Il Papa ha detto

Papa Leone XIV

Lasciati illuminare dal ministero pastorale del Papa

Leggi e medita con fede.

Viaggio apostolico in Spagna

Sabato 6 giugno – Madrid

Incontro con le Autorità, la società civile e il Corpo Diplomatico

Palazzo Reale di Madrid

Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,Signore
e Signori!

Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare. Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!

Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, esiste in effetti «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 231). Infatti – concludeva –, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale.

A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare. Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – «felice notte» – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere. Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 186).

Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa. Non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus, si realizza quando torniamo in noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per la quale la libertà religiosa e di coscienza va tutelata.

Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza. Eppure, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.

La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace.

Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.

Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza.

Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle “cose nuove” che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono. «Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 14).

Maestà, Altezze Reali, Signore e Signori, esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli. Al tempo stesso, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana.

Dio benedica la Spagna!

Visita agli operatori e assistiti dal progetto “Cedia 24 hora”

Eminenza,
Eccellenze,
carissimi fratelli e sorelle,

sono davvero molto contento di cominciare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno è lasciato solo.

Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme, senza ignorare la complessità delle situazioni e al tempo stesso senza venir meno alle esigenze della carità e della giustizia, «nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell’uomo e del suo mondo» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2005, 27). Così il CEDIA cammina sulla strada del Vangelo, sulle orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre infermità e miserie, ma per farle sue eccetto il peccato, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre fino a dirci: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

In questo senso possiamo interpretare le parole che poco fa abbiamo sentito cantare: «En cada sueño te busqué, y ninguno fue en Balde». Esse ben sintetizzano le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che qui si svolge ogni giorno.

Grazie a un sogno, infatti, e a una piccola porta aperta – piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto sua Eminenza – Niurka ha dato ad Ares e Atenea la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.

Grazie a un sogno e alla stessa piccola porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso una mano, mostrandogli di stimarlo e di credere in lui, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia rinnovata non solo di continuare il cammino, ma di essere a sua volta di sostegno ad altri, come altri lo hanno sostenuto.

Sempre grazie a un sogno e alla medesima piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a ritrovare dignità, autonomia, speranza e rispetto del valore sacro della loro persona, e a iniziare una vita nuova.

Anche i simboli che mi avete donato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro con Dio di Mosè, sull’Oreb (cfr Es 3,1-6), richiama la “terra santa” che tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza.

Per questo ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto luminose, che riflettono, come specchi, la carità di Dio.

Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice San Giovanni: «se fossero scritte una per una […] il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). E il paragone evangelico non è forzato, perché in queste storie continuano le «cose compiute da Gesù» (ibid.) a cui si riferisce l’Evangelista.

L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui. Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa “mangiatoia” semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno – anzi letteralmente giorno e notte – a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto.

Come motto per questa visita sono state scelte le parole di Gesù ai suoi discepoli: «alzate i vostri occhi» (Gv 4,35).

Sono un invito a guardare le messi che, mature, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non permette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli (cfr 2Cor 5,14) e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede.

In realtà, se ci pensiamo bene, «anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici o economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (Dilexi te, 15).

Le parole di Gesù sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri (cfr Sal 112,1-9), tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza. Papa Francesco diceva in proposito: «Dinanzi al mistero della vita personale e alle sfide della società, chi crede ha un sussulto, una passione, un sogno da coltivare, un interesse che spinge a impegnarsi in prima persona» (Omelia della S. Messa allo “Stadio Vélodrome”, Marsiglia, 23 settembre 2023), e metteva in guardia contro il pericolo di un «cuore piatto, freddo, accomodato nel quieto vivere, che si blinda nell’indifferenza e diventa impermeabile, che si indurisce» (ibid.). Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona.

Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto. Chiedeva: «Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?» (Angelus, 27 ottobre 2024) e concludeva: «L’elemosina non è beneficenza. Quello che riceve più grazia dall’elemosina è colui che la dà, perché si fa guardare dagli occhi del Signore» (ibid.). Coloro che amano veramente «non si limitano a dare qualcosa: ascoltano, dialogano, cercano di capire la situazione e le sue cause […] attenti al bisogno materiale e anche a quello spirituale, alla promozione integrale della persona» (Messaggio per la VII Giornata Mondiale dei Poveri, 13 giugno 2023, 5).

E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore premuroso a Cana (cfr Gv 2,1-11), trepidante sulle orme del Figlio (cfr Lc 2,41-49; 8,19-21), vicino e partecipe fino in fondo ai piedi della croce (cfr Gv 19,25-27). A Lei affido tutti voi e il vostro lavoro, in questa terra che Le è consacrata, augurandoci che sia sempre più lo spirito della sua maternità universale ad animare il grido della fede. Diciamole: «Insegnaci a saperti sempre Madre, sorgente di misericordia, grembo di perdono, abbraccio della speranza, porta della Gloria» (Preghiera di san Giovanni Paolo II alla Vergine dell’Almudena, 15 giugno 1993). Grazie.

Veglia di preghiera con i giovani

Plaza de Lima

(1) Sappiamo che Sant’Agostino è molto importante per Lei, ma quali altri Santi e quali altri riferimenti L’hanno aiutata nella Sua crescita come cristiano?

(2) Vorrei farLe una domanda sui Suoi anni come missionario in Perù. Quale ricordo o quale esperienza conserva come un tesoro di quegli anni?
 

Bene, innanzitutto: un saluto a tutti voi! Grazie per essere qui e grazie per condividere la fede con tutta Madrid e con tutta la Spagna. Alla prima domanda, riguardo ad alcuni santi che sono stati per me punti di riferimento durante la mia crescita e gioventù, ma anche come vescovo e come Papa… Avete già menzionato sant’Agostino – e tutti sappiamo che sant’Agostino è una figura molto importante per tutta la Chiesa – ma ho anche pensato a uno dei Padri della Chiesa orientale che si chiamava san Giovanni Crisostomo. Il suo nome significa “bocca d’oro”, un titolo che questo Padre della Chiesa si è meritato per la sua bella eloquenza. Fu studioso di filosofia prima del suo Battesimo, avvenuto nel 368 d.C. Si impegnò poi nell’esegesi della Sacra Scrittura, insieme ad altri giovani di Antiochia, sua città natale. Dopo un’esperienza da eremita, si dedicò al servizio della Chiesa come sacerdote e poi come vescovo. E qui ne approfitto per dire a tutti voi: non abbiate mai paura di pensare a una vocazione alla vita sacerdotale, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa!

Giovanni Crisostomo, che portava nel cuore questo amore per la Parola di Dio, dopo essere stato sacerdote e vescovo, ha dato una testimonianza molto grande, soprattutto con la coerenza della sua vita. Se predicava, era perché viveva quel messaggio. Mi hanno specialmente colpito le sue catechesi, i suoi discorsi, le sue omelie e i suoi scritti che coniugano l’amore per la verità e la rettitudine della sua vita.

Aveva anche molto coraggio: non aveva paura di parlare davanti all’imperatore, di dire cose che erano a favore della giustizia e non solo per compiacere l’altro. Era un uomo di parola.

L’altro santo cui ho pensato è san Tommaso da Villanova, agostiniano, che fu chiamato a diventare pastore della Chiesa. Era spagnolo. Studiò all’Università di Alcalà, guadagnandosi con la sua sapienza la stima dell’Imperatore Carlo V. Poi fu nominato vescovo di Valencia, e avviò un’intensa opera di riforma della Chiesa, soprattutto del clero, spronando i fratelli all’impegno nella preghiera, alla vita di castità e all’obbedienza. Per la sua ardente carità è conosciuto fino ad oggi come “il vescovo dei poveri”. Questa carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova e nei momenti di servizio

L’altro compagno di viaggio è san Turibio da Mogrovejo, anch’egli è spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione, studiando le lingue locali. San Turibio unì un’intensa vita di preghiera all’impegno per la giustizia, soprattutto contro i soprusi coloniali e la corruzione. Perciò è per me un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo.

Guardando la vita di questi santi, mi sono detto, come sant’Agostino: se ne sono stati capaci loro, perché non io? (cfr Confessiones, VIII, 27). Una domanda che affido volentieri anche a voi, invitandovi a scegliere esempi di vita buona, che risultino attraenti sia per voi stessi sia per gli altri.

Riguardo agli anni vissuti in Perù, come missionario e poi come vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede della gente, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza. Proprio l’incontro con le ferite e anche con le gioie del popolo mi ha fatto crescere nel cammino alla sequela di Gesù. Mentre lo annunciavo, anch’io venivo trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di questi popoli, spesso materialmente molto poveri, ma ricchi nella fede. E sperimentando questa fede nella parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio può trasformare il conflitto in pace. Può essere fonte di riconciliazione, di pace e di giustizia.

(3) Che cosa Lei pensa che potrebbe aiutarci a riconoscere la voce di Dio in mezzo a tante altre voci?

(4) Come possiamo noi, che pure siamo in ricerca, accompagnare altri nel loro percorso di scoperta della bellezza della fede?
 

Anzitutto, possiamo parlare di come ascoltare questa voce di Dio: come discernere se è veramente Dio che sta parlando o un altro, un’altra attrazione, un’altra difficoltà.

Per riconoscere la voce di Dio, può aiutarci anzitutto il silenzio.

Penso che sia molto importante che ciascuno di noi cerchi di sviluppare la capacità di stare in silenzio. Molte volte camminiamo con le cuffie, ascoltiamo musica, siamo distratti e non sappiamo stare in silenzio. Penso che molte volte sia proprio in questa esperienza di silenzio che Dio può parlarci: lì possiamo discernere la voce di Dio.

Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo che cosa non ascoltare e da quali rumori non essere distratti. Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta.

Qui vorrei anche sottolineare l’importanza di cercare la verità, perché molte voci, molte cose nei social ci ingannano e ci raccontano menzogne. Cercate sempre la verità! Dio è verità! Se qualcosa ti allontana da Dio, non è verità! Non dimenticatelo!

In secondo luogo, state certi che Dio conosce bene la tua voce, la vostra voce: Egli vi ascolta e vi risponderà. Non abbiate paura di esprimere quel che sentite nel cuore. C’è un salmo che dice: «Chi ha fatto l’orecchio, forse non sente?» (Sal 94,9). Questo nostro discorso interiore diventa una preghiera, una lode, una domanda quando viene affidato all’unico che lo può ascoltare. La preghiera, infatti, è una voce libera proprio perché non parla per rendere conto, per far vedere che siamo preparati o per farci sentire importanti. Quando noi stessi diventiamo preghiera, il Signore ci risponde con il suo Verbo, diventato uomo per noi, affermando che ci ama con tutto sé stesso.

In terzo luogo, dunque, per riconoscere la voce di Dio occorre ascoltare la Parola. La Parola di Dio è viva, perché è Cristo, la cui voce continua a risuonare nella Chiesa che è il suo Corpo. Egli compie tutte le Scritture, quel testamento antico e nuovo dato agli uomini come promessa di salvezza. L’adorazione eucaristica, che stasera condividiamo, è proprio il luogo giusto per fare silenzio, liberare il cuore e dire noi stessi dinanzi al Signore, dialogando con Lui, eloquente nel suo amore fatto cibo per tutta l’umanità.

Inoltre, carissimi, per accompagnare a scoprire la bellezza della nostra fede, ricordate che nessuno di noi è nato maestro, e del Signore siamo tutti discepoli. Condividete dunque il vostro cammino spirituale, testimoniandolo con coerenza di vita: la volontà di seguire Gesù ci rinnoverà costantemente, soprattutto nell’ora della fatica.

In questo è importante vedere che nessuno è solo credendo in Gesù. Guardate quanti siete qui! E così anche in comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia: lì tutti possiamo imparare la bellezza della nostra fede. Condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente.

Egli sta al nostro passo e illumina la via: sull’esempio del Maestro, proprio così vi invito a fare, come pastori, educatori e amici. Se pregate con amore, i giovani apprezzeranno l’importanza della preghiera. Se siete ardenti di fede, trasmetterete il suo vivo fuoco.

Cercate tutti nei vostri cuori questo fuoco dell’amore di Dio! Lì c’è la presenza di Gesù, e la vicinanza di Gesù si percepisce anche nei momenti delle nostre cadute, perché Gesù mai ci abbandona. Soprattutto quando diventiamo mano tesa, abbraccio fraterno, quando cerchiamo opportunità per servire gli altri e quando cerchiamo come toccare la vita dell’altro con le sue ferite, nella sua tristezza, nelle sue difficoltà: lì la fede in Gesù Cristo diventa viva, e Gesù stesso ci aiuterà a sostenerci a vicenda nel cammino.

(5) Come possiamo vivere da giovani cristiani impegnati in questa società?

(6) Qual è la missione concreta che Lei vuole affidare ai giovani della Chiesa?
 

Bene, congratulazioni per il tuo matrimonio Fernando! Qui ho visto anche altre coppie che stanno per sposarsi: congratulazioni e benedizioni! Perché, se prima ho detto “non abbiate paura di pensare a una vocazione”, anche il matrimonio è una vocazione. Non abbiate paura di sposarvi e di formare una famiglia!

Lungo i secoli della storia della Chiesa, noi cristiani siamo vissuti in ogni tipo di società, attraversando i cambiamenti delle culture che abbiamo condiviso e contribuito a formare. C’è un testo antico – si chiama Lettera a Diogneto – che ci consegna a proposito una bella intuizione: «Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (VI). Ecco il nostro modo di vivere: i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. In Cristo siamo liberi! Cristo ci ha liberato con il suo amore: grazie a quest’amore, restiamo sempre liberi davanti a ogni forzatura e inganno. Siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte. Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita, che Dio prepara per tutti. In questa prospettiva, soprattutto voi giovani siete chiamati a dare direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro. Vedendo voi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo contagioso motivato dalla fede, penso con speranza alla capacità che avete di testimoniare Cristo nel mondo, inclusa la realtà digitale, per comunicare i valori e la bellezza del Vangelo (cfr Christus vivit, 105; Saluto nel giubileo dei missionari digitali, 29 luglio 2025). Andate, questa missione è vostra!

Vi invito perciò, tutti insieme, a essere sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13). Per vivere così, occorre anzitutto interpretare la società presente, abitandola con saggezza, per poterla poi trasformare come testimoni del Vangelo. Il giovane cristiano, infatti, diventa luminoso nella gioia come nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come una persona che trae il gusto della vita da dentro di sé, senza aspettare che glielo diano la ricchezza, il piacere o il potere. Questa è la nostra libertà, che ha la sua sorgente nella fede, capace di dare luce e buon sapore ad ogni società, ad ogni esperienza umana. Quando la vita non sa di niente, invece, è come se ci venisse tolta: non la sentiamo più nostra. Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova.

E allora, voglio affidare a tutti voi una  missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo. Coltivando quest’impegno, guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore! Grazie.

Domenica 7 giugno – Madrid

Santa Messa, processione e benedizione eucaristica nella solennità del Corpus Domini

Plaza de Cibeles

Eminenze Reverendissime, Eccellenze,
carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà
fratelli e sorelle,

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri.

Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità.

Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.

Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto» , ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia.

Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.

Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce:  «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte» (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede). Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.

Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.

Che il Signore Gesù presente nell’Eucaristia vi renda pane spezzato, donato e offerto perché una vita piena possa sgorgare per voi, per le vostre famiglie e per il vostro Paese.

Incontro “Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport”

Movistar Arena

Eminenza,
cari amici e amiche,

è un piacere incontrarvi in questo luogo, uno spazio che non solo ospita attività sportive, artistiche e culturali, ma anche le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione.

In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l’impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l’identità. Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana.

Dopo aver osservato con attenzione queste meraviglie create dalle generazioni precedenti, sorge inevitabilmente una domanda che interpella tutti noi: quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?

Ho ascoltato con grande interesse ciascuno degli interventi dei relatori; sono d’accordo con voi. La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera. Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo.

Nel DNA dell’umanità è radicato il desiderio di bene, di bellezza e di verità; ed è a partire da questa aspirazione profondamente umana e dalla nostra esperienza plurisecolare che la Chiesa propone percorsi per una vita dignitosa e per il bene comune. A tal proposito, San Paolo VI affermò dinanzi alle Nazioni Unite che, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto «esperta in umanità», la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano (cfr. Gaudium et spes, 1). Per questo motivo «l’attitudine al dialogo è parte integrante della sua vocazione» (Magnifica humanitas, 2). Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?

La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità. «Per questo, la persona umana rimane sempre “la via prima e fondamentale della Chiesa” e il cuore di ogni autentico percorso di sviluppo umano integrale» (ibid., 50). E quindi, essa non può disinteressarsi della cultura, perché attraverso di essa l’uomo in quanto uomo “è” di più (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 554).

E proprio perché il termine “cultura” evoca il concetto di “coltivazione”, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate.

Per rispondere a queste domande, c’è bisogno di un dialogo sociale che potremmo paragonare all’arte di tessere reti, che implica incontro, ascolto, dialogo e rispetto.

Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano.

Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce.

Il nostro contributo al dialogo, a partire da una visione cristiana della vita, muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8). Qui risiede il fondamento dell’inalienabile dignità umana, il cui assoluto rispetto è la base del dialogo.

In secondo luogo, tessere reti significa creare insieme. «La fede – ha affermato Papa Benedetto XVI – è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza» (Catechesi, 21 maggio 2008). Tutti abbiamo sperimentato qualcosa di bello, tanto da cambiarci interiormente: una canzone, una poesia, una chiesa silenziosa, una voce, uno sguardo, persino una partita di basket vissuta con gli amici.

Non sorprende quindi che l’annuncio della Buona Novella e la consapestivolezza di essere fratelli si esprimano sotto forma di “saeta” durante la Settimana Santa, di poesia mistica e di maestria letteraria in autori come Lope de Vega, Santa Teresa d’Avila o San Giovanni della Croce, Calderón de la Barca, o nella prosa serena di San Tommaso d’Aquino, da cui abbiamo ereditato i bellissimi inni del Corpus Domini, che celebriamo oggi. Tutto ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che cotuisce la nostra esistenza.

