Lettura 89 Es 20,1-17 Il Decalogo, quattordicesima parte

VIII° Comandamento: Non dire falsa testimonianza – o la disciplina del dire

Questa formulazione del comandamento lo relega esclusivamente all’ambito giudiziario e probabilmente questa era la funzione originaria, tuttavia la traduzione letterale porta a coinvolgere anche altri ambiti.

Es 20,16 «Non risponderai “anah” contro il tuo prossimo con menzogna ».

Infatti il verbo anah, significa: alzare la voce, prendere pubblicamente la parola, iniziare a parlare, cantare, testimoniare, ecc.
Nel nostro caso, essendo riferito al prossimo, non è possibile restringerne l’uso esclusivamente al procedimento giuridico, ma deve altre relazioni che riguardano il “prossimo” anche se incidentalmente dobbiamo ricordare che “prossimo” sono solo i “figli d’Israele”.
Certo, una falsa testimonianza giudiziale può rovinare una persona, ma ci sono moltissime altre situazioni in cui “prendendo la parola” si può danneggiare l’immagine, la fama, la reputazione e perfino la vita del prossimo.
Ovviamente regolare legislativamente il comportamento dei testimoni è relativamente facile, più complicato è il comportamento nelle relazioni quotidiane tra persone o tra gruppi di persone.

Alcuni testi giuridici
Anzitutto è importante istituire dei tribunali, determinare il numero dei testimoni e stabilire alcune regole di comportamento per giudici e testimoni, tenendo presente che i “giudici” erano semplicemente alcuni anziani del villaggio particolarmente saggi e il tribunale era uno spazio fuori dalla porta della città:

Dt 16,18 «Ti costituirai giudici e scribi in tutte le città che il Signore tuo Dio ti dà, tribù per tribù; essi giudicheranno il popolo con giuste sentenze. 19 Non farai violenza al diritto, non avrai riguardi personali e non accetterai regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e corrompe le parole dei giusti. 20 La giustizia e solo la giustizia seguirai, per poter vivere e possedere il paese che il Signore tuo Dio sta per darti».

Per i falsi testimoni è prevista una sanzione o una pena uguale a quella che sarebbe stata inflitta all’imputato che pertanto non escludeva la pena di morte:

Dt 19,15 «Un solo testimonio non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato questi abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni. 16 Qualora un testimonio iniquo si alzi contro qualcuno per accusarlo di ribellione, 17 i due uomini fra i quali ha luogo la causa compariranno davanti al Signore, davanti ai sacerdoti e ai giudici in carica in quei giorni. 18 I giudici indagheranno con diligenza e, se quel testimonio risulta falso perché ha deposto il falso contro il suo fratello, 19 farete a lui quello che egli aveva pensato di fare al suo fratello. Così estirperai il male di mezzo a te. 20 Gli altri lo verranno a sapere e ne avranno paura e non commetteranno più in mezzo a te una tale azione malvagia».

Tuttavia conosciamo casi clamorosi di falsi testimoni come quello della regina Gezabele che per fare contento il marito, re Acab, organizza un processo con falsi testimoni per uccidere Nabot, sottrargli la vigna e così allargare il giardino della reggia:

1 Re 21,8 «Essa scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai capi, che abitavano nella città di Nabot. 9 Nelle lettere scrisse: «Bandite un digiuno e fate sedere Nabot in prima fila tra il popolo. 10 Di fronte a lui fate sedere due uomini iniqui, i quali l’accusino: Hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia».

Viene stabilito anche come riparare la conseguenza di una falsa testimonianza, in questo caso di lieve entità:

Lv 5, 21 «Quando uno peccherà e commetterà una mancanza verso il Signore, rifiutando al suo prossimo un deposito da lui ricevuto o un pegno consegnatogli o una cosa rubata o estorta con frode 22 o troverà una cosa smarrita, mentendo a questo proposito e giurando il falso circa qualcuna delle cose per cui un uomo può peccare, 23 se avrà così peccato e si sarà reso colpevole, restituirà la cosa rubata o estorta con frode o il deposito che gli era stato affidato o l’oggetto smarrito che aveva trovato 24 o qualunque cosa per cui abbia giurato il falso. Farà la restituzione per intero, aggiungendovi un quinto e renderà ciò al proprietario il giorno stesso in cui offrirà il sacrificio di riparazione».

