno tenerli presenti tutti perché arricchiscono il significato di quella tenda.

Per quanto ci riguarda è opportuno segnalare che quando Giovanni compone il Prologo al suo Vangelo e vuole dire che il Figlio di Dio venne nel mondo scrive:

Gv 1,14 «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» secondo la traduzione CEI, ma l'originale greco usa "eskenosen": attendarsi, cioè "mise la sua tenda".

Ora, G. F. Nolli, Evangelo secondo Giovanni, Libreria Editrice Vaticana, così commenta: «Questo termine sembra scelto da Giovanni, non per indicare la precarietà della condizione umana, ma per significare che nel Verbo Incarnato si è verificato in maniera eminente quello che avveniva nella "Tenda dell'Incontro" presso l'accampamento degli ebrei sulla quale si manifestava la Gloria del Signore nel libro di Esodo».

Allora la traduzione "venne ad abitare",  ci fa perdere un legame molto importante perché il riferimento a quella "Antica Tenda" consentirebbe di applicare le sue specificazioni anche allo "attendarsi del Verbo" del Prologo come, del resto, era nelle intenzioni di Giovanni.

            Torniamo al libro di Esodo. Per la lettura diacronica questo brano sarebbe fuori luogo perché spezzerebbe il dialogo a tra Dio e Mosè, che riprende subito dopo. Infatti se si prova a saltare questa parte, il discorso risulta più scorrevole, ma senza di esso non si spiegherebbe come poi Mosè abbia trovato il coraggio di tornare ancora "alla carica" con Dio, dopo che Egli aveva preso le distanze dal popolo.
Effettivamente il brano della tenda appartiene ad una tradizione più antica e molto più vicina alla realtà che non il "Santuario" di tradizione P sacerdotale di cui si parla nei capitoli successivi.

            Abbiamo detto che Dio ha castigato il popolo togliendo la su Presenza, letteralmente: "Faccia" dal "Suo" popolo e tuttavia rimane questo luogo, questa Tenda, in cui è sempre possibile incontrare JHWH. Però non come popolo in quanto tale, ma singolarmente, «chiunque voglia incontrare il Signore». Sempre attraverso la mediazione di Mosè.

            Allora il popolo è escluso? Osserviamone l'atteggiamento. Quando Mosè va alla Tenda:
v8 «Tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda...». E quando la Nube scendeva sulla Tenda «...tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda».

Allora la Presenza - Faccia c'è o non c'è?
La Tenda non è al centro dell'accampamento, come accadrà per il Santuario, ma all'esterno e distante.
Allora possiamo dire che Dio è presente, ma non "in mezzo al popolo".
Malgrado ciò il popolo "tende" verso di Lui: sta in piedi e si prostra. Ricordiamo anche che il popolo si era tolto gli ornamenti, come abbiamo visto nella lettura precedente.
Il fatto che la Tenda non sia "in mezzo", ma fuori costituisce il castigo e non questione di purità.

Però, in definitiva, tra Dio e il popolo resta questo legame e la sua narrazione è posta al centro di tutta la struttura letteraria di questi capitoli per significare che essa costituisce la cosa più importante: Dio è ancora legato al Suo popolo.

Per comprendere meglio questa dinamica bisognerebbe leggere e commentare Os 11 e allora ci si renderebbe conto di avere a che fare con un Dio follemente innamorato del "Suo" popolo.

v11 «Mosè parlava con Dio faccia a faccia»

            Circa questo modo di descrivere i dialoghi di Dio e Mosè gli esegeti hanno scritto intere pagine anche perché al v 20 Dio dice a Mosè: «nessuno può vedere il mio volto e restare vivo».

Allora questo "faccia a faccia" può essere un modo per dire che la forma profetica che riguarda Mosè è superiore a quella di tutti gli altri profeti: questi in genere ricevono da Dio un messaggio da portare al popolo, mentre solo per Mosè troviamo lunghi dialoghi con Dio che talvolta diventano discussioni molto vivaci.
Questo "faccia a faccia" è reso da Nm 12, 8 con «bocca a bocca»
Ma in realtà che cosa si vuole dire?

Certo un esegeta che non si volesse sporgere più di tanto sarebbe costretto a chissà quali giri di parole, ma un mistico non esiterebbe a rispondere: "È preghiera". Una preghiera che è frutto di un rapporto intimo, profondo e prolungato con Dio. E non per questo tranquillo e sdolcinato come certe iconografie lasciano intendere.

Padre D. M. Turoldo parlava della preghiera come "lotta con Dio". Altri ne parlano come di una "lotta corpo a corpo". Esagerati?
Assolutamente no! Sullo sfondo di questa comprensione della preghiera, c'è il racconto di Gn 32,23 ss. in cui Giacobbe lotta con Dio una intera notte per essere da Lui benedetto. Ne esce vittorioso e zoppicante perché un piede è rimasto ferito. Anche il suo nome viene cambiato in Israele che significa: «hai lottato con Dio e hai vinto».

Infatti, una preghiera fatta di penitenze, veglie e digiuni, non coinvolge tutto il corpo?

 

Lettura 56     La presenza di Dio minacciata       Il dialogo del perdono   Es 33,12-17  (terza parte) 

Gli studiosi dicono che è difficile identificare le tradizioni di appartenenza dei versetti del brano in esame perché sono stati pesantemente modificati.
Però la redazione finale sembra aver fatto un buon lavoro perché non si trovano doppioni o contraddizioni e "standoci su" se ne coglie chiaramente il senso.
Dobbiamo anche tenere conto, come abbiamo suggerito nella lettura 52, che l'autore di questi capitoli ha voluto mettere in evidenza i contrasti o confrontare scene che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi.

Ora, il racconto della Tenda dell'Incontro, visto nella lettura precedente, riguarda una realtà che esisteva già da prima, di conseguenza non siamo in grado di sapere se il dialogo di Mosè con Dio iniziato in 32,31sia avvenuto sul monte o nella Tenda.

Notiamo che non viene detto quando Mosè abbia allestito questa Tenda: potrebbe esserci stata fatta diverso tempo prima come induce a pensare Es 17,13ss.

Es 33, 12 «Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: Fa' salire questo popolo, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi.
13 Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca, e trovi grazia ai tuoi occhi; vedi che questa gente è il tuo popolo».
14
Rispose: «Io camminerò [le mie Facce cammineranno] con voi e ti darò riposo».
15
Riprese: «Se tu non camminerai [le tue Facce non cammineranno] con noi, non farci salire di qui.
16
Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra».
17
Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome».

Abbiamo preferito porre tra parentesi quadre la traduzione letterale per segnalare la concretezza, la materialità dell'espressione ebraica che rende meglio l'idea di qualcosa di tangibile che stia in mezzo al popolo. Forse noi siamo così abituati all'astrattezza che a volte rischiamo di perdere uno dei misteri più grandi del cristianesimo: l'Incarnazione.  

            Il dialogo con Dio si intreccia intorno a due vie.

Una via per il popolo

            Questa prima via viene esposta molto bene nel versetto centrale v15 e riguarda il cammino del popolo per arrivare alla Terra. Esso costituisce il problema di base che potremmo esprimere in questi termini: "Se il Tuo volto non sarà presente tra il popolo e non lo guiderai, non sapremmo dove andare e non potremmo distinguerci dagli altri popoli. Io, dice Mosè, ho accettato di guidare questo Tuo popolo, ma solo Tu conosci la strada da seguire, le difficoltà e i nemici da superare. Se non sarai Tu a guidarci è meglio per noi rimanere qui presso il Tuo monte santo".

            In fondo la richiesta di Mosè non è diversa di quella che il popolo aveva fatto ad Aronne: "un Dio che ci guidi".  La differenza è che Aronne insieme al popolo si sono "costruiti" il dio, mentre Mosè supplica JHWH perché li guidi. In questo modo viene rispettata la libertà di Dio, i Suoi modi, i Suoi tempi.
Comunque sullo sfondo c'è un problema imposto dalla cultura del tempo: ogni popolo ha il suo dio o i suoi dèi, le cui effigi sono portate alla testa del popolo. E non c'è distinzione tra realtà divina e le sue immagini perché sono idoli.

Invece il Dio di Israele ha posto l'assoluto divieto di fare immagini nel primo comandamento del Decalogo 20,2 ss. per cui gli ebrei sarebbero costretti a peregrinare fino a Canaan, in mezzo a popoli sconosciuti, senza alcuna insegna. Da qui l'implorazione insistente di Mosè.

Una via per Mosè

            Alla seconda via, più sottile e delicata, fanno riferimento vv 12-13; 16-17.
La richiesta di Mosè vuole mettere in luce che la prima via dipende dalla seconda e cioè se tra lui e Dio non c'è una profonda relazione e conoscenza, egli, Mosè, non è in grado di guidare il popolo; sarebbe una guida del tutto inaffidabile.
Pertanto ha bisogno di una "via" per conoscere Dio (v13), una garanzia personale di potere contare su Dio.

            In verità egli ha già una certa conoscenza di Dio iniziata là, presso il roveto ardente, dove Dio gli ha perfino "rivelato" il Suo nome e tuttavia ha bisogno di essere rassicurato approfondendo questa conoscenza iniziale.
Una "conoscenza" che innesca un movimento circolare con lo «aver trovato grazia agli occhi di Dio»:
l'avere trovato grazia produce conoscenza e la conoscenza aumenta il trovare grazia.
Così come per il Nome, anche lo «aver trovato grazia agli occhi di Dio» è oggetto di "rivelazione" perché nessun uomo al mondo può dire di sua iniziativa «ho trovato grazia ai Tuoi occhi».

            Neanche la Vergine di Nazareth può dire: «ho trovato grazia ai Tuoi occhi» ma solo l'Angelo le può "rivelare": «Ave piena di grazia». Tanto che «ella rimase turbata per tale saluto» (Lc 1).

            La conseguenza dello «aver trovato grazia ai Tuoi occhi» è che Dio per due volte esaudisce le richieste di Mosè:
v14 «... le mie facce cammineranno con voi»
v17 «... anche quanto hai detto farò».

 

 Lettura 57     La presenza di Dio minacciata       Il dialogo del perdono Es 33,18-23 (quarta parte)

            Incoraggiato dalle risposte di Dio e dalla rivelazione «hai trovato grazia ai miei occhi», Mosè osa chiedere l'impensabile: Es 33,18 « mostrami la tua Kavod - Gloria ».
È una domanda non dettata da curiosità, ma dalla necessità di conoscere Dio per camminare nella Sua via ed essere quindi una buona guida per il suo popolo.
Finora Mosè aveva conosciuto Dio come "qol", voce proveniente dalla Nube e con essa poteva interloquire «faccia a faccia».

Ora vorrebbe andare oltre la Nube che, in fin dei conti, mentre rivela e nasconde la maestà di Dio.
La filosofia classica ha riempito intere biblioteche attorno al tema della conoscibilità di Dio, ma «questi passi di Esodo, molto semplicemente in un linguaggio il meno possibile metafisico ci danno una delle risposte bibliche più perfette». (Auzou, Il libro di esodo).

Es 33,19 «Io farò passare tutta la mia TOV (bontà, bene; Cei: splendore) davanti a te e pronuncerò davanti a te il nome JHWH. Farò HANAN / grazia a chi farò hanan e avrò RAHAM /pietà a chi farò raham ».

Potremmo dire che Dio è conoscibile solo attraverso le sue manifestazioni e specificazioni.

Nel nostro versetto con l'uso di "TOV" Dio si presenta come assolutamente buono o come il bene assoluto.

            L'altro termine tradotto con "grazia"è "hanan": chinarsi, essere favorevole, inclinato, avere pietà. Allora essere "hanan" piegato, rimanda all'immagine di una mamma o un papà "chinati" sulla culla del loro piccolino. Non abbiamo un termine italiano che consenta di tradurre questo termine e "grazia" è ormai troppo logorato e clericalizzato per rappresentare il quadro dell'intimità familiare. Forse "materno" o "paterno" potrebbero avvicinarsi al senso ebraico di hanan.

            Il terzo termine è "raham": lasciarsi toccare, essere raggiunto, essere toccato nel profondo, penetrare nelle viscere. Il sostantivo "rehem" indica appunto le viscere e l'utero.
Forse potremmo tradurre con "tenerezza": quella tenerezza che ti va dentro e ti commuove perché senti un tuffo al cuore. Allora potremmo rendere il versetto:

«Io farò passare tutta la mai bontà davanti in faccia a te e pronuncerò in faccia a te il mio nome JHWH. Sarò chinato su chi sarò chinato, avrò tenerezza di chi avrò tenerezza».

A questo punto non è più possibile scindere la rivelazione del nome:  « JHWH / Io sono chi sono » (Es3) da «assoluta bontà, assoluta paternità, assoluta tenerezza».

            Potremmo pensare che la seconda parte del versetto introduca un principio di arbitrio da parte di Dio nell'essere buono, pietoso e tenero: a te sì, a lui no, a quell'altro... vedremo, ma Es 34,6 toglierà ogni dubbio.
Certo, queste espressioni vogliono sottolineare la libertà di Dio, ma egli non è una macchina alla quale applicando un input ottieni deterministicamente un output. Dio è invece un soggetto personale che nelle sue decisioni tiene conto di molte cose. E non alla maniera del farmacista con il bilancino o del Faraone con i suoi capricci che, di fatto, costituiscono i nostri modelli di riferimento.

            L'apposizione di quegli aggettivi al Nome, cioè all'essenza della persona, secondo la concezione ebraica e biblica, vuol significare che essi non sono delle aggiunte appiccicate successivamente, ma che sono parte integrante e ineliminabile della stessa essenza di JHWH.

Nei successivi versetti 21-23, Dio anticipa il modo in cui avverrà al teofania.
Mosè starà nella fenditura della roccia. È molto importante la presenza dell'articolo determinativo: c'è una fenditura o una caverna che tutti conoscono e non una caverna qualsiasi. E sarà la stessa caverna che avrà un ruolo importante anche nella vicenda di Elia narrata in 1 Re19.

Mentre JHWH passerà Mosè sarà protetto dalla mano di Dio perché non si può vedere Dio e restare in vita. Dio sarà visibile solo di spalle.
Già, ma Mosè cosa avrà visto? La Gloria, la Nube, il Fuoco o altri elementi delle teofanie sinaitiche incontrate fin qui? Si può dire tutto quello che si vuole, ma forse il silenzio è più adatto perché la Bibbia non dice altro che "vedrai solo le spalle".

            Qualche secolo più tardi anche Elia, «il più grande dei profeti dopo Mosè» avrà un'esperienza teofanica nella stessa caverna. E riportiamo il testo letteralmente perché la sua sinteticità è eloquente:

1 Re 19,11-13 «Ed ecco JHWH passò. Ci fu un vento gagliardo e impetuoso da scuotere le montagne e spaccare le rocce, ma JHWH vento no.
Poi ci fu un terremoto, ma JHWH terremoto no.
Poi ci fu un fuoco, ma JHWH fuoco no.
Dopo il fuoco ci fu qol demamah daqqah, voce di silenzio svuotato.
Allora Elia si copri la faccia con il mantello e uscì dalla caverna..
.».

Quelle negazioni senza verbo sono apodittiche! E l'ossimoro"voce di silenzio" dice molte cose sull'atteggiamento dell'uomo durante la teofania: di fronte al Mistero di Dio il pensiero e il linguaggio restano paralizzati e non sanno più dire alcunché.

            Ritroveremo questi due personaggi su un altro monte anche se molto più basso del Sinai: il monte Tabor.
Sono insieme a Gesù "trasfigurato" e conversano con lui «finché una Nube luminosa li avvolse nella sua ombra» Mt 17,1ss.
Anche in questo caso i discepoli pur avendo visto qualcosa, perché l'Incarnazione è già avvenuta, non capiscono più nulla.

Anche lì resta solo il silenzio!

 

Lettura 58     Preparazione alla teofania  Es 34,1-4

            Tra la promessa della teofania e la sua attuazione c'è un intermezzo. Bisogna nuovamente salire al Sinai.
Quando la Bibbia parla di "andare su un monte" (Gv 6,15) o "salire al piano superiore" (1Re 17,19), non vuole indicare una traslazione spaziale, ma un distacco dalle relazioni e dai problemi consueti.
Significa: prendere le distanze da...
Adesso anche Mosè deve prendere le distanze dal suo popolo, dagli animali, da ogni essere vivente: sul monte dovrà esserci solo lui con il suo Dio.

Appare qui un complemento di termine che ci costringe a pensare. «...rimarrai lassù per me...».

Come "per me"? Non va lassù per vedere la gloria di Dio? per ricevere di nuovo la Legge e sia così ristabilita l'Alleanza con il popolo?

E invece in prima battuta appare questo: «per me».
Forse che Dio ha bisogno di stare in compagnia di Mosè?
Ma non è Mosè ad aver bisogno di Dio?
Oppure il nostro Dio ha piacere di stare con le sue creature?

La risposta dovrebbe essere affermativa se nel Giardino di Eden Lo troviamo che passeggia alla brezza del giorno e cerca la compagnia di Adamo ed Eva (Gn 3,8 ss).

Nel libro di Giobbe 38 ss. lo troviamo appassionato a dare gioia alle sue creature e a "giocare" con esse mentre fa un lungo e paziente discorso allo stesso Giobbe per convincerlo circa la bontà della sua creazione. E almeno una volta bisogna leggerlo. 

A qualcuno ha detto: «Questo è il figlio mio prediletto in lui mi compiaccio» Mt 3,17 e molti commenti a questo passo dicono che quando uno, alla stessa maniera di Gesù, viene immerso nell'"acqua della vita", diventa a sua volta un «un figlio prediletto nel quale Dio si compiace».
"Compiacersi" vuol dire che Dio è contento di stare con...

            Comunque Mosè sale sul monte «per Me», non per altro.

C'è però una cosa che Mosè deve fare: bisogna tagliare le due nuove tavole di pietra per la Legge

34:1 «Poi il Signore disse a Mosè: «Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzate. 2 Tieniti pronto per domani mattina: domani mattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lassù "per me" in cima al monte. 3 Nessuno salga con te, nessuno si trovi sulla cima del monte e lungo tutto il monte; neppure armenti o greggi vengano a pascolare davanti a questo monte».4 Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano».