Tessere reti significa, in terzo luogo, servire in modo disinteressato. Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità.

È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto.

Voglio chiedermi ad alta voce: chi viene escluso nonostante le proprie virtù e capacità? Non possiamo ignorare che la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici, e la Chiesa (cfr Dilexi te, 9).

Infatti, Cristo restituisce al bene comune il posto che gli spetta in quanto saggio arbitro che placa l’avidità degli uni e alimenta la speranza degli altri, mentre desidera salvarli tutti.

Questa Chiesa, esperta in umanità, anche se a volte va controcorrente, insiste sul fatto che «le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti» (Magnifica humanitas, 34).

Permettetemi infine di rivolgere la vostra attenzione a un mondo che, come sapete, non mi è estraneo: quello dello sport. Pensiamo a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti.

A questo proposito, San Giovanni Paolo II, in qualità di sportivo e pastore, ha affermato: «In questi tempi, in cui purtroppo varie forme di violenza e quindi di odio tendono nefastamente a lacerare il tessuto della solidarietà sociale, voi [gli sportivi] contribuite, per parte vostra, a dare una luminosa testimonianza di coesione, di pace, di unione, in una parola di “saper stare insieme”» (Discorso ai partecipanti al 33° Campionato di Sci Acquatico Europa, Africa e Mediterraneo, 31 agosto 1979).

 Queste espressioni sono più attuali e opportune di quando risuonarono per la prima volta.

Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza.

Diventiamo fili nuovi seguendo il consiglio di San Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,15-18). Perché in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità. Grazie!

Lunedì 8 giugno – Madrid

Incontro con i membri del Parlamento Spagnolo

Congresso dei Deputati

Presidente del Governo,
Presidente del Congresso dei Deputati,
Presidente del Senato,
Presidente del Tribunale Costituzionale,
Presidente del Tribunale Supremo e del Consiglio Generale del Potere Giudiziario,
Membri del Congresso dei Deputati e del Senato,
Signore e Signori,

Ringrazio la Signora Presidente per le sue gentili parole, nonché per l’invito che la Sede Apostolica ha ricevuto in occasione del mio viaggio in questo Paese, e per la cortesia con cui mi avete accolto in questo storico Palazzo del Congresso dei Deputati, sede eminente della vita istituzionale, giuridica e democratica del Regno di Spagna. Mi presento davanti a voi come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica, consapevole che la missione affidata al Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli (cfr Lumen gentium, 23) pone la Santa Sede, in modo particolare, in dialogo con i popoli e con gli Stati.

La mia presenza tra voi vuol essere un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della cooperazione reciproca, e una parola offerta al servizio della persona umana. La Chiesa «cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Per questo, quando si rivolge alla vita pubblica, lo fa nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare. Riconosce «l’autonomia delle realtà terrene» e «la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica»; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza (cfr Magnifica humanitas, 18-19).

In questo Emiciclo si dà forma giuridica alla convivenza sociale. Qui le differenze vengono ascoltate, ordinate e, quando è possibile, si trasformano in decisione condivisa. Per questo, al di là della legittima diversità di posizioni, ogni attività legislativa finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono.

Di fronte a tale questione, la Spagna possiede una memoria particolarmente ricca. La sua identità geografica e politica si è intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi in modo fecondo. Nelle sue cattedrali e nelle sue università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nell’animo stesso del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma un peculiare modo di vivere la libertà, di praticare la giustizia e di ordinare la vita comune.

Dalle pagine universali del Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che «la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini» (Don Chisciotte della Mancia, II, 58), fino alla profondità spirituale di Santa Teresa d’Avila, e dalla grande tradizione giuridica spagnola all’inquietudine metafisica di Unamuno, che ricordava che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto» (Del sentimento tragico della vita, I), la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa.

Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato. La presenza simbolica in questa sala dei Re Isabella e Ferdinando rimanda a quel momento in cui la Spagna si trovò di fronte a responsabilità storiche di portata universale; pochi anni dopo, Salamanca avrebbe dovuto assumere, con singolare lucidità, la riflessione morale e giuridica che quella situazione richiedeva. In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana.

Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca — e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti — ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale.

Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale. Tale contributo, nato sulle rive del Tormes, ha superato le aule e le biblioteche ed è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare.

La domanda di Salamanca continua ad accompagnare l’impegno di chi opera nella vita pubblica. Oggi, i nuovi mondi che si aprono davanti a noi non sono più tracciati sulle mappe: si dispiegano nella tecnica, nell’economia, nella biomedicina e nell’universo digitale, dove il potere umano raggiunge ambiti sempre più delicati della vita personale e sociale.

Il progresso offre possibilità meravigliose, e oggi lo vediamo in modo particolare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica, la tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza (cfr Magnifica humanitas, 9); per questo, di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune.

Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale tedesco, 22 settembre 2011). Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo (cfr ibid.). Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari.

Su questa base, mi è dato oggi di rivolgere una parola serena e decisa a coloro che hanno la grave responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale. Tale convivenza può vedersi minacciata dalla cultura dello scarto, come ha più volte osservato Papa Francesco (cfr Discorso all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 27 settembre 2021). In questo senso, se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità.

Il bene comune è, in un certo senso, “la forma sociale della dignità umana” (cfr Magnifica humanitas, 59). Esso non consiste nella mera somma di interessi particolari, ma nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Gaudium et spes, 26). Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti.

In questo contesto riveste particolare importanza la famiglia, prima realtà umana e fondamento naturale della comunità. Nell’ambito familiare si intrecciano le generazioni e si trasmette una memoria viva che dà continuità interiore alla società. Laddove la famiglia è sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni. La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità dove si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere.

Anche le istituzioni educative rivestono un ruolo decisivo in questo compito. In esse, le nuove generazioni possono imparare a cercare e ad amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Perciò molti genitori, desiderosi che i propri figli imparino a relazionarsi con gli altri, a pensare con spirito critico e ad acquisire valori solidi, ripongono in esse grandi speranze, come preziose alleate nella loro educazione. Questa collaborazione deve sempre rispettare il «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (cfr Magnifica humanitas, 143; Patto internazionale sui diritti civili e politici, art. 18.4).

L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta, quando tante persone sono costrette a lasciare tutto per cercare pace, sicurezza e futuro. Anche il tragico dramma migratorio interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Numerosi uomini, donne e bambini si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami. Questa realtà va oltre qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica. Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani.

La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi. Da qui nasce una duplice esigenza di giustizia sociale: offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica (cfr Magnifica humanitas, 81).

Negli ultimi anni, le rotte sempre più pericolose hanno evidenziato il costo altissimo di questa realtà, spesso nascosta o ignorata. Molte persone continuano a essere vittime di trafficanti e contrabbandieri che approfittano della loro disperazione. È necessario rafforzare la prevenzione, il salvataggio e l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione regionale e multilaterale.

Nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata. Per questo è indispensabile una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra. Quando la risposta istituzionale si fa vicina, equa e coordinata, le frontiere cessano di essere luoghi di abbandono e possono diventare spazi di tutela responsabile della dignità umana.

Onorevoli,

Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e diffidenza reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civile e il rispetto reciproco pur in mezzo alle divergenze.

A livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale. Ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura.

Per questo motivo, è preoccupante che, in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra. Anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana (cfr Discorso all’Università “La Sapienza”, 14 maggio 2026).

La comunità internazionale è chiamata a riscoprire il valore indispensabile del dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza. Da ciò nascono la fiducia e la speranza.

Come ricorda il motto dell’Unione Europea, In varietate concordia, la vera unità non uniforma, ma rende coesi nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni occasione di arricchimento reciproco.

Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente promuovere una cultura della reciprocità. Il pluralismo politico non dovrebbe degenerare in discredito permanente dell’avversario. In una convivenza matura, anche il conflitto può diventare un passaggio verso la pace, quando le differenze si lasciano mitigare dall’ascolto e si orientano al riconoscimento dei bisogni, delle aspirazioni e delle capacità di tutti.

Ma la pace non è solamente una realtà politica o istituzionale. Nasce anche nella coscienza, là dove il rancore, l’indifferenza e l’odio lasciano spazio alla riconciliazione. Perciò si instaura e si tutela anche attraverso il linguaggio. Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro. Quanti esercitano una responsabilità pubblica hanno, pertanto, un obbligo speciale di custodire la parola per «disarmare il linguaggio» (Messaggio per la Quaresima del 2026, 13 febbraio 2026). La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione.

Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; ed evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della propria fede.

Senza confondere il piano giuridico e quello morale, è bene ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata (cfr Dignitatis humanae, 1). In questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non va mai interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica.

In questo contesto, il sigillo sacramentale della Confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, di organizzazione e di disciplina interna (cfr Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Atto finale di Helsinki, 1° agosto 1975, Principio VII). Tutelarlo giuridicamente, come avviene in modo analogo in alcune professioni, significa preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali (cfr Corte Penale Internazionale, Regole di procedura e prova, Regola 73.3).

Signore e signori:

Permettetemi di soffermarmi un momento su alcune immagini che adornano questa Camera. In quest’Aula delle Sessioni, la luce naturale entra attraverso il lucernario che corona la sala. La luce che viene dall’alto può ricordare che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera.

Anche i dipinti che, nella parte superiore della parete principale, evocano l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo, ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana. In questa scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che mai la vita umana può essere trattata come una merce.

Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi.

Vi invito quindi ad alzare lo sguardo: non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire. Poiché l’altezza di vedute consiste proprio nel guardare con maggiore profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo, accanto alle risposte tecniche e alle riforme legislative, è necessario anche un rinnovamento morale.

La Spagna può offrire molto in questo percorso. Ha una lingua che unisce i continenti; una tradizione culturale, giuridica e spirituale che ha saputo mettere in dialogo fede e ragione, diritto e coscienza, unità e pluralità. Questa esperienza storica ricorda anche il valore della concordia e dello sforzo paziente per costruire una convivenza pacifica e giusta.

Possa questa nobile Nazione non perdere mai la memoria delle proprie radici né il coraggio di guardare al futuro. Che la Spagna continui ad essere terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza. E che la sua vita pubblica sappia sempre unire la fermezza delle convinzioni alla nobiltà del dialogo e alla grandezza del servizio.

Dio conceda pace a tutte le Nazioni della terra, concordia alle famiglie e serenità alle coscienze. E sul Regno di Spagna, segnato dall’impronta apostolica di San Giacomo e dalla presenza materna della Vergine del Pilar, scendano giorni di prosperità, giustizia e pace duratura. Grazie!

Incontro con i Vescovi della Spagna

Sede della Conferenza Episcopale

Cari fratelli nell’Episcopato,

è con grande gioia che mi presento davanti a voi in questo terzo giorno del mio viaggio apostolico in Spagna. Dopo aver salutato i rappresentanti politici che mi hanno accolto in Parlamento, vorrei ora approfittare di questi momenti insieme per ravvivare la comunione così come Gesù consigliava ai suoi apostoli (cf. Mc 6,31). Ringrazio Monsignor Luis Javier Argüello García per le gentili parole che, come Presidente della Conferenza e a nome di tutti, mi ha rivolto, spero che le mie possano confluire in quel dialogo nello Spirito che implica accogliere tutto il bene che il Signore ci dice attraverso il fratello. Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio, che parla attraverso la comunità ecclesiale, è uno dei suoi valori fondamentali. 

È un dialogo fecondo che come Chiesa state definendo in diversi modi. Uno concreto, che possiamo evocare, è quello dei congressi che state realizzando. Mi soffermo su quelli celebrati nel 2020 e nel 2025, che hanno avuto speciale eco: Pueblo de Dios en salida y ¿Para quién soy? Asamblea de llamados para la misión. I loro temi si concentrano su queste domande essenziali: come si possono affrontare le sfide attuali? E chi è chiamato ad accettare questa sfida?

Nel mio contributo a questa riflessione, ho pensato di proporvi l’immagine di un viaggio in cui la destinazione è Dio, verso il quale alziamo lo sguardo. È un viaggio sui generis, poiché non ci muoviamo materialmente, ma vogliamo far volare il cuore.

Una tentazione nel viaggio è diventare ossessionati da ciò che lasciamo, luoghi, cose, forme, senza aprirci, nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo. A questa tentazione si aggiunge quella dei bagagli, che, per motivi simili, riempiamo con cose inutili che finiscono per essere un peso. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare qualcosa che impariamo dalle vicissitudini di tanti migranti: una sola persona, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà riesce a stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva.

In questo modo, in questa prima fase del nostro viaggio, la nostra risposta alla domanda su come possiamo affrontare questa sfida che ci siamo proposti deve coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita. Come non ricordare qui l’immenso patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di convocazione che quella ricchezza ci fornisce: con la sua bellezza, che raggiunge anche il non credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di intessere nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme, certamente, a cui siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i frutti di cui è capace.

Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro bagaglio è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale. La vita sacramentale accompagna il ritmo della nostra esistenza come quella di un bambino che riceve il cibo dalla madre, come quella di uno sportivo che va misurando le forze necessarie per raggiungere il traguardo.

D’altra parte, qualcosa che spesso ci costa molto durante il viaggio è comunicare con l’altro. Sia a causa della lingua e della cultura diverse, sia per la sfiducia verso l’ignoto, sia per le liti e incomprensioni che possono verificarsi anche tra persone vicine, ci sentiamo limitati nell’esprimerci o nel comprendere il nostro interlocutore. È un’esperienza che possiamo calare nell’annuncio del Vangelo, nell’accoglienza dell’altro, nella capacità di rispondere ai quesiti del mondo che ci circonda o nella necessità di attivare la corresponsabilità dei membri della comunità nelle nostre azioni pastorali. Se prima abbiamo detto che dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci frena e ci allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino. Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri, possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali.

Non è la prima volta che la Spagna affronta una situazione analoga: in passato, per esempio, quando la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata, emersero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America e che possono aiutarci qui nella nostra missione. Come allora, siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi, proprio come fece il famoso santo alfaquí di Granada, fra Hernando de Talavera, e più avanti ripeté in America san Turibio de Mogrovejo, del quale stiamo celebrando il terzo centenario di canonizzazione, presentandolo proprio come modello di vescovo “in uscita” in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale. Anche i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito deve rimanere. 

Quali sono i punti essenziali di quello spirito? Il primo riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma per condividere. Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo, potremo costruire una realtà nuova in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per questo, logicamente, bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno. Il secondo è la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede. Capaci di portare – come fece Turibio – l’esperienza di Granada in America, cioè di portare nel nostro bagaglio le risorse che ci permettano di affrontare con franchezza le sfide sempre nuove dell’evangelizzazione in ogni circostanza. 

Dopo le pianure deserte, troveremo anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali. Le risposte saranno diverse, ma analoghi i processi per arrivarci: ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza. 

I pellegrini solitamente partono di notte e molte volte quell’oscurità iniziale del cammino può spaventarli. Potremmo evocare l’inno dei vespri, La notte è tempo di salvezza, per dire che, se andiamo in buona compagnia, le difficoltà del camminare e il pericolo di smarrirsi si riducono. È il Signore che ci conduce, Egli è il padrone della storia e di ciascuna delle nostre storie, Egli determina i tempi. Noi camminiamo dietro di Lui, anzi, camminiamo con Lui come membri di un solo corpo. Questo legame profondo chiede alla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore.

In questo compito, il ministero del vescovo assume una responsabilità peculiare. Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune. La vostra missione chiede di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure.

La comunione, vissuta in questo modo, possiede anche una forza missionaria. Una Chiesa riconciliata interiormente può parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni, a coloro che non credono, alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune.

Questa chiamata a essere segno di comunione in Cristo, camminando nell’unità e tendendo la nostra mano al fratello che incontriamo, ci pone davanti a un’altra sfida che oggi tocca il cuore di molti: la difficoltà di assumere impegni definitivi e di prendere decisioni vitali. In tanti giovani, e non solo in loro, la domanda: “Per chi sono?” risuona come una ricerca sincera di senso, di appartenenza e di dono. Il cuore umano non si colma accumulando esperienze, possibilità o garanzie provvisorie: si colma quando scopre una chiamata, quando comprende che la vita raggiunge la pienezza solo se donata.

Per questo, la pastorale vocazionale non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita. Prima abbiamo parlato di bagagli: i pellegrini del Cammino di Santiago sanno bene che nello zaino deve essere caricato solo l’essenziale.

Come ha ripetutamente proposto Papa Francesco, nel contesto vocazionale attuale, va detto che la conservazione delle strutture non può prevalere sul bene della vocazione. I seminaristi hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa, dal canto suo, ha diritto a sacerdoti ben formati. Il criterio affinché i seminari siano autentici case di formazione è che garantiscano un’adeguata esperienza di vita comunitaria; che abbiano formatori totalmente dedicati allo studio e all’insegnamento, con esperienza nell’accompagnamento spirituale; e che dispongano di Centri Superiori di Teologia dotati dei mezzi necessari per svolgere la propria funzione. A tal fine, è essenziale, oltre a unire le forze, imparare a lavorare insieme nella gestione di queste sfide.

In questo campo, le difficoltà possono essere affrontate come opportunità. A volte ci risulta difficile presentare la vocazione dei laici e la loro integrazione in questo cammino di vita che come Chiesa stiamo compiendo. D’altra parte, vediamo come in molte opere, tradizionalmente gestite da religiosi, si ricorra a collaboratori laici per poter continuare a svolgere il lavoro. È una difficoltà che possiamo trasformare in opportunità di incontro, di dialogo e di comunicazione. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno realizzata. 

Come vedete, il nostro cammino è fatto di incontri: in essi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare per loro samaritani. Uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione. Questa stessa logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come Pietro e Giovanni al paralitico accanto alla porta del tempio, il tesoro che le è stato affidato: Gesù Cristo, nel cui nome l’uomo può alzarsi e camminare (cf. At 3,1-10).

Anche quando collabora con altre istituzioni, religiose o civili, persino quando offre aiuto materiale, istruzione, assistenza o promozione umana, la Chiesa non smette mai di offrire ciò che le è proprio: l’amore di Dio rivelato in Cristo. Quel messaggio penetra nella società, che non esita a manifestare la propria stima per molte di queste opere. Così ogni gesto di carità cristiana che nasce dal Vangelo porta in sé una promessa più grande: restituire alla persona la convinzione di essere amata.