I Profeti
Quindi normare la testimonianza è abbastanza facile, ma rispettare e difendere la verità è tutto da verificare.
Noi possiamo tranquillamente affermare che la moltiplicazione delle normative e i frequenti richiami dei profeti ci suggeriscono che il nostro comandamento era trasgredito alla grande.
La falsa testimonianza è solo l’espressione macroscopica di qualcosa di più profondo; è solo la punta del’iceberg perché non solo l’ottavo comandamento è trasgredito ma tutta la Legge nel suo insieme.

Già Osea nel IX secolo a.C. attribuisce le cattive condizioni del paese al comportamento reciproco dei suoi abitanti:

Os 4,1 «Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, / poiché il Signore ha un processo / con gli abitanti del paese. / Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, / né conoscenza di Dio nel paese.
2 Si giura, si mentisce, si uccide, / si ruba, si commette adulterio, / si fa strage e si versa sangue su sangue.
3 Per questo è in lutto il paese / e chiunque vi abita langue / insieme con gli animali della terra
e con gli uccelli del cielo; / perfino i pesci del mare periranno
».

Qualche secolo dopo e poco prima della caduta di Gerusalemme il profeta Geremia rileva una situazione analoga con l’aggravante di correre ai ripari attraverso la pratica religiosa nel tempio, cioè usare la pratica cultuale come tappabuchi:

Ger 7,8 «Ma voi confidate in parole false e ciò non vi gioverà: 9 rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare incenso a Baal, seguire altri dèi che non conoscevate. 10 Poi venite e vi presentate alla mia presenza in questo tempio, che prende il nome da me, e dite: Siamo salvi! per poi compiere tutti questi abomini. 11 Forse è una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me? Anch’io, ecco, vedo tutto questo. Parola di JHWH».

Però anche il libro di Levitico, che è prevalentemente un testo legislativo, è sulla stessa linea:

Lv19,15 «Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia. 16 Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono JHWH. 17 Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d’un peccato per lui».

Se è così allora la direzione da seguire per migliorare la situazione è come sempre la via del cuore; per quella cultura sede delle intenzioni, e noi diremmo della coscienza. Così il tema si allarga perché ci rendiamo conto che sono molti i modi in cui si può “rovinare” il prossimo.

Allora dobbiamo passare ai testi sapienziali che ci indirizzano vostro una disciplina del linguaggio

Testi sapienziali
Testi sapienziali che trattano il tema del parlare dell’altro, del giudicare, l’altro o comunque del parlare tout court, ve ne sono molti, ma nella Bibbia non si trova una trattazione sistematica. Ne riportiamo un certo numero per sottolineare l’importanza che le Scritture attribuiscono a questo argomento.
Notiamo che l’eventuale “sanzione” non è eseguita da qualcuno, ma è quasi sempre rimessa all’azione di Dio che, come detto in altri luoghi, è sempre Lui che prende le difese del giusto. 

Non li vogliamo schematizzare o sintetizzare ma preferiamo lasciarli così come sono affidando la loro comprensione alla riflessione personale.

Pr 6,16 «Sei cose odia il Signore, / anzi sette gli sono in abominio:
17 occhi alteri, lingua bugiarda, / mani che versano sangue innocente,
18 cuore che trama iniqui progetti, / piedi che corrono rapidi verso il male,
19 falso testimone che diffonde menzogne / e chi provoca litigi tra fratelli».

Pr 12,17 «Chi aspira alla verità proclama la giustizia, / il falso testimone proclama l’inganno.
18 V’è chi parla senza riflettere: trafigge come una spada; / ma la lingua dei saggi risana.
19 La bocca verace resta ferma per sempre, / la lingua bugiarda per un istante solo».