Mentre le prime tavole, che Mosè aveva spezzato alla vista del Vitello d'oro, erano tutta opera di Dio, come dice:

31,18 «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio» adesso è Mosè che le deve tagliare.
Questo è segno che Dio ha perdonato: scrivere le nuove tavole vuol dire che Dio ha ristabilito l'Alleanza».

Però alla conclusione del nuovo patto troviamo:

34, 27 «Il Signore disse a Mosè: «Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un'alleanza con te e con Israele». 28 Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua. Il Signore scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza: le dieci parole».

A prima vista sembra che ci sia una contraddizione: è Mosè o Dio che scrive?

Le ultime parole ci istruiscono sul senso di questi due versetti. Sia Mosè che Dio hanno scritto le tavole, ma «le dieci parole» o «decalogo » o «comandamenti» sono opera esclusiva di Dio.
È la prima volta che nella Bibbia appare il termine "decalogo".

Allora all'interno della Legge si deve istituire un criterio di differenziazione perché c'è una parte più importante scritta direttamente dal dito di Dio.
Appare anche un altro aspetto non trascurabile che riguarda ancora il «per me».
Nello stendere la Legge Dio, l'Assoluto, il Creatore, l'Onnipotente vuole avvalersi dell'opera di un uomo.

Cioè, per potere realizzare il suo progetto Dio ha bisogno della collaborazione di un uomo.

Milleduecento anni dopo chiederà la collaborazione di una donna... e continua a non essere un'altra storia!

 

Lettura 59     La teofania    Es 34,5-8  (prima parte)

            Prese le distanze dal quotidiano, salito fino alla cima del monte «per Me», Mosè può finalmente vedere Dio, ma alle condizioni stabilite in Es 33,19 (lettura 57). Deve entrare nella cavità della rupe e, protetto dalla mano di Dio, lo vedrà passare, ma solo di spalle.

Es 34,5 Allora JHWH scese nella nube e stette là presso di lui e proclamò il nome JHWH.
6 E passò JHWH davanti a lui proclamando: «JHWH, JHWH, Dio RAHAM (misericordioso) e HANAN (pietoso), lento all'ira e ricco di HESED (grazia) e di EMET (fedeltà) 7 che conserva la sua HESED (favore) per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».

Nella lettura 57 avevamo già incontrato ed elaborato i termini "raham" e "hanan"; ora dobbiamo esaminare due nuovi attributi di Dio che Lui stesso rivela tramite Mosè.
Purtroppo l'ebraico antico è una lingua dotata di pochi vocaboli in confronto a quelle moderne per cui la traduzione nella scelta del termine adatto deve tenere conto del contesto di cui esso fa parte non perdendo di vista tuttavia anche tutti gli altri significati che stanno sullo sfondo.

Nel v 6 abbiamo due coppie di attributi di Dio "Raham con Hanan" e "Hesed con Emet" e ogni coppia costituisce una endiade (dal greco: en = uno e diade = due), cioè un concetto composto da due parole che non possono essere separate, pena l'affievolirsi o il venir meno del senso.

Però se vogliamo guadagnare la sfumatura che distingue ogni termine, della coppia, dobbiamo risalire alla sua radice materiale, "cosale" da cui  deriva.
Si tratta di un procedimento che talvolta è necessario fare anche per l'italiano.
Tutti i concetti astratti che vivono esclusivamente nel pensiero, hanno radice nella sensibilità e più esattamente, nei nostri sensi. Ci spieghiamo con due esempi.

Se dico che una persona è ruvida non mi riferisco alla superficie della sua epidermide, ma al suo comportamento; e lo posso dire perché attraverso il mio tatto ho appreso la sgradevole sensazione che ricevo passando la mano sulla carta vetrata. Allo stesso modo, se dico che Piero è dolce non è perché ho assaggiato una parte del suo corpo, ma perché avendo appreso attraverso l'organo del gusto la differenza tra una caramella e un limone posso dire che il suo carattere è gradevole. Ma i miei interlocutori mi possono comprendere solo se hanno fatto tali esperienze sensibili.

            I termini della prima endiade li avevamo già incontranti nella lettura 57.
RAHAM  è il nome dell'utero e delle viscere; ed esse si commuovono e si emozionano davanti a...
HANAN è l'immagine dell'essere chinato, piegato sul proprio piccolino, cioè l'immagine della tenerezza.

Se è così Dio si presenta come colui che è ricco di "commozioni e tenerezze per..." le sue creature.

            Il significato della seconda endiade è meno complesso da rendere.
HESED sta per amore, un "amore grazioso favorevole" o una "grazia o favore  amoroso".
EMET da punto di vista soggettivo indica: fedeltà, lealtà e dal punto di vista oggettivo: verità, certezza, sicurezza.
L'elemento sensibile, la "cosa" da cui è deriva è la roccia, la pietra.
Allora, l'endiade, l'insieme dei due termini vuole indicare un amore roccioso, inossidabile leale e costante, qualcosa di cui puoi fidare.

EMET è la radice da cui deriva "Amen": così è, sono sicuro come la roccia che è così. Nella nostra lingua abbiamo un altro riferimento e infatti diciamo: "sono sicuro come l'oro... Forse perché l'oro è inossidabile, non arrugginisce mai.

La posizione di Dio nei confronti del peccatore v7.
Abbiamo già esposto nella lettura 56 la differente concezione del peccato esistente tra la nostra comprensione e quella ebraica e ad essa rimandiamo.

In questo testo il peccato e nominato con tutt'e tre i termini "esistenziali" e non legalistici, usati dalla Bibbia, ma ci interessa cogliere l'atteggiamento di Dio verso il peccatore.
Un dio che si rispetti, un dio alla Feuerbach, dovrebbe applicare con il massimo rigore una legge che punisca come si deve i colpevoli. È una questione di giustizia, dopotutto.

Ma JHWH distingue tra peccato e peccatore.
E in questo versetto lo scrittore sacro è stato capace di salvare la giustizia, da un lato e la Hesed dall'altro, attraverso un rapporto matematico: quattro contro mille...

E a quel tempo non era ancora stato scoperto il concetto di infinito che, in qualche modo, veniva espresso  attraverso un numero molto grande: mille nel nostro caso.

Alcuni esegeti hanno definito questi versetti: "carta d'identità di Dio".

Un Dio, il nostro, che non può non perdonare.
Non perché qualcosa glielo imponga, ma perché Dio è così!

E quando arriverà tra noi il Figlio, non solo li perdona, ma va anche a cercarseli.

 

*Lettura 60   La teofania    Es 34,5-8  (seconda parte)

La teofania presenta un'esperienza mistica di Dio (5-6a) e ad un evento di parola (6b - 7) durante il quale Dio presenta  la sua "carta d'identità" (vista nella precedente lettura) e la reazione di Mosè non può essere che la presentazione della "carta d'identità" di Israele.

34,8 «Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. 9 Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità / nahalah».

Davanti alla santità di Dio l'uomo non può che riconoscersi peccatore e inadeguato a quella prossimità.
Però Mosè trova ancora  il coraggio di pregare per il suo/ Suo popolo con il quale ha definitivamente scelto di essere solidale, infatti dice: «perdona il nostro peccato» anche se lui quel peccato non l'ha commesso perché mentre facevano baldoria davanti al Vitello d'oro, lui era con Dio sul monte.

E poi aggiunge: «fa' di noi la tua eredità / nahalah».

Avevamo già trovato un termine simile in 19,5 (Lettura 43)

19,5 «Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la segullah/ "tesoro" (Cei: eredità) tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! 6 Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa».

Ma in questo nostro caso viene usato proprio il termine "eredità" traslitterabile con "nahalah" che a noi però fa sempre pensare a qualcuno che è morto e costringe gli eredi ad andare dal notaio e magari a litigare tra di loro. Per la Bibbia e Israele le cose non stanno così e lo spieghiamo rifacendoci, per quanto ci interessa, al racconto della vigna di Nabot di 1 Re 21:

21,1 «In seguito avvenne il seguente episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. 2 Acab disse a Nabot: «Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un giardino verdeggiante. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale». 3 Nabot rispose ad Acab: «Mi maledica JHWH dal cederti l'eredità/nahalah dei miei padri».

Secondo il nostro metro di giudizio Nabot è uno sprovveduto perché se il re per un suo capriccio vuole allargare il suo giardino, da quello scambio potrebbe ricavare un grande vantaggio economico.

Ma qui c'è dimezzo la "Teologia della Terra" e la fedeltà alla Legge.
La «Terra per  la tua discendenza» è uno dei contenuti fondamentali della Promessa di Dio ad Abramo (Gn 12,7).
Ora, il cammino di Esodo, che noi stiamo seguendo, è appunto il percorso che quella "discendenza" sta compiendo per giungere a possedere la «Terra in cui scorre latte e miele» che Dio ha stabilito di dare loro «scacciando davanti a te l'Amorreo, il Cananeo, lo Hittita, il Perizzita, l'Eveo, e il Gebuseo» Es 34,11.

Allora la Terra è esattamente il dono di Dio al popolo liberato e la realizzazione della promessa fatta ad Abramo.
Una volta conquistata la terra, al tempo di Giosuè, essa viene divisa tra le tribù e ogni tribù provvede a distribuirla tra i diversi capi famiglia.
Verso la Terra è istituito un rapporto speciale, sintetizzato molto bene nel secondo racconto della creazione, il più antico, che narra come prima che ci fosse l'uomo, la terra era un grande disastro perché nessuno la curava e la irrigava.

Allora Dio crea l'uomo e costruisce il giardino di Eden.

Gn 2,15 «JHWH Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo ABAD servisse (Cei: coltivasse) e lo SHAMAR osservare/custodire».

I due verbi "abad" e "shamar" sono gli stessi da applicare nei confronti della Legge che, appunto deve essere "servita" e "custodita/osservata". Preferiamo lasciare "servire" anziché coltivare, perché la terra esigge molto di più che la semplice coltivazione; ha bisogno di canali per irrigare, di essere difesa dalle frane, dalle alluvioni, ecc.

Allora l'atteggiamento dell'uomo verso la Terra che ha ricevuto dai Padri, dono di Dio, è il servizio e la custodia. Perché questo è il comando di Dio.

Di conseguenza la Terra non è un bene economico che può essere scambiato, venduto o acquistato perché  essa è il segno della benedizione di Dio data ai Padri e da essi tramandata ai figli e che anche tu devi servire e custodire perché  poi la possa dare ai tuoi figli di generazione in generazione: è la loro eredità / nahalah.

Nabot ha questo rapporto "religioso" con la sua vigna. Sua? di Dio? della famiglia? Di tutti e tre; lui può solo servirla e custodirla. (Vedi Lettura 17-ss del commento su Elia)
Invece Acab,  il re che ha sposato una fenicia e ha importato culti idolatri e usanze straniere, considera la terra un bene economico che si può commerciare. Con un rapporto tra le due destinazioni ben diverso.
La vigna è una pianta che non cresce ovunque, ma è legata alle condizioni climatiche e alle caratteristiche del terreno. Non puoi impiantarla dove ti pare, ma è puro dono della natura o di Dio, tenuto anche conto delle tecniche di coltivazione del tempo.
Il giardino invece è il risultato del lavoro umano: richiede molta acqua, che in Palestina non è che abbondi; e magari il proprietario ha il capriccio di coltivarci anche piante esotiche che esigono molte cure.

C'è un comando preciso della Legge a riguardo di questa eredità / nahalah:

Nm 36,7 Nessuna eredità tra gli Israeliti potrà passare da una tribù all'altra, ma ciascuno degli Israeliti si terrà vincolato all'eredità della tribù dei suoi padri. 8 Ogni fanciulla che possiede una eredità in una tribù degli Israeliti, si mariterà ad uno che appartenga ad una famiglia della tribù di suo padre, perché ognuno degli Israeliti rimanga nel possesso dell'eredità dei suoi padri 9 e nessuna eredità passi da una tribù all'altra; ognuna delle tribù degli Israeliti si terrà vincolata alla propria eredità».

È chiaro che tra Acab e Nabot lo scontro è inevitabile, ma a noi interessa soltanto evidenziare i due approcci contrastanti.

Precisamente vogliamo comprendere cosa pensa Mosè o lo scrittore sacro, quando usa il termine "eredità / nahalah". E possiamo sostenere che dicendo «fa' di noi la tua eredità» intende dire: "fa' di noi il tuo tesoro prezioso che Tu JHWH "servi e custodisci", che cioè rendi prospero e fecondo, difendendolo da tutte le insidie e i pericoli esterni ed interni.

Già, ma cosa pensa Dio della Sua eredità / vigna / Israele?
Il "Canto della Vigna" di Isaia 5 (che non commentiamo) lo illustra senza bisogno di tante spiegazioni. 

 

Lettura 61     La teofania    Es 34,5-8  (terza parte)

Approfittiamo della domanda lasciata in sospeso al termine della lettura precedente: "Cosa pensa Dio della "Sua" eredità / vigna / Israele",  per soffermarci su un attributo di Dio che deve essere affiancato a quelli già visti. Esso appare molte volte nella Bibbia ed è il concetto di "Dio geloso". Ovviamente l'analogia con la gelosia umana  trova qualche limite perché nel caso umano l'altro, uomo o donna, è un soggetto esistente, ma nel caso di Dio, gli idoli sono oggetto di credenze prive di fondamento. 

Certo oggi un marito o fidanzato geloso è considerato in modo molto negativo: fa pensare a certe figure comiche o a persecuzioni tipo stalking. Però non bisogna sottovalutare che gelosia e zelo hanno la stessa radice e teniamo comunque presente la gradazione tra geloso, zelante e indifferente.
La Bibbia usa l'idea di "Dio geloso"per indicare l'amore o l'innamoramento insieme alla fedeltà di Dio per Israele da un lato e dall'altro l'incapacità del popolo di essere fedele perché sempre rincorre gli idoli.

Is 5:1 Canterò per il mio diletto / il mio cantico d'amore per la sua (1)vigna.
Il mio diletto possedeva una (2)vigna / sopra un fertile colle.

2 Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi / e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre /e scavato anche un tino.
Egli aspettava che (1)facesse  uva, / ma essa (2)fece uva selvatica.

3 Or dunque, abitanti di Gerusalemme / e uomini di Giuda, / siate voi giudici fra me e la mia (3)vigna.
4 Che cosa dovevo (3)fare ancora alla mia (4)vigna / che io non abbia (4)fatto?
Perché, mentre aspettavo che (5)facesse uva, / essa ha (6)fatto uva selvatica?

5 Ora voglio farvi conoscere /ciò che sto per (7)fare alla mia (5)vigna:
toglierò la sua siepe / e si trasformerà in pascolo; /demolirò il suo muro di cinta/e verrà calpestata.

6 La renderò un deserto,/non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;/alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.

7 Ebbene, la (6)vigna del Signore degli eserciti / è la casa di Israele;
gli abitanti di Giuda / la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia/ed ecco spargimento di sangue,/
attendeva rettitudine / ed ecco grida di oppressi.

Tecnicamente il testo è un "rib", il racconto di un processo in un tribunale e lo dividiamo come segue:  

1-2=>  quello che "il mio diletto" ha fatto e che entra nel testo come parte lesa.
3-4=>  Gli abitanti di Giuda e Gerusalemme chiamati a giudicare tra ciò che ha fatto "il mio diletto" e quello che la vigna aveva restituito.
5-6=> uscita dalla metafora: quelli chiamati a giudicare diventano imputati perché essi sono la vigna; il "mio   diletto" è Dio stesso che provvederà ad eseguire la sentenza.

Importante osservazione circa la struttura del testo.
=> 7 volte il verbo "fare": 7 è il numero del compimento perfetto; di più non era possibile
=> 3 volte il verbo  "aspettare": 3 è il numero della pienezza.
=> 6 volte il termine "vigna": è un numero imperfetto; ne manca uno per fare 7; vale a dire che la sentenza  resta sospesa.

            Questa sentenza la troviamo in Osea.

Però mentre Isaia ha usato la metafora della vigna, Osea, vissuto intorno al 750 a.C. usa quella dell'amore coniugale (non riportiamo il primo capitolo che fa da introduzione, ma è bene dargli una veloce lettura).

Os 2,4 Accusate vostra madre, / accusatela,/ perché essa non è più mia moglie/ e io non sono più suo marito!/
Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni / e i segni del suo adulterio dal suo petto;

5 altrimenti la spoglierò tutta nuda/e la renderò come quando nacque/
e la ridurrò a un deserto, come una terra arida, / e la farò morire di sete.

6 I suoi figli non li amerò, /perché sono figli di prostituzione.
7 La loro madre si è prostituita, /la loro genitrice si è coperta di vergogna.
Essa ha detto: «Seguirò i miei amanti,/che mi danno il mio pane e la mia acqua,
la mia lana, il mio lino, / il mio olio e le mie bevande».

8 Perciò ecco, ti sbarrerò la strada di spine / e ne cingerò il recinto di barriere /e non ritroverà i suoi sentieri.
9 Inseguirà i suoi amanti, /ma non li raggiungerà, / li cercherà senza trovarli.
Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima / perché ero più felice di ora».

10 Non capì che io le davo  /grano, vino nuovo e olio
e le prodigavo l'argento e l'oro / che hanno usato per Baal.

11 Perciò anch'io tornerò a riprendere
il mio grano, a suo tempo,/ il mio vino nuovo nella sua stagione;
ritirerò la lana e il lino /che dovevano coprire le sue nudità.

12 Scoprirò allora le su vergogne / agli occhi dei suoi amanti e nessuno la toglierà dalle mie mani.
13 Farò cessare tutte le sue gioie, / le feste, i noviluni, i sabati, tutte le sue solennità.
14 Devasterò le sue viti e i suoi fichi, / di cui essa diceva: «Ecco il dono che mi han dato i miei amanti».
La ridurrò a una sterpaglia / e a un pascolo di animali selvatici.

15 Le farò scontare i giorni dei Baal, / quando bruciava loro i profumi,
si adornava di anelli e di collane / e seguiva i suoi amanti / mentre dimenticava me! /- Oracolo di JHWH.