Nel nostro cammino percorriamo quella che san Giovanni Paolo II volle chiamare «Terra di Maria». Nella Santissima Vergine avete la vostra prima compagna di viaggio e il vostro principale tesoro, poiché ella ci mostra con la sua vita come accogliere la Parola e custodirla nel cuore, come accompagnare in questo itinerario i discepoli e rimanere presente nel cammino della Chiesa come madre di comunione e di speranza. A lei affido il vostro ministero, affinché vi aiuti a essere, in mezzo al popolo che vi è affidato, quel lievito nascosto di cui parla il Vangelo. Piccola agli occhi del mondo, ma capace, quando rimane unita a Cristo, di far fermentare la massa (cf. Mt 13,33): la forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori, dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito.

In questo cammino vi accompagna anche san Giovanni d’Ávila, patrono del clero spagnolo, in quest’anno nel quale ricordiamo il quinto centenario della sua ordinazione presbiterale. San Paolo VI lo definì «un maestro di vita spirituale, provvido e sapiente; un rinnovatore esemplare di vita ecclesiastica e di costume cristiano» e, allo stesso tempo, «un semplice prete». In questo santo dottore, la Chiesa riconosce la vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel proprio presbiterio.

Guardandolo lui, penso a coloro che sono i più vicini compagni dei vescovi in questo viaggio, a quei “semplici sacerdoti”, nel senso più alto e più esigente del termine. Il nostro camminare con loro dovrebbe trasmettere il valore di quella essenza: essere presbiteri innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale. Presbiteri che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna; e negli altri sacerdoti fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie di questa peregrinazione piena di incontri, in cui tutti cerchiamo Cristo.

Concludiamo questo viaggio spirituale con una preghiera del santo dottore che ci ricorda che ogni rinnovamento ecclesiale nasce da un cuore configurato con Cristo: «Se mi mandate, Signore, a fare ciò che voi avete fatto, datemi il vostro cuore» (Sermone 57,20). Sia anche questa la nostra preghiera: Signore, dacci il tuo cuore, un cuore capace di alzare lo sguardo verso di te, di mettersi in cammino, di ascoltare, di discernere, di servire, di correggere con carità, di attendere con pazienza e di annunciare con gioia. Perché la Chiesa che riceve il cuore di Cristo porta con sé la colonna di fuoco che la guida, la sostiene, la difende e la conforta, il patrimonio necessario per affrontare qualsiasi sfida.

Che Dio vi benedica. Molte grazie.

Preghiera e omaggio alla Vergine dell’Almudena

Ringrazio Sua Eminenza, Arcivescovo di Madrid, per le parole che mi ha rivolto. Saluto con affetto tutti voi, fratelli e sorelle che, con gioia e fervore, vi unite oggi nell’omaggio alla Nostra Signora dell’Almudena, Madre e Protettrice di questa Arcidiocesi, durante il quale poserò ai suoi piedi la rosa d’oro, simbolo dell’amore filiale del Papa per la Vergine Maria.

Sono numerose le generazioni di madrileni che, nel corso dei secoli, hanno venerato quest’immagine di Maria Santissima, che porta in braccio il suo Figlio divino e ce lo porge. La tradizione narra che, in tempi difficili per la comunità cristiana, per proteggere la statua della Vergine, la si nascose in un anfratto delle mura della cittadella, dove rimase nascosta per molto tempo, fino a quando, dopo il crollo miracoloso di una parte delle mura, venne ritrovata intatta.

Questa millenaria devozione mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad animarvi per proseguire nel cammino. Fu grazie a una muraglia distrutta che accadde il nuovo incontro della Madre con il suo popolo. Questo fatto è provvidenziale, perché indica il percorso che Gesù, attraverso la sua Santa Madre, ci invita a percorrere. In un primo momento, un muro che cade provoca un boato, caos, disordine, ma apre anche spazi, ristabilisce possibilità e sprona a restaurare. Nelle nostre società attuali esistono ancora molti muri che non proteggono, ma dividono, allontanano e isolano. A volte, pensando che abbatterli significhi dover affrontare ciò che non ci piace, preferiamo la comodità di puntellarli appena e, più frequentemente, di ignorarli.

Tuttavia, la Nostra Signora dell’Almudena, con la sua presenza e la sua sicura protezione, ci dice un’altra cosa: per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo, bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte. Siccome siamo convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene, vi esorto a non venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore del Padre. Vi esorto a non mancare di carità, per unirvi come un’unica famiglia di fratelli e sorelle, e a non perdere la speranza, per sostenervi l’un l’altro nella vostra azione nel mondo. Prego che con l’esempio e l’intercessione di Santa Maria la Real de la Almudena, la Vergine del Magnificat che continua a proclamare la grandezza del Signore ed esultare in Dio suo Salvatore, Egli stesso custodisca e rafforzi il vostro amore per Gesù e per la Chiesa, affinché possiate essere costruttori di legami che restaurino il linguaggio universale della comunione, dell’amore fraterno e della concordia.

Facendo mie alcune parole dell’inno a lei dedicato, vi raccomando al potente aiuto del suo amore materno:

Santa Maria dell’Almudena,
Vergine e Madre del Redentore,
Regina del Cielo, Madre d’Amore,
sotto il tuo manto, Vergine umile,
cercano protezione i tuoi figli.
Madre amorevole, Tempio di Dio,
proteggici, Signora, e aiutaci a essere
costruttori di pace e riconciliazione.

Amen.

Incontro con la comunità diocesana

Cari fratelli e sorelle, buonasera!

Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita. Ma [si rivolge all’Arcivescovo], Don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre!

Questa sera è un grande inno della fede e sono lieto di unire la mia voce alle vostre, per lodare Dio e incoraggiare i legami di una così bella famiglia ecclesiale che sta imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo, Don José, per avere introdotto la parabola del canto, che suggerisce come non bastino i numeri, i dati, i fatti a generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano. Per la Chiesa questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande Memoriale della storia che ci ha salvati.

Cantare è un bisogno che attraversa la convivenza e interpella la cultura, la provoca a restare aperta e in costante divenire. Voi siete Chiesa diocesana dentro un popolo che ama la musica, la danza e lo stare insieme, eppure conosce anche conflitti, rassegnazione, talvolta disperazioni, situazioni che il Vangelo può aprire alla speranza. Testimoniate il Vangelo nella capitale di un grande Paese europeo, sede di Istituzioni e Organizzazioni in cui si prendono importanti decisioni per il presente e il futuro, ma anche meta di milioni di visitatori e di fratelli e sorelle alla ricerca di nuove opportunità. La vostra gioia sarà contagiosa se diverrà, da emozione di qualche momento, un modo d’essere stabile, un sentire di fondo che rinnova i singoli, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli Apostoli, nei loro scritti, invitino così spesso le Chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. È l’Evangelii gaudium, una corale risposta all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione ha modificato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, seppure in modi e su strade diverse. Anche oggi l’amore di Cristo ci spinge (cfr 2Cor 4,14) – il verbo che usa San Paolo, significa anche “ci avvince”, “ci tiene uniti”, “ci possiede” – e così ci chiama alla responsabilità dell’azione.

Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questa sera, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono linfa, come i tralci dalla vite. Concretamente, questo significa che in noi molto di ciò che già c’era si trasforma, perché si volge al servizio, cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune. Questo non va temuto, perché non produce mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino.

Nell’Enciclica Magnifica humanitas ho proposto, come alternativa a omologazione e confusione, la figura di Neemia, che coinvolge l’intera comunità nella ricostruzione di Gerusalemme. «Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 11).

Vi è allora un rapporto speciale fra Chiesa e città, ancora più importante nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: un rapporto che, naturalmente, si realizza fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere. Emerge sempre più una specificità della missione cristiana all’interno di grandi realtà urbane, dove «una cultura inedita palpita e si progetta» (Francesco, Evangelii gaudium, 73). La lucidità su questo punto è molto maturata nel cammino sinodale, che ha consentito di conoscerci e ascoltarci con più profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e prende forma. La domanda più importante diventa: ciò che siamo e operiamo come cristiani arriva «là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi», ovvero ai «nuclei più profondi dell’anima delle città» (ibid.)? Rispondere può essere difficile, certo, ma è possibile, se cerchiamo insieme la verità.

Ecco perché è tanto importante non disperderci e non chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione e oggi possiamo intendere questo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci pare di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora occorre imparare nuovamente l’arte spirituale dell’attenzione, senza la quale persino l’annuncio del Vangelo rischia di diventare impersonale ripetizione e, perdendo di efficacia, lascia spazio a frustrazione e sfiducia.

Carissimi, Madrid è una grande città dove convivono tradizioni e “anime” diverse. Dio conosce uno per uno i cuori dei suoi abitanti. Li conosce come solo Lui sa e può fare, cioè nell’amore e dunque nella libertà. Egli è misericordia infinita e vuole che tutti siano salvati. Lo vuole al punto da farsi carne e prendere su di sé tutto il peccato, il male, il negativo del mondo. Ecco Gesù Cristo! Ecco la Buona Notizia, la Grazia che abbiamo ricevuto e che siamo mandati a condividere con tutti. Perché tutti, nessuno escluso, sono fatti per la vita e la vita in pienezza. La presenza della Chiesa in una grande città è parabola di questo mistero di salvezza. Viene in mente il Libro di Giona, uno dei gioielli della Bibbia che vi invito a leggere o rileggere, personalmente e in comunità. Non è un caso se è proprio nelle città che gli Apostoli hanno impiantato la Chiesa nascente, trovando non solo rifiuto, ma anche accoglienza dove più naturalmente le persone sono alle prese con la diversità e il cambiamento.

Nulla vi turbi, allora, nulla vi spaventi! Insieme, come Chiesa diocesana, potete offrire la testimonianza evangelica che libera le migliori energie di un’umanità bombardata di immagini e di parole, ma affamata di giustizia e assetata di verità. Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione. L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. È un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà.

Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza distogliervi dall’essenziale, il regolare fermarvi col vostro popolo a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero. Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. È lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo. Lo Spirito suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo!

Le storie che questa sera abbiamo ascoltato dicono, anzi “cantano”, quanta vita c’è in questa Chiesa. Qualcuno ha testimoniato: “Posso dire senza esitazione che amo profondamente la Chiesa, famiglia di Dio, dove tutti abbiamo un posto”. Un altro ha detto: “Ho provato una grande gioia e responsabilità nel diventare un membro più attivo della comunità e nel condividere con il resto dei membri della Chiesa i miei doni”. E ancora: “Per noi, servire non è solo un modo per aiutare, ma anche un modo per restituire tutto l’affetto e il sostegno che abbiamo ricevuto”. Ecco la Chiesa, cari fratelli e sorelle! Ecco la musica del Vangelo, col suo ritmo coinvolgente. Quando arriva al cuore, fa dire, come alla famiglia venuta a Madrid dal Perù, di sentirsi accolti a braccia aperte. In molti, come lei e la sua famiglia, provano un iniziale timore ad avvicinarsi, hanno sentito parlare di pregiudizi e delusioni. La bontà, anche di pochi, può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: sui vostri volti e nella vostra vita si possa incontrare la Parola di Dio. L’amore, infatti, è la lingua che fa sentire tutti a casa. Molte grazie.

Martedì 9 giugno – Madrid Barcellona

Incontro con i Volontari

Padiglione 3 dell’IFEMA Madrid

Eminenza Don José,
carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!

Questo incontro è l’ultimo della parte madrilena del mio Viaggio apostolico, ma sono molto contento che sia con voi, volontari e volontarie, ognuno di voi e tanti che non hanno potuto essere qui stamattina. Voi meritate un “grazie” tutto speciale, perché avete donato la vostra presenza e il vostro servizio e l’avete fatto per amore del Signore, della Chiesa e del Papa. Grazie di cuore!

Ringrazio l’Arcivescovo e i due “portavoce” che hanno offerto le loro testimonianze, come pure coloro che hanno realizzato il video e l’esibizione musicale.

Ho saputo che fin dall’inizio la vostra risposta all’appello è stata entusiasta: in pochi giorni avete superato i numeri richiesti e così le esigenze sono state abbondantemente soddisfatte. Avete preso giorni di ferie dal lavoro, alcuni di voi si sono dedicati per mesi a tempo pieno, ma ciascuno ha dato ciò che ha potuto, soprattutto ha dato sé stesso: cuore, mani, idee, competenze, sorrisi. Dio vi ricompensi come solo Lui sa fare!

Mi piace condividere con voi una semplice riflessione, che riassumerei così: i cristiani sono chiamati a portare nel mondo il lievito della gratuità.

Gesù ha usato l’immagine del lievito in una parabola del regno dei cieli, riportata dall’evangelista Matteo: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33). La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili – penso al Giubileo dell’anno scorso –, è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità.

La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della “città di Dio”. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine “crescita” è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale. È la logica del Vangelo, che dice: «Se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? […] E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta?» (Lc 6,33-34).

Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito. E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace. Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo. Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità. Grazie di averlo testimoniato in questi giorni qui a Madrid! Grazie! Forse le statistiche non lo registreranno, ma noi sappiamo che in questi giorni, anche grazie a voi, questa città è cresciuta ed è più vicina al Regno di Dio. Merito nostro? No! Tutta grazia sua! Questo è il segreto: l’amore di Dio, che muove il sole e gli astri e muove i cuori di coloro che hanno incontrato il Signore Gesù, il quale «disse: Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35).

Sorelle, fratelli, avanti su questa strada! Con umiltà e mitezza, senza alcuna presunzione, ma saldi nella fede e generosi nel servizio. La Vergine Maria vi ottenga di essere lievito del Regno sempre e dovunque. Grazie! E arrivederci a Roma!

Poi, offrendo in dono il calice, il Santo Padre ha detto:

E desidero anche lasciare come dono per tutta la famiglia qui a Madrid, per tutta la comunità ecclesiale questo Calice, affinché non dimentichiamo mai ciò che celebriamo nel memoriale di Cristo che ci ha salvati. Grazie a tutti!

Preghiera

Preghiera dell’Ora Media

Cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia (Barcellona)

Carissimi fratelli e sorelle,

con grande gioia inizio la mia visita pregando insieme a voi, in questa Cattedrale, l’Ora sesta.

Il Concilio Vaticano II definisce l’Ufficio divino «voce della sposa che parla allo sposo» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 84) e «preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre» (ibid.). Anche la Lettura che abbiamo ascoltato sottolinea che «tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cor 12,13). Possiamo allora farci aiutare, nella nostra riflessione, proprio da queste due immagini: la Sposa e il Corpo.

La prima ci ricorda che la Chiesa, e in particolare quest’assemblea, ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata. Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre. Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la “Comunità dei santi” (cfr 1Cor 1,2) che è in Barcellona. Ed è con questa consapevolezza che vi invito a rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita. La Chiesa è frutto di un atto d’amore che la precede e che viene da Dio, e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell’amore.

In proposito, Papa Francesco, non molti anni or sono, raccomandava a questa Comunità diocesana di «partire dall’incontro con Cristo» per crescere «in fratellanza, nell’annuncio della Buona Novella del Vangelo» (Videomessaggio in occasione dell’inaugurazione della Torre della Vergine nella Sagrada Família di Barcellona, 8 dicembre 2021), e, un anno dopo, ripeteva ai seminaristi di questa stessa  Diocesi, pellegrini a Roma: «Non smettete mai di assaporare e rievocare questo amore di predilezione che si riversa e si riverserà abbondantemente nel vostro cuore […]. Non spegnete mai quel fuoco che vi renderà intrepidi predicatori del Vangelo» (Discorso alla Comunità del Seminario di Barcellona, 10 dicembre 2022).

Le sue parole indicano il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono.

Carissimi, Barcellona, in questo, ha una grande tradizione di Chiesa. Ne faceva memoria San Giovanni Paolo II quando, in visita qui, lodava l’«animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti» (Angelus, Barcellona, 7 novembre 1982), e vi incoraggiava a «proclamare davanti alla Chiesa che questa città e questa regione sono un focolare grande ed aperto alla fraternità cristiana» (ibid.).

Nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione. E ancora oggi esse hanno conferma nella vitalità delle numerose opere di annuncio, di formazione e di carità di cui tutti siete animatori e protagonisti.

Questo ci porta alla seconda immagine sulla quale vogliamo fermarci: quella del corpo, tema principale della Lettura che abbiamo ascoltato (cfr1Cor 12,12-13). Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, «gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9), tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità. Anche questo è importante, perché ci rammenta che per noi lavorare insieme non è una scelta di “stile”, ma una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno «secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7), e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati. È lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia.

Come in un corpo, anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga.

Sono molte le immagini con cui potremmo illustrare la varietà e l’importanza dei ruoli e delle missioni che incontriamo tra noi, ma il messaggio è sempre lo stesso: nella ricchezza dei doni ricevuti, siamo forti perché uniti, e siamo uniti perché animati dallo stesso Spirito, lo Spirito di Cristo, che è Spirito di comunione per la salvezza di tutti (cfr Ef 4,4). È importante, perciò, per ciascuno di noi, non permettere che nulla distrugga l’unità in cui Dio ci ha costituito e verso la cui pienezza ci conduce giorno per giorno.

Barcellona è detta “Cap i Casal de Catalunya”. Ciò dà a questa comunità, a tutti voi, Barcellonesi e Catalani, una vocazione e una responsabilità speciale a farvi, con l’aiuto di Dio, costruttori di unità.

Tra poco venereremo i resti di Santa Eulalia, Compatrona di questa Cattedrale, di questa Diocesi e di questa Città.

Sant’Agostino, parlando dei Martiri, diceva: «Non ci sembri poca cosa essere membra di quel corpo del quale sono membra anche coloro ai quali non ci possiamo paragonare […]. Siamo obbedienti allo stesso Signore […], animati dalla stessa carità e […] stretti a quella medesima unità» (Sermo 280, 6).