Pr 14, 5 «Il testimone vero non mentisce, / quello falso spira menzogne».

Pr 19,4 «Le ricchezze moltiplicano gli amici, / ma il povero è abbandonato anche dall’amico che ha.
5 Il falso testimone non resterà impunito, / chi diffonde menzogne non avrà scampo.
6 Molti sono gli adulatori dell’uomo generoso / e tutti sono amici di chi fa doni.
7 Il povero è disprezzato dai suoi stessi fratelli, / tanto più si allontanano da lui i suoi amici.
Egli va in cerca di parole, ma non ci sono.

8 Chi acquista senno ama se stesso / e chi agisce con prudenza trova fortuna.
9 Il falso testimone non resterà impunito, / chi diffonde menzogne perirà».

Pr 21,28 «Il falso testimone perirà, / ma l’uomo che ascolta potrà parlare sempre».

Pr 24,28 «Non testimoniare alla leggera contro il tuo prossimo / e non ingannare con le labbra.29 Non dire: «Come ha fatto a me così io farò a lui, / renderò a ciascuno come si merita».

Pr 25,18 «Mazza, spada e freccia acuta / è colui che depone il falso contro il suo prossimo»

Es 23,1 «Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia. 2 Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia. 3 Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo».

Qo 3,7 «Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, / un tempo per tacere e un tempo per parlare».

Sir 9,18 «Un uomo linguacciuto è il terrore della sua città, /chi non sa controllar le parole sarà detestato».

Sir 20,26 «L’abitudine del bugiardo è un disonore, /la vergogna lo accompagnerà sempre.
27 Il saggio si fa onore con i discorsi, / l’uomo prudente piace ai grandi.
29 Regali e doni accecano gli occhi dei saggi, / come bavaglio sulla bocca, soffocano i rimproveri».

Sir 23,7 «Figli, ascoltate l’educazione della bocca, / chi l’osserva non si perderà.
8 Il peccatore è vittima delle proprie labbra, / il maldicente e il superbo vi trovano inciampo.
9 Non abituare la bocca al giuramento, / non abituarti a nominare il nome del Santo.
10 Come uno schiavo interrogato di continuo / non sarà senza lividure,
così chi giura e ha sempre in bocca Dio / non sarà esente da peccato.

11 Un uomo dai molti giuramenti si riempie di iniquità; / il flagello non si allontanerà dalla sua casa.[…] Se giura il falso non sarà giustificato, / la sua casa si riempirà di sventure.
12 C’è un modo di parlare che si può paragonare alla morte; / non si trovi nella discendenza di Giacobbe.
Dagli uomini pii tutto ciò sia respinto, / così non si rotoleranno nei peccati.

13 La tua bocca non si abitui a volgarità grossolane, / in esse infatti c’è motivo di peccato.
14 Ricorda tuo padre e tua madre, quando siedi tra i grandi, / non dimenticarli mai davanti a costoro,
e per abitudine non dire sciocchezze; / potresti desiderare di non essere nato / e maledire il giorno della tua nascita
».

Qo 5, 1 «Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche, poiché 2 dalle molte preoccupazioni vengono i sogni /e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto. […] 5 Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e non dire davanti al messaggero che è stata una inavvertenza, perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga il lavoro delle tue mani».

Qo 7, 5 «Meglio ascoltare il rimprovero del saggio / che ascoltare il canto degli stolti:
6 perché com’è il crepitio dei pruni sotto la pentola, / tale è il riso degli stolti».

Qo 7, 21 «Ancora: non fare attenzione a tutte le dicerie che si fanno, per non sentir che il tuo servo ha detto male di te, 22 perché il tuo cuore sa che anche tu hai detto tante volte male degli altri».

Qo 10,12 «Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza, / ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina: 13 il principio del suo parlare è sciocchezza, 7 la fine del suo discorso pazzia funesta.
14 L’insensato moltiplica le parole: «Non sa l’uomo quel che avverrà: chi gli manifesterà ciò che sarà dopo di lui?».