16 Perciò, ecco, la attirerò a me, / la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore.
17 Le renderò le sue vigne / e trasformerò la valle di Acòr / in porta di speranza.
Là canterà / come nei giorni della sua giovinezza, / come quando uscì dal paese d'Egitto.

18 E avverrà in quel giorno / - oracolo di JHWH-
mi chiamerai: Marito mio,/  e non mi chiamerai più: Mio padrone.

19 Le toglierò dalla bocca / i nomi dei Baal, / che non saranno più ricordati.
20 In quel tempo farò per loro un'alleanza / con le bestie della terra / e gli uccelli del cielo
e con i rettili del suolo; / arco e spada e guerra /eliminerò dal paese; / e li farò riposare tranquilli.

21 Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto, / nella benevolenza e nella HESED (amore),

22 ti fidanzerò con me nella HANAN (fedeltà) / e tu conoscerai il Signore.
23 E avverrà in quel giorno / - oracolo di JHWH-
io risponderò al cielo / ed esso risponderà alla terra;

24 la terra risponderà con il grano, / il vino nuovo e l'olio / e questi risponderanno a Izreèl.
25 Io li seminerò di nuovo per me nel paese /e amerò Non-Amata; / e Non-Mio-Popolo lo chiamerò:
Popolo-mio, / ed egli mi risponderà: Mio Dio.

Osserviamo che il v16 presenta una radicale cesura rispetto ai versetti precedenti. Fino al v15 troviamo un continuo susseguirsi di accuse e minacce alle quali dovrebbe logicamente seguire un castigo e invece viene instaurato il linguaggio dell'amore e della seduzione.Le dichiarazioni "Oracolo di JHWH", danno alle affermazioni successive la rilevanza di un decreto divino assoluto.

Allora Dio è incapace di essere conseguente alle sue minacce? Certo che no. Le minacce hanno lo scopo di indurre questo popolo «di dura cervice» a riflettere sulla sua condizione e tornare al suo Dio e che il "giudizio di Dio" coincide con un nuovo incontro.
Perché Dio è sempre pronto a perdonare, non perché qualcuno lo costringe, ma perché Lui è così.

Lui è sempre fedele al suo Nome e alle promesse fatte ai Padri.

 

Lettura 62     La nuova alleanza     Es 34,10- 28

Il rinnovo dell'alleanza, come la prima volta, richiede delle clausole che impegnino i contraenti.
L'impegno da parte di Dio è drasticamente sintetizzato dai v 10-11

34, 10 «Il Signore disse: «Ecco io stabilisco un'alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessun paese e in nessuna nazione: tutto il popolo in mezzo al quale tu ti trovi vedrà l'opera del Signore, perché terribile è quanto io sto per fare con te. 11 Osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Ecco io scaccerò davanti a te l'Amorreo, il Cananeo, l'Hittita, il Perizzita, l'Eveo e il Gebuseo».

Si tratta dell'azione divina che ha permesso a questo gruppo di ex schiavi di diventare un popolo e insediarsi "prodigiosamente" in Canaan.

I versetti successivi definiscono alcune norme di comportamento che legano il popolo a JHWH.
Poiché qui viene data una Torah, una Legge, nasce il problema del suo rapporto con quella data precedentemente.

Alla ripresa degli studi biblici gli esperti si erano affannati a cercare un parallelo con il Decalogo del capitolo 20 senza riuscire a trovare risposte convincenti. Sicuramente esiste qualche somiglianza, ma essi sono prevalentemente concordi nel ritenere che queste due leggi appartengono a due tradizioni diverse: Elohista quella del c. 20 e Jahwista quest'altra.
Dobbiamo comunque ammettere che non possediamo l'effettivo testo dato sul Sinai e tuttavia non possiamo ignorare una Tradizione che insistentemente colloca su quel monte il dono della Torah.

Pur avendo deciso di rimandare l'esame dei testi legislativi, Decalogo (c 20) e Codice dell'Alleanza (c 22-23), al termine del cammino esodico perché meritano un'attenzione particolare, dobbiamo tuttavia soffermarci sulle norme di questo capitolo perché sono strettamente legate alle vicende narrate in questi capitoli.

Anche una lettura superficiale consente di rilevare che sono tutti comandi di carattere cultuale:
- il rifiuto del politeismo, del sincretismo e delle immagini vv 13-17;
- la festa degli Azzimi v 18;
- il sacrificio del primogenito vv 19 -20;
- l'offerta delle primizie agricole v 22 e 26;
- il rispetto del sabato v27.
Anche il divieto di fare alleanze con gli altri popoli e dare i figli in matrimonio agli stranieri ha la funzione di evitare commistioni religiose.

Alcune di queste norme le avevamo già incontrate e commentate nella riflessione sui cc 12 e 13 riguardanti la  preparazione alla Notte di Pasqua. Non è una ripetizione banale perché  la rottura dell'Alleanza era avvenuta per ragioni religiose: il Vitello d'oro, appunto e allora  è più che mai opportuno ribadire la corretta prassi religiosa.

A prima vista potrebbe sembrare legalismo, ma Auzou, Dalla servitù al servizio. Il libro di esodo, pg 281 così commenta: «Se non si dimentica che ogni israelita sentiva leggere il c 34 come continuazione del c 33 intendeva l'obbedienza a questi precetti cultuali come una risposta all'amore sorprendente di Dio per il suo popolo. Andare al santuario di JHWH per offrire il primogenito del gregge o i primi prodotti del raccolto, rispettare il sabato e celebrare in comunità le grandi feste annuali e riscattare con un sacrificio la vita del primogenito, sono altrettanto pratiche nelle quali era bello sentire che l'Alleanza lo avvolgeva come una tenerezza e una forza, una certezza e un'immensa speranza.

Precetti di questo genere non sono ritualismo: sono le vie della religione del cuore».

Noi possiamo aggiungere che tutto questo alimenta la speranza nella Promessa di Dio espressa nel v 10: «tutto il popolo in mezzo al quale tu ti trovi vedrà l'opera di JHWH», dove quel "tu" è diretto tanto a Mosè che ha raccolto questa rivelazione, quanto al pio israelita che celebra il culto.

E perché non anche all'uomo del XXI secolo?

 

Lettura 63     Il velo di Mosè         Es 34,29-35

Il rinnovo dell'alleanza, come la prima volta, richiede delle clausole che impegnino i contraenti e infatti sceso dal monte, Mosè comunica agli anziani ciò che Dio ha detto. Però il testo attira la nostra attenzione al tema del velo.

34,29 «Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. 30 Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. 31 Mosè allora li chiamò e Aronne, con tutti i capi della comunità, andò da lui. Mosè parlò a loro. 32 Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. 33 Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. 34 Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. 35 Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui».

Trattiamo questo argomento per via delle elaborazioni che ne fa Paolo in 2 Cor 3,7-9

Anzitutto dobbiamo registrare la diffusione che in quelle culture aveva l'uso del velo da parte degli addetti al culto, ma in forma opposta rispetto al nostro testo.
Infatti, come atteggiamento di riguardo verso le loro divinità, i sacerdoti si velavano quando entravano al cospetto della statua di un dio. Gi dèi come i re non dovevano essere guardati direttamente, ma davanti a loro bisognava tenere gli occhi bassi.

Se è così allora comprendiamo la forza e la novità rivelativa dell'espressione «Mosè parlava con Dio faccia a faccia» che potrebbe anche alludere a "senza velo".
Forse è già una anticipazione del Mistero dell'Incarnazione, cioè un Dio visibile.

Però il volto di Mosè conserva un segno del suo aver parlato «faccia a faccia con Dio» perché poi il suo volto è raggiante... e gli altri si spaventano!
Allora il velo diventa un gesto di protezione verso  quelli del suo popolo.

            Circa il tema dello splendore del volto questo non riguarda solo Mosè, al quale accade prodigiosamente, ma era uso presso i potenti di quel tempo di ungersi il volto perché apparisse più bello e riflettendo la luce sembrava raggiante. Non è che poi noi ci siamo troppo cambiati da questo punto di vista, perché dive e divi dello schermo e non solo, per esaltare la bellezza del loro fisico non risparmiano l'uso di creme che diano lucentezza all'epidermide. Forse rispetto ai tempi antichi  è cambiato solo la qualità delle creme: allora era olio d'oliva, adesso...
Anche nella nostra tradizione, a sua volta, è invalso l'uso di dire che il volto dei santi è luminoso, ma per indicare una qualità dello spirito. Già, ma un pittore come può rappresentare un volto luminoso? Dovrebbe farlo molto bianco... e poi tutti dicono che quello è anemico. La soluzione è diventata l'aureola: un cerchio d'oro intorno alla testa.

            Ora, se il velo esodico esprime una realtà materiale il brano di Paolo si riferisce esclusivamente ad una realtà spirituale non certo fisica.

2 Cor 3, 7 «Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, 8 quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9 Se già il ministero della condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia».

È lecito chiedersi come facesse Paolo a dire che lo splendore del volto di Mosè era effimero visto che la Bibbia non dice nulla al riguardo. Gli studiosi hanno proposto diverse soluzioni, ma quella più accreditata è la risposta che già dava la tradizione rabbinica dei tempi di Gesù e cioè che il volto di Mosè non restava per sempre illuminato e che dopo qualche tempo riprendeva la condizione normale. Quindi possiamo dire che Paolo, fariseo osservante prima di diventare apostolo di Gesù, condivideva la dottrina del suo tempo.

            Però non possiamo liquidare il tema del volto così a buon mercato perché  per gli umani esso è molto di più. Infatti il volto di una persona dice molte cose della condizione di un essere umano. A colpo d'occhio comprendiamo subito se uno è sofferente, preoccupato, spaventato, sereno, gioioso, ecc., cioè un complesso di giudizi che abbiamo appreso succhiando il latte materno. E non è una battuta.

Il neonato rassicurato dall'abbraccio materno, mentre soddisfa il suo bisogno di cibo e pone fine allo stimolo della fame, vede il volto della sua mamma. Impara così che il luogo dell'intimità e dei legami affettivi è il volto; a differenza degli altri mammiferi che quando sono allattati vedono il quarto posteriore della madre e quello, diventa il loro luogo dell'intimità. Senza dilungarci in citazioni scientifiche, basti osservare il comportamento dei cani.

Molto importante: il cucciolo d'uomo, succhiando il latte sviluppa i muscoli facciali che poi gli consentiranno di dare varie espressioni al suo volto, cosicché esso diventa un luogo importante per comunicare e stabilire relazioni.
Nel neonato poi, la prima forma di relazione intenzionale non è il pianto dell'inizio, che è solo istintuale, ma il sorriso. Di tutti gli animali l'unico capace di sorridere è l'uomo; e il neonato, quando è stimolato lo impara già nei primissimi mesi di vita. E il sorriso non riguarda solo la bocca, ma coinvolge tutto il viso.
Anche la Bibbia è consapevole di questo, tanto che il figlio di Abramo, il figlio della Promessa, viene chiamato Isacco, che in ebraico significa appunto: "Sorriso".

            Grazie a questa intrusione nel campo della psicologia, possiamo dare ragione tanto a Mosè quanto a Paolo.
Ma non sarebbe sensato concludere senza citare le formule di benedizione prescritte da Dio stesso, in cui emerge il ruolo del Volto di Dio e che la liturgia propone il giorno di Capodanno come prima lettura:

Nm22, 22 «Il Signore aggiunse a Mosè: 23 «Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro:
24 Ti benedica il Signore / e ti protegga.
25 Il Signore faccia brillare il suo volto su di te / e ti sia propizio.
26 Il Signore rivolga su di te il suo volto / e ti conceda pace.
27 Così porranno il mio nome sugli Israeliti / e io li benedirò».

E dopo l'Incarnazione il volto di Dio può essere contemplato da tutti.

È il volto del Crocifisso.

 

Lettura 64     Il santuario    Es 25-31; 35-39.  Prima parte: il progetto

       A parte l'inserzione del tema del velo, visto nella lettura precedente, ci attenderemmo che, Mosè tornato a valle, sia celebrato un rito di Alleanza con sacrificio di animali e aspersioni di sangue, come era avvenuto prima dell'episodio del Vitello d'oro e invece tutta la comunità con i capi in testa si impegna a costruire il Santuario.
Non è fatica da poco se il racconto occupa  ben cinque capitoli da 35 a 39. E non si deve trascurare il progetto che era già stato comunicato da Dio a Mosè nella precedente teofania e aveva occupato altri 7 capitoli.
In totale fanno 12 capitoli tutti di tradizione sacerdotale P.
Allora deve trattarsi di un'opera molto importante.

La esaminiamo rimanendo sul progetto, Es 25-31 commentando brevemente esclusivamente gli elementi che hanno avuto una ricaduta significativa nel cristianesimo.
Suggeriamo tuttavia di dare una veloce lettura a tutti capitoli per rendersi conto della precisione minuziosa con cui sono date tutte le prescrizioni.

Questo dice che la Liturgia è un momento importate della relazione con Dio e che non può essere modificata a piacimento dai celebranti.
Anzitutto il senso di tutto questo è espresso da:

Es 25, 8 Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. 9 Eseguirete ogni cosa secondo quanto ti mostrerò, secondo il modello della Dimora e il modello di tutti i suoi arredi.

Vale a dire si tratta di costruire una struttura entro la quale Dio assicurerà la sua Presenza in mezzo al popolo.

            25,10-ss.  L'arca => Abbiamo visto nella Lettura 6 che "arca" è uno scrigno nel quale si conserva qualcosa di molto prezioso. In questo caso la Legge alla quale, più tardi, sarà aggiunta anche della manna.
Essa era un contenitore usato anche nelle religioni circostanti dentro il quale erano custoditi gli idoli e veniva anche portato in battaglia perché gli dèi vincessero i nemici.
Le dimensioni della nostra arca sono: 125 x 75 x 75 cm. Essa accompagnerà il popolo durante le peregrinazioni nel deserto e in certi casi sarà portata in battaglia; alla fine sarà collocata nel tempio di Gerusalemme nel luogo più santo, il Santo dei Santi.

            25,17-ss. Il propiziatorio => È un lastra d'oro di 125 x 75 cm posta sopra l'arca. In ebraico fa "kapporet" la cui radice "kapar" significa: coprire, coperchio, copertura. Solo nel giorno dello "Yom kippur", il "giorno dell'espiazione", una delle feste più importanti dell'ebraismo, il Sommo Sacerdote, entrato nel Santo di Santi, aspergeva con incenso e il sangue delle vittime questo "coperchio" per cancellare i peccati commessi dal popolo durante l'anno trasgredendo le norme dell'Alleanza contenute nell'Arca sotto il "kapporet"; allora l'idea di "kapporet" e quella di "coprire" i peccati.

La cosa ci interessa perché la Bibbia greca dei LXX traduce "kapporet" con "hilasterion" un termine che ha a che fare con "espiazione"; la Vulgata latina traduce "propitiatorium".
Allora possiamo comprendere Paolo che in Rm 3,25 parla di Gesù Cristo come "propiziatorio" (in altre traduzioni, con: "strumento di espiazione") perché con quel termine vuole affermare che il vero, l'unico e definitivo "Kapporet" è Gesù Cristo.

            25,18-ss. Cherubini => Gli antichi erano molto superstiziosi e vedevano spiriti maligni o benefici da tutte le parti, perciò circondavano e inserivano nelle loro case idoli, amuleti e immagini scaramantiche a non finire.
I cherubini erano spiriti protettori raffiguranti creature in parte umane e in parte animalesche usati prevalentemente come base per i troni di re e di personaggi importanti.
Ora, se l'arca costituisce in qualche modo, la sede della Presenza divina deve essere anch'essa una specie di trono con tanto di cherubini che qui hanno le ali... In prima battuta, per il semplice fatto che i troni si fanno così.
Essi sono presenti anche in altri luoghi della Bibbia. Ricordiamo solo Ezechiele  9-10, che  alla vigilia della distruzione di Gerusalemme da parte dei babilonesi, vede la Gloria di JHWH, la Kavod, la quale è sostenuta da Cherubini descritti come creature alate che si muovono rapidamente in tutte le direzioni.
Li ritroviamo anche nella teologia cristiana che li pone tra le schiere angeliche come categoria più vicina al trono di Dio.

            25,23-ss. Tavola della Presentazione dei pani => Come per i templi pagani è la mensa sulla quale la divinità consuma i suoi pasti. Nel nostro caso i pani, fatti in modo tutto speciale, sono solo offerti a Dio e poi in parte bruciati e in parte mangiati dai sacerdoti del tempio.

            25,31- ss. Candelabro => Non è roba da poco se pesava un talento, cioè 34 kg d'oro puro, e faceva gola a tutti gli eserciti invasori che appena potevano se lo portavano a casa. L'ultimo in ordine di tempo è stato Tito, alla presa di Gerusalemme nel 70 d. C. che l'ha portato a Roma come trofeo ed è anche rappresentato nel suo Arco di Trionfo che si trova nella zona dei Fori Imperiali.
Oggi un piccolo candelabro a sette braccia è diventato uno di simboli dell'ebraismo e viene acceso in ogni casa durante le cerimonie familiari, come la liturgia di apertura del giorno festivo, il sabato.

            C. 26-  La Dimora => La sua struttura e soprattutto la sua costruzione sono alquanto complicate, ma non ci interessa più di tanto. È invece importante il velo descritto dal v 31 in poi, perché divide la dimora in due parti.
Una parte ampia chiamata "il Santo" che ospita il Candelabro e la Tavola di Presentazione dei pani. In essa possono entrare i sacerdoti per svolgere i loro riti.

Una parte alquanto ridotta, "il Santo dei Santi" che contiene l'Arca con il Propiziatorio, ecc. e ritenuto il luogo della Presenza di Dio, la Kavod. Nessuno persona vi può entrare se non Il Sommo Sacerdote, una volta sola all'anno, nel giorno dello Yom Kippur, come detto sopra.
Dentro si dovrebbe vedere Dio, ma come tutti sanno, Dio è puro spirito e non si vede niente.