Cari fratelli e sorelle, è con questo spirito che anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce. Come la Vergine Eulalia e tanti altri Martiri, vogliamo rispondere il nostro “sì”, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre (cfr Mt 16,24-26).

Questo ci insegna il Crocifisso, a questo ci invitano l’Apostolo Paolo e gli esempi dei Santi, questo vogliamo fare insieme, secondo la preghiera di Gesù al Padre, durante l’ultima Cena: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23).

Ci aiuti Maria, Madre della Chiesa e Madre dell’unità ad essere fedeli a questo impegno e a questa missione: Santa Maria de la Mercè, pregueu per nosaltres.

Veglia di preghiera

Stadio Olimpico “Lluís Companys”

Dialogo del Santo Padre con i Giovani

1.

Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?

Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità.

E qui torno alla domanda con due brevi riflessioni. La prima: è necessario coltivare quella sana inquietudine. Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società. Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli. Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo. Seconda riflessione: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro. È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo. Crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili. Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.

2.

Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono nascosti, per vergogna, come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che porta con sé oscurità, isolamento e un dolore immenso. A volte questo dolore è così opprimente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita. Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e un venerdì sera ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita. Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata; ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità. Per questo, Le chiedo con tutto il cuore: dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è totale e non ce la facciamo più? Come possiamo avere fiducia in Dio, quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?

Prima di tutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza. Mi commuove che tu riesca a parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato. Ti sei rialzato e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.

Nella tua domanda, hai fatto riferimento innanzitutto alla “malattia silenziosa” che è la depressione, ed è importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali. Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.

Le tue parole, tuttavia, ci hanno anche mostrato che il dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita. Questo vale per tutti, non solo per coloro che, in un determinato momento, devono affrontare la prova della malattia.

Mentre ti ascoltavo, ho pensato a quelle ore di oscurità, di angoscia e di dolore che Gesù ha vissuto quando si avvicinava l’ora della sua morte. I Vangeli, nei momenti dell’Ultima Cena e della preghiera nel Getsemani, sottolineano che stava calando il pomeriggio, che stava calando la notte, così come poco prima di morire sulla croce ci dicono che «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45; Lc 23,44). Ma, in realtà, non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia.

Vivere questa esperienza è difficile, come testimonia più volte la Sacra Scrittura; ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società mette a tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna. E, in questi momenti, possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonati. Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano, un grido che Gesù ha fatto suo sulla croce, dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).

C’è una catechesi sulle ultime ore di Gesù, in cui Benedetto XVI afferma che la sua sofferenza si trasforma in preghiera e grido, e che questo vale anche per noi: di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, sicuri che in qualche modo Egli si renda presente e sia vicino anche quando apparentemente tace. Ma penso che non possiamo farlo da soli. Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido. Queste esperienze offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

3.

Buonasera, Santo Padre. Provengo da una famiglia di un quartiere molto povero di Barcellona. Quando ero piccola, mio padre ha cercato di uccidere mia madre, che si è salvata solo grazie all’intervento di un ragazzo che ha perso la vita. Mio padre è finito in prigione e mia madre è caduta nel mondo della droga. A dieci anni i servizi sociali mi hanno presa in custodia e mi hanno portata al centro di accoglienza minorile di San José de la Montaña. All’inizio è stata dura, perché mi ero costruita un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno. Ma a poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto. Lì mi hanno parlato di Gesù, ho iniziato a pregare e ho ricevuto il Battesimo. Ma durante l’adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte. Mi hanno invitata a un ritiro e lì, per la prima volta, ho sperimentato l’amore di Dio. Ma sono passati alcuni mesi e faccio ancora fatica a perdonare mio padre. E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: «Dov’eri quando ero bambina?». Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che stava per lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi veramente con Dio?

Grazie per la tua testimonianza e grazie anche per la domanda sul perdono. È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedersi come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male. Vorrei dire anche qui due cose.

La prima completa ciò che dicevo prima sulla presenza di Dio nei momenti della nostra sofferenza; in fondo anche tu esprimi questa domanda riguardo alla tua infanzia, ma il contesto in cui si sono svolti gli eventi della tua vita ci chiede di ampliare il raggio della nostra domanda: dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?

Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi. Siamo tutti chiamati ad affrontare questa drammatica realtà – che ha radici antropologiche e culturali – sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni. Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada; Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità. Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio affinché l’amore sia la chiave di tutti i nostri rapporti umani. Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.

Una seconda cosa riguarda il perdono. Dobbiamo imparare a considerare il perdono, potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino. Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione. È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.

La riconciliazione con la storia è un processo graduale e, soprattutto, non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in ogni caso a tornare alla situazione precedente o a vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza. Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: tutto questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri. Siamo peccatori perdonati: perciò siamo in pace e siamo capaci di perdonare, capaci di essere portatori di pace.

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Omelia del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.

Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino.

Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.

Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio. 

Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.

Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.

E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?

Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.

Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.

Mercoledì 10 giugno – Barcellona

Visita al Centro Penitenziario “Brians 1”

Cari fratelli e sorelle,

grazie a tutti per la vostra accoglienza così piena di simpatia e cordialità!

Mi sento edificato dalla testimonianza che hanno condiviso Montse e Josefina. Grazie mille. Ringrazio anche padre Jesús per le sue parole, che mettono in luce l’impegno dei cappellani e dei volontari della pastorale penitenziaria diocesana di Sant Feliu de Llobregat.

Ogni essere umano è “degno” per il semplice fatto «di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (cfr. Magnifica humanitas, 52). Non esiste, quindi, alcuna situazione che induca il Signore a distogliere da noi il suo sguardo. È una verità consolante che ci accompagna in ogni momento e che ci ricorda come il suo amore misericordioso sia sempre al di sopra di quanto bene o male abbiamo fatto.

Questo vale, in modo particolare, per voi, cari fratelli e sorelle, che portate il peso di essere lontani dai vostri cari e, inoltre, soffrite a causa della vostra attuale condizione. Quando vi verrà la tentazione di sentirvi inferiori e penserete che non valga la pena andare avanti, «alzate lo sguardo» verso Colui che, attraverso la presenza di tante persone, non smette mai di mostrarvi il suo amore e la sua vicinanza.

Anche se l’oppressione e la tristezza segnano alcuni momenti del vostro cammino, ricordate che gli errori della vita non determinano l’identità di una persona. Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, ci racconta il suo percorso di vita e ce ne parla: se confidiamo nella grazia divina e ce ne lasciamo guidare e trasformare, scopriamo come nella nostra vita il passato non condanni il futuro, ma ci offra la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte.

Facciamo spazio al Signore nel nostro cuore e cerchiamo il suo volto. Lasciamoci accompagnare dal suo amore. Aggrappiamoci a Lui, che ci invita continuamente alla speranza e ci mostra un orizzonte meraviglioso che nessuna barriera fisica può impedirci di raggiungere. Oggi, Egli continua a parlarci nel profondo delle nostre coscienze per farci scoprire che ha la sua dimora in mezzo a noi. Aspetta solo che gli diamo una possibilità.

Cari amici e amiche, vi invito a continuare a sognare il sogno di Dio. A ciascuno di voi dico: Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore! Il Signore permette a tutti noi di ricominciare sempre da capo, poiché essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare.

Vi affido in modo particolare all’intercessione materna di Nostra Signora de la Merced e con tutto l’affetto chiedo al Signore di benedirvi. Molte grazie.

Preghiera del Santo Rosario a Monserrat

Abbazia di Nostra Signora di Montserrat

Saluto cordialmente Vostra Eccellenza, Mons. Xavier Gómez García, l’Abate di Montserrat Manel Gasch i Hurios, nonché i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli che partecipano a questo pellegrinaggio, in modo particolare i bambini e le bambine che ci accompagnano oggi. Grazie per averci accolto, grazie per la vostra presenza.

Sono lieto di poter venire ai piedi della Moreneta per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace.

Con emozione ho ricordato i miei anni come parroco della parrocchia di Santa Maria di Montserrat a Trujillo, in Perù. La Moreneta mi ha sempre accompagnato. Grazie, Catalogna, per la tua fede!

Le mura di questo santuario potrebbero raccontarci le innumerevoli storie di devozione, gratitudine e speranza che hanno contemplato nel corso dei secoli attorno alla Mare de Déu di Montserrat e sono state anche testimoni del sangue versato per amore di Gesù Cristo.

Al loro interno sono state custodite le gioie e i dolori, le letizie e le lacrime di tanti fedeli, ed esse hanno ascoltato anche le voci celestiali del canto infantile della più antica Escolanía d’Europa.

Quando il mio Predecessore, Papa Francesco, nel 2023 ha offerto la rosa d’oro a questa venerata immagine, ci invitava a considerare come, per centinaia di anni, i fedeli, senza distinzione, siano passati da questo Santuario recitando il rosario, perché Maria, Mare de Déu, è fondamentale nella vita di ogni cristiano. In quella stessa occasione egli ha sottolineato: «Davanti alla Madre, è come se si risvegliassero i sentimenti più nobili di una persona» (Discorso ai membri della Confraternita della “Mare de Déu” di Montserrat, 7 ottobre 2023). In effetti, ella suscita in noi profonde conversioni, come quella di sant’Ignazio di Loyola, il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo.

Con questo stesso atteggiamento filiale, vi invito oggi ad accogliere l’invito di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Queste parole pronunciate a Cana di Galilea contengono un vero e proprio programma di vita cristiana, perché Maria ci conduce verso Cristo e ci insegna ad ascoltare la sua voce, a obbedire alla sua parola e a lasciarci trasformare da Lui. La volontà di Gesù è chiara: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17). Si tratta di un amore che ha in Lui stesso la sua misura e la sua fonte: «Come io ho amato voi» (v. 12). Per questo, quando Maria ci dice: «Fate quello che vi dirà», ci invita a raggiungere un cuore riconciliato con i criteri del Vangelo.

Gesù ci mostra la via della misericordia, della riconciliazione, della verità e della mitezza. Allo stesso tempo, smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide. Tale violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite, le nostre paure o la sofferenza causata dalle ingiustizie.

Contempliamo Maria di Montserrat che ci mostra Gesù come un bambino indifeso che riposa sul suo grembo, dal momento che Lei è qui, accanto al Figlio, invitandoci ad amarci gli uni gli altri. Deponiamo oggi ai suoi piedi le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore.

Il Bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia non porta armature e sarà Lui stesso che poi, nudo sulla croce, si abbandonerà totalmente al Padre per salvarci con la forza disarmata e disarmante dell’amore.

Alziamo lo sguardo a Maria e supplichiamola di aiutarci a rivestirci unicamente delle armi di Dio, come esorta san Paolo: «Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, […] prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,14-17).

Oggi, come pellegrini a Montserrat, manifestiamo il sincero desiderio di riaffermare il nostro servizio a Dio Padre, che ci ha rivelato Gesù Cristo, il quale ci dice: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37).

Consideriamo anche come la Vergine, nella sua mano destra, regga la sfera del mondo, segno della sua cura materna, perché il mondo intero trova posto nel suo cuore. Ella ci invita a riconoscerci fratelli e sorelle, così che nessuno sia escluso e la comunione sia più forte di ogni divisione.

Chiediamo a Maria, Regina della pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie. E che impariamo a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace.

Che Maria, Madre della Chiesa, ci orienti sempre verso Gesù. Vi invito a onorarla con queste parole:

Per i catalani sarai sempre la Principessa,
per gli spagnoli e per il mondo intero tutto l’amore;
di’ a noi: «Siete il mio tesoro,
io sono la vostra madre, non temete»

Così sia.

Incontro con le realtà di carità e assistenza diocesane

Chiesa di Sant’Agostino in Barcellona

Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!

Ringrazio il Cardinale Arcivescovo per il cordiale benvenuto e per le parole che mi ha rivolto, così come anche il delegato della pastorale sociale e coloro che hanno condiviso con noi le loro testimonianze sulle realtà caritative e di assistenza diocesane. Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi fa: cercherò di rispondere ad alcune.

Quella a cui ho già risposto è che non volevo essere Papa, né come giovane né come vecchio, ma, quando il Signore chiama, bisogna rispondere “sì”.

Prima di rispondere alle domande vorrei solo dirvi: grazie mille per l’accoglienza! Qui mi sento davvero a casa. E grazie per tutto ciò che rappresentate. Il motivo, penserete, è ovvio, evidente: è Sant’Agostino; ma vi racconto che la prima volta che sono venuto in questa chiesa – non c’era questo Arcivescovo che è qui al mio fianco – era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e sono arrivato e ho detto: “Sapete? A Barcellona c’è una chiesa di Sant’Agostino, andiamo a visitarla”. Era chiusa. Oggi è aperta, e com’è bello trovare una chiesa con una comunità di Agostiniani e con tante persone che vivono, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza, integrazione in questa chiesa e in questa pastorale sociale. Grazie mille a tutti, davvero.

Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che adesso gioco a tennis. Giocavo a calcio, ma football americano, un po’ più violento! Ma anche con i seminaristi, quando ero a Trujillo, giocavo a calcio, in difesa, se può interessare, non ero un gran goleador. Ma quando sono stato la prima volta a Roma, lì ho vissuto la prima esperienza del “Mundial”, nel 1982, che era qui in Spagna. Poi, in Perù, con i seminaristi, seguivo molto le squadre locali; ma giocavo anche con i seminaristi; un po’ di sport fa bene a tutti, bisogna cercare di mantenere, per così dire, una buona salute: corpo, mente e anima. Quindi, questo ha fatto davvero parte della mia vita. Inoltre, il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una gara da vivere da soli, è qualcosa che si gioca in squadra, e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi è in grado di diventare una stella ma non passa mai la palla, non permette agli altri di entrare in partita e probabilmente finirà per perdere. E quindi, pensando anche a noi e a come integrarci in una squadra, vorrei anche riconoscere e congratularmi per tutto quello che state facendo qui. 

Seconda domanda, già ho risposto, ma seguo un po’ il testo, se no ci perdiamo e finiamo alle otto e mezza!

Mi chiedi se da piccolo volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio. Anche tu, Renzo, lo sei. Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli (cf. Mt 18,3): capace di fidarsi, pieno di bontà. Il Signore vuole che siamo suoi amici e che non ci allontaniamo da Lui. Per questo motivo, più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno. 

Non è facile, Renzo, trovare la risposta alla tua domanda sul perché ci siano persone alle quali succedono cose cattive e, invece, ad altre no. Pensare alla vita di Gesù ci può aiutare. La Parola di Dio ci dice che nostro Signore «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38) e, tuttavia, sappiamo che fu crocifisso. La sua storia però non finisce lì, perché il terzo giorno è risuscitato, ha vinto il male, ha vinto la morte. Attraverso la vita di Gesù Cristo, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più sofferenze né dolore. Abbiamo fiducia, dunque: Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà forza per affrontare i momenti difficili che possiamo incontrare nella vita.

Riguardo ai nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai restare soli. Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore. È quello che Gesù desidera che facciamo. Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella loro vecchiaia, così come loro, un tempo, si presero cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani. Ciò è qualcosa di molto triste. Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro. E anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi. Perché, se non vogliamo la solitudine per noi stessi, non dobbiamo permetterla nemmeno per gli altri.

Alla domanda se dobbiamo perdonare sempre, Gesù ci risponde di sì. Un giorno Pietro gli chiese: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Con questo Gesù voleva dire: perdona sempre. Occorre però capire bene che cosa significa perdonare. Perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifiggevano. La nostra disponibilità a perdonare è condizione per il perdono che riceviamo da Dio.

Fratelli e sorelle,

essere qui, in questa chiesa di Sant’Agostino, apre il nostro cuore a una verità che il santo vescovo di Ippona ci indica: essere cristiani è, innanzitutto, un dono, una grazia. Fondati in Cristo, che è la pietra viva, percepiamo l’azione dello Spirito Santo, con la convinzione che ogni sforzo compiuto sinceramente per cooperare con Lui in favore del nostro prossimo sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale poniamo la nostra speranza. Come membra del corpo mistico di Cristo, siamo realmente legati al destino di coloro che Dio ama e invita a condividere la sua vita.

Chiamati ad amare Dio e, per amore di Lui, i nostri fratelli, siamo anche inviati a incontrare tutti. Il cristiano, oltre a essere gentile e amabile, deve essere compassionevole, amare senza interesse e cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore a chiedere e ricevere, a essere accolto o rifiutato, amato o disprezzato.

La carità evangelica, fondata in Gesù Cristo e alimentata dal suo amore, dà forma e identità alla vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Da ciò deriva che ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e istruita dallo Spirito Santo, è chiamata ad avvicinarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, delicatezza e perseveranza alle ferite e ai bisogni dei più piccoli e vulnerabili per alleviare le loro sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Voi tutti lo fate imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, chiamandoci a riconoscerlo e soccorrerlo nei più bisognosi (cf. Mt 25,40).

Per questo, è una gioia incontrare questa sera tutti voi che, in modi diversi, siete concretamente legati all’assistenza, all’accompagnamento e alla promozione di coloro che ne hanno più bisogno, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana.

Vorrei sottolineare che come cristiani siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, nel tessuto della storia. Il libro della Genesi ci narra che «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,27).

In ciò risiede la dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno (cf. Magnifica humanitas, 50). 

Il Signore, dunque, ci invita ad accogliere ogni donna come sorella e ogni uomo come fratello. Figli dello stesso Padre, ogni persona è costitutivamente fatta per la relazione; è stata pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con la creazione (cfr. ibid.). Un’espressione singolare di questo desiderio divino si realizza nelle realtà caritative e di assistenza diocesane di cui voi fate parte e che portate avanti con impegno e dedizione, con la consapevolezza che la persona umana sta al centro dell’azione della Chiesa (cf. Gaudium et spes, 24) e che la carità è «il più grande comandamento sociale» (CCC, 1889).

Vi incoraggio affinché, uniti ai vostri pastori, continuiate ad animare questi apostolati, dando testimonianza del Vangelo e mostrando al mondo la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno perfette nel Regno di Dio. Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede (cf. Evangelii gaudium, 200). 