Il Nuovo Testamento
Anche il Nuovo Testamento tratta il tema della falsa testimonianza, ma soprattutto la disciplina del parlare.
Già nel “Discorso della Montagna”, che dà il via alla predicazione, Gesù parifica la violenza o la falsità del linguaggio a quella all’omicidio.

Mt 5,21 «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: “raca” (sciocchino), sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna».

Poco più avanti sempre nello stesso discorso specifica quale deve essere la corretta modalità del parlare

Mt 5,33 «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; 34 ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».

Più avanti riprende ancora lo stesso argomento stigmatizzando l’uso di criticare l’altro evitando accuratamente di giudicare sé stessi:

Mt 7,1 «Non giudicate, per non essere giudicati2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Ma il tema per Lui è così importante che ci ritorna ancora indicando dove sta la radice di questo male: il cuore, che oggi diremmo: la coscienza.

Mt 12,33 «Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. 34 Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore35 L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. 36 Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio37 poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato».

Anche Giovanni tratta la falsità del linguaggio che trova la sua origine in Satana (vedi Gn 3) e che ha come scopo ultimo l’omicidio… e il rimando a Gn 3, al serpente del Giardino di Eden, il primo mentitore è più che evidente:

Gv 8,43 «Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, 44 voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45 A me, invece, voi non credete, perché dico la verità».

Ma sarà Gesù stesso a cadere vittima della falsa testimonianza ordita addirittura dai sommi sacerdoti di Gerusalemme per eliminarlo. Come sempre la “ragion di stato” prevale sulla verità.

Mt 26,59 «I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; 60 ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni61 Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni». 62 Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».

Anche Stefano il primo martire cristiano subisce la stessa sorte grazie a falsi testimoni.

At 6,11 «Perciò sobillarono alcuni che dissero: «Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio». 12 E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. 13 Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. 14 Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè».

Se è così allora l’ottavo comandamento ci riguarda da vicino e non solo nel caso in cui fossimo chiamati a testimoniare in tribunale o per la semplice testimonianza resa nel corso di un incidente automobilistico… No, no, il problema è molto più radicale perché la violenza inizia dal linguaggio, comprese le beghe con il vicino, la mormorazione sul lavoro o nell’associazione sportiva. Non parliamo poi della parrocchia o dei talk show!
Ecco è proprio da queste piccole e insignificanti (?) relazioni che inizia e si deve praticare una disciplina del linguaggio.

Ora, se si va in questa direzione dobbiamo abbandonare il rigore del linguaggio esegetico e del commento biblico e seguire piuttosto qualche suggerimento di carattere spirituale che risulta più libero perché spesso si rifà ad esperienze personali, sempre discutibili, ma non per questo trascurabili, proprio perché l’esperienza di qualche maestro ci può sempre essere di aiuto.
A tale scopo e a titolo di esempio, proponiamo un testo di Abramo Levi, professore del seminario di Como che a proposito del nostro comandamento ha pubblicato una sua riflessione probabilmente maturata per lui, valtellinese, tra i silenzi delle Retiche e delle Orobie.
Da essa sembra di poter ricavare che l’ottavo comandamento ci richiama all’arte del dire.
Un’arte che parte dal silenzio.

Abramo Levi, Non dire falsa testimonianza, ovvero la disciplina del dire, da Servitium 108, novembre-dicembre 1996.

«Con le dieci parole si arriva a un punto critico quando, median­te le parole, si deve giudicare intorno alle parole. Quanto delle parole si volgerà a giudizio di colui che viene giudicato e quan­to si volgerà a giudizio del giudicante? «Dalle tue parole ti giu­dico, servo malvagio», è scritto nel Vangelo. E ancora: «Anche di una sola parola oziosa dovrete rendere conto». E anche: «Dalle tue parole sarai giustificato e dalle tue parole sarai condannato».