Però quando Gesù esala l'ultimo respiro accade un fatto impensabile: «Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo...» Mt 27,51.
E questo vuol dire Dio non è più nascosto da alcun velo, adesso è visibile a tutti: è il Crocifisso...

            C. 27- Il Recinto => All'esterno della Dimora c'è il recinto fatto da teli le cui dimensioni sono 50 x 25 m. Una specie di grande cortile; tenuto conto delle condizioni climatiche il popolo sta all'aperto. D'altra parte anche la Dimora non è coperta da un tetto, ma da un telo. 

            Nei capitoli successivi sono descritti gli altri elementi richiesti per il culto: Le vesti dei sacerdoti c 28; il rito di consacrazione dei sacerdoti c 29; gli oli e i profumi che allora avevano una grande importanza, c 30.

            Molto importante. Tutte le parti che costituiscono il Santuario devono avere anelli d'oro perché infilandoci delle stanghe potessero essere trasportate al seguito del popolo. Alla fine di ogni tappa il Santuario era montato e lla partenza veniva smontato.

            31, 1ss Gli artefici del santuario. => Se abbiamo fatto lo sforzo di leggere questi capitoli ci possiamo porre  legittimamente la domanda: ma come potevano costruire tutte queste strutture?

31,1  «Il Signore parlò a Mosè e gli disse: 2 «Vedi, ho chiamato per nome Bezaleel, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda. 3 L'ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, 4 per concepire progetti e realizzarli in oro, argento e rame, 5 per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro. 6 Ed ecco gli ho dato per compagno Ooliab, figlio di Achisamach, della tribù di Dan. Inoltre nel cuore di ogni artista ho infuso saggezza, perché possano eseguire quanto ti ho comandato [...] 11Essi eseguiranno ogni cosa secondo quanto ti ho ordinato».

Non si tratta di persone prese a caso, apprendisti o personale avventizio, ma "maestri"nel loro mestiere, nella loro "arte". Tutti con una caratteristica speciale: «tutti riempiti dello Spirito di Dio in sapienza, intelligenza e scienza in ogni opera».
Sono termini che solitamente sono attribuiti esclusivamente a Profeti, Re, Sacerdoti, Sapienti, ma questo testo ci rivela che anche il "semplice" lavoro di un artigiano partecipa della Sapienza di Dio.
Quella "Sapienza" che solo Dio sa dove si trova
Gb, 28,23 «Dio solo ne conosce la via, /lui solo sa dove si trovi» e che si trovava presso di Lui già da quando iniziò la creazione Pr 8,22.

Spingendo il testo alle sue logiche conseguenze possiamo tranquillamente affermare che senza quella "Sapienza" non riesci a piantare nemmeno un chiodo.

Perché questa è l'idea biblica della dignità del lavoro dell'uomo!

 

Lettura 65     Il santuario    Es 25-31; 35-39.  Seconda parte: la costruzione

            La narrazione della costruzione del Santuario inizia al c 35 e prosegue fino al 40. Raccomandiamo di leggere tutto il testo. Almeno una volta!

Sorprende subito il fatto che prima di avere incominciato la benché minima attività troviamo un comando a riguardo del sabato.

Es 35, 1 «Mosè radunò tutta la comunità degli Israeliti e disse loro: «Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare: 2 Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo sarà per voi un giorno santo, un giorno di riposo assoluto, sacro al Signore. Chiunque in quel giorno farà qualche lavoro sarà messo a morte. 3 Non accenderete il fuoco in giorno di sabato, in nessuna delle vostre dimore».

In realtà la cosa non dovrebbe sorprendere perché in tutta la Bibbia non c'è un comandamento specifico che ordini di lavorare mentre è continuamente ribadito il comandamento del riposo sabbatico. Tutto l'Antico Testamento è attraversato dal comandamento del sabato. E anche il Nuovo Testamento, quando sembra trasgredire il sabato, in verità non fa altro che riaffermare il senso originario del comando: una sospensione dalla fatica perché l'uomo sia o diventi più libero; libertà da ogni genere di condizionamento: dall'oppressione dell'altro, dalla malattia, dalla fame ecc.

E a differenza del mondo greco, questo comando vale anche per lo schiavo, lo straniero e persino gli animali: anch'essi di sabato non devono lavorare.

Posta questa premessa, Mosè elenca tutti i materiali che occorrono per l'opera (35,4-9) e di tutti le parti che devono essere costruite (35,10-19). La costruzione non può essere costituita da un pezzo solo, ma da elementi facilmente smontabili, rimontabili e soprattutto trasportabili perché questo è "un popolo in cammino".

La cosa che in questa fase ci interessa è la risposta della comunità all'invito di Mosè che non possiamo non riportare per intero:

Es35, 20 «Allora tutta la comunità degli Israeliti si ritirò dalla presenza di Mosè. 21 Poi quanti erano di cuore generoso ed erano mossi dal loro spirito, vennero a portare l'offerta per il Signore, per la costruzione della tenda del convegno, per tutti i suoi oggetti di culto e per le vesti sacre. 22 Vennero uomini e donne, quanti erano di cuore generoso, e portarono fermagli, pendenti, anelli, collane, ogni sorta di gioielli d'oro: quanti volevano presentare un'offerta di oro al Signore la portarono. 23 Quanti si trovavano in possesso di tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso, di pelo di capra, di pelli di montone tinte di rosso e di pelli di tasso ne portarono. 24 Quanti potevano offrire un'offerta in argento o rame ne offrirono per il Signore. Così anche quanti si trovavano in possesso di legno di acacia per qualche opera della costruzione, ne portarono.
25 Inoltre tutte le donne esperte filarono con le mani e portarono filati di porpora viola e rossa, di scarlatto e di bisso. 26 Tutte le donne che erano di cuore generoso, secondo la loro abilità, filarono il pelo di capra. 27 I capi portarono le pietre di ònice e le pietre preziose da incastonare nell'efod e nel pettorale, 28 balsami e olio per l'illuminazione, per l'olio dell'unzione e per l'incenso aromatico. 29 Così tutti, uomini e donne, che erano di cuore generoso a portare qualche cosa per la costruzione che il Signore per mezzo di Mosè aveva comandato di fare, la portarono: tutti i figli di Israele portarono la loro offerta volontaria al Signore».

C'è un entusiasmo così grande nel portare i materiali per il Santuario, tanto che ad un certo punto gli artisti che avevano ricevuto l'incarico di dirigere ed eseguire i lavori sono costretti a rivolgersi a Mosè per fermare l'afflusso di materiali:

Es 36,2 «Mosè chiamò Bezaleel, Ooliab e tutti gli artisti, nel cuore dei quali il Signore aveva messo saggezza, quanti erano portati a prestarsi per l'esecuzione dei lavori. 3 Essi ricevettero da Mosè ogni contributo portato dagli Israeliti per il lavoro della costruzione del santuario. Ma gli Israeliti continuavano a portare ogni mattina offerte volontarie. 4 Allora tutti gli artisti, che eseguivano i lavori per il santuario, lasciarono il lavoro che stavano facendo 5 e vennero a dire a Mosè: «Il popolo porta più di quanto è necessario per il lavoro che il Signore ha ordinato». 6 Mosè allora fece proclamare nel campo: «Nessuno, uomo o donna, offra più alcuna cosa come contributo per il santuario». Così si impedì al popolo di portare altre offerte; 7 perché quanto il popolo aveva già offerto era sufficiente, anzi sovrabbondante, per l'esecuzione di tutti i lavori».

Fino a questo punto abbiamo seguito il cammino di questi ex-schiavi sempre pronti a lamentarsi contro Mosè e verso Dio per le difficoltà del deserto con l'unica eccezione del Vitello d'oro mentre invece adesso si sono scatenati, animati dal desiderio di costruire questo oggetto di culto. Come mai?

Tentiamo due risposte che non si escludono l'un l'altra.
            Questa costruzione avviene dopo il fatto del Vitello d'oro, la minaccia di Dio di abbandonare "questo" popolo al suo destino e quindi di trovarsi sperduti e schiacciate in mezzo a nazioni molto potenti e organizzate.
L'eventualità di diventare un'altra volta schiavi, sotto un altro popolo non era poi così remota se teniamo presente che ai quei tempi e non solo allora, il modo più semplice per avere mano d'opera a basso costo era una guerra che procurasse molti prigionieri che poi diventavano schiavi.

L'ottenimento del perdono di Dio e la promessa «...essi mi faranno un Santuario e Io abiterò in mezzo a loro» (25,8), produce nell'animo la gioia del perdono, appunto.
È lo stesso movimento che troviamo nel Sal 51 in cui il peccatore (Davide, dice la tradizione) certo del perdono di Dio esclama: «Insegnerò agli erranti le tue vie / e i peccatori a Te ritorneranno» (v15).
Ecco, la gioia del perdono non lascia il "perdonato"in poltrona con le mani in mano, ma gli fa rimboccare le maniche ed operare gioiosamente per Dio.

            Una seconda risposta può essere colta nel confronto tra il lavoro che queste stesse persone facevano nel delta del Nilo e qui ai piedi del Sinai.

Là, erano impiegati per costruire due città i cui elementi erano tantissimi: strade, fognature, case, piazze... un numero che solo un architetto potrebbe grossolanamente approssimare. Però tutta questa attività è accennata con un paio di versetti al c. 1, nel quale si dice che facevano mattoni, ma del come li facessero non c'è una parola se non incidentalmente al c. 5 in cui si accenna all'uso della paglia. Usavano argilla o altri materiali? Venivano cotti in una fornace o solo essiccati? Le domande potrebbero essere tantissime, ma il testo non dà risposte. Però nell'originale ebraico sono presenti una serie di verbi intraducibili, che esprimono la fatica senza fine, la durezza del lavoro, la mancanza di riposo, le angherie dei capi e dei sorveglianti ebrei o egiziani che fossero. In definitiva di tutta quella fatica non sappiamo niente. Più esattamente: loro stessi non sapevano più niente; era stata "rimossa".  Era chiaro solo che ogni giorno dovevano consegnare tanti mattoni quanti quelli del giorno prima e quanti ne avrebbero fatti il giorno dopo; e se il numero non era rispettato...

È la tipica condizione del lavoro alienato: si fanno ripetitivamente le stesse cose senza saper a cosa servono... Una catena di montaggio "archeologica"!

Invece qui, nella costruzione del santuario, cosa ridicola rispetto a due città, sono raccontate nel dettaglio tutte le fasi di lavorazione: l'approvvigionamento dei materiali, la filatura, la tessitura, la conciatura delle pelli, la preparazione del legno, ecc. tanto che facciamo fatica a leggere tutto il racconto.
In questo caso è presente in tutti la consapevolezza del senso dell'opera che si sta realizzando. E tutti vogliono partecipare!

La sociologia (E. H. Schein, La psicologia industriale nella società moderna, Martello Editore) definisce il modello di organizzazione del delta del Nilo, "coercitivo": quello dal quale tutti vorrebbero scappare, come i "lager nazisti" o i "gulag russi" o i "laogai cinesi". In essi si deve lavorare senza alcun ritorno, senza alcuna rimunerazione.

Viene individuato un secondo modello di organizzazione definito "mercenario" in cui si lavora a fronte di un compenso, un salario, uno stipendio. È quello prevalente nel nostro mondo.

Il modello presente ai piedi del Sinai sarebbe definito: "partecipativo"; in esso la remunerazione è costituita dalla partecipazione stessa. È quanto accade anche oggi nelle organizzazioni umanitarie, ecclesiastiche, di volontariato, ecc.
È esattamente quello che accade durante questa costruzione ai piedi del Monte: tutti vogliono dare il loro contributo e questo rende ciascuno orgoglioso di averci messo il suo pezzettino.

Qui tutto è dominato dall'entusiasmo: situazione esattamente opposta a quella del Nilo.

La Bibbia conosce un'altra costruzione fatta secondo il modello partecipativo; è quello della Torre di Babele narrato in Gn 11, ma là il fine è perverso.

E Dio cosa fa? Come vi partecipa?

Es 40,33 «.... Così Mosè terminò l'opera. 34 Allora la nube coprì la Tenda del Convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora. 35 Mosè non potè entrare nella tenda del convegno, perché la Nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva la Dimora».

Allora c'erano proprio tutti... compreso Dio!

 

Lettura 66     Es 25-31; 35-39.    La costruzione del Santuario. Considerazione finale

            I nostri padri usavano dire che se non si tengono i piedi per terra non si va in cielo.
Anche noi a riguardo del Santuario costruito nel deserto, ai piedi del Sinai, dobbiamo posare bene i piedi per terra e fare le opportune valutazioni appoggiandoci al Metodo Storico Critico.
L'obiettivo è di guadagnare un incremento di senso

            Anzitutto, ci segnalano gli studiosi, che le dimensioni della costruzione nel suo insieme sono esattamente la metà di quelle del Tempio di Gerusalemme. E questo dovrebbe già far lampeggiare qualche Led.

Il peso dei metalli dovrebbe accendere altri Led, di quelli rossi, perché abbiamo 1020 Kg di oro, 3500 Kg di argento, 2500 Kg di rame. Poi dobbiamo aggiungere tutto il legname: assi, pali di sostegno, picchetti, tiranti; inoltre ci sono: corde, stoffe, teli, pelli conciate, ecc. tutta roba che per trasportarla doveva essere messa in appositi contenitori, ovviamente di legno.
Sarebbero stati necessari due o tre TIR con relativa strada...
Risultato: quel Santuario non era trasportabile!

E poi, come potevano dei nomadi, poco tempo prima ancora schiavi "usati" solo per fare mattoni, trovare nel deserto tutta quella roba?
Il candelabro menzionato in Es 25, 31ss. fatto di un pezzo solo, adornato con fiori di mandorlo (*) avrebbe richiesto un lavoro di cesellatura e di alta oreficeria impossibile nel 1200 a. C. e in quelle condizioni.
Ancora, in Es 29,38ss. si parla di sacrifici quotidiani, uno all'alba e uno al tramonto; ma questa gente non era nutrita dalla sola manna che ogni mattina ricopriva il terreno, come abbiamo visto al c. 16?

            Non è il caso di continuare in questa critica. Diciamo solo che questo racconto è un'opera letteraria che nell'intenzione della redazione ha una finalità precisa.

Anzitutto questi capitoli, 25-31 il progetto e 35-39 la costruzione, sono tutti di redazione Sacerdotale P e databili nell'immediato post-esilio, all'incirca dal 538 a. C. in poi.

È in quegli anni che i deportati a Babilonia e più verosimilmente, i loro figli e nipoti, possono tornare in Giudea. Essi avevano sentito raccontare cose meravigliose della Città Santa e soprattutto dello splendore Tempio.
Però, quando ci arrivano, abituati alla grandezza di Babilonia, la più grande e importante metropoli del tempo, restano profondamente delusi.
Il Tempio è un cumulo di rovine, le mura erano state abbattute, la città a suo tempo incendiata e devastata era diventata un insieme di catapecchie. Poiché la deportazione aveva riguardato le classi dirigenti, nessuno era più stato in grado di ricostruirla.

Ecco come si esprime a questo proposito il profeta Geremia:

Lam 1,1 «Ah! come sta solitaria / la città un tempo ricca di popolo! / È divenuta come una vedova, /la grande fra le nazioni; / un tempo signora tra le province / è sottoposta a tributo.
2 Essa piange amaramente nella notte, / le sue lacrime scendono sulle guance; / nessuno le reca conforto,/ fra tutti i suoi amanti; / tutti i suoi amici l'hanno tradita, / le sono divenuti nemici.
3 Giuda è emigrato / per la miseria e la dura schiavitù. / Egli abita in mezzo alle nazioni, / senza trovare riposo; / tutti i suoi persecutori l'hanno raggiunto / fra le angosce.
4 Le strade di Sion sono in lutto, / nessuno si reca più alle sue feste; / tutte le sue porte sono deserte, / i suoi sacerdoti sospirano, / le sue vergini sono afflitte / ed essa è nell'amarezza».

È così che molti riprendono la strada del ritorno a Babilonia mentre altri, pur scoraggiati, rimangono e cercano di tirare avanti.
È a questi che si rivolge il redattore sacerdotale P, cercando di infondere loro coraggio, speranza e fiducia in Dio.
In questo modo, pur consapevole delle esagerazioni che sta facendo, racconta agli ex deportati quello che hanno fatto il loro padri, ex schiavi, 700 anni prima, mentre erano ancora in pieno deserto.

Il suo messaggio dovrebbe risuonare press'a poco così: «I nostri padri, ben più conciati di noi, che non sapevano più cosa fosse la libertà e la responsabilità, che credevano in JHWH a giorni alterni, sempre pronti a peccare e a pentirsi e poi a chiedere perdono, hanno scoperto che Dio li sosteneva e stava comunque in mezzo a loro perché era irrimediabilmente e risolutamente il loro Alleato... non perché se lo meritassero, ma perché era fedele alla Sua Alleanza e alla Sua Parola. Ecco, proprio questa gente, in condizioni di vita impossibili, ha costruito un Santuario che poi è diventato il modello del Tempio. Noi invece, abbiamo molto di più di loro. Dai! Mettiamocela tutta e facciamo vedere anche noi cosa siamo capaci di fare»!

            Allora al Sinai non successo niente?

Non possiamo sapere esattamente cosa sia successo al Sinai, ma certamente il redattore sacerdotale P disponeva di antichi racconti scritti e tradizioni orali che ha accorpato e risignificato.
Indizio dell'esistenza di antiche testimonianze è la Tenda del Convegno o della Testimonianza o dell'Incontro di Es 33,7ss. (lettura 55) la quale costituisce l'origine di tutto il culto.

L'esortazione di questo redattore ha avuto successo?
Possiamo rispondere affermativamente se nel 515 a. C. il nuovo Tempio potrà essere inaugurato.

* NOTA: Perché fiori di mandorlo e non rose o gelsomini? Perché la funzione non era estetica, ma teologica.

Ci rifacciamo al profeta Geremia: 

Ger 1,11 «Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo - (soked) ». 12 Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo (shoked) sulla mia parola per realizzarla».