Depongo ai piedi di Nostra Signora del Buon Consiglio il vostro lavoro e la vostra dedizione, affinché la sua intercessione vi accompagni e il Signore faccia abbondantemente fruttificare tutto il bene che cercate. Che Dio vi benedica. Molte grazie.

Santa Messa

Basilica della Sagrada Família

«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,2.10).

Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle. Esprimo riconoscenza alle Loro Maestà e ringrazio il Signor Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, così come gli altri fratelli nell’Episcopato e quanti si uniscono alla nostra preghiera: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e i seminaristi. In questa sera, festa per tutta la città di Barcellona, estendo il mio grato saluto alle Autorità nazionali, regionali e locali, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra azione di grazie.

Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.

Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita. Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri (cfr Omelia per la dedicazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.

Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.

Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16.19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.

In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?» (2Sam 7,5). Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (v. 11). Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.

Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24). Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. “Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.

Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.

Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.11). Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28). Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.

La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.

Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere (cfr 1Sam 2,8). E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.

Dio sia benedetto per sempre!

Giovedì 11 giugno – Las Palmas de Gran Canaria

Incontro con le Realtà di Accoglienza dei Migranti

Porto di Arguineguín in Las Palmas de Gran Canaria

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera (Mt 25,41-45). Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.

Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama “del Pescatore”. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte.

Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita (cfr Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12). Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.

Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà (cfr Es 14,21-31). E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, calmati!» (Mc 4,39; cfr Mt 14,25-27). Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque.

Grazie per le testimonianze; per averci ricordato che significa salvare vite. A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse. La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,17-21). Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite.

Cara Blessing, anche se non sei qui oggi, la tua voce lo è. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia. Il tuo nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore (cfr Gen 1,27). Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada.

Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore.

Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.

Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.

Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno (cfr Lc 10,31-32).

Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?

La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.

Il Dio che «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S. Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.

E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi. Grazie mille.

Incontro con Vescovi, Sacerdoti, Diaconi, Religiosi, Seminaristi e Operatori Pastorali

Cattedrale di Sant’Anna 

Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti e diaconi,
religiosi e religiose,
seminaristi,
fratelli e sorelle tutti in Cristo Gesù!

È per me una grande gioia poter condividere questo incontro con voi. Grazie per la calorosa accoglienza, per la vostra affabile presenza e per le vostre testimonianze, che sono il riflesso di una Chiesa viva, nel cui cuore trovano eco «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes 1).

Vengo in queste isole come Padre e fratello nella fede: «Con voi sono cristiano e per voi vescovo» (cfr Prima Benedizione “Urbi et Orbi”, 8 maggio 2025). Ciascuno di noi ha ricevuto diversi doni e ministeri per l’edificazione del corpo di Cristo, come abbiamo ascoltato nella lettura dalla Lettera agli Efesini. E questa è la chiamata del Signore che oggi risuona nuovamente nei nostri cuori e conferma la nostra vocazione e missione: costruire insieme la Chiesa fondati su Cristo, la «pietra angolare» (cfr 1Pt 2,6-8), edificare nel bene, armonizzare le nostre differenze e lavorare uniti a favore di tutti (cfr Magnifica humanitas, 11-14).

Vorrei che riflettessimo insieme su due atteggiamenti della nostra vita cristiana che dobbiamo tenere presenti per essere “saggi architetti” nella costruzione della civiltà dell’amore (cfr ibid., 236).

Voi, Canari nativi o d’adozione, Popolo di Dio in pellegrinaggio nelle terre circondate dall’Atlantico, avete il privilegio di godere ogni giorno della maestosa presenza del mare. Si dice che negli occhi di un isolano quell’immagine – che ha il sapore della patria e della casa – rimanga impressa nelle pupille in modo perenne, e che se ne senta molto la mancanza quando si è lontani, nell’entroterra. Questo sentimento corrisponde a una sana nostalgia di immensità, di cielo e di mare aperti, che si estendono all’orizzonte senza limiti né confini, e a un cuore sensibile disposto a salutare con una lacrima chi se ne va e ad accogliere a braccia aperte chi arriva. In questo senso, il mare a volte può essere anche sinonimo di distanza e di separazione, di sfida e di cammino da percorrere.

A questo proposito, sant’Agostino ci dice: «È come se uno vedesse da lontano la patria, e ci fosse di mezzo il mare: egli vede dove arrivare, ma non ha come arrivarvi. Così è di noi, che vogliamo giungere a quella stabilità dove ciò che è è […], tuttavia c’è di mezzo il mare di questo secolo. […] affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare. Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo» (Commento al Vangelo di San Giovanni 2,2). Questo è il primo atteggiamento che ci guida per navigare nelle acque della vita e raggiungere la meta, la patria celeste: abbracciare la croce di Cristo.

Cari fratelli e sorelle, i santi hanno provato la nostalgia di Dio e, dovendo affrontare le tempeste dell’esistenza, hanno saputo portare Gesù sulle loro barche, hanno confidato in Lui, hanno abbracciato la croce e hanno così placato le onde dell’incertezza e della paura (cfr Mt 8,23-27). Ne è esempio, in queste terre benedette, tra tanti altri, il venerabile Antonio Vicente González, sacerdote diocesano, noto anche come “il buon pastore canario”. La sua vita, trasfigurata dalla grazia divina, ci stimola a portare la croce di Cristo e a seguirlo (cfr Mt 16,24), essendo testimoni fedeli del Vangelo in questo nuovo tempo della storia, non esente da turbolenze e contraddizioni, per giungere così alla meta promessa (cfr Gv 12,32).

 La prima “linea guida”, dunque, è abbracciare la croce di Cristo; e voi, ad esempio, lo fate quotidianamente come cirenei, accompagnando tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita e aiutandoli a portare i loro pesi. Vi ringrazio per questo generoso lavoro di carità e misericordia.

Vorrei inoltre sottolineare un altro atteggiamento: coltivare una spiritualità eucaristica. Ciò si ricollega all’antica tradizione che si conserva in questa bella cattedrale: la pioggia di petali di fiori davanti al Santissimo Sacramento che si compie il giorno dell’Ascensione, come segno dei beni spirituali e celesti che il Signore riversa salendo al cielo. Quel gesto di devozione, da parte di tante generazioni nel corso del tempo, possiede un significato profondo: meta del nostro cammino è l’incontro con Cristo, centro della vita cristiana verso il quale si piegano le nostre ginocchia in adorazione, attorno al quale ci riuniamo formando un unico corpo e insieme al quale ci offriamo come «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1).

Ce lo dice il Concilio: i fedeli, «partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti […] mostrano concretamente l’unità del popolo di Dio» (Lumen gentium, 11). Pertanto, coltivare una spiritualità eucaristica significa approfondire «una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore» (Magnifica humanitas, 234). Facciamo della nostra vita una risposta al desiderio di Gesù: «Perché tutti siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21).

Un modo concreto per manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana, perché «l’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 14). Per questo vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore (cfr 1Gv 4,19), amore che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili: «Perché perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Cara Chiesa in cammino nelle Canarie, seguendo le orme di santità di tanti uomini e donne che vi hanno preceduto, che hanno offerto la loro vita in comunione col sacrificio di Cristo sulla croce, vi incoraggio ad andare avanti saldamente radicati in Lui, per continuare a navigare con coraggio in questo nuovo tempo della storia. Quando incontrerete difficoltà, alzate lo sguardo e chiedete allo Spirito Santo la grazia di vivere uniti nella fede, nella speranza e nella carità, virtù che «sono come tre stelle che brillano nel cielo della nostra vita spirituale per guidarci verso Dio» (S. Giovanni Paolo II, Catechesi, 22 novembre 2000).

Che la Beata Vergine Maria, Stella maris, ci guidi nel nostro viaggio, ci aiuti a “prendere il largo” (cfr Lc 5,1-11) e così giungiamo al porto sicuro dell’incontro definitivo col suo Figlio Gesù Cristo. Grazie!

Santa Messa

Stadio di Gran Canaria

Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio prima di tutto rendere grazie al Signore per il tanto bene che qui si compie ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone. Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per le anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare.

Tutto ciò deporremo sulla Mensa con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Vigilia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui la Spagna intera è consacrata. Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore.

Ci facciamo aiutare, nella nostra meditazione, dalle Letture che abbiamo ascoltato.

Nella prima, Dio ricorda agli Israeliti la gratuità con cui li ha amati. Li ha scelti non perché avessero prerogative, doti o meriti particolari, ma per puro amore (cfr Dt 7,7-9), e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.

Questa è la carità di Dio, nella quale ha le sue radici la nostra vocazione all’amore: non fondata sul calcolo, né sul solo sentimento, né riducibile a semplice filantropia, ma pervasiva di tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte in sintonia con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona. Perché amare è connaturale all’uomo, anzi è condizione di pienezza della sua stessa esistenza.

Tale ci appare l’amore nell’umanità del Salvatore e nei moti del suo Cuore sacratissimo: immutabile e fedele anche di fronte all’incomprensione e al rifiuto, alla paura, alla tristezza e all’umana resistenza (cfr Lc 22,39-46).

Ed è in questo volto di Dio sempre “innamorato”, totalmente e costantemente desideroso del nostro bene e della nostra piena felicità, che noi riconosciamo la via della vita, imparando un modo nuovo di esistere e di rapportarci, un metro diverso per valutare le scelte, uno stile rinnovato e rigenerante di fare comunione. Papa Francesco in proposito, parlando della carità di Cristo, diceva che «la migliore risposta all’amore del suo Cuore è l’amore per i fratelli» (Lett. enc. Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 167) e aggiungeva: «non c’è gesto più grande che possiamo offrirgli per ricambiare amore per amore» (ibid.). “Ricambiare amore per amore”: ecco lo scambio meraviglioso, l’«admirabile commercium» (cfr Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, prima antifona) da cui il Vangelo ci invita a lasciarci coinvolgere, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui Lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Lui stesso pone sul nostro cammino, specialmente in quelli più bisognosi, indifesi, incapaci di rendere il cambio (cfr Lc 6,32-36). Proprio come avviene su quest’isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato.

La gratuità del Cuore di Cristo, però, non si ferma a questo. Va oltre, impegnandosi ad aiutare ciascuno non solo a sopravvivere, ma anche a ritrovare fiducia e a riprendere il cammino, per crescere e fiorire pienamente nella sua unicità, per il bene di tutti. In proposito, Papa Benedetto XVI scriveva che la carità «di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena […] è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (Lett. enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 1).

Nella seconda Lettura, San Giovanni ci ha ricordato che «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). Le sue parole richiamano quelle di Gesù, che ha detto di essere venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10), e che ha ordinato al paralitico guarito: «alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (Mc 2,9). In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e spingere chi è stato ferito a rialzarsi e a rimettersi in marcia, per una vita libera e degna.

Effettivamente, la nostra carità non dev’essere mero assistenzialismo, ma è volta a integrare le persone, per la loro piena realizzazione – spirituale, intellettuale e fisica – e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità (cfr Lett. enc. Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 129). Solo così il nostro incontrarci, anche a fronte di vicende difficili e dolorose, diventa occasione per gettare semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore.

Vorrei però fermarmi, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, ancora su un’ultima caratteristica del Cuore di Cristo: l’umiltà (cfr Mt 11,29). Il Cuore di Gesù è umile, e perciò non ne sentono i battiti i “dotti” e i “sapienti”, cioè quelli che hanno la presunzione di bastare a sé stessi, di sapere tutto, e di non aver bisogno né di Dio né degli altri. A questi, infatti, frastornati dai rimbombi di un “io” ridondante, onnipresente e irrequieto, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il pulsare nascosto dell’amore.

«Non di rado il benessere rende ciechi, al punto che pensiamo che la nostra felicità possa realizzarsi soltanto se riusciamo a fare a meno degli altri» (Esort. ap. Dilexi te, 4 ottobre 2025, 108). Gesù ci insegna invece, al contrario, che per gustare la gioia vera della vita, che è nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli della supponenza che divide, per incontrarsi nell’umiltà che affratella.

Sant’Agostino diceva: «Dov’è carità, c’è pace, e dove c’è umiltà, c’è carità» (In Epistolam Joannis ad Parthos, prologo). È proprio così. Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e dunque possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità.

Carissimi, oggi adoriamo il Sacro Cuore di Gesù, che spesso raffiguriamo coronato di spine e ardente di una fiamma, secondo le visioni avute da Santa Margherita Maria Alacoque. Ricordiamoci che noi siamo la presenza vivente del Signore nel mondo (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16 novembre 1964, 8). Guardiamoci perciò a vicenda, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno a compiere in noi, nella carità, ciò che manca ai patimenti di Cristo, per il bene della Chiesa (cfr Col 1,24). Accesi dalla carità del suo Cuore, facciamoci portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore.

Venerdì 12 giugno – Santa Cruz de Tenerife

Incontro con i Migranti

Centro “Las Raíces” in San Cristóbal de La Laguna

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ringrazio la Signora Ministro per le sentite parole che mi ha rivolto, come pure il Direttore di questo centro.

Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore.

Per spiegare l’universalità dell’amore, Gesù prese come esempio il gesto di servizio di un uomo di un altro popolo e di un’altra religione che ebbe compassione di una persona ferita e maltrattata (cf. Lc 10,25-37). Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari. Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità. 

In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato.

Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché «possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli» (Magnifica humanitas, 81). Cari fratelli e sorelle, tutti — in qualche modo — siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone.

Mi ha colpito il nome del vostro Centro di accoglienza, che si chiama “Le Radici”. Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore. «Perché chi confida nel Signore “è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi” (Ger 17,8)» (Christus vivit, 133). Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore (cf. Col 2,7), affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita. Cari amici, vi porto nel cuore e vi ricordo nelle mie preghiere. Che Dio vi benedica, che benedica le vostre famiglie e tutti coloro che vi vogliono bene. E che la Beata Vergine Maria, Conforto dei migranti, vi accompagni e vi assista sempre con la sua materna protezione. Tante grazie!

Incontro con le realtà di integrazione dei migranti

“Plaza del Cristo de La Laguna” in Tenerife

Cari fratelli e sorelle!

È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.

Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole.

Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.

Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli — come in ogni opera di carità — la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo. Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero (cfr Mt 25,35-40). Da questa fede che riconosce Cristo vivo nasce anche il servizio di padre Darwin e di tante persone. La carità cristiana sgorga dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente; perciò, davanti al bisognoso, la fede si fa concreta e l’amore per Cristo si trasforma in gesti.

Partendo da questa convinzione, la nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.

Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.

Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia.

Parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire. Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi – come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato – come ci diceva Mbacke. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime.

In questo senso, desidero ringraziare Mons. Santiago per le sue parole e, insieme, per la testimonianza di una Chiesa che, pur con mezzi modesti, vuole “camminare con quelli che camminano”. Grazie alla Caritas diocesana, alla Delegazione diocesana per le Migrazioni, alle parrocchie e alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione. Grazie perché rendete possibile che chi un giorno è stato accompagnato possa diventare – come ci ricordava Thalia – un ponte per gli altri, restituendo l’amore ricevuto. Quando chi ha avuto bisogno di una mano comincia a tenderla a sua volta, la carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa.

Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare i tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla. Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano. Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.

Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona. Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.

Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.

E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cfr Gen 4,10; Es 3,7-9). Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cfr Ger 22,13; Gc 5,1-6).

Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione (cfr Ez 33,11).

Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.

La Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù (cfr Mt 2,13-15), rimane per tutti i tempi modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cfr Pio XII, Cost. ap. Exsul Familia). Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli. Dio vi benedica! Grazie!

Santa Messa nella solennità del Sacro Cuore

Porto di Santa Cruz de Tenerife

Cari fratelli e sorelle,

è una grazia incontrarci nel giorno in cui il cuore di Cristo si lascia da noi contemplare come il cuore della storia. Sono lieto di celebrare con voi l’Eucaristia, rendendo grazie per la fede e la carità di cui ho ricevuto tante testimonianze in questo viaggio apostolico e che rendono anche il vostro arcipelago, così noto per la sua bellezza e la sua accoglienza, un luogo in cui il Signore Risorto ci precede e si manifesta. Davanti a noi il mare richiama l’infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa (cfr Gaudium et spes, 1). Nessun essere umano, infatti, è un’isola; la collocazione geografica di questa Diocesi e le sfide pastorali che la impegnano testimoniano che siamo nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio. Sia rimanendo per una vita intera nello stesso luogo, sia scegliendo o essendo costretti a partire nessuno è mai fermo. È questo il segreto del cuore: l’intima chiamata all’esodo e all’incontro.

Il cuore di Gesù ci rivela come non perderci, però, in un dinamismo sterile: «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). C’è vita quando si dona la vita. Altrimenti si gira a vuoto. Infatti, «Come ricorda il Concilio, la persona umana è chiamata alla comunione con Dio e “non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”: la sua vocazione più profonda è entrare nel movimento trinitario dell’amore ricevuto e condiviso» (Magnifica humanitas, 48). Papa Francesco osservava: «Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente» (Laudato si, 225). Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull’isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo. Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto. «Quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia» (Laudato si’, 223). Interpretate così, cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione all’accoglienza.

Il Vangelo, oggi, sembra radicalizzare questa sfida e ci ricorda la ricchezza dei poveri: un paradosso che riguarda direttamente la vita di Gesù, la sua verità, la via su cui ci chiede ancora di seguirlo. Nella pagina che abbiamo ascoltato benedice il Padre per questo: è ai piccoli – che nel contesto significa ai minimi, a quelli che nessuno stima capaci di pensiero e di parola – che Dio ha rivelato sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo. Con l’Esortazione apostolica Dilexi te ho inteso porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa.

È un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne: «Cresciuti nell’estrema precarietà, imparando a sopravvivere nelle condizioni più avverse, fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui, i poveri hanno imparato tante cose che conservano nel mistero del loro cuore. Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita» (Dilexi te, 102). Il Signore, che riprende e corregge quelli che ama (cfr. Ap 3,19), desidera rendere semplice e lieta la vita della nostra Chiesa.