Solo apparentemente il groviglio viene sciolto con l’appellarsi alla verità. Ma già il vecchio catechismo recitava: «Dire a tempo e a luogo la verità»; espressione nella quale pareva di sentire l’eco del saggio Qoelet: «C’è un tempo per parlare e un tempo per tace­re». Ma quale sia il tempo, quale sia il luogo, questo è il problema. Chi stabilisce il tempo e il luogo? In altre parole: dobbiamo dire la verità quando conviene a noi (o ai nostri) oppure dire la verità anche a scapito nostro (o dei nostri)? Più sbrigativamente: dobbiamo comportarci da servi o da signori della verità? La verità è carta moneta che teniamo nel portafogli, e che possiamo spen­dere quando ci conviene, o sta nel portafogli come carta d’iden­tità del nostro essere a questo mondo, con questa gente?

Ora, supponiamo di essere riusciti ad assestarci su un punto di equidistanza tra il parlare e il tacere. Subito da questa posizione siamo sbalzati da Qualcuno che è più saggio del saggio Qoelet. È Uno al quale gli avversari (farisei, sadducei, erodiani una volta tanto d’accordo) riconoscono un pregio: «Sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; non hai riguardi umani ma secondo verità insegni la via di Dio» (Mc 12, 14).

È Uno che definisce così la propria vita e missione: «Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testi­monianza alla verità; chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce» (Gv 18, 37). A fronte di questa dichiarazione che ne è del bilancino di Qoelet, intento a soppesare il pro e il contro: se valga la pena di parlare o se convenga tacere (e, naturalmente, in caso di dubbio, tacere)? Lasciamo dunque Qoelet con il suo bilancino (magari ci verrà in aiuto prima che il discorso finisca) e andiamo dietro a questo Uno — che è poi Gesù Cristo. Pare proprio che ad andare con lui ci si trovi in buona compagnia. Addirittura nella compagnia di Platone e di Socrate, i quali, pur di rendere onore alla verità, erano pronti a sconfessarsi a vicenda. È scritto infatti nel Fedone: «Però voi, se mi date retta, prendendovi poco pensiero di Socrate, ma assai maggiore del vero, se io vi paia dire qualche cosa di vero, consentirete; se no, datemi contro con ogni ragione» (XL, 91). Come si sa, la cosa è poi passata in detto sentenzioso nella forma canonizzata: «Amicus Plato sed magis amica veritas».

Sennonché, Socrate o Platone che sia, è proprio questa la compa­gnia di Gesù? Di quel Gesù che osò dire: «Io sono la verità»? Un mio antico professore di Scrittura si divertiva (alto divertimento) a spiegarci come nelle lettere che componevano la domanda di Pilato a Gesù: «Quid est veritas?» c’era già la risposta esatta. Sarebbe bastato un semplicissimo gioco di anagramma: Est vir qui adest (naturalmente nell’alto divertimento del mio professore non era previsto un dialogo che non si svolgesse nel latino fidato della Vulgata). «Ma — concludeva sconsolato il professore — Ponzio Pilato era troppo preso nei suoi affari di stato, aveva da pensare ad altro che agli anagrammi, e così perdette processo e carriera».

In ogni caso, Gesù non sarà mai uno che parla come Socrate nel dialogo di Platone. Non si potrà mai dire: amico Gesù, ma più amica la verità.

Avviciniamoci dunque per gradi — com’è inevitabile, se non si vogliono fare salti mortali — al modello di testimonianza che Gesù diede alla verità. C’è un procedimento, diciamo pure un processo, una marcia di avvicinamento di cui il precetto «dire a tempo e luogo la verità» è la consegna, non certo lo scopo.