La similitudine fonetica e soprattutto nella grafia ebraica tra mandorlo e vigilare, in parte perduta nella traslitterazione, trasforma il mandorlo nel segno della vigilanza. Allora il candelabro, che deve rimanere sempre acceso rimanda all'idea di vigilanza che viene esplicitata dai fiori di mandorlo cesellati su di esso.

 

Lettura 67      L'Alleanza e il Comandamento

            Con la precedente lettura si è concluso il viaggio compiuto dai figli di Israele dall'Egitto al Sinai, dalla condizione di schiavitù a quella di un popolo libero e responsabile. Una responsabilità che dovrà mostrarsi attraverso molte prove descritte in particolare dal libro di Numeri.
Tutto il percorso è stato compiuto sotto la guida di Dio con la mediazione di Mosè. Un popolo che di tanto in tanto si lamentava, talvolta rimpiangeva l'Egitto e se la prendeva con Mosè e addirittura con Dio stesso.
Però Dio non l'ha mai "mollato". Anche a ridosso del'evento idolatrico del Vitello d'oro e pur minacciando di abbandonarli al loro destino, JHWH si inventa la Tenda dell'Incontro o del Convegno (es 33,7-11) per stare comunque "in mezzo" a loro.

            Abbiamo sottolineato ripetutamente che l'obiettivo di Dio è sempre stato, anche di fronte alle deviazioni più gravi, quello di salvaguardare l'Alleanza perché appunto essa è la "Mia" Alleanza. In tutta la Bibbia non si parla mai di un'alleanza che si "nostra".
Così mentre posso sempre dire che Dio è mio alleato, non posso mai rovesciare i termini e dire che io sono alleato di Dio, perché questo è condizionato dalla qualità del mio agire.

Questa "Mia" Alleanza proclamata o stipulata al Sinai attraversa tutta la Bibbia con alterne vicende e viene (ri)confermata nella vicenda "storica" (e sottolineiamo "storica" perché abbiamo testimonianze documentali) nella vicenda "storica" di Gesù Cristo e nel dono dello Spirito anche ai pagani.
Certamente è una ri-comferma, ma solitamente quando si parla di Nuova Alleanza si pensa che esista una cesura: l'antica è ormai defunta e la nuova è tutt'altra cosa...

A questo proposito si dovrebbe valutare il contributo offerto da un ebreo-cristiano  come il Cardinale Jean Marie Aron Lustiger, arcivescovo di Parigi, nato a Parigi da genitori ebrei polacchi non praticanti e morto qualche anno fa.
Nel libro intervista,  La scelta di Dio, Longanesi, 1985, rispondendo alla domanda sulla sua scoperta del cristianesimo quando aveva 16 anni, lui ebreo, imbevuto di razionalismo, che aveva perduto la madre e la sorella ad Auschwitz dice:

«Era come se già sapessi quello che stavo scoprendo. Non parlo degli usi, dei riti, delle pratiche, ma del contenuto del cristianesimo. Era come se mi fosse noto già da prima. Ero anzi sorpreso che gli altri non capissero quel che capivo io. D'altra parte rimango ancora oggi in questa disposizione di spirito. Le affermazioni relative al Mistero di Dio, al senso della rivelazione del Cristo, l'appello di Dio all'umanità, al suo popolo, mi sembrano in tutta evidenza far parte della logica della fede e rimango stupefatto nello scoprire che dei credenti, cresciuti nel cristianesimo sin dalla nascita non lo capiscono».

In altri parti dell'intervista  riferisce che, ancora giovanissimo, pur non frequentando la sinagoga, quando entrava  nella cattedrale di Chartres o in quella di Orleans o in altre chiese francesi, osservando le antiche vetrate colorate che raffiguravano i personaggi dell'Antico e del Nuovo testamento, si «sentiva a casa».
E quando i giornalisti insistono per cercare di mettere in contrapposizione Antico e Nuovo testamento, risponde che il Nuovo è compimento dell'Antico nella forma della continuità non della separazione.

            Se è così possiamo dire che anche noi eravamo là ai piedi del Sinai esattamente come quando celebriamo l'Eucaristia siamo ai piedi della Croce. Pur se questa che viene "dopo" è ontologicamente prima.
Ma non è esagerato affermare che anche quelli là, ai piedi del Sinai celebrando quei riti fossero già riportati ai piedi del Crocifisso...
E se Dio decide di stare per sempre in mezzo al suo popolo nella fedeltà alla "Sua" Alleanza là al Sinai, anche oggi, nella forma dei Sacramenti, è costantemente in mezzo al "suo popolo" che si è allargato includendo anche i pagani, o gentili che dir si voglia. Ribadiamo: sempre e comunque nella fedeltà alla "Sua" Alleanza... e non per i nostri meriti.

Ma se questa è l'iniziativa di Dio qual è o quale dovrebbe essere la risposta del "suo popolo"?

            La risposta è semplice. Un comportamento adeguato alla Alleanza, cioè lo abad e shamar, servizio e custodia del Comandamento. Che, ribadiamo, viene dopo l'Alleanza, nel senso che l'impegno di Dio verso il suo popolo non è mercenario, proprio come la liberazione dall'Egitto e operata prima della comunicazione della Legge e tantomeno della sua osservanza.
È esattamente quello che dice Paolo: «Gesù è morto in croce quando ancora eravamo peccatori» non dopo, quando ci siamo messi a fare i bravi ragazzi!

Questa risposta del "suo popolo" e di ciascuno di noi all'Alleanza richiede una riflessione sul Comandamento, quella parte che non abbiamo elaborato, non perché non fosse importante, ma perché richiedendo una trattazione adeguata esige che le sia concesso lo spazio necessario.

 

Lettura 68      Es 20,22 -23,31                   Il Codice dell'Alleanza                     Prima parte

            Trattiamo prima il Codice dell'Alleanza perché richiede un'elaborazione meno complessa di quella che sarà necessaria per il Decalogo.
            Quando in epoca moderna la critica storica prese in considerazione questa legge ritenne che fosse un codice barbaro, primitivo fatto da gente rozza ed incivile.
Infatti un codice che prevede l'applicazione della "Legge del Taglione" merita tutti gli aggettivi negativi del vocabolario.

Es 21,23 «Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: 24 occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, 25 bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido».

Se però si valuta una legge più antica come quella che troviamo nell'elenco dei discendenti di Caino alla quarta generazione troviamo Lamech che alle mogli Ada e Zilla, dichiara:

Gn4,23 «Lamech disse alle mogli: / «Ada e Zilla, ascoltate la mia voce; / mogli di Lamech, porgete l'orecchio al mio dire: / Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura / e un ragazzo per un mio livido. / 24 Sette volte sarà vendicato Caino / ma Lamech settantasette».

Eppure all'origine di questa stirpe troviamo Caino che dopo avere ucciso il fratello Abele, a Dio che lo chiama a rendere conto del suo gesto, dice:

Gn 4,13 «Disse Caino a JHWH: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, Tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 15 Ma JHWH gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». JHWH impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato».

Il passo non è di facile interpretazione perché Dio, da un lato pone un segno di protezione e dall'altro apre alla possibilità della vendetta. Certo come deterrente, ma sempre di vendetta si tratta.

Però la proposizione nella forma impersonale dovrebbe essere interpretata come "vendetta riservata a Dio" e questo ci porta nella prospettiva presente in parecchi salmi nei quali il giusto, il povero, l'oppresso chiede a Dio di essere vendicato. Ma, appunto, a Dio perché a nessuno è permesso di vendicarsi. (Vedi ad esempio: Sl 5,11; 10,15; 31,18; 54,7, ecc.
Come poi Dio attui questa vendetta è un problema che riguarda esclusivamente Dio stesso perché la sua "vendetta" include anche il pentimento e la conversione del peccatore. (Vedi Sl 51, Miserere).

Allora potremmo dire che nel piano di Dio non c'è la "Legge del Taglione" e che essa è una concessione che Egli fa a quelle società pre rendere possibile la convivenza e limitare i danni causati dalla violenza.
Diversamente potremmo avere una vendetta alla Lamech, senza limiti perché il simbolo connesso al numero settantasette esprime esattamente: "senza limite alcuno".
In definitiva la "Legge del Taglione" svolge la funzione di moderare le dimensioni della vendetta.

            Tornando alle critiche fatte dalla modernità al nostro testo, esse vengono messe a tacere quando nel 1901 uno scavo archeologico porta alla luce il Codice di Hammurabi.

Costui era un re vissuto in Mesopotamia, una delle zone più fertili, ricche e civili di quei tempi. Siamo tra il 1800 e il 1750 a. C., grosso modo lo stesso periodo in cui Abramo abbandona Ur, una città di quel regno, perché JHWH vuole fare per mezzo suo qualcosa di grandioso.
Ebbene il Codice di Hammurabi, che si può facilmente trovare in internet, è composto da 282 articoli e tra di essi è presente anche la "Legge del Taglione" dal 195 in poi.

            Certo che alla nostra sensibilità la Legge del Taglione non può che andare di traverso, ma a quei tempi esistevano altri mezzi per fermare i violenti?
Non esisteva l'idea di ricuperare il colpevole alla società, non esistevano prigioni dove scontare una pena limitata nel tempo, esistevano soltanto le punizioni con tanto di lavori forzati, mutilazioni, schiavitù nelle miniere e pena di morte a go-go.

Ora, se pensiamo ad una cultura nomade, costituita da diversi clan, senza un'autorità statale superiore che istituisca un apparato giudiziario e legislativo, l'unica forma che consenta di limitare: furti di cose e di persone per venderli come schiavi, rapine, violenza sulle donne, omicidi, ecc., non può essere che la vendetta o il timore della vendetta.
La Legge del Taglione costituisce un compromesso che, accettato per secoli da tutti, consente di limitare i danni e soprattutto evitare la nascita di faide tra famiglie all'interno dello stesso clan e tra un clan e l'altro.

            Nella Bibbia troviamo un episodio che mostra chiaramente cosa accade quando questa legge "barbara" (?) non viene applicata. È quanto viene narrato in Gn 34, che non possiamo riportare per motivi di spazio, ma che raccomandiamo di leggere. Si tratta della violenza o supposta tale, subita da Dina, una delle figlie di Giacobbe, che ha avuto come conseguenza finale lo sterminio degli abitanti dell'intera città di Sichem.
Se in quel caso fosse stata applicata la Legge del Taglione sarebbe stata evitata una strage.

            Un ultima cosa. I nostri riferimenti al Codice di Hammurabi non vogliono giustificare la "Legge del Taglione" o altre norme  presenti nel Codice dell'Alleanza, anche perché un'indagine del genere richiederebbe di prendere in esame tutte le leggi degli altri popoli dell'Antico Vicino Oriente e la cosa non ci interessa più di tanto, ma ci servono per esporre un altro principio che la Rivelazione e le Scritture ci suggeriscono.

            Se utilizziamo la classica suddivisione dell'Antico Testamento in tre parti: Torah, Profeti e infine gli Altri Scritti che i cristiani chiamano "Sapienza", scopriamo che quest'ultima parte non è proprietà esclusiva dei giudeo-cristiani, ma è presente, pur in diverse forme, anche in altre culture.
Per usare una asserzione classica, tra Hokmah, sapienza ebraico- biblica e Sofia esistono grandissime somiglianze, tanto che gli antichi Padri greci consideravano Platone il Mosè ellenico.

Questo ci dice una cosa fantastica: Dio sin dall'inizio ha comunicato il suo Logos, (maiuscolo perché il riferimento a Gv 1 non è casuale) a tutti gli uomini «nati sotto il sole» e allora non dobbiamo sorprenderci più di tanto se troviamo perle di saggezza sparse ovunque...
Proprio perché, come ci insegnato Gesù Cristo, Dio è l'Abbà di ogni essere umano approdato su questo pianeta.

 

Lettura 69     Es 20,22 -23,31        Il Codice dell'Alleanza                    Seconda parte

            Se diamo una veloce occhiata al Codice di Hammurabi vediamo subito che le prime due pagine sono impiegate per passare in rassegna tutti gli dèi babilonesi ricordando tutto ciò che essi hanno fatto per il Regno e per Hammurabi stesso, nonché quello che a sua volta il re ha fatto per loro e per il regno.
È un preambolo che intende dare credito al re che promulga la legge, ma appunto una legge "del" re. Infatti esso termina così:

«Quando Marduk mi mandò a regnare sugli uomini, a dare la protezione del diritto al paese, io feci il giusto e ciò che corrispondeva a giustizia in..., e determinai la salvezza degli oppressi».

Quello che ci preme sottolineare è il fatto che quella legge non vanta un'origine divina.
Ben diverso è quello che leggiamo all'inizio del Codice dell'Alleanza

Es 20,22 «Il Signore disse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo».

E possiamo aggiungere che Dio parla a Mosè perché qualche versetto prima era accaduto che:

Es 20,18 «Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano.19 Allora dissero a Mosè: «Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!».20 Mosè disse al popolo: «Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate». 21 Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio».

Se il popolo non avesse avuto paura, potremmo affermare che Dio avrebbe parlato faccia a faccia al Suo popolo.
Allora abbiamo a che fare con una Legge che viene "direttamente" da Dio anche se Mosè fa il portavoce.
"Direttamente" tra virgolette perché non abbiamo un resoconto cronachistico della scena del Sinai. Tra quell'evento e il testo che noi abbiamo ricevuto c'è di mezzo lo Spirito e quindi il lavoro della ispirazione che nel fluire del tempo ha guidato narratori, redattori e copisti che hanno tramandato quegli eventi. Ed è ancora lo Spirito che ci consente di comprendere lo scritto.

            Ora leggendo il Codice dell'Alleanza ci rendiamo subito conto che riflette le condizioni di una società agricola sedentarizzata, pur con qualche nota di pastorizia, quindi una situazione esistente dopo l'insediamento in Canaan, probabilmente, dicono gli esperti, già con monarchia iniziata.

            L'insieme del testo è alquanto complesso perché si tratta di norme che si sono via via adattate ai cambiamenti delle forme storiche e culturali. Comunque vi sono aspetti che possono avere senso anche per il nostro tempo e rifletteremo solo su quelli.
Intanto gli studiosi dividono il materiale nelle due categorie richiamate in Es 24,3:

« Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole / debarim del Signore e tutte le norme / mispatim. Tutto il popolo rispose insieme e disse: Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!».

I debarim, le parole, sono comandi espressi in forma apodittica, imperativa senza "se" e senza "ma". Usano la seconda persona singolare del modo imperativo valido tanto per la persona singola quanto per un "tu" collettivo quindi rivolto al popolo.
Possiamo pensare a Dio che come un padre si rivolge al figlioletto al quale non servono tante spiegazioni e ragionamenti perché il senso del comando è sostenuto dal "legame affettivo".
Esattamente come fa una mamma che al suo piccolino dice: no, scotta... no, cacca... E se quello, diventato più grandicello, inizia con la successione senza fine dei "perché", la mamma ad un certo punto chiude con: "perché lo dico io", cioè una forma di autorità che non è autoritarismo, ma di chi si assume la "responsabilità" della cura. E il bambino accetta perché della mamma si fida.

            Questo materiale apodittico è costituito essenzialmente da precetti cultuali che racchiudono a mo' di cornice  (termine tecnico: inclusione) gli altri precetti di tipo casuistico: i mispatim, che si esprimono attraverso delle condizioni: "se...", "quando...", "qualora..." ecc.
L'apertura del Codice dell'Alleanza riguarda la purezza del culto

Es 20,22 «Il Signore disse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo! 23 Non fate dèi d'argento e dèi d'oro accanto a me: non fatene per voi! 24 Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò. 25 Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. 26 Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità».

La tentazione di aver più di un Dio protettore è sempre presente; il rischio del sincretismo religioso è una costante in tutta la storia di Israele.

Può sorprendere la modalità di costruzione dell'altare, ma si possono dare più spiegazioni:

1- Fare un altare di terra non vuol dire un mucchio di terra, ma mattoni che possono essere cotti o semplicemente essiccati al sole.
2- La pietra tagliata richiama due possibili spiegazioni. La prima riguarda il fatto che i popoli dell'antico Oriente facevano altari monumentali in pietra, ma JHWH non ha bisogno di monumenti. La seconda possibilità è suggerita dal v 25 che accenna alla "lama". Siamo all'inizio dell'età del ferro che rende più facili le costruzioni, ma lo strumento fatto con il nuovo materiale non rispetta la tradizione. Sappiamo, infatti, che le pietre che si useranno per costruire il tempio di Gerusalemme saranno squadrate con attrezzi di pietra.
3- Un altare realizzato con gradini rimanda agli altari cananei e alle ziggurat mesopotamiche e sarebbe un altro cedimento al sincretismo. La spiegazione riguardante le nudità secondo gli studiosi è la glossa di un copista che aveva perduto il significato originale del comando.
4- Non dobbiamo perdere di vista che l'altare sarà fatto « in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome» v24. Allora si tratta di luoghi sacri in cui c'è stata una particolare manifestazione del divino, cioè i santuari.
Ad esempio Betel (casa di El) dove Giacobbe ha visto la scala senza fine che saliva fino al cielo (Gn 28,10ss). Oppure Sichem, il primo luogo in cui Dio si rivolge ad Abramo appena giunto in Canaan e riceve la promessa di una discendenza immensa (Gn 12).
Oppure Silo dove venne "depositata" l'Arca dell'Alleanza quando il popolo arrivò nella Terra.

Poi vi sono molti altri santuari che insieme ai tre citati vennero soppressi quando, costruito il Tempio, tutto il culto venne concentrato esclusivamente a Gerusalemme.
Se è così dobbiamo dire che questo testo è molto antico e probabilmente originario perché il suo comando, chiaramente anti-gerosolimitano, non potè esser rimosso dagli scribi del Tempio.

Questo materiale apodittico, debarim, riprende poi in 22,17-23,19, ma consideriamo solo alcuni passaggi.

Es 22,21 «Non maltratterai la vedova o l'orfano. 22 Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, 23 la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani».

Il tema dell'orfano e della vedova è ricorrente in tutta la Scrittura e si ritroverà anche nei primi secoli del cristianesimo. In linea di massima le donne non erano soggetti che potessero ereditare, per cui se moriva il marito restavano senza sostentamento, quindi orfani e vedove costituivano la strato più a rischio del popolo per cui il comandamento "impone" un particolare riguardo da parte di tutti.