Carissimi fratelli e sorelle, grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest’isola un luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di persone e comunità fraterne. «Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16): questa confessione di fede trasmessaci dalla Prima lettera dell’Apostolo Giovanni si riverberi sempre su di voi, vi motivi alla preghiera e all’azione. Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia. Respirino fra voi che «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Questo è il cuore del Vangelo, il cuore di Cristo. Chi vi si immerge non vive più per sé stesso. Aprite a tutti questo mare di amore! È il mio augurio e la mia preghiera per voi e per tutti coloro che incontrate nel vostro cammino.


Angelus

14 giugno 2026

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di oggi (Mt 9,36 – 10,8) ci porta un grande regalo, perché coinvolge tutti coloro che lo ascoltano nello sguardo di Gesù: è un racconto che testimonia l’attenzione della sua vista, oltre a dirci che cosa il Signore osserva. Leggiamo, infatti, che Cristo «vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite» (v. 36). Fattosi nostro fratello, il Figlio di Dio guarda la gente, guarda l’umanità: vede l’oppressione che schiaccia e la violenza che toglie la forza. Vede le ferite delle guerre e il vuoto del consumismo. Vede volti ridotti a maschere, famiglie spezzate dal male e giovani illusi da falsi ideali. Gesù vede e ama. Ama e soffre per noi, con noi: la sua compassione esprime non solo vicinanza fraterna, ma volontà di redenzione.

Egli, infatti, conosce il nostro cuore e se ne prende cura: davanti a tante persone simili a «pecore che non hanno pastore» (v. 36), Cristo si dedica a tutte come buon pastore e, come signore della messe, manda operai nel campo del mondo (cfr v. 38). Qual è il lavoro che devono svolgere? Dare il conforto di Dio a chi soffre: portare carità dove c’è miseria, speranza dove c’è afflizione, fede dove c’è sfiducia.

Il Vangelo riporta i nomi dei primi dodici “operai”: sono discepoli fatti apostoli, cioè missionari e predicatori. Tra loro c’è Simone detto Pietro, il primo, e anche Giuda Iscariota, l’ultimo, per ricordarci che si può seguire Gesù e tradirlo, ma il Vangelo rimane per tutti parola viva e vera. La Buona Notizia che attraversa i secoli è identica, sempre giovane, fresca e liberante: «Il Regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7)! Sì, è vicino perché in Gesù Cristo Dio si fa prossimo ad ogni uomo e ogni donna, ad ogni popolo e nazione. Quando questo Vangelo viene annunciato e praticato, il male crolla come una malattia che finisce (cfr v. 8), come una notte che cede all’aurora, come la morte vinta dal Risorto.

È così che lo sguardo di Gesù trasforma la realtà: piena d’amore, la sua iniziativa dà vita a un popolo nuovo, la Chiesa, chiamato a continuare la missione degli apostoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (v. 8). Sì, il dono di Gesù è del tutto gratis, perché il suo valore eccede ogni misura: è impossibile meritarla o “comprarla”. Questa grazia è il bellissimo nome della misericordia di Dio, che ci raggiunge ovunque, per portarci a sé. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38)!

Carissimi, il compito di evangelizzare nasce dal dono di Dio che in Cristo diventa perdono per il mondo, servizio a chi è più piccolo e povero, impegno per la giustizia. Chiediamo l’aiuto della Vergine Maria, piena di grazia, affinché rispondiamo con gioia e coraggio alla missione cui Gesù ci chiama.

Udienza del mercoledì

17 giugno 2026

Catechesi. Il Viaggio Apostolico in Spagna

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero proporre alcune riflessioni sul viaggio apostolico che ho compiuto la settimana scorsa in Spagna, visitando Madrid, Barcellona, l’Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie.

Dopo il lungo viaggio in quattro Paesi africani, questa volta mi sono trovato immerso in un Paese europeo di antica e ricchissima tradizione cattolica. Ed è apparso evidente come nella Spagna di oggi, che ha conosciuto notevoli mutamenti sociali e culturali, il Papa sia stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all’ascolto. Di questo rendo grazie a Dio e a tutto il popolo spagnolo, al Re e alle Autorità civili, ai Vescovi e alle Comunità ecclesiali.

Il popolo di Dio mi ha molto confortato con la festosa manifestazione della sua fede e del suo affetto. A mia volta, ho confermato i fedeli e, come Vescovo di Roma, li ho incoraggiati a superare ogni forma di divisione e di contrapposizione coltivando sempre la comunione, il dialogo, l’unità nella diversità. Questo è il servizio proprio del Successore di Pietro, servizio che nei viaggi apostolici trova un’espressione specifica, ogni volta adatta alle situazioni ecclesiali e sociali dei Paesi visitati.

Nel caso della Spagna, ho potuto notare con gioia quanto la gente, di ogni età e condizione, aspettasse la visita del Papa: dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore. Questo fatto non era scontato, e merita una riflessione. Naturalmente tale partecipazione esprime anzitutto, come dicevo, la fede del popolo spagnolo; al tempo stesso, ritengo che manifesti il bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale. Quel fondamento che solo Cristo, in ultima analisi, può assicurare, e che il Vangelo, attraverso le necessarie “inculturazioni”, può trasmettere nella vita dei popoli. Può farlo perché il suo messaggio risponde pienamente a entrambe queste esigenze: la ricerca di verità e la sete di giustizia.

A Madrid e a Barcellona ci siamo radunati nelle grandi Cattedrali come pure negli stadi modernissimi. Abbiamo pregato il santo Rosario nell’Abbazia di Montserrat. Abbiamo celebrato nella Sagrada Familia, maestoso simbolo, sinfonia di pietra e di luce che parla a tutti del mistero cristiano. Questo incontro di antico e moderno, di tradizione cattolica e cultura contemporanea mi ha fatto percepire dal vivo il carattere proprio dell’Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata. Si tratta di un patrimonio da custodire con cura, per poterlo investire nell’oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l’ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana. Sono sfide che il Concilio Vaticano II aveva già chiaramente riconosciuto e sulle quali è ritornato il Magistero successivo, fino alla mia recente Enciclica Magnifica humanitas, che mira a custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Ho colto, attraverso i vari incontri, il bisogno di ascoltare nella voce del Papa il Vangelo della speranza per questa nostra umanità di oggi, duramente provata dalle conseguenze negative di un modello di sviluppo ingannevole. Questo bisogno, che ha trovato espressione nelle tante testimonianze che ho potuto ascoltare – testimonianze a volte commoventi, a volte edificanti –, l’ho riconosciuto anche e soprattutto nei volti dei piccoli e dei poveri che ho incontrato: del bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; di alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; dei detenuti che mi aspettavano nel carcere; dei giovani pieni di inquietudine e di progetti; dei migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie.

Proprio là, alle Isole Canarie, ultima tappa del nostro itinerario, mi è stata offerta una chiave di lettura complessiva. Me l’hanno offerta, da una parte, la stessa posizione geografica di quell’arcipelago; e, dall’altra, la realtà di una Chiesa locale che accoglie un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall’Africa. Sappiamo che il fenomeno migratorio è complesso e che richiede piani di azione organici e concertati. Ma questa chiave di lettura apre una prospettiva diversa e più ampia: ci fa capire come siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture, e in particolare i frutti prodotti in esse dalla fecondità del messaggio di Cristo. E uno di questi frutti è proprio il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità, che permette di scoprire e apprezzare reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore. Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore.

Cari fratelli e sorelle, il motto di questo Viaggio Apostolico era “Alzad la mirada”, “Alzate lo sguardo!” (cfr Gv 4,35). Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli, per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza. A me per primo il Signore ripete quelle parole, e con la sua grazia ne ho fatto esperienza anche durante il Viaggio. Oggi vorrei condividere con voi questo invito: alziamo lo sguardo! Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione.

Infine, voglio ringraziare tutti coloro che hanno pregato per la buona riuscita di questo Viaggio Apostolico, in modo particolare le comunità di monache contemplative, che in Spagna, grazie a Dio, sono molto numerose. Continuate a pregare, perché, con l’intercessione della Vergine Maria, i semi che ho sparso portino frutti abbondanti. Grazie!   

Enciclica Magnifica Humanitas

Introduzione

1. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.

2. Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana.

3. Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario. Con quel documento, il mio amato Predecessore ha dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”. E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli. Sono trascorse molte decadi da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31).

Le res novae del nostro tempo

4. Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» ( rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa». Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.

5. Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito […] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». [7] Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.

6. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

Due icone bibliche

7. Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale, vorrei richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6). Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.

8. Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.

9. Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.

10. Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi.

Costruire nel bene

11. Costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio. Riconoscere che la verità del suo amore ci chiama a una vita «in abbondanza» ( Gv 10,10) e alla comunione con Lui. Insieme con sant’Agostino, anche noi possiamo dire: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te». Dio, infatti, ha inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita, e la Chiesa, nel dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, avverte l’urgenza di custodire e orientare tale aspirazione verso la sua verità più profonda.

12. In secondo luogo, edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli. Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli. Così, mentre alcuni inseguono la chimera di un’autoaffermazione illimitata, molti restano privi del necessario. La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli.

13. Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità, prosperità e pace. Le tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa.

14. Infine, edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace.

Rimanere umani

15. Nel recente Giubileo Ordinario del 2025, abbiamo camminato come pellegrini di speranza e siamo stati colmati di grazie. Forti di questi doni, possiamo avanzare con animo fiducioso di fronte ai compiti ardui e alle sfide esigenti che si affacciano sul nostro futuro. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa.

16. A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.

Cap 1 – Un pensiero dinamico fedele al Vangelo

17. In questo primo capitolo intendo ripercorrere, in modo sintetico, il cammino attraverso il quale la Dottrina sociale della Chiesa ha preso forma nel Magistero recente dei Papi e del Concilio Vaticano II, per metterne in luce il carattere dinamico. In ogni epoca, infatti, le res novae sollecitano questo insegnamento a misurarsi con le domande della storia alla luce della Verità rivelata. Perciò anche l’intelligenza artificiale va compresa non come un’appendice tematica, o come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo, nella fedeltà al Vangelo.

18. Tuttavia, questo itinerario non sarebbe davvero comprensibile se, prima di soffermarci sul contributo dei singoli Pontefici e sui documenti più rilevanti, non chiarissimo alcune convinzioni di fondo riguardo al modo in cui la Chiesa abita la storia e si rapporta al mondo. Senza tale precisazione, la Dottrina sociale rischierebbe di apparire come un’ingerenza indebita in questioni temporali o come un codice etico esterno da applicare dall’alto. In realtà essa scaturisce da una Chiesa che cammina con l’umanità, riconosce l’autonomia delle realtà terrene e la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica e, proprio per questo, ambisce a servire il bene comune.

Una Chiesa in cammino nella storia dell’umanità

19. La Chiesa, presente nel mondo come segno di unità per l’intera famiglia umana, riconosce nelle domande e nelle sfide del tempo attuale il luogo nel quale esercitare la propria vocazione all’ascolto, al dialogo e al servizio, lasciandosi interpellare da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi. Questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali. Per questo non può considerarsi estranea ai dinamismi che configurano il volto della società. Anzi, partecipa con impegno ai percorsi attraverso cui la società stessa cresce e si organizza, e offre il proprio contributo al raggiungimento di una convivenza più giusta e fraterna. Papa Francesco richiamava con forza tale dimensione storica della missione ecclesiale, ricordando che «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini».

20. La chiamata e l’impegno a camminare con l’umanità nella concretezza della storia inducono la Chiesa a riconoscere che le realtà terrene possiedono una loro consistenza e un ordine proprio. Il Concilio Vaticano II ha espresso con particolare precisione questo principio nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, di cui lo scorso 7 dicembre 2025 abbiamo celebrato con memoria grata il 60° anniversario: «Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri […], allora si tratta di una esigenza d’autonomia legittima». Tale sottolineatura mostra come la creazione porti impressa una bontà originaria che lo sguardo umano deve custodire, coltivare e far maturare. In questo orizzonte, la Chiesa si offre come presenza che aiuta a leggere in profondità la realtà, sostenendo con umile fermezza quelle scelte che promuovono la dignità di ogni persona, la coesione delle comunità e il bene di tutti. Così essa si pone accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso, affinché in ogni vicenda umana possa germogliare la promessa di giustizia e di pace che lo Spirito Santo continua a suscitare nel cuore dell’umanità.

21. Riconoscendo che Dio accompagna la libertà degli esseri umani nel farsi della storia, il Concilio Vaticano II affermava la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica, evidenziando come ciascuna di esse debba operare nella più piena autonomia. La presenza della Chiesa nel mondo si esprime così anche nel suo rapporto con la società civile e con le istituzioni pubbliche. Nel dialogare con esse, la Chiesa riconosce il valore delle realtà sociali e politiche e ne rispetta la responsabilità propria, sostenendo tutto ciò che tutela la vita delle persone e rafforza le fondamenta del tessuto sociale. Essa non pretende di assumere le funzioni che competono allo Stato; al contrario, ne stima il servizio al bene comune e riconosce con convinzione la responsabilità che le istituzioni civili esercitano nella società. Allo stesso tempo, la missione che le è affidata la induce a non rimanere distante dalle sofferenze concrete degli uomini e delle donne del nostro tempo. La sua vicinanza non nasce dall’intento di supplire alle istituzioni, né tantomeno da una critica implicita al loro operato, ma dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità. Quando interviene, lo fa imitando il buon Samaritano, con discrezione e prossimità, consapevole che ciò che nasce da una necessità immediata non può trasformarsi in norma, né sostituire le responsabilità istituzionali proprie della comunità civile.

22. A partire da questo duplice riconoscimento – l’autonomia delle realtà terrene e la distinzione delle competenze tra comunità ecclesiale e politica – si comprende meglio l’orientamento che il Concilio Vaticano II ha consegnato alla Chiesa nel suo rapporto con il mondo. Gaudium et spes ricorda che è «dovere di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perché la Verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta». L’ascolto dei «vari linguaggi» non è mera attenzione sociologica, ma implica un discernimento spirituale nel quale, con l’aiuto dello Spirito, il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto. Così la Verità rivelata non viene modificata nel suo nucleo essenziale, ma esplicitata e assunta come criterio vivente per orientare scelte concrete, ispirare percorsi di conversione personale e comunitaria, promuovere riforme delle strutture e sostenere forme nuove di testimonianza evangelica nella vita pubblica. La storia è perciò uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e impara a declinare il proprio insegnamento a servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli.

Sapienza della Parola e dialogo con le scienze umane

23. La Chiesa considera come compagni di cammino tutti coloro che cercano sinceramente «la verità, la bontà e la bellezza», ritenendoli «preziosi alleati» nella difesa della dignità di ogni persona e nella custodia del creato. Assumendo lo stile pastorale del Concilio Vaticano II, che invita ad ascoltare, discernere e interpretare i segni dei tempi, la Chiesa, illuminata dalla sapienza della Parola, non teme l’incontro con il sapere umano. La Parola di Dio offre criteri affidabili per orientare i cammini della giustizia e aprire vie di riconciliazione e di pace tra gli esseri umani. Quando si tratta di declinare questi criteri nelle complesse situazioni del nostro tempo, risulta essenziale il contributo della filosofia e delle scienze umane e sociali, che aiutano a comprendere e analizzare più a fondo le dinamiche culturali, economiche e politiche. San Giovanni Paolo II ricordava che la Chiesa accoglie il contributo delle scienze sociali «per trarne indicazioni concrete nell’adempimento dei suoi compiti magisteriali». Il confronto con tali saperi non attenua la forza del Vangelo; al contrario, consente di individuare con maggiore lucidità ciò che promuove realmente la vita delle persone e delle comunità. Papa Francesco, in continuità con questa prospettiva, sottolineava che su molte questioni specifiche la Chiesa non pretende di offrire «una parola definitiva», ma riconosce l’importanza di ascoltare la ricerca scientifica e di favorire un confronto serio e leale tra studiosi, accogliendo la diversità delle opinioni.

24. Nutrita da questo dialogo fecondo tra Vangelo e saperi umani, la Chiesa ha progressivamente approfondito la propria Dottrina sociale, facendo maturare nel tempo un patrimonio sapienziale dotato di una coerenza teologica e antropologica radicata nella visione cristiana della persona. Proprio perché nasce dalla fede e dalla sua intelligenza della realtà, questo patrimonio non si traduce in un repertorio di soluzioni tecniche né in un modello economico o politico da contrapporre ad altri: appartiene a un livello diverso, quello dei principi che orientano la lettura degli avvenimenti e sostengono un’interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano. È da qui che scaturisce la funzione propria della Dottrina sociale, che non pretende di sostituirsi alle responsabilità della politica e delle istituzioni, ma si offre come sostegno al discernimento comune, aiutando a riconoscere e promuovere ciò che serve alla dignità delle persone, alla vitalità delle comunità e al bene di tutti.

La Dottrina sociale come discernimento comunitario

25. La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere. San Giovanni Paolo II invitava a guardare con sincerità ai tempi in cui si è ceduto a «metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità», per ritrovare la via evangelica dell’annuncio mite e della verità che non si impone. Sulla stessa scia, ho ribadito che la Chiesa «non vuole alzare la bandiera del possesso della verità», perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere. Questa stessa prospettiva è stata riassunta da Papa Francesco nelle note parole secondo cui «il tempo è superiore allo spazio»: non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. Da qui anche l’immagine del poliedro, una figura dalle molte facce, nelle quali si riflette, da angolature diverse, la stessa verità del Vangelo.

26. Questo atteggiamento di apertura alla verità, una e insieme pluriforme, esprime in profondità la cattolicità della Chiesa, che abbraccia l’intera famiglia umana e, allo stesso tempo, vive immersa nelle condizioni concrete dei popoli e delle culture. Il Concilio Vaticano II ricorda che, proprio in virtù di questa cattolicità, «le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa», così essa nel suo insieme e in ogni singola comunità cresce grazie a uno scambio reciproco e a uno sforzo comune verso una comunione sempre più piena. Ne consegue che il popolo di Dio non è soltanto raccolto da molti popoli, ma al suo interno è tessuto di funzioni, vocazioni, culture e tradizioni diverse, chiamate a sostenersi e ad arricchirsi a vicenda. In questa prospettiva San Paolo VI riconosceva che, data la grande varietà delle situazioni storiche, non è realistico pensare che la Dottrina sociale possa proporre una risposta unica e valida per tutti i contesti; per questo invitava ogni comunità cristiana a leggere con lucidità e responsabilità la realtà del proprio Paese. La tensione feconda tra universalità della missione e radicamento locale appartiene intimamente alla vita della Chiesa: essa porta nel suo respiro l’orizzonte del mondo intero, ma assume le domande di ciascun contesto come luogo reale in cui prende corpo il Vangelo.