Ecco un caso che si può ben collocare sul percorso. Anni addietro si è discusso a lungo, anche in pubblici dibattiti, il tema “dire o non dire la verità al malato”. In quei dibattiti il malato era tenuto, com’è ovvio, in grande considerazione. Da parte di tutti e in tutte le forme, su tutti i toni veniva detto e ripetuto che si deve aver riguardo alla particolare sensibilità, forza d’animo, preparazione del malato. E Dio sa se il malato non ha bisogno e diritto di essere considerato! Sennonché, quel che non veniva analizzato con attenzione pro­porzionata al caso era l’altro aspetto, quello che pareva reggersi da sé: e cioè “dire o non dire la verità”. Come se questa famosa verità fosse qualche cosa che il medico porta con sé nella borsa insieme allo stetoscopio. Questo è il caso classico nel quale viene smentito clamorosamente l’adagio ” amicus Plato…”. Smentito non solo nel senso che la verità va dosata secondo la capacità che il malato ha di sopportarla. (A questo proposito si potrebbero citare le parole di Gesù agli apostoli nel discorso dopo l’ultima cena: «Avrei molte altre cose da dirvi, ma non le potete sopportare per ora»). Ma smentito molto più a fondo nel senso che la verità stessa sulla con­dizione del malato — la sua condizione reale, non presunta — dipende in molta parte dal malato stesso. Detto in termini drasti­ci: chi può dire che non avvenga il miracolo? Sono innumerevoli le diagnosi smentite dai fatti. Per ora non sono ancora così innu­merevoli i miracoli, ma chi può giudicare? Non per niente Gesù dice a coloro che egli stesso ha guarito: «La tua fede ti ha salvato». Ricordo un episodio raccontatomi dall’amico A. Pronzato. Medici erano riuniti al capezzale di una vecchia suora. Data la assoluta semplicità e serenità con la quale la suora mostrava di accettare sia la vita sia la morte, i medici parlavano apertamen­te, consultandosi ad alta voce sulle sue condizioni. Terminato il consulto, la suora chiese: «Posso dire la mia?». E con meraviglia di tutti fece la sua prognosi: «Tra venti minuti muoio». E così avvenne. Ritiratisi i medici, l’amico don Pronzato si avvicinò a sua volta e chiese alla suora come si sentisse: «Sento un suono di campane…», rispose. E morì con negli orecchi quel suono di campane, così diverso dal preoccupato discorrere dei medici. Quella suora rendeva testimonianza alla verità del proprio stato. Inutile chiedersi dove mai fosse andata a prendere argomenti e documenti per una simile testimonianza. Ci basti il fatto che c’e­rano, ed erano autentici, veridici. In situazione diversa  ma si trattava comunque di vita o di morte — Gesù ricorre alla medesi­ma testimonianza e ai medesimi argomenti. «Anche se io testi­monio di me stesso, la mia testimonianza è degna di fede perché io so donde vengo e dove vado. Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno. E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma siamo io e colui che mi ha mandato. Anche nella vostra Legge è scritto che la testimonianza di due per­sone è valida. Io sono testimone di me stesso, ma di me testimo­nia anche il Padre che mi ha mandato» (Gv 8, 14-18).

La condizione di un povero cristiano non è, fatte le debite ecce­zioni, né quella di Gesù, né quella della suora. Ci vuole qualche cosa per arrivarci. Questo qualche cosa è il silenzio imposto alle altre voci. Scriveva Gandhi: «Non ho nessuna particolare rivelazione della volontà di Dio. Credo ferma­mente che egli si riveli tutti i giorni a ogni essere umano, ma noi chiudiamo le orecchie alla piccola silenziosa voce. Chiudiamo gli occhi alla colonna di fuoco che ci sta davanti» (Antiche come le montagne, p116). E ancora: «Nella vostra vita vi sono momenti in cui dovete agire, anche se non potete trascinare con voi i vostri migliori amici. La silenziosa piccola voce dentro di voi deve essere sempre l’arbitro decisivo quando vi è conflitto di doveri».

È fin troppo facile fare dell’umorismo su questa “vocina” della coscienza, “voce di Dio”, da parte di chi invece si riempie la bocca di “vox populi vox Dei”, ” vox temporis vox Dei”. L’attualità fa baccano, ma non c’è verità in quel baccano. Grandi filosofi furono abbagliati dal baccano dell’attualità. Hegel fu abba­gliato da Napoleone (ma non ne fu invece abbagliato Beethoven che stracciò la pagina con la dedica della Terza sinfonia a Bonaparte, sostituendola con “Eroica”). Heidegger fu abbagliato da Hitler (ma non Hannah Arendt).