Attenzione il comando è "imperativo" e rivolto a "tu". Se "tu" non lo rispetti, Dio stesso minaccia di usare la spada verso di te. È quella forma di "vendetta" di cui si è parlato nella lettura precedente.
E troviamo anche:

Es 22,20 «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto».

Una protezione è riservata anche allo straniero e chi la deve esercitare non è una "Onlus", ma ancora "tu".
            Quello che può sorprendere è che norme di questo tipo sono elencate tra quelle religiose, tra la condanna della magìa v17 e la bestemmia del nome di Dio v27. M allora il culto riguarda anche...?
Pare proprio di sì, se anche Gesù dice:

Mt 5,23 «Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono».

Un comando che il Rito Ambrosiano richiama durante la celebrazione eucaristica prima dello scambio della pace.

 

 Lettura 70     Es 21,1 -11           Il Codice dell'Alleanza                     Terza parte 

Il primo articolo dei mishpatim, le norme casuistiche, riguarda gli schiavi e precisamente gli schiavi ebrei. Questo sta a dire che il tema della schiavitù è stato sin dall'inizio, un tema molto vivo nel mondo ebraico.

Es 21:1 «Queste sono le norme che tu esporrai loro.
2 Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto. 3 Se è entrato solo, uscirà solo; se era coniugato, sua moglie se ne andrà con lui. 4 Se il suo padrone gli ha dato moglie e questa gli ha partorito figli o figlie, la donna e i suoi figli saranno proprietà del padrone ed egli se ne andrà solo. 5 Ma se lo schiavo dice: Io sono affezionato al mio padrone, a mia moglie, ai miei figli; non voglio andarmene in libertà, 6 allora il suo padrone lo condurrà davanti a Dio, lo farà accostare al battente o allo stipite della porta e gli forerà l'orecchio con la lesina; quegli sarà suo schiavo per sempre. (Vedi anche Dt 15,12 ss. e Lv 25,39 ss.)
7 Quando un uomo venderà la figlia come schiava, essa non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. 8 Se essa non piace al padrone, che così non se la prende come concubina, la farà riscattare. Comunque egli non può venderla a gente straniera, agendo con frode verso di lei. 9 Se egli la vuol dare come concubina al proprio figlio, si comporterà nei suoi riguardi secondo il diritto delle figlie. 10 Se egli ne prende un'altra per sé, non diminuirà alla prima il nutrimento, il vestiario, la coabitazione. 11 Se egli non fornisce a lei queste cose, essa potrà andarsene, senza che sia pagato il prezzo del riscatto».

Il secondo versetto suscita subito un problema perché si parla solo dello "schiavo ebreo". E gli schiavi non ebrei?
Per loro troviamo una norma in Lv 25,44 ss. che trattiamo poi.

            Ma anzitutto dobbiamo dire, d'accordo con tutti gli studiosi, che la nostra nozione di schiavitù non corrisponde ai diversi significati che aveva nell'Antico Vicino Oriente. Per esempio abbiamo già accennato al fatto che non c'è un termine che distingua lo schiavo dal servo, in ebraico come in greco, la differenza deve essere ricavata dall'osservazione dalle modalità di svolgimento del "servizio" in primis la sua durata.
Il problema si complica ulteriormente se si tiene conto delle differenti culture e i continui cambiamenti delle forme storiche di produzione avvenute nel corso del tempo.
Un esame esaustivo di questo tema non può essere trattato in questa sede (vedi bibliografia * ), possiamo però fare un sintetico confronto tra ciò che appare nella Bibbia e quello che accadeva nell'occidente greco-romano la cui tradizione ci è più familiare.

            È noto che nella democraticissima Atene, il grande Aristotele riteneva che gli schiavi non fossero uomini ma cose. D'altra parte il modello di uomo del tempo era quello aristocratico e in particolare il filosofo che non "lavorava", ma "pensava". Gli aristocratici, appunto, costituivano coloro che "democraticamente" prendevano le decisioni riguardanti la polis. Sotto stava la classe dei militari e poi quella degli artigiani. Gli schiavi non appartenevano ad alcuna classe perché non erano cittadini.

            Roma, la più grande macchina da guerra che la storia abbia mai conosciuto, usava l'esercito come mezzo  per procurare mano d'opera a basso costo: i prigionieri e le prigioniere di guerra infatti finivano sui mercati degli schiavi. Si stima che in età imperiale nella città di Roma lo 80% degli abitanti fossero schiavi. Il "pater familias" aveva potere di vita e di morte su tutti i membri della casa, schiavi compresi. L'uso della fustigazione o della flagellazione non era raro e, in caso di fuga il marchio a fuoco impresso sulla fronte mostrava a tutti la tendenza alla fuga di quello schiavo; veniva usata anche la crocifissione come esempio e deterrente per gli altri schiavi della domus.
Solo in avanzata età imperiale si incomincia a proclamare leggi che mitigano questi trattamenti. L'avvento del cristianesimo e il venir meno della possibilità di procurarsi prigionieri di guerra, migliora ulteriormente le condizioni di vita degli schiavi.

            Ora, possiamo dire che in Israele non esisteva questa forma di schiavitù e la ragione più plausibile dipende dal fatto che anche l'ebreo che si trova ai vertici della struttura sociale, non disprezza il lavoro, cosa assolutamente impensabile dal "signore" greco o romano. Per Israele il lavoro dell'uomo è una partecipazione all'opera creatrice di Dio, il quale, anche Lui, per sei giorni ha lavorato e solo al settimo si è riposato. Che sia così ce lo mostra anche la Bibbia nella quale non è presente un comandamento per il lavoro, considerato quasi un atteggiamento naturale dell'uomo, ma solo per il riposo. Non è possibile contare tutte le volte che le Scritture, direttamente o indirettamente, richiamano l'osservanza del riposo del sabato.

Questo riferimento alla religione, Dio che lavora, può essere confrontato con il "Motore Immobile" aristotelico o il mito di Atrahasis diffuso in tutto l'Antico Oriente. Ne abbiamo trattato alla lettura 13.

            L'aspetto più rilevante è che in Israele la schiavitù, per lo schiavo ebreo, è a termine: può durare al massimo sei anni perché l'anno sabbatico, ogni sette anni, e l'anno giubilare, ogni cinquanta anni, riportano tutto alle condizioni originarie.

            I vv 7-11aggiungono tre condizioni di protezione per la donna perché se non esistessero, terminato la schiavitù, non avrebbe più la possibilità di essere maritata con qualcuno.
Ad ogni modo dobbiamo registrare una diversità di trattamento  tra lo schiavo ebreo e lo schiavo non ebreo.

Lv 25,44 «Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. 45 Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. 46 Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell'altro, non lo tratterai con asprezza».

Se c'è di mezzo l'ereditarietà anche l'anno giubilare non assicura la liberazione degli schiavi stranieri. Però dobbiamo ricordare che Israele non è mai stato o non è mai potuto diventare un popolo dominatore quindi non dovette mai avere molti schiavi nel suo territorio.
Tuttavia ci dobbiamo chiedere come questi schiavi non ebrei fossero trattati.
Forse, possiamo trovare una risposta nel III comandamento del decalogo.

Es 20,8 «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: 9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11 Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro».

Allora possiamo dire che almeno nei giorni di sabato tra padrone e schiavo non ci fosse differenza

Possiamo aggiungere che l'estensione dei diritti riservati ai figli d'Israele a tutti gli uomini richiede il passaggio dall'enoteismo (ogni terra ha il suo dio) al monoteismo, cioè alla teologia di un solo Dio che è Dio per tutti gli uomini. Ma questo avverrà progressivamente solo a partire dal profeta Ezechiele e dal DeuteroIsaia nel Post-Esilio.
È nello sviluppo di questa prospettiva ribadita e sviluppata ulteriormente e definitivamente da Gesù Cristo che la teologia, la filosofia e la cultura in genere saranno portate a riconoscere la dignità di ogni uomo e ad abolire la schiavitù. Quanto ad eliminarla integralmente è un problema vivo ancora ai nostri giorni.

            La sensibilità ebraica al tema della schiavitù ci rimanda inevitabilmente all'esperienza dell'Egitto.
Ma la memoria della schiavitù d'Egitto riceveva un "refresh" (termine usato dagli "smanettoni" per significare che le  memorie dei computer di tanto in tanto devono essere riscritte per non perdere i loro contenuti) ad ogni celebrazione pasquale, vale a dire: tutti gli anni in occasione della festa più importante del calendario, la Pasqua.

Es 13, 8 «In quel giorno tu istruirai tuo figlio: È a causa di quanto ha fatto JHWH per me, quando sono uscito dall'Egitto. 9 Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge di JHWH sia sulla tua bocca. Con mano potente infatti JHWH ti ha fatto uscire dall'Egitto. 10 Osserverai questo rito alla sua ricorrenza ogni anno.[...] 14 Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente JHWH ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile. 15 Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, JHWH ha ucciso ogni primogenito nel paese d'Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico a JHWH ogni primo frutto del seno materno, se di sesso maschile, e riscatto ogni primogenito dei miei figli. 16 Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un ornamento fra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente JHWH ci ha fatti uscire dall'Egitto».

Questa era la catechesi che ogni anno i bambini ebrei ricevevano, e ricevono anche oggi, "mentre celebrano" la Pasqua. "Mentre celebrano" perché il rito prescrive la catechesi che inizia con la domanda del figlio:«Che cosa è questo»?  E si tratta di una cerimonia famigliare alla quale tutti portano la loro "partecipazione" a partire dall'accensione del candelabro, che compete alla madre, alla preparazione dell'agnello, alla raccolta delle erbe amare, all'abito da viaggio, ecc.
La risposta  del padre, che ha il suo nucleo principale al v15, esprime anche il senso del comandamento, che proviamo ad esprimere in un linguaggio meno "aulico".

«Io faccio questo perché JHWH mi ha liberato dalla schiavitù d'Egitto. E se non mi avesse liberato, oggi, io non sarei qui a parlarti e tu ad ascoltarmi. E poi mi ha detto di fare questo rito come memoria di quanto Lui mi ha fatto. Ma se mi avesse chiesto di stare in equilibrio sulle mani o qualunque altro gesto, per strampalato che sia, io lo farei... Per il semplice fatto che JHWH mi ha liberato. Punto!».

Quindi il comandamento non trova giustificazioni scientifiche, mediche, salutistiche, dietetiche, ecc., la sua ragione è semplicemente: «perché JHWH mi ha liberato».
Ma non dobbiamo perdere di vista che tutto è iniziato là, nel delta del Nilo, più di 3200 anni fa quando la curiosità di un principe egiziano in esilio l'ha portato ad avvicinarsi ad un roveto che ardeva senza consumarsi.

Anche noi dobbiamo ritornare di tanto in tanto a quel roveto perché il suo messaggio non vada perduto.
Per noi quel roveto si chiama: "Liturgia".

* Per un esame puntuale su questo argomento si possono suggerire i seguenti testi:
B. Maggioni, Uomo e società nella Bibbia, J B.
Giuseppe De Gennaro a cura di, Lavoro e riposo nella Bibbia, Edizioni Dehoniane, Napoli
Franco Riva, La Bibbia e il lavoro, Edizioni Lavoro.
AA. VV., Per una teologia del lavoro, Edizioni Dehoniane Bologna. 

 

 Lettura 71     Es 21,12 - 22,15      Il Codice dell'Alleanza         Quarta parte

Es 21,12 «Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte. 13 Però per colui che non ha teso insidia, ma che Dio gli ha fatto incontrare, io ti fisserò un luogo dove potrà rifugiarsi. 14 Ma, quando un uomo attenta al suo prossimo per ucciderlo con inganno, allora lo strapperai anche dal mio altare, perché sia messo a morte».

I versetti 21,12-36 sono mishpatim, norme casuistiche, che riguardano i reati contro le persone.
Tra di essi gli studiosi rilevano che i vv 12-17 facevano parte dei "debarim" cioè norme apodittiche, imperative che non si trovano più nella loro collocazione originaria.
Anche la nostra traduzione permette di cogliere una tonalità imperativa assente negli altri versetti.
Ancora una volta la legge del taglione la fa da padrone come si vede subito dal v 12. Tuttavia il versetto successivo mitiga la pena nel caso che l'uccisione sia stata accidentale.

            Un caso particolare è costituito dal v 15: «Colui che colpisce il padre e la madre sarà messo a morte».
La preoccupazione costante del "Codice dell'Alleanza" è la difesa della vita e il padre e la madre sono donatori di vita per cui il rispetto dovuto ad essi è lo stesso di quello dovuto alla sorgente della vita; questo spiega la gravità della pena inflitta al trasgressore.

            Il v 16 «Colui che rapisce un uomo e lo vende, se lo si trova ancora in mano a lui, sarà messo a    morte»,
mette in luce un tipo di reato quasi sconosciuto nel nostro mondo: rapire delle persone per venderle come schiavi.

Una prassi ancora in uso negli Stati Uniti quando gli stati del sud ammettevano la schiavitù: perché andare a prendere i neri in Africa?, basta fare un salto in qualche stato del Nord, metti i primi che trovi su un carro e quando hai passato il confine hai degli schiavi a tutti gli effetti, senza diritti civili, che puoi vendere a qualche agricoltore per coltivare il cotone.

20 «Quando un uomo colpisce con il bastone il suo schiavo o la sua schiava e gli muore sotto le sue mani, si deve fare vendetta. 21 Ma se sopravvive un giorno o due, non sarà vendicato, perché è acquisto del suo denaro».

"Fare vendetta" vuol dire praticare lo stesso trattamento, cioè il padrone sarà messo a morte.

26 «Quando un uomo colpisce l'occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, gli darà la libertà in compenso dell'occhio. 27 Se fa cadere il dente del suo schiavo o della sua schiava, gli darà la libertà in compenso del dente».

Questi due versetti segnano un passo importate verso il riconoscimento della dignità dello schiavo perché una semplice ferita, come la rottura di un dente, ha come conseguenza l'affrancamento dalla schiavitù.
Essi sono chiaramente in tensione con il v 21 per cui dovrebbero essere di acquisizione successiva.

Il codice di Hammurabi prescriveva un risarcimento al padrone dello schiavo se la ferita era prodotta da un terzo. E se era commessa dal padrone?
I vv 28 ss. costituiscono una serie di mishpatim che oggi chiameremmo "Norme di sicurezza sul lavoro" o "Norme antinfortunistiche". Come si vede anche in questo caso le pene sono molto severe comprendendo perfino la pena di morte per il proprietario che non sorveglia il bovino solito a caricare.
            v33 tratta dell'indennizzo a carico di chi ha lasciato una cisterna o un pozzo senza protezione che costituisce una sorta di trappola per gli animali. Però non si dice nulla se vi cade un uomo forse perché è compreso nel caso di omicidio non intenzionale.
            22,4-13 sono un altro gruppo di mishpatim che riguardano il furto e la custodia di animali che si risolvono con un indennizzo. Potrebbe sembrare banale legiferare sulla custodia di animali, ma come si usava anche nei pascoli alpini, i pastori non erano sempre proprietari di tutta la mandria o di tutto il gregge perché chi aveva pochi capi li consegnava, dietro compenso, agli alpigiani perché passassero l'estate negli alpeggi. Evidentemente anche nell'antico Israele si praticava questa usanza tanto che i Vangeli trattano la figura del "Buon Pastore" contrapposta a quella del "mercenario", il salariato.

            B. G. Boschi, Esodo, San Paolo, riporta molti confronti tra queste leggi e quelle di popoli vicini che, in linea di massima, prevedono sanzioni o indennizzi molto più severi rispetto a quelle del nostro testo.

Più frequente è anche l'applicazione della pena di morte, che è comunque un gesto crudele "eseguito pubblicamente" in compensazione di un gesto crudele "eseguito privatamente".
Se poi l'esecuzione pubblica è praticata mediante la lapidazione, oltre ad accrescere la crudeltà del supplizio, non permette di individuare il lanciatore della pietra mortale. Allora, nessun responsabile?
In realtà acquista particolare rilievo il lancio della prima pietra proprio perché il primo lanciatore dà il via e, in qualche modo, autorizza e "giustifica" il gesto di tutti gli altri.

Solo quando il primo lanciatore viene messo di fronte alla sua responsabilità, quell'atto di "giustizia"mostra tutta la sua falsità. «Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» appunto... e sappiamo come è finita.

            Si abbia il coraggio di andare fino in fondo e dire che le strutture sociali, passate e presenti, nostra compresa, senza un po' di ingiustizia, senza un tributo di sofferenza applicato a questo o a quello, non riescono a stare in piedi.
È sempre necessario eliminare lebbrosi, prostitute, pazzi, devianti, peccatori... insomma tutti quelli che non rispondo alla specificazione di "persona normale". 

Siamo ancora lontano anni luce dalla "Giustizia" di Colui che dice: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno».

 

 Lettura 72     Es 22,17 - 22,22                  Il Codice dell'Alleanza                     Quinta parte

            Con Es 22,17 sono abbandonati i comandi casuistici, i mishpatim, e si presentano le norme apodittiche, imperative chiamate "debarim", cioè "parole", come quelle del Decalogo, le "Dieci Parole", appunto.
Le prime tre "parole" possono essere accostate perché prevedono la pena di morte del trasgressore.

            v17:«Non lascerai vivere colei che pratica la magia».

Alcuni commentatori intendono la prima parte del versetto come "bandire", ma troviamo leggi analoghe anche nei popoli vicini, segno che la "magia" era un problema molto sentito.
Dal punto di vista civile le varie forme di magia: divinazione, consultazione dei defunti, predizioni del futuro, cartomanzia, gettare il malocchio, ecc. sono un modo per ottenere facilmente soldi da chi si trova in difficoltà.

Dal punto di vista teologico la magia è particolarmente contraria e ostile a Dio. A differenza della preghiera in cui l'orante chiede una grazia, ma poi accetta la volontà di Dio e il suo disegno, la magia pretende di sottoporre Dio o gli dèi, alla volontà dell'uomo. Quindi è guerra aperta!