27. Alla luce di quanto sin qui detto, la Dottrina sociale della Chiesa appare nel suo volto più autentico: non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane. Per questo, quando la dignità dei fratelli è sfigurata, quando la politica non risponde ai drammi dell’umanità, quando l’economia si volge contro la persona o la scienza oltrepassa i limiti del suo metodo, la Chiesa – insieme alle altre confessioni cristiane e ai credenti di altre religioni – deve far udire la sua voce non per dominare, ma per servire la comunione. Così compresa, la Dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia; un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia.

Lo sviluppo del Magistero sociale da Leone XIII a oggi

28. Dopo aver richiamato il modo in cui la Chiesa abita la storia e si pone in dialogo con il mondo, desidero ora soffermarmi sullo sviluppo della Dottrina sociale nel Magistero che, dal XIX secolo ai nostri giorni, ha accompagnato le grandi trasformazioni sociali. Non potrò evidentemente dar conto dell’intera ricchezza di questo insegnamento, i cui principi fondamentali sono presentati nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa e ulteriormente approfonditi nel Magistero recente. Né potrò riprendere in modo sistematico quanto è stato elaborato nelle Encicliche dei miei ultimi venerati Predecessori, in particolare nella Laudato si’ e nella Fratelli tutti. Tuttavia, intendo richiamare alcune linee essenziali, per mostrare che quanto scrivo si colloca nella continuità di questa tradizione e, al contempo, per evidenziare come in essa il nucleo stabile delle verità rivelate sulla persona e sulla convivenza umana si intrecci con una sempre rinnovata capacità di ascoltare le situazioni storiche e di lasciarsi interrogare dalle domande che emergono dal presente. Ripercorrerò pertanto alcune tappe decisive di questo sviluppo, a cominciare dalla stagione aperta dall’Enciclica Rerum novarum.

Primi passi della Dottrina sociale della Chiesa

29. Ciò che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa” non nasce all’improvviso nell’età contemporanea, ma raccoglie e organizza una lunga tradizione di riflessione ecclesiale sulla vita sociale, che trova le sue fonti nella Sacra Scrittura, nei Padri della Chiesa, nelle elaborazioni teologiche e giuridiche del Medioevo e dell’età moderna. L’espressione “Dottrina sociale della Chiesa” fu impiegata per la prima volta da Pio XII nel 1950, ma il contenuto che essa racchiude, inteso come corpus organico di insegnamenti sociali, ha cominciato a delinearsi con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Di fronte alle “cose nuove” del suo tempo – il conflitto tra capitale e lavoro, la questione operaia, le trasformazioni economiche e sociali – Leone XIII non si limitò a registrare il disagio, ma assunse quelle situazioni come luogo della missione pastorale della Chiesa, le sottopose a un discernimento rigoroso e ne illuminò le cause e le possibili vie d’uscita alla luce del Vangelo e di una visione integrale della persona, creata a immagine di Dio. San Giovanni Paolo II ha visto in questo modo di procedere un «paradigma permanente» della Dottrina sociale: una prassi esemplare mediante la quale la Chiesa, di fronte alle trasformazioni storiche, esercita il suo diritto-dovere di esaminare le realtà sociali, pronunciarsi su di esse e indicare vie di soluzione giusta. In tal modo, i contenuti perenni della fede e dell’antica sapienza ecclesiale si articolano in una dottrina viva che, rimanendo fedele al Vangelo, cresce nel confronto con le “cose nuove” di ogni epoca.

30. L’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII costituisce una pietra miliare nell’evoluzione del Magistero sociale. Il documento pone al centro della sua riflessione la dignità del lavoro e del lavoratore, afferma il diritto a un salario giusto per sé e per la propria famiglia, riconosce nelle persone un valore essenziale prioritario rispetto al capitale e al profitto, difende la proprietà privata insieme alla sua imprescindibile funzione sociale, apprezza le associazioni dei lavoratori e propone forme di collaborazione tra le diverse componenti della società in alternativa alla logica della “lotta di classe”. Non stupisce, perciò, che Pio XI abbia potuto definirla « Magna Charta» dell’azione sociale dei cristiani: in Rerum novarum l’antica sapienza della Chiesa sulla persona e sulla vita in società assume una forma nuova, capace di misurarsi con l’epoca industriale e di offrire il primo grande quadro sistematico di quella Dottrina sociale che i decenni successivi avrebbero sviluppato ulteriormente. Sebbene molte condizioni storiche descritte da Leone XIII siano mutate, restano di grande attualità almeno due acquisizioni: il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, con la conseguente attenzione alle persone e alle famiglie maggiormente esposte allo sfruttamento, e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto. Così Rerum novarum continua a ricordarci che non c’è autentica evangelizzazione che non tocchi anche le strutture della convivenza umana.

31. L’Enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, pubblicata nel 1931 nel 40° anniversario della Rerum novarum e nel pieno della grande crisi economica mondiale, compie un passo ulteriore nello sviluppo del Magistero sociale. Non si limita a riprendere la “questione operaia”, ma allarga lo sguardo alla configurazione complessiva dell’ordine economico e politico. Denuncia la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi; critica sia la concorrenza senza limiti sia quei progetti collettivistici che annullano la libertà e la responsabilità delle persone; richiama con forza il diritto di associazione dei lavoratori e ribadisce l’esigenza che il salario sia proporzionato non solo alla prestazione, ma alle necessità del lavoratore e della sua famiglia. In questo quadro, formula in modo sistematico il principio di sussidiarietà, destinato a diventare uno dei riferimenti stabili della Dottrina sociale, secondo cui ciò che può essere svolto da persone, famiglie, corpi intermedi e comunità locali non deve essere assorbito da istanze superiori. Accanto a questi contributi, Pio XI richiama con chiarezza la funzione sociale della proprietà e, con diversi interventi del suo Magistero – dalle Encicliche Non abbiamo bisogno e Mit brennender Sorge fino alla Divini Redemptoris – denuncia i totalitarismi che mortificano la dignità della persona, soffocano la vita sociale, innalzano lo Stato oltre il suo giusto valore e adottano la categoria discriminatoria di razza. Per il nostro tempo restano particolarmente attuali almeno tre intuizioni del suo insegnamento sociale: la consapevolezza che le ingiustizie non riguardano solo i comportamenti individuali ma anche le strutture economiche e istituzionali; il valore del principio di sussidiarietà, che invita a rafforzare il tessuto associativo e comunitario, evitando nuove concentrazioni di potere; e il legame tra dignità del lavoro, giusta retribuzione e possibilità reale per le famiglie di condurre una vita umana decorosa.

32. Nel contesto drammatico della Seconda guerra mondiale e degli anni della ricostruzione, il Magistero di Pio XII offre un contributo significativo allo sviluppo della Dottrina sociale, soprattutto attraverso i Messaggi radiofonici natalizi, nei quali tratteggia i lineamenti di un ordine internazionale fondato sul riconoscimento della dignità umana, sulla giustizia e sulla pace. In quelle occasioni il Papa propone un dialogo con la società a partire da un richiamo esigente al diritto naturale, inteso come insieme di principi oggettivi che precedono gli interessi dei singoli e degli Stati e che devono regolare la vita interna delle nazioni e le loro relazioni reciproche. Pio XII attribuisce inoltre un ruolo decisivo alle associazioni professionali, ai sodalizi dei lavoratori e ai vari corpi intermedi della vita economica e sociale, riconoscendo in queste forme organizzate della società un presidio essenziale per l’equilibrio civile e per la tutela del bene comune. Egli sostiene la necessità di un saldo Stato di diritto per prevenire gli abusi di potere e riconosce nella democrazia uno strumento atto a favorire un esercizio corretto dell’autorità. Allo stesso tempo, mette in guardia contro ogni pretesa di fondare il diritto sull’utile o sulla forza, ricordando che un ordine internazionale regolato dal vantaggio dei più forti espone i popoli più deboli alla sopraffazione e mina alla base la fiducia tra le nazioni. Individua, infine, nei profondi squilibri economici fra i Paesi uno dei fattori che alimentano i conflitti. Per il nostro tempo, segnato da nuove forme di potere globale e da disuguaglianze crescenti, rimangono particolarmente significativi tre orientamenti: l’esigenza che il diritto preceda l’interesse, la consapevolezza che le disparità economiche sono terreno fertile per tensioni e violenze, e il valore di un tessuto associativo capace di mediare tra individuo e Stato. Essi continuano a offrire alla Dottrina sociale criteri importanti per leggere le dinamiche della globalizzazione e per promuovere un ordine internazionale più giusto e pacifico.

Gli anni del Concilio Vaticano II

33. Con San Giovanni XXIII si apre una nuova tappa del Magistero sociale, segnata da una più esplicita attenzione alla dimensione mondiale delle questioni sociali e al linguaggio dei diritti. In Mater et magistra egli presenta la fede cristiana come luce capace di tenere insieme cielo e terra, ricordando che la Chiesa, pur avendo come missione primaria la santificazione e l’annuncio dei beni eterni, non per questo trascura le esigenze concrete della vita quotidiana delle persone, ma si interessa di ogni autentico bene umano. A partire da questa visione unitaria dell’umano, sottolinea che la vita sociale esige un equilibrio tra l’iniziativa dei cittadini e dei gruppi, chiamati ad auto-organizzarsi e collaborare, e l’azione dello Stato, che deve coordinare e sostenere senza soffocare la libertà e la responsabilità dei soggetti; da qui l’attenzione alla giusta remunerazione del lavoro, alla partecipazione dei lavoratori e alle crescenti disparità tra i Paesi. Pochi anni dopo, con Pacem in terris, rivolgendosi per la prima volta non solo ai fedeli ma a tutti gli uomini di buona volontà, Giovanni XXIII collega in modo organico la dignità della persona al riconoscimento di diritti e doveri fondamentali e propone un ordine della convivenza – anche sul piano internazionale – fondato su verità, giustizia, amore e libertà. Per il nostro tempo, attraversato da conflitti diffusi e da nuove forme di interdipendenza globale, restano particolarmente significativi l’orizzonte universale del suo appello, il riferimento ai diritti umani come grammatica condivisa e la convinzione che la pace duratura richieda istituzioni e relazioni tra i popoli ispirate alla dignità di ogni persona.

34. Il Concilio Vaticano II ha segnato un punto di svolta nell’autocomprensione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes ci ha consegnato l’immagine di una Chiesa che si fa prossima all’umanità, compromessa con il mondo, e impegnata a riflettere non su schemi astratti, ma a partire dalla concretezza delle situazioni storiche. Il testo affronta le grandi questioni del matrimonio e della famiglia, della vita economica e sociale, della comunità politica, della guerra e della pace, insistendo sul fatto che le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti. L’importanza di tale documento conciliare per la Dottrina sociale della Chiesa risiede non solo nell’aver aperto delle prospettive di riflessione tematica, ma anche nell’aver consegnato un metodo di discernimento che invita a leggere le trasformazioni storiche con sguardo evangelico e competenza umana. Questo stile mostra che il dialogo con il mondo non è per la Chiesa un’opzione tattica, ma una forma concreta della sua missione, perché il Vangelo, come lievito, può trasformare dall’interno le strutture della convivenza e aprire cammini di più grande umanità. In questo orizzonte si colloca anche la Dichiarazione Dignitatis humanae, nella quale il Concilio riconosce che la libertà religiosa è un diritto fondamentale radicato nella dignità della persona, che dev’essere garantito dall’ordinamento giuridico perché nessuno sia costretto ad agire contro coscienza o impedito nel cercare e professare la verità in privato e in pubblico. Questo principio, di grande rilevanza per il nostro tempo, continua a offrire alla Dottrina sociale criteri decisivi per la tutela della persona e per la costruzione di società pluralistiche e pacifiche.

35. Nel Pontificato di San Paolo VI emerge una comprensione della pace che non si riduce all’assenza di guerra, ma prende forma nel cammino di uno sviluppo umano integrale. In Populorum progressio egli descrive lo sviluppo come passaggio da condizioni di vita meno umane a condizioni più umane e lo intende come processo che riguarda ogni uomo e tutto l’uomo, cioè ogni dimensione della persona e ogni popolo senza esclusioni. Su questa base Paolo VI può affermare che uno sviluppo così concepito è in realtà «il nuovo nome della pace», perché mira a rimuovere le radici di ingiustizia e di conflitto e ad aprire spazi di vita più degna per tutti. Anche l’istituzione della Pontificia Commissione Iustitia et Pax va letta in questa luce, come tentativo di dare una forma stabile, a livello ecclesiale e internazionale, a questa intuizione, mantenendo desta la coscienza sul divario crescente tra Paesi ricchi e Paesi poveri e sulla necessità di politiche che promuovano condizioni di vita realmente più umane per tutti.

36. Con la Octogesima adveniens, scritta in occasione dell’80° anniversario della Rerum novarum, Paolo VI porta questa prospettiva dentro la società postindustriale, segnata da trasformazioni urbane, nuove povertà, cambiamenti del lavoro e rapidi mutamenti culturali che mettono in questione il futuro delle persone e delle comunità. Per Paolo VI il Vangelo, pur essendo stato annunciato, scritto e vissuto in un contesto storico-culturale molto differente dal nostro, non è un messaggio “superato”, ma una visione della persona umana, delle relazioni, dell’autorità e del bene comune capace di orientare anche oggi le scelte economiche, politiche e culturali. In altre parole, il Vangelo rimane attuale perché fornisce i criteri per riconoscere ciò che umanizza o disumanizza, ciò che libera o opprime, dentro situazioni sempre nuove. Per la Dottrina sociale della Chiesa, il lascito più esigente di Paolo VI è proprio questo: finché nel mondo vi saranno popoli esclusi da uno sviluppo degno dell’essere umano, la comunità cristiana non potrà accontentarsi di proclamare la pace in astratto, ma dovrà lasciare che il Vangelo giudichi, a partire da chi ne resta ai margini, quelle strutture economiche e politiche che, come avrebbe ricordato Giovanni Paolo II, possono diventare vere e proprie «strutture di peccato», perché nessuna persona e nessun popolo sia trattato come sacrificabile nei processi di sviluppo.

Il Magistero recente

37. Il fecondo Magistero sociale di San Giovanni Paolo II si situa all’incrocio tra la crisi dei grandi sistemi ideologici del Novecento e l’avvio della globalizzazione economica. Nell’Enciclica Laborem exercens, scritta a novant’anni dalla pubblicazione della Rerum novarum, egli apre una nuova pista di riflessione sul lavoro. Il giusto salario vi è presentato come verifica concreta dell’equità dell’intero sistema socio-economico, in quanto mostra se il lavoratore è trattato come persona o come semplice costo di produzione. Il lavoro non è considerato solo un problema da gestire o un mezzo per ottenere reddito, ma un bene fondamentale per la persona, principio dell’attività economica e chiave dell’intera questione sociale. In esso l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società. Alla luce di ciò, le varie forme di precarietà, frammentazione dei percorsi professionali e automazione non possono essere valutate solo in termini di efficienza, ma a partire dalla dignità del lavoratore, dal diritto a una retribuzione sufficiente e dall’effettiva possibilità di partecipare alla vita sociale.

38. Nel 20° anniversario della Populorum progressio, con l’Enciclica Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II torna sulla piaga del sottosviluppo e riconosce il fallimento di molti tentativi di colmare il ritardo economico dei popoli poveri e di accompagnarne l’industrializzazione, constatando la persistenza e talvolta l’allargamento del divario tra Nord e Sud del mondo. Denuncia inoltre meccanismi economici, finanziari e commerciali che, gestiti dai Paesi più forti, favoriscono strutturalmente i loro interessi e soffocano le economie più deboli, e chiede che siano sottoposti anche a un serio giudizio etico, non solo tecnico. In questo contesto la solidarietà è compresa come corresponsabilità concreta tra persone, popoli e nazioni, una forma di amicizia sociale o carità politica orientata alla “civiltà dell’amore” invocata da Paolo VI.

39. Nel centenario della Rerum novarum, l’Enciclica Centesimus annus offre infine un discernimento sul crollo del sistema sovietico e sull’affermarsi della democrazia e dell’economia di mercato. San Giovanni Paolo II rilancia il messaggio di Pio XII secondo cui la Chiesa può apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini, consente di scegliere e sostituire pacificamente i governanti e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici. Allo stesso modo riconosce il potenziale positivo del mercato e dell’iniziativa privata solo se restano subordinati alla legge morale e orientati dal principio di solidarietà, senza sacrificare i più deboli alla logica del profitto. Per la Dottrina sociale della Chiesa rimane così un’eredità particolarmente attuale: l’affermazione del legame tra dignità del lavoro, solidarietà tra i popoli e valutazione critica di democrazia ed economia di mercato continua a offrire criteri per giudicare le nuove forme di sfruttamento, di esclusione e di crisi della rappresentanza politica.

40. Papa Benedetto XVI, nella sua Enciclica sociale Caritas in veritate, ha voluto riprendere e approfondire il concetto di sviluppo presentato nella Populorum progressio, rileggendolo nell’orizzonte della globalizzazione. Ricorda che tale sviluppo dovrebbe tradursi in «una crescita reale, estendibile a tutti e concretamente sostenibile», cioè in un progresso economico davvero inclusivo e rispettoso dei limiti del creato. Constata però che nei Paesi ricchi si formano nuove categorie di poveri e si moltiplicano forme inedite di esclusione, mentre nelle regioni più povere piccoli gruppi vivono in un benessere consumistico che convive con situazioni di miseria disumanizzante. Osserva inoltre che il nuovo sistema economico-finanziario globale, segnato da grande mobilità dei capitali e dei mezzi di produzione, ha ridimensionato il potere politico degli Stati e la loro capacità di orientare i processi economici. Per questo ribadisce che l’attività economica non può pretendere di risolvere i problemi sociali semplicemente ampliando la logica del mercato, ma dev’essere ordinata al bene comune, di cui la comunità politica porta una responsabilità propria e insostituibile.