Il baccano dell’attualità può sopportare tante cose, ma non sopporta il silenzio. Il tramonto del silenzio è come il tramonto della luce sulla verità. Subito viene il principe di questo mondo, il prin­cipe delle tenebre. Nell’ultimo scorcio della sua vita Gesù invita i suoi interlocutori ad ascoltare quel po’ di luce che ancora resta in loro. Egli si rende ben conto che ormai ci si avvia verso un luogo «d’ogni luce muto» (Inferno, 5). Nicodemo viene brutalmente zit­tito quando cerca di dar fiato alla vocina silenziosa della sua coscien­za. «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascol­tato e di sapere ciò che fa?», chiede con un coraggio che non gli era naturale. E la risposta è: «Sei tu forse galileo? Studia e vedrai che non sorge un profeta dalla Galilea» (Gv 7,51-52). Bello, que­sto “studia e vedrai”, che è l’esatto opposto della vocina della coscienza. È la rivincita dei medici sulla suora.

Un grandissimo narratore come Dostoevskij mette in grande luce questo necessario momento di silenzio per arrivare a dare testimonianza alla verità.
Molta parte de I fratelli Karamazov è occupata dal racconto del processo al più sanguigno e passionale dei fratelli, Dmitri, accu­sato di parricidio. Ma il vero processo si svolge nel dialogo tra gli altri due fratelli: Ivan e Alioscia. Un dialogo nel quale Alioscia parla come Gandhi, ma le sue parole sono intercalate da silenzi che l’autore mette in grande rilievo.

«Una cosa sola io so, — sempre in quel bisbiglio disse ancora Alioscia. — A ucci­dere il babbo non sei stato tu. — “Non sei stato tu”! Che significa, non sei stato tu? — impietrì Ivan. — Non sei stato tu a uccidere il babbo, non sei stato tu! — ripeté Alioscia con fermezza. Passò un minuto di silenzio. — Grazie, lo so da me, che non sono stato io; vaneggi forse? — con un pallido, contratto sorriso ruppe il silenzio Ivan… Entrambi si erano di nuovo fermati presso un lampio­ne. — No, Ivan; tu nel tuo intimo, più di una volta ti sei detto che l’assassino sei tu… Ma ti inganni: non sei tu l’assassino, ascoltami bene, non sei tu! Iddio mi ha mandato a dirti questo. Tacquero entrambi. Per lo spazio di un lungo minuto si protrasse quel silenzio. Entrambi stavan lì ritti e continuavano a guardarsi negli occhi. Erano pallidi entrambi.[…]
— Fratello, — con voce tremante riprese Alioscia, io t’ho detto così perché nella mia parola tu hai fede, lo so. Per tutta la vita che hai innanzi t’ho detto questa parola: non sei stato tu!… Ed è stato Dio che m’ha posto nell’anima di dirti così, anche se da questo momento tu dovessi odiarmi in eterno. Ma Ivan era riuscito ormai a riprendere in pieno il dominio di sé. — Aleksiej Fiodorovic — disse con fredda ironia, — i profeti e gli epilettici io non li posso soffrire; gli inviati del Signore, peggio che mai: è una cosa che voi sapete benissimo. Da questo momento io rompo ogni rapporto con voi». (I fratelli Karamazov, Torino, p351)

Quel che Ivan avrebbe dovuto capire, se non fosse stato così a corto di luce, era il silenzio da cui uscivano le parole di Alioscia. Un silenzio durante il quale egli riceveva come dono quella luce che poi doveva concentrare su Ivan. La testimonianza che Alioscia dà alla verità non è del genere di quella che sta sotto il motto superbo “Fiat justitia, ruat coelum”, cioè: “sia fatta giusti­zia, poi venga giù pure il cielo“, ma è quella che si appoggia alle stesse invisibili colonne che sostengono il cielo.