Però dobbiamo dire che nonostante questo comandamento, la magia resta presente in Israele come testimonia ad esempio 1 Sam 28 in cui si racconta come addirittura il Re Saul andò a consultare la maga di Endor.
Le numerosissime invettive profetiche contro queste usanze fanno supporre che la magia fosse largamente praticata. D'altra parte anche oggi... perfino in televisione!

             v18 «Chiunque si accoppia con una bestia sia messo a morte». Ma l'ebraico è più imperativo:
            «Chi giacente con una bestia morire morirà».

Forse si può pensare a tempeste ormonali di pastori costretti a vivere per lunghi periodi nel deserto in solitudine e senza donne, però in quelle culture esistevano forme di bestialità cultiche, praticate a Babilonia, a Ugarit. Gli Hittiti, più raffinati, la vietavano solo con certi animali. Il mito greco del Minotauro poi, non ha bisogno di commenti.
Quindi effettivamente non è in gioco solo la morale sessuale, ma soprattutto l'idolatria.

            v19 «Il sacrificante agli dèi, escluso JHWH, sarà votato allo "herem" (anàtema, sterminio)».

Scrive B. Boschi, Esodo, San Paolo:

«Il peccato di idolatria è ritenuto talmente grave da costituire l'unico caso in cui il colpevole è "votato" a Dio per essere messo a morte. In quanto "votato" non può essere riscattato, cioè sostituito da un animale, come accade per tutti i figli primogeniti».

Il tema dello herem appare frequentemente  nei racconti dell'insediamento in Canaan quando anche intere città erano votate allo sterminio: persone, animali, cose perché non ci fossero contaminazioni religiose o idolatriche.

A titolo esemplificativo consigliamo di leggere Gs 6, presa e sterminio di Gerico e successivamente Gs 7 in cui si narra come Acàn, che aveva trasgredito allo herem di Gerico viene a sua volta sottoposto allo stermino insieme a tuta la sua famiglia. Il racconto termina così:

Gs 7,24 «Giosuè allora prese Acan di Zerach e l'argento, il mantello, il lingotto d'oro, i suoi figli, le sue figlie, il suo bue, il suo asino, le sue pecore, la sua tenda e quanto gli apparteneva. Tutto Israele lo seguiva ed egli li condusse alla valle di Acor. 25 Giosuè disse: «Come tu hai portato sventura a noi, così il Signore oggi la porti a te!». Tutto Israele lo lapidò, li bruciarono tutti e li uccisero tutti a sassate. 26 Eressero poi sul posto un gran mucchio di pietre, che esiste fino ad oggi. Il Signore allora desistette dal suo tremendo sdegno. Per questo quel luogo si chiama fino ad oggi Valle di Acor».

Però dall'archeologia sappiamo che quando gli ebrei arrivarono nella valle del Giordano, la città di Gerico, con le sue famose e possenti mura, era già un cumulo di rovine da un paio di millenni. Allora questi racconti sarebbero una eziologia che spiega le rovine di Gerico e il nome della valle di Acor, che vuol dire: "rovina".
In definitiva, racconti didattici che insegnano il comportamento corretto.

Molto importante, non dobbiamo perdere di vista un fatto che i sacrifici agli dèi comportavano anche quello dei bambini come viene esplicitamente condannato da:

Dt 12,29 «Quando il Signore tuo Dio avrà distrutto davanti a te le nazioni che tu stai per prendere in possesso, quando le avrai conquistate e ti sarai stanziato nel loro paese, 30 guardati bene dal lasciarti ingannare seguendo il loro esempio, dopo che saranno state distrutte davanti a te, e dal cercare i loro dèi, dicendo: Queste nazioni come servivano i loro dèi? Voglio fare così anch'io. 31 Non ti comporterai in tal modo riguardo al Signore tuo Dio; perché esse facevano per i loro dèi quanto è abominevole per il Signore e che Egli detesta; bruciavano nel fuoco perfino i loro figli e le loro figlie, in onore dei loro dèi».

Anche i profeti denunciano la pratica del sacrifici dei figli con una frequenza sconcertante.
 

L'idea pagana del sacro mostra quanto esso possa essere distruttivo, ma la tradizione giudeo-cristiana ha sempre cercato di eliminare o limitare questi aspetti inumani.

Es 22,20 «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto.21 Non maltratterai la vedova o l'orfano. 22 Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, 23 la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani».

Il forestiero in una società "sparsa" costituita da tanti piccoli gruppi, senza un forte autorità statale, non può disporre della protezione del suo clan perché egli è isolato.
Si noti che si parla dello "straniero" al singolare e perciò si deve essere guardinghi nel proiettare su larga scala questo comandamento. Infatti se i forestieri fossero centomila il problema non sarebbe più religioso, ma politico. Anche se questo non consente di lavarsene le mani.
La protezione è richiesta anche per l'orfano e la vedova che hanno perso il sostentamento, non solo economico ma anche giuridico, del padre - marito. Ovviamente il comando è rivolto in prima battuta ai parenti e poi a tutto il clan che non può rimanere indifferente.
In questo senso se non si fa avanti un "goèl", cioè: "riscattatore" e se non facesse confusione potremmo dire: redentore, che difenda il debole troverà un "Goèl" in Dio stesso... e con Lui dovrà fare i conti.

La traduzione letterale del v 22 è fortemente imperativa perché usa quei raddoppiamenti del verbo, inesistenti nella lingua italiana, che intensificano il valore dell'azione:

v 22«Se maltrattare maltratterai lui allora se gridare grida a Me allora Io ascoltare ascolterò il suo "grido". Si infiammerà la mia irae e ucciderà voi con spada e saranno vedove le vostre donne e orfani i vostri figli».

Stiamo ancora parlando dello stesso grido di Es 3,7 (Lettura 14). Là era il popolo oppresso che "gridava". Adesso è lo straniero che vive presso quello stesso popolo, il quale, straniero, viene "con-fuso" con l'orfano e la vedova che a loro volta: «gridano».

Stiamo parlando di lamento che si fa "grido" e non di preghiere, candele, incensi, liturgie, ecc... che da parte di Dio sono: «... ascoltare ascolterò».
Per il semplice fatto che il nostro Dio è sensibile alle condizioni di vita di ogni uomo, qualunque sia la sua lingua e il suo colore.

 

Lettura 73      Es 22,24 - 25            Il Codice dell'Alleanza                     Sesta parte

Non è facile fare un discorso rigoroso e sintetico sul tema del prestito / interesse / usura, perché è un argomento che ha subito profondi cambiamenti nel corso della storia. Già il codice di Hammurabi 1700-1800 a. C. contiene alcuni articoli che lo riguardano perché l'interesse a fronte di un prestito non deve diventare usura.

Anche a noi risulta semplice dire che l'interesse non deve diventare usura, ma non è altrettanto semplice stabilire il discrimine tra l'uno e l'altra.
Se presto un oggetto che non uso, è corretto che chieda un compenso posto che l'oggetto non si usuri? Ma se presto del denaro con cui tu hai prodotto una grande ricchezza non è lecito che io partecipi ad una parte di quella ricchezza aggiuntiva?
Noi diamo per scontato che un prestito in danaro frutti interesse, tant'è che teniamo in tasca quanto serve per le spese correnti e il resto è depositato presso una banca, che dovrebbe dare un interesse. Prestato a sua volta a imprenditori e famiglie esso è in grado di contribuire a produrre dei beni che prima non c'erano. Allora è accettabile che chi ha prestato abbia una quota di quella nuova ricchezza. Poi, sai, c'è l'inflazione, la svalutazione, ecc...

Ma se il prestito riguarda la possibilità di superare un periodo di penuria o di carestia come accadeva spesso nelle società agricole in conseguenza della perdita del raccolto per una semplice gelata, un' epidemia tra gli animali, ecc. e oggi dovremmo parlare di disoccupazione, è ancora lecito parlare di interesse per un prestito?
A maggior ragione ci rendiamo conto che il confine tra interesse e usura/strozzinaggio è alquanto mobile.

Il brano biblico oggetto della nostra lettura non sembra riferirsi ad una realtà economica come la nostra, però ha molto da dirci.

Es 22,24 «Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all'indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio voi non dovete imporgli alcun interesse».

Avevamo visto nelle letture precedenti che chi non fosse in grado di onorare i suoi debiti si vendeva come schiavo magari dopo avere già venduto figli e figlie e probabilmente è questo lo scenario in cui è pensato il nostro testo.
L'ebraico distingue tra interesse e usura solo per la finale dei due termini: la "h" in un caso la "k" che tuttavia dal punto di vista fonetico non si differenziano, quindi possiamo dire che appartengono alla stessa radicale che è quella del verbo "mordere".

Abbiamo già avuto modo di dire che anche nella nostra lingua i termini astratti hanno tutti un riferimento "empirico"; se posso dire che una persona è di carattere "ruvido" è perché sappiamo cos'è la carta vetrata; se diciamo che è "dolce" è perché conosciamo la differenza tra lo zucchero e il limone e così via. Così fa anche l'ebraico, che nel nostro caso rende il concetto di "interesse" con "mordere", tanto che Rashi, uno studioso ebraico medievale, così commenta: «L'interesse assomiglia al "morso" di un serpente... una piccola ferita al piede di una persona che al momento non si accorge, ma poi il piede si gonfia e così tutto il corpo».

E noi potremmo aggiungere che a furia di "mordere" non resta più nulla di quel corpo.

Ci rendiamo conto che in questo caso si sta parlando di ciò che chiameremmo "usura", però nel complesso la differenza tra interesse ed usura dipende dalle condizioni di colui che si trova nel bisogno, che è l'immagine a cui sembra riferirsi il nostro passo.

Se facciamo una traduzione letterale del versetto 24 leggeremmo così:

v24«Se presti argento a uno del mio popolo nel bisogno non sarai per lui "nosheh" (uno che morde) non imporrete a lui "neshek" (morsi)».

Addirittura i versetti successivi tendono ad eliminare anche il pegno per il prestito:

25 «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, 26 perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando "griderà" a me io lo ascolterò perché hanan (pietoso) io sono».

Avevamo incontrato "hanan" alle letture 57 e 59 e avevamo detto che "hanan" si può rendere solo con un'immagine: una mamma "chinata" sul suo piccolino.
E ancora una volta ritroviamo il "grido" che diventa preghiera efficace.

Il libro del Levitico è ancora più preciso:

Lv 25,35 «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa' vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. 38 Io sono JHWH vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d'Egitto, per darvi il paese di Canaan, per essere il vostro Dio».

Qui viene motivato anche il perché di questo comportamento verso il fratello, che dà un significato tutto particolare al comandamento: non è perché il fratello lo meriti, ma perché «...Io vi ho fatto uscire dal paese d'Egitto».

 Dobbiamo comunque sottolineare che questo comportamento in relazione al "prestito senza interesse" vale solo per quelli del "mio popolo", non per i gentili.

Ora, il cristianesimo primitivo prende alla lettera questo testo nonché:

Lc 6,32 «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33 E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35 Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi».

E anche il motivo di tale comportamento è analogo a quello dell'antico precetto: «... perché Dio è benevolo (hanan?) verso gli ingrati ed i malvagi».

Ne segue che i cristiani prestano senza richiedere degli interessi.
Al contrario gli ebrei prestano ad interesse ai cristiani, che non appartengono al loro popolo, perché non hanno alcun comandamento che lo vieti.
Questa situazione costituisce la radice che porterà alla formazione delle grandi banche ebraiche in Europa.
Non è questo il luogo per tracciare una storia finanziaria ma possiamo aggiungere che con la ripresa economica del 1200 e il passare del tempo anche i cristiani accettano il prestito con interesse.

Oggi, però, siamo arrivati non solo all'interesse ma anche alla rendita dell'investimento valutata non tanto in termini di produzione di beni e servizi, ma esclusivamente  di rendimenti finanziari spiccatamente speculativi.
L'ammonizione di "restituire il mantello"di es 22,25 è completamente disattesa.
Anzi, se si tratta di fare soldi, non solo non si restituiscono i mantelli, ma si "fregano" milioni di mantelli.
L'unica precauzione è quella di fare bene i conti...
Dimenticando, però, che c'è anche Qualcun Altro che fa i Suoi conti!

 

Lettura 74      Es 23,1- 9      Il Codice dell'Alleanza                     Settima parte

Il capitolo 23 inizia con l'esposizione di alcuni "debarim", cioè, "parole" apodittiche che trattano del comportamento da tenere nei tribunali.

Non si pensi ai nostri palazzi di giustizia e alle schiere di magistrati e avvocati che le frequentano: professionisti della giurisprudenza. Nel periodo premonarchico e anche più avanti si giudicava fuori dalle porte della città perché ai quei tempi le città venivano costruite senza piazze e se si doveva radunare molta gente bisognava uscire dall'abitato.
I giudici erano degli anziani o dei saggi che in qualche modo conoscevano le leggi o, piuttosto, le tradizioni. Quindi  tutto si svolgeva in breve tempo, compresa l'esecuzione della sentenza.

I versetti 1-3 e 6-9 sonno omogenei per forma e contenuto ma sono interrotti dai vv 4-5 che riguardano i doveri verso i nemici e dovrebbero appartenere alle sezione delle norme casuistiche, i mishpatim, per il modo in cui sono formulati.

            I vv 1-3 riguardano i testimoni e siamo rimandati al 9° comandamento delle "Dieci Parole" o  "Decalogo" che recita semplicemente:

Es 20,16 «Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo»

però, nel nostro caso l'argomento viene approfondito. Esaminiamo il testo passo passo.

Es 23:1 «Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia».
v1a «Non spargerai false dicerie».

Già la semplice diceria, il chiacchiericcio, la mormorazione è uno strumento che incrina la reputazione del prossimo, la sua immagine e favorisce le spaccature tra persone e gruppi fino a fare nascere inimicizie e conflitti che non hanno alcun fondamento oggettivo. Questa "parola" ci riguarda da vicino se pensiamo alla valanga di chiacchiere che ogni giorno raggiungono i nostri timpani soprattutto quelle che partono dai media.

La seconda parte riguarda un comportamento ancora più grave perché tratta di una vera e propria falsa testimonianza.
Il racconto della vigna di Nabot (1 Re 21ss- Lettura 17 su commento a Elia) illustra molto bene tanto il tema della falsa testimonianza quanto lo svolgimento di un processo immediatamente seguito dall'esecuzione della sentenza.

v2 «Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia».

Questi versetti mettono a fuoco un pericolo molto più sottile in cui può incorrere un testimone: essere influenzato dalla maggioranza quasi che la verità dipenda dal numero. E oggi nel clima di sondaggi demoscopici che ti colpiscono a raffica...
Ebbene, nei tribunali ebraici, quando un imputato era condannato a morte, la sentenza non veniva eseguita se almeno un giudice non fosse stato contrario a quel verdetto: l'unanimità dei giudici era sospetta!

v3 «Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo».

Questo versetto segnala il pericolo opposto. Se l'alto numero dei pareri concordi può suggerire al testimone di accodarsi alla maggioranza, le condizioni miserevoli dell'imputato o di uno contendenti può spingere a schierarsi con esso. Questo apre al tema del vittimismo attuale anche oggi: basta avere una qualche "diversità" rispetto una presunta "normalità" per pretendere un'infinità trattamenti di favore. Le condizioni miserevoli, la razza, l'istruzione, le difficoltà incontrate nella vita, ecc. non possono essere usate per vantare diritti o di addirittura di avere ragione, pena la mortificazione della verità e l'azzeramento della responsabilità personale.

v6 «Non farai deviare il giudizio del povero, che si rivolge a te nel suo processo».

Neanche la condizione di povertà può giustificare un trattamento di favore.
L'indigenza non giustifica il ripiegamento di una coscienza retta.

v7 «Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l'innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole».

La seconda parte è più che evidente, ma la prima parte segnala una precauzione di cui tenere conto per non incorrere in un "errore giudiziario". E, forse, questo oggi è più difficile che allora.

v8 «Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ha gli occhi aperti e perverte anche le parole dei giusti».

Il comando è radicale! Non dice che non ti dovrai lasciare influenzare dai doni, che non dovrai accettarli per alcun motivo, perché sicuramente la capacità di giudizio potrebbe risultare alterata: "il dono acceca gli occhi"!

v9 «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d'Egitto».  

Questo versetto tratta ancora la non oppressione del forestiero, che abbiamo approfondito nella lettura precedente.
Il richiamo in un contesto giuridico fa riflettere che lo straniero, per motivi di cultura, lingua, comprensione, ecc. è più esposto forme di ingiustizia.
Il tema dello straniero è un argomento particolarmente importante agli occhi di Dio. Forse perché Dio sin dall'inizio della sua rivelazione vuole comunicare qualche seme di universalità.

            Complessivamente tutte queste condizioni da osservare nell'esprimere un giudizio sono fondate sulla fede che solo Dio conosce perfettamente le situazioni, anche le più nascoste e solo il suo giudizio non può sbagliare. Allora il giudizio degli uomini deve regolarsi sulla giustizia di Dio e allora le precauzioni da osservare non sono mai troppe.

v4 «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. 5 Quando vedrai l'asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo».

Si vede subito che è cambiato l'argomento e potremmo definirlo: una prima nota di amore per il nemico che assume anche forma di protezione della Creazione.
Un asino che vagava senza meta a quei tempi, rischiava di fare una brutta fine. Ad esempio 2 Re 1 narra di quarantadue bambini sbranati da due orse. Di Davide, ancora fanciullo, si dice che con le sole mani uccise un leone che aveva attaccato il gregge che lui custodiva. A maggior ragione un asino che va in giro da solo finiva per diventare il pasto di qualche belva.

Qualcosa di simile vale anche per il v5 perché la caduta di un asino sovraccaricato, che può facilmente portare alla frattura di una zampa, comporta l'uccisione dell'animale, come ancora oggi succede per i cavalli.
Può sorprendere una cura di questo genere verso le cose del nemico, ma abbiamo a che fare con lo stesso Dio che a suo tempo proclamerà:

Mt 5,43 «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

E anche in questo caso, come nella lettura precedente,  il modello di comportamento non è un codice teorico basato sul buon senso, ma «perché il Padre vostro celeste fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti».