41. Al centro di questa rilettura Benedetto XVI pone la carità, affermando che essa «è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa», a condizione che sia sempre unita alla verità; e nota con preoccupazione che proprio nei campi sociale, giuridico, politico ed economico si tende a dichiararne l’irrilevanza morale. La novità del suo contributo sta nel mostrare che sviluppo, giustizia, istituzioni e mercato non sono realtà neutre, ma luoghi in cui la carità nella verità deve prendere forma storica. Per l’oggi, segnato da disuguaglianze crescenti, pressione dei mercati finanziari, crisi ambientale e sfiducia nella politica, questo insegnamento resta attuale perché chiede di giudicare ogni modello di sviluppo sulla sua capacità di essere inclusivo e sostenibile, di ricomporre il rapporto tra economia e politica attorno al bene comune e di riconoscere alla carità un ruolo critico e generativo nella vita pubblica.

42. Il Magistero sociale di Papa Francesco si sviluppa nella linea della Gaudium et spes, che invita a guardare la storia a partire dalle ferite e dalle speranze delle persone e a metterle in dialogo con il Vangelo. Questo orientamento emerge con particolare chiarezza in Evangelii gaudium, dove si afferma che l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale e si invoca una Chiesa capace di ascoltare il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù. In tale prospettiva, si colloca anche l’insistenza di Francesco su una Chiesa sinodale, una Chiesa che “cammina insieme”, che cerca di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e si lascia evangelizzare dai poveri con cui condivide la storia.

43. In Laudato si’ Francesco offre la prima grande elaborazione sistematica della crisi ambientale in una Enciclica sociale, mostrando che essa non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea. La sua proposta di ecologia integrale tiene insieme la cura della Casa comune e l’opzione preferenziale per i poveri e afferma con forza che «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» non possono essere separati. In questa luce, tornano in primo piano la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico che pretende di ridurre tutto a oggetto di dominio, la difesa del lavoro umano minacciato dalla logica dello scarto, l’esigenza di una giustizia tra le generazioni e il richiamo a un dialogo vero tra politica ed economia, perché nessuna delle due si chiuda nella propria autoreferenzialità.

44. Di fronte alla disgregazione del tessuto sociale, alla “guerra mondiale a pezzi”, alla globalizzazione individualista e alle conseguenze della pandemia sui legami comunitari, Francesco rilancia in Fratelli tutti il sogno di un’umanità che sappia scegliere l’amicizia sociale e la fraternità universale. Propone la cultura dell’incontro, una “politica migliore” capace di cercare il bene comune, percorsi di riconciliazione e un mondo che assicuri «terra, casa e lavoro a tutti». Con Dilexit nos, infine, mostra che questi grandi impegni sociali non sono separabili dal rapporto personale con Cristo: tornando alla Parola di Dio, ricorda che la risposta più vera all’amore del Cuore di Gesù è l’amore concreto per i fratelli e afferma che «non c’è gesto più grande che possiamo offrirgli per ricambiare amore per amore».

Una lettura della storia alla luce della fede

45. Guardando a questo percorso nel suo insieme, si comprende come la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle “cose nuove” del proprio tempo. Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità. Ne risulta uno sviluppo armonico, ma non sempre lineare, segnato da accenti differenti, da approfondimenti progressivi e, talvolta, da cambiamenti di prospettiva che non rompono con ciò che precede, ma ne fanno maturare le implicazioni. Se oggi possiamo parlare di un corpus di principi e criteri condivisi, è perché questa lettura della storia alla luce della fede non si è mai interrotta e ha saputo lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione. È a questo nucleo portante – i grandi principi della Dottrina sociale che orientano il discernimento dei credenti nella vita personale e pubblica – che ora desidero rivolgere l’attenzione, per coglierne meglio la coerenza interna e la forza generativa per il nostro tempo.

Cap 2 Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa

46. La Dottrina sociale della Chiesa è una realtà viva, in dialogo con la storia, le culture e le scienze, e nello stesso tempo custodisce un nucleo di verità che non tramonta. Per questo può essere considerata una forma di sapienza capace di orientare ancora oggi la vita personale e sociale dei credenti. In questo secondo capitolo desidero soffermarmi su alcuni fondamenti e principi della Dottrina sociale che aiutano a leggere le “cose nuove” del nostro tempo, alla luce della dignità fondamentale della persona umana. Ritengo che oggi, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale. Sono convinto che il rapporto armonioso tra questi principi richieda che essi siano considerati congiuntamente, affinché risalti con chiarezza come si richiamano e si illuminano reciprocamente.

47. Nel proporre queste riflessioni, desidero anzitutto aiutare i fedeli laici e tutte le donne e gli uomini di buona volontà a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano, nei rapporti familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale, i principi che mi accingo a richiamare, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia. Allo stesso tempo, vorrei incoraggiare accademie e università a ridare slancio a tali principi, ripensandoli in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale. In questo modo, la ricerca teologica e filosofica potrà approfondire e sostenere il cammino pastorale della Chiesa, contribuendo al compito del Magistero di illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società.

I fondamenti della Dottrina sociale

L’essere umano immagine del Dio trinitario

48. La Dottrina sociale della Chiesa ci riporta al cuore stesso della nostra fede: il mistero del Dio vivente, rivelato in Gesù Cristo come comunione di Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, amore in relazione, che si dona reciprocamente e si comunica al mondo. Come ricorda il Concilio, la persona umana è chiamata alla comunione con Dio e «non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé»: la sua vocazione più profonda è entrare nel movimento trinitario dell’amore ricevuto e condiviso.

49. Se il mistero di Dio-Amore è la sorgente della Dottrina sociale, il suo volto più concreto lo contempliamo in Gesù Cristo, Verbo incarnato. Facendosi uomo, il Figlio di Dio entra nella nostra storia e nella nostra carne, portandovi l’amore che lo unisce al Padre e allo Spirito Santo. In Lui «trova vera luce il mistero dell’uomo», perché la sua umanità è pienamente libera, aperta agli altri, capace di costruire relazioni solidali e belle, consegnata al dono totale di sé. Chi crede in Lui è coinvolto nella grande opera di rinnovamento inaugurata dal mistero della sua passione, morte e risurrezione, e coopera all’edificazione del Regno di Dio, imparando ad accogliere ogni donna e uomo come sorella e fratello, figli di un solo Padre. Così, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana, guidati dall’azione dello Spirito Santo, tendono a generare nel mondo conseguenze sociali.

50. Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr Gen 1,26-27). Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno. Per questo, la persona umana rimane sempre «la via della Chiesa» e il cuore di ogni autentico cammino di sviluppo umano integrale.

L’uguale dignità di tutti gli esseri umani

51. San Giovanni Paolo II affermava che «il senso più acuto della dignità della persona umana e della sua unicità, come anche del rispetto dovuto al cammino della coscienza, costituisce certamente un’acquisizione positiva della cultura moderna». Questa affermazione si inserisce nel solco già tracciato dal Concilio Vaticano II, che aveva constatato una crescita nella consapevolezza dell’eccelsa dignità di ogni persona, del suo valore superiore alle cose e dei suoi diritti e doveri universali e inviolabili. È importante vigilare affinché questa crescita nella coscienza della dignità umana non venga offuscata sotto la pressione di nuove ideologie o di determinati interessi molto potenti nel mondo di oggi. Tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone. Nessun potere umano può legittimamente negarli o limitarli arbitrariamente.

52. Quando parliamo di dignità non usiamo tale parola sempre allo stesso modo: talvolta ci riferiamo alla dignità morale, cioè al modo in cui una persona orienta le proprie scelte e il proprio agire; altre volte pensiamo alla dignità sociale, cioè alle condizioni di vita della persona e al rispetto concreto che le viene riconosciuto dalla società; in altri casi ancora indichiamo la dignità esistenziale, vale a dire il modo in cui una persona percepisce il valore di sé e della propria vita. Queste dimensioni della dignità possono crescere o diminuire. Oltre a questi significati, però, vi è un livello più profondo, il più importante, che consiste nella dignità ontologica. È la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio: nessun peccato, nessun fallimento, nessuna umiliazione, nessuna esclusione può intaccare il valore profondo di una vita umana che Lui ha voluto e chiamato all’essere.

53. Perciò, la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata. La recente Dichiarazione Dignitas infinita ha offerto una sintesi delle convinzioni della Chiesa su questo tema: «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi», cioè sempre e ineludibilmente. Questa dignità di ogni essere umano può essere detta infinita, come ha fatto San Giovanni Paolo II, per due ragioni: perché è infinito l’amore di Dio che lo chiama all’amicizia con Lui, e perché è assolutamente incondizionata, nel senso che, anche cercando all’infinito, non si troverà mai nulla che possa cancellarla o smentirla.

L’altissimo valore dei diritti umani

54. La Chiesa riconosce con gratitudine che «il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana». E, come ha affermato Giovanni Paolo II, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, continua ad essere ai nostri giorni una delle più alte espressioni della coscienza umana. Essa è «una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Per questo, nella prospettiva cristiana, i diritti umani non sono un’aggiunta esterna alla persona, ma una traduzione storica della sua dignità intrinseca, che la comunità internazionale è chiamata a tutelare e promuovere.

55. I diritti umani sono inviolabili, poiché «inerenti alla persona umana ed alla sua dignità». Di conseguenza, sono universali e inalienabili. Proprio perché fondati nella comune dignità di ogni uomo e di ogni donna, essi comportano conseguenze pratiche ed effetti giuridici, poiché «sarebbe vano proclamare i diritti umani se allo stesso tempo non si mettesse in pratica tutto il necessario per garantire il dovere di rispettarli, da parte di tutti, ovunque e per tutti». Tra questi, il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto. Quando questo diritto fondamentale viene negato, come accade nell’aborto provocato, nell’uccisione di innocenti e nell’eutanasia, ci si trova davanti a scelte che la Chiesa giudica gravemente illecite.

56. Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla «ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi».  Papa Francesco invitava a non sottovalutare quest’ultimo problema. Ricordava che, quando la ragione si lascia interrogare seriamente sulla natura umana, è in grado di scoprire valori che valgono per tutti, perché derivano da essa. Se questo lavoro di ricerca venisse abbandonato, potrebbe accadere che diritti oggi ritenuti intoccabili, in futuro, finiscano per essere messi in discussione o negati da chi detiene il potere, magari dopo aver ottenuto un consenso solo apparente da parte di popolazioni impaurite o manipolate.

57. Insieme a una maggiore consapevolezza del valore di ogni persona umana e dei suoi diritti, è cresciuto anche il riconoscimento dei diritti delle minoranze. Eppure, rimane ancora molta strada da fare perché, in tutto il mondo, siano davvero garantiti in modo uguale i diritti di una grande parte, cioè delle donne. È un dato di fatto che «doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti». Non basta dunque affermare a parole che uomini e donne hanno la stessa dignità e gli stessi diritti; è necessario che questo si traduca in scelte concrete, nelle leggi, nell’accesso al lavoro, all’istruzione, alle responsabilità sociali e politiche, nel modo in cui la società ascolta e valorizza il contributo delle donne. Finché questo divario persisterà, non potremo dire che la società riconosce davvero, fino in fondo, che le donne hanno la stessa dignità degli uomini.

58. Sono le persone concrete che contano, ciascuna di loro e le loro famiglie. I movimenti sociali, le grandi proclamazioni politiche a favore del popolo e le ideologie comunitarie non servono a nulla se non finiscono per orientarsi alla promozione delle persone – uomini e donne – con i loro diritti inalienabili. Allo stesso modo, non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso, senza tutele, senza accesso ai beni fondamentali.

I principi della Dottrina sociale

Il principio del bene comune

59. Riconoscere che ogni donna e ogni uomo portano in sé una dignità inalienabile e diritti che nessun potere umano può ledere o cancellare chiede di plasmare il modo in cui viviamo insieme, le nostre scelte economiche e politiche, il volto concreto delle nostre città. Da qui nasce il primo grande principio della Dottrina sociale che desidero richiamare: il bene comune. Possiamo descriverlo come la forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno. Quando Benedetto XVI ha fatto riferimento ai valori non negoziabili che la Chiesa deve sempre difendere, ha incluso tra questi «la promozione del bene comune». Per un cristiano, infatti, uscire dal piccolo mondo dei propri interessi e impegnarsi, nei limiti delle proprie possibilità, per il bene comune è un valore non negoziabile, come lo è la promozione della vita.

60. Il Concilio Vaticano II ha affermato che il bene comune consiste nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Questa definizione ci offre un primo orientamento prezioso, perché il bene comune non si lascia ridurre a un semplice elenco di condizioni o di istituzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli, né con l’incrocio dei loro interessi particolari; è un bene più grande, che appartiene a tutti, e che solo insieme si può costruire, accrescere e custodire. Possiamo dire che l’agire sociale raggiunge la sua pienezza quando tende a questo bene condiviso, così come l’agire morale della persona trova compimento nella scelta del vero bene.

61. In questo senso possiamo affermare che «il tutto è più delle parti» e che proprio per questo «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità». È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri. Questa visione ignora il valore proprio e specifico del bene comune: esso è frutto dell’«interdipendenza» che provoca una rete di bene sociale che si diffonde e si ripercuote sulle persone. Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che li supera e allo stesso tempo li arricchisce.

62. È la ricerca del bene comune che dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res publica. In questo senso, ogni persona contribuisce a costruire il proprio popolo con «un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia». Lavorare insieme alla ricerca del bene di tutti significa avere un progetto condiviso. È evidente che tra le diverse persone ci sono molte differenze ideologiche e pragmatiche, ci sono interessi diversi e frequenti contrasti, ma ciò non vuol dire che sia impossibile un percorso di dialogo per configurare una base di consenso che permetta di costituire un progetto per tutti e di camminare insieme.

63. Allo Stato spetta il compito di garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile, così che il bene comune possa essere realmente perseguito con il contributo di tutti. Questo significa, in concreto, che il potere pubblico ha il compito delicato di «armonizzare con giustizia» i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli. Quando la politica rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni, i discorsi sul bene comune perdono credibilità, e al tempo stesso crescono disuguaglianze e fratture sociali.

64. Questo vale anche per la politica internazionale. Mentre le distanze tra i popoli aumentano, si fanno strada logiche di contrapposizione e di aggressività, e il difficile percorso verso un mondo più unito e fraterno subisce nuove e dolorose battute d’arresto. In questo quadro, parlare di un cammino condiviso verso uno sviluppo più giusto per l’intera famiglia umana «suona come un delirio». Non possiamo però perdere la speranza. Invito tutti a pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati. Infatti, la promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni. Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile.

Il principio della destinazione universale dei beni

65. «Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni». Questo principio ci ricorda anzitutto che i beni della terra – il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera famiglia umana perché sostengano la vita di tutti, oggi e nelle generazioni future, e che ogni persona ha un diritto originario all’uso di tali beni. San Giovanni Paolo II ricordava che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». Di conseguenza, «non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i suoi benefici siano a vantaggio soltanto di alcuni pochi». Oggi siamo chiamati a riconoscere che questa destinazione universale non riguarda soltanto i beni materiali, ma anche i beni immateriali e culturali.

66. Esiste un diritto alla proprietà privata che ha il suo senso e la sua funzione propria, ma sempre subordinato alla destinazione universale dei beni. Secondo  Giovanni Paolo II, tale subordinazione è la regola d’oro del comportamento sociale e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune. Poiché «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata», la sua funzione sociale non deve essere considerata una mera opinione teologica, ma una dottrina certa della Chiesa, già presente nelle Sacre Scritture e nei Padri. Per questo, Papa Francesco ha ricordato che la solidarietà, vissuta in profondità, significa anche «restituire al povero quello che gli corrisponde».

67. Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini. Inoltre, la cura della Casa comune e la responsabilità verso i poveri e verso le generazioni future chiedono che l’uso dei beni del creato e delle nuove possibilità offerte dalla tecnica sia regolato in modo tale da rispettare l’ambiente, evitare sprechi e nuove forme di saccheggio.

Il principio di sussidiarietà

68. Il principio di sussidiarietà nasce dallo stesso sguardo sulla persona che ha guidato la nostra riflessione sulla dignità e sul bene comune. Se ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società, allora anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità. La Dottrina sociale della Chiesa chiama “sussidiarietà” il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la libertà e la creatività dei livelli inferiori, coordinandone i contributi perché cooperino efficacemente al bene comune.

69. Fin dall’inizio del Magistero sociale moderno, a partire da Leone XIII, la Chiesa ha insistito sul fatto che né la persona né la famiglia devono essere assorbite dallo Stato, ma vanno lasciate agire liberamente, per quanto possibile, senza recare danno al bene comune. San Giovanni Paolo II ha ripreso e approfondito questa prospettiva, ricordando che la comunità politica è al servizio della società civile e che lo Stato deve vigilare sul bene comune, intervenendo quando è necessario, ma senza sostituirsi in modo stabile alla responsabilità dei corpi intermedi e delle realtà sociali. La sussidiarietà non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione: l’intervento pubblico è richiesto proprio per permettere a tutti i soggetti sociali di svolgere la loro missione senza essere schiacciati. Spetta alla comunità politica creare le condizioni perché persone, famiglie, associazioni e corpi intermedi possano realizzare la propria vocazione sociale, senza essere sostituiti o ridotti a meri esecutori.

70. Questo principio incoraggia a superare ogni forma di gestione paternalistica o assistenzialistica della vita sociale, promuovendo uno stile di corresponsabilità: uno Stato che valorizza l’iniziativa dei cittadini, una società civile capace di generare legami e attivare energie a servizio del bene comune. In una logica di sussidiarietà, le scelte si prendono al livello più vicino possibile alle persone coinvolte, valorizzando la vita associativa, così che il popolo non