Ora possiamo tornare al nostro Qoelet dal quale siamo partiti. “C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere“, tradotto alla meglio nel testo catechistico “dire a tempo e luogo la verità“. C’è una maniera ovvia di praticare la consegna: dire la verità nei tempi e nei modi in cui essa entra in sintonia e concorda con la famosa “vox populi” , “vox temporis”. Maniera ovvia, ma sostanzialmente falsa e traditrice della verità. «Non basta — scrive la terribile Simone Weil — dire cose vere, bisogna dire quelle cose vere che conducono a operare cose giuste. È vero che si deve obbedienza alle autorità, ma non era certamente il caso di predicarlo al tempo di Hitler». Il sintomo più evidente che si sta tradendo la verità è l’abolizione di ogni pausa di silenzio. Non c’è pausa di silenzio tra la domanda di Caifa: «Voi stessi avete sentito la bestemmia. Che ve ne pare?» e la risposta del Sinedrio: «È reo di morte». Prima ancora di sentire la risposta, Caifa sente che la risposta vibrerà all’unisono con la sua domanda, come il coro al solista. Allo stesso modo, non c’è pausa di silenzio tra la domanda di Pilato alla folla: «Cosa farò di Gesù Nazareno?» e la risposta: «Crocifiggilo!». Prima ancora di sentire la risposta Pilato si rende conto di non essere in sintonia con la folla. Le sue parole sono come un alitare in faccia all’uragano. È così bello essere con la maggioranza! Dà una tale sicurezza di essere nel vero!

Al contrario, quanto riflettere, quanto meditare, quante pause di silenzio in quel sagrestano di santa Radegonda in Austria prima di arrivare alla decisione di non vestire la divisa di Hitler! Quel sagrestano si chiama Franz Jägerstätter, e il libro che di recente è stato pubblicato sulla sua vita porta in esergo questo pensiero di R. Schneider:

«È innegabile che è più difficile essere cristiani oggi che nei primi secoli, e sarà ancora più difficile esserlo in un prossimo futuro. Quando peccare diventa un dovere sacro, il cristiano non sa più a quale ideale appellarsi. Non gli resta che rendere una testimonianza solitaria. E dove si trova questa testimonian­za, là c’è il regno di Dio».

Certo fu più facile rintracciare con scavi archeologici la via imperiale risalente ad Adriano, che passava nei pressi di santa Radegonda, che scoprire la storia di questo duro, intrattabile e infine dolce sagrestano austriaco, impiccato a Berlino per diser­zione. Egli scrive:

«Con i suoi tormenti e la sua passione e morte Cristo ci ha liberati dalla morte eterna, ma non dalla sofferenza e dalla morte sul piano terreno. Cristo esige altresì che noi professiamo la fede pubblicamente, come Hitler lo chiede ai suoi compagni. Dio ci comanda di obbedire alla autorità civile, anche se non è cri­stiana, ma a condizione che non ci comandi il male. Il fatto è che noi dobbia­mo obbedire a Dio più che agli uomini. E si può servire a due padroni»? (G. Zahn, Un temoin solitaire, p112)
Quel che succede quando si tenta di obbedire a due padroni è che non si esercitano proprio quelle virtù che il tempo esigereb­be che si esercitassero. Un pensiero di Simone Weil, a cui fa da rincalzo quello già citato: «Non ci si deve limitare a dire cose vere, ma si devono dire cose vere capaci di produrre cose giuste». Per essere in qualche modo rispondente alla disciplina che Gesù impose alla sua parola, la disciplina di un cristiano nel dire dovrà seguirne se pure da lontano i modi e i tempi.

Ricordo molto bene la risposta che una conduttrice di Prima pagina diede a un interlocutore che gli aveva fatto balenare una ipotesi relativa alla causa scatenante dell’AIDS: «Se fosse vero sarebbe incredibile!», sbottò.
Il compito nostro è di rendere cre­dibile quel che è vero, e di rendere vero quel che si crede».

di Abramo Levi, Servitium 108, novembre-dicembre 1996