Allora secondo Gesù il semplice non fare differenza «tra malvagi e buoni, tra giusti ingiusti» si chiama "perfezione".

 

Lettura 75      Es 23,10-19              Il Codice dell'Alleanza         Ottava e ultima parte

            Gli ultimi versetti del c 24 non appartengono al codice dell'Alleanza, ma alle parti successive e indicano il modo in ci avverrà l'insediamento nella Terra. Tra l'altro è presentata l'idea biblica di guerra santa: una guerra combattuta da JHWH per il suo popolo. Concezione ben diversa da quella corrente, soprattutto islamica: una guerra combattuta per Dio.

            Come abbiamo visto il Codice dell'Alleanza si era aperto con delle norme cultuali Es 20,22-26 che abbiamo trattato nella Lettura 69, e ora si chiude ancora con norme cultuali.

L'anno sabbatico

Es 23, 10 «Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto, 11 ma nel settimo anno la lascerai riposare [Cei: non la sfrutterai] e la lascerai incolta: ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo e di ciò che lasceranno ne mangeranno le bestie della campagna. Così farai per la tua vigna e per il tuo oliveto.
12 Per sei giorni farai i tuoi lavori, ma nel settimo giorno tu smetterai affinché riposi il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e lo straniero.
13 Osserverete [shamar] tutto quello che vi ho detto: non pronunciate il nome di altri dèi: non si sentano sulla tua bocca»!

Forse l'anno sabbatico per la terra è una forma primitiva di rotazione delle culture. Se si continua a seminare lo stesso prodotto, esso sottrae dal terreno sempre le stesse sostante nutrienti che, esaurite, rendono improduttivo il campo per quel prodotto. L'alternanza evita questo inconveniente. Ad esempio è noto che i legumi fissano nel terreno l'azoto dell'aria il quale è uno degli elementi fondamentali per la crescita dei vegetali, mentre altri lo assorbono completamente. Si sa anche che lasciando il terreno all'aria arato grossolanamente, cattura l'azoto atmosferico. 

Quanto fosse efficace questa tecnica di sei anni contro uno, può essere discutibile. Sappiamo che in Europa, già nel Medioevo, era usata la tecnica dei tre campi nel senso che ogni tre anni un campo era lasciato a riposo.
Abbiamo anche visto l'importanza dell'anno sabbatico (Lettura 70) perché in esso venivano liberati gli schiavi ebrei, condonati i debiti, ecc., il che ci fa cogliere l'aspetto positivo della norma, ma la sua attuazione non era priva di rischi.
Un anno senza raccolti significa che si doveva vivere con le scorte dei raccolti avvenuti negli anni precedenti, ma esse dipendevano da diversi fattori. Una gelata primaverile, una malattia fungina, un attacco di parassiti, la tipica invasione di cavallette e soprattutto, in quel clima, l'andamento delle piogge e la loro quantità potevano far sì che all'inizio dell'anno sabbatico i magazzini fossero vuoti.

E poi, come sarebbero stati i raccolti nell'anno successivo? Le carestie erano alquanto frequenti. 1 Re 17ss. rende l'idea di cosa accadde nel Regno del Nord durante una siccità durata ben nove anni.

In definitiva l'anno sabbatico richiedeva un impegno e una fiducia in Dio molto grandi.

E questo ci riporta nuovamente a riflettere sul senso teologico del Comandamento come "segno" del volere rimanere fedeli all'Alleanza e ci libera anche dal tentativo di trovare spiegazioni scientifiche dedotte dalle tecniche agricole di quei tempi.

            Era rispettato il Comandamento dell'anno sabbatico?

Anzitutto i testi non ci dicono se l'anno sabbatico fosse contemporaneo per tutto il paese oppure se ogni proprietario seguisse una sua particolare cadenza. Ricordiamo che non esisteva un calendario universale e la data era riferita all'anno di incoronazione del sovrano e quando Israele si divide abbiamo due regni, due re e quindi due calendari. Poi il Regno del Nord viene conquistato dagli assiri e cambia calendario.
Neanche l'inizio dell'anno è coincidente perché in certi periodi viene fatto iniziare in primavera ed in altri in autunno.

Però, per rispondere alla nostra domanda ci aiuta il libro del profeta Geremia che riporta un fatto importante. Siamo attorno al 595 - 580 a. C., Gerusalemme è assediata dall'esercito babilonese condotto da Nabucodònosor, la situazione si fa sempre più grave per cui il re e tutto il popolo decidono di mettere in pratica ciò che prescrive la Legge:

Ger 34,10 «Tutti i capi e tutto il popolo, che avevano aderito all'alleanza, acconsentirono a rimandare liberi ognuno il proprio schiavo e ognuno la propria schiava, così da non costringerli più alla schiavitù: acconsentirono dunque e li rimandarono effettivamente; 11 ma dopo si pentirono e ripresero gli schiavi e le schiave che avevano rimandati liberi e li ridussero di nuovo schiavi e schiave».

Questo ci dice che anche di fronte ad una situazione più che drammatica, di lì a poco Gerusalemme cadrà e verrà distrutta, neanche in tale frangente viene rispettato il comandamento dell'anno sabbatico.
Allora la trasgressione all'Alleanza non è avvenuta solo nell'episodio del Vitello d'oro, ma è una costante di questo popolo "di dura cervice".
Se essa resiste nella storia è solo perché Dio è fedele, Lui sì, alla sua alleanza ed è sempre pronto a perdonare il suo popolo.

Le feste liturgiche

Es 23, 14 «Per tre volte all'anno mi festeggerai:
15 Osserverai la festa degli azzimi: mangerai azzimi durante sette giorni, come ti ho ordinato, nella ricorrenza del mese di Abib, perché in esso sei uscito dall'Egitto. Non si dovrà comparire davanti a me a mani vuote.
16 Osserverai la festa della mietitura, delle primizie dei tuoi lavori, di ciò che semini nel campo; la festa del raccolto, al termine dell'anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi.
17 Tre volte all'anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio.
18 Non offrirai con pane lievitato il sangue del sacrificio in mio onore e il grasso della vittima per la mia festa non starà fino al mattino. 19 Il meglio delle primizie del tuo suolo lo porterai alla casa del Signore, tuo Dio. Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre».

Rileviamo che le feste prescritte sono tre:

1- La "festa degli Azzimi" (a-enzimi, senza enzimi), una festa primaverile durante la quale si mangia pane senza lievito in attesa che fermenti la farina del primo raccolto (vedi Lettura 26).
2- La "festa della mietitura" che avviene dopo cinquanta giorni o sette settimane.
3- La "festa del raccolto o tende", celebrata in autunno al termine del raccolto delle olive e dell'uva.

Come si vede  si tratta di antiche feste agricole che vengono "teologizzate": «tre volte all'anno mi festeggerai».
Così gli Azzimi diventa Pasqua: uscita dall'Egitto e con diverso significato sarà accolta nel cristianesimo come memoria della risurrezione di Gesù Cristo.
La festa della mietitura diventerà "Pentecoste": memoria del dono della Legge sul Sinai che passerà nel cristianesimo come memoria del dono della Nuova Legge: lo Spirito Santo.
Nell'ebraismo rimane la festa delle Tende come inizio dell'anno nuovo secondo l'usanza del regno del Nord.

La "teologizzazione: «mi festeggerai» richiede allora una sosta che faccia memoria della storia della Salvezza: la Liberazione, la Legge, la Terra e così "contemplare" l'opera di Dio nell'oggi di ogni credente.

Ma c'è di più, perché a queste tre feste viene aggiunta anche la festa a cadenza settimanale, il sabato.
Così il senso della festa secondo la Bibbia significa: riscattare il tempo dal grigiore e dall'insignificanza e viverlo come apertura al "tempo di Dio" che fa tutt'uno con il suo amore salvifico. Nella festa Dio introduce il "Suo tempo" nella cronologia umana e dà un senso al passato al presente, al futuro. Ci libera dalla "dittatura del presente"! (A. Manara, Questioni sul credere oggi, pg 19).

La festa trasforma il tempo cronologico, la differenza tra un prima e un poi, secondo Aristotele, in un tempo umano: quel tempo così come viene colto dalla coscienza, che non segue il calendario, ma il criterio di eventi "umani"significativi: la nascita del primo figlio, la morte della mamma, il giorno del matrimonio, il primo sì , il giorno della laurea, ecc. che Agostino definisce: "distensione dell'anima".

Ecco perché la festa deve essere il giorno o il "tempo" della condivisione: con tutta la famiglia, con tutti i fratelli, con gli amici, con i vicini, con..., con... con Dio.

Già, ma io alla domenica preferisco andare al supermercato....... !?!

 

Lettura 76      Es 20,1- 17   Il Decalogo                Prima parte

            Potremmo riflettere sul testo del Decalogo in modo sincronico senza tenere conto del suo processo di formazione, ma perderemmo sicuramente l'importanza che esso ha avuto per i figli d'Israele.
Un altro contributo a riguardo della importanza del Decalogo possiamo ricavare anche dal confronto con altri testi giuridici presenti nella Bibbia.
            Nelle precedente letture avevamo trattato il "Codice dell'Alleanza" (Es 20,22 -24,18) che inizia con queste parole:

Es 20,22 «Il Signore disse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo»!

Dopo l'episodio del vitello d'oro, quando Mosè scende dal monte con le nuove tavole della Legge troviamo:Es 34,31 «Mosè allora li chiamò e Aronne, con tutti i capi della comunità, andò da lui. Mosè parlò a loro. 32 Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai».

E poco più avanti quando espone la Legge:

Es 35,1 «Mosè radunò tutta la comunità degli Israeliti e disse loro: «Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare...».

Il libro del Levitico contiene una raccolta di leggi chiamata: "Codice di santità" (Lv 17 - 23) che inizia così:

Lv 17,1 «Il Signore disse ancora a Mosè: 2 «Parla ad Aronne, ai suoi figli e a tutti gli Israeliti e riferisci loro: Questo il Signore ha ordinato:..».

Anche in Deuteronomio è sempre Mosè che parla a nome di Dio:

Dt 6,1 «Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore vostro Dio ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso...».

Tutto passa attraverso Mosè!
In tutta la Bibbia c'è un solo codice che viene proclamato direttamente da Dio: il Decalogo.

Es 20,1 « E Dio pronunciò tutte queste parole (debarim)...».

Non solo, ma nel Decalogo presente in Deuteronomio, dipendente da un'altra tradizione, il testo termina così:

Dt 5,22 «Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro».

Allora solo al Decalogo è riservata una proclamazione diretta da parte di Dio, senza alcuna mediazione umana e queste ultime parole "non aggiunse altro" dicono che esso è completo, che ha raggiunto la perfezione.
Si tratta di un'importanza ed una differenza sostanziale!
Il Decalogo costituisce una proclamazione "assoluta", cioè slegata da ogni condizione: manca il soggetto concreto a cui è rivolta, ma i verbi sono sempre alla seconda persona singolare, cioè rivolti a un "tu" che può essere ogni "tu" che legge il testo e ogni "tu" i cui timpani sono fatti vibrare dal suono di queste "Debarim - Parole".

In definitiva: "Dieci Parole" valide per tutti gli uomini... di ogni tempo e di ogni luogo.
Anche in altre leggi appare il "tu", ma viene alternato con il "voi" e con il "si" della terza persona; qui esiste esclusivamente il "tu". E anche questo lo differenzia da altri codici.

            Salvo alcune eccezioni la formulazione dei comandamenti è al negativo in modo da evidenziare l'imperatività del comando. Infatti se, per esempio, formulassimo positivamente il "non uccidere" con un "favorisci la vita, promuovi la vita, ecc.", ci renderemmo subito conto quanto risulterebbe difficile dare contenuto positivo al comando.
Il carattere imperativo è favorito anche dalla lingua ebraica che, come il francese, pone l'accento tonico sull'ultima sillaba, per cui ogni parola sembra un ordine, un comando.

            Si distingue dagli altri codici perché è composto esclusivamente da norme apodittiche, debarim, mentre tutti gli altri contengono insieme norme apodittiche e norme casuistiche, mishpatim.
            Altro elemento di distinzione e che ne sottolinea la rilevanza è l'impossibilità per gli studiosi di definire un periodo storico al quale potrebbe essere riferito, vale a dire: tutte le altre leggi senza grande difficoltà possono essere attribuite al periodo monarchico, al periodo nomadico, al post-esilio,ecc. ma il Decalogo finora ha resistito ad ogni tentativo di essere storicamente collocato.

            Strana legge il Decalogo! Non vi sono sanzioni. I giuristi sarebbero subito pronti a definirlo una non-legge, oppure... Oppure è una legge che si rivolge a ciò che vi è più di profondo nel cuore dell'uomo. È lì che sta la sanzione. Sai, una volta che la pena è stata scontata uno può sentirsi libero, ma quando hai dentro qualcosa che ti rode... non puoi più pareggiare i conti.
            Abbiamo detto che il Decalogo, l'Antica Legge, contiene prevalentemente comandi negativi: quello che al di sotto del quale non si può andare. Però tutto ciò che sta sopra è il risultato dell'impegno di ogni "tu".

È esattamente ciò che suggerisce la Nuova Legge, le Beatitudini di Mt 5,3 ss....

«Beati i poveri in spirito...  Beati gli afflitti...  Beati i miti... Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia... Beati i misericordiosi...  Beati i puri di cuore... Beati gli operatori di pace...»

Però queste non sono prescrizioni, ma indicazioni di un cammino.

 

Lettura 77      Es 20,1-17    Il Decalogo: uno sguardo d'insieme         Seconda parte

            Anche se il Decalogo non è riferibile ad un determinato periodo storico, ciò non vuol dire che non abbia subito cambiamenti nel corso del tempo.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che i primi comandamenti abbiano ricevuto degli ampliamenti e delle precisazioni come ad esempio quelle riportate al v 10 che elenca tutti coloro che al sabato devono risposare. Persino il bestiame!
Al solito non conosciamo il testo originale, ma esso doveva essere costituito da formule molto brevi, una o due parole al massimo, in modo da facilitare la memorizzazione perché all'inizio la tradizione era solo orale. Possono esserne un esempio il V°: non uccidere; il VI°: non farai adulterio, che in ebraico è una parola sola che però non possiamo rendere con "adulterare"; e ancora il VII°: non rubare.
Anche il numero dei comandamenti dovette essere diverso. Ad esempio, B. G. Boschi, Esodo, SP, pg 186, ritiene che potevano oscillare da sette a dodici.
Ad ogni modo, tutti gli esperti concordano nel riportarne l'origine all'epoca mosaica 1250 - 1200 a. C.

            L'assestamento sul numero dieci potrebbe avere una valenza simbolica. Dieci è il numero delle dita delle mani. Le mani sono lo strumento dato all'uomo per "fare", per agire, quindi i Comandamenti devono essere "fatti", messi in pratica.

            Gli studiosi poi sostengono che oltre all'essere attuati, i Comandamenti avevano un uso cultuale, qualcosa come quello che si praticava nei collegi, nelle scuole cattoliche prima di entrare in classe o prima delle lezioni di catechismo in preparazione ai Sacramenti, quando, oltre a dire le preghiere si recitavano alcun fondamenti della fede: i Comandamenti, appunto, i Precetti della Chiesa, i Sacramenti, le opere di misericordia corporale e spirituale, ecc. Forse oggi si può sorridere di queste pratiche, ma fare memoria dei cardini delle nostra fede "ti" aiuta a "ricordarti" chi sei. Forse è qui che si devono cercare le radici culturali!

            L'uso cultuale del Decalogo ci consente di segnalare una nota esegetica importante che dovrebbe avere una ricaduta nella prassi. Come tutti gli altri Codici legislativi dell'Antico Testamento, anche il Decalogo non conosce una distinzione tra un decalogo cultuale e un decalogo etico. Certo Es 34,1 parla di due tavole, ma l'idea che una riguardasse il culto e l'altra il comportamento etico è del tutto assente nella Bibbia. Questa idea è piuttosto la conseguenza della tradizione pittorica e, forse, anche dottrinale che ha introdotto la separazione tra comandamenti che riguardano Dio e comandamenti che riguardano il prossimo.
Ma se per esempio, il comandamento del riposo sabbatico, riguarda anche il bestiame, abbiamo a che fare solo con Dio o anche con il prossimo? E mio prossimo è anche il bestiame?

Radicalizzata, questa separazione, ci ha portato all'idea di una morale privata e una morale pubblica. "Dio riguarda me, ma con il pubblico Dio non c'entra".
Ma, per dirne una: pagare le giuste tasse è solo un obbligo civile o anche religioso? Perché se vale il secondo caso, se non pago le tasse faccio peccato e devo chiedere perdono. A chi?...

            Pensiamo di dare un contributo risolutivo circa il rapporto Dio - prossimo, riportando un brano delle dispense del corso sull'Esodo del 1987 - 88 del Prof. Borgonovo, tenuto allo ISSR :

«A partire dalla struttura di superficie è possibile fare già qualche considerazione preliminare.
1- La costatazione fondamentale da cui partire è che le Dieci Parole vogliono abbracciare tutti i settori della vita: quello religioso, quello famigliare, quello genericamente sociale. Ma sembra possibile notare una discriminante fondamentale tra  i vv 2-6 e tutti gli altri. Dal v 7 in poi non ci sono comandamenti paritetici ai primi, ma dei comandamenti generati dai primi versetti. È la professione di fede che sta all'inizio di tutta la pagina che genera la "Magna Charta" della libertà: "Io sono JHWH tuo Dio che ti ha fatto uscire dall'Egitto dalla casa di schiavitù". Questa è la centralità della pagina del Decalogo; da lì sgorga tutto il resto.
2- Un'altra notazione preliminare riguarda la prima e l'ultima parola del testo:
v2 «Io JHWH...»
v 17 «...tuo prossimo».
Sono i due fuochi dell'ellisse che rappresenta la vita religiosa secondo la prospettiva esodica. Un'unica pagina, quasi un unico comandamento che abbraccia JHWH e il prossimo»

La proprietà dell'ellisse che ci interessa è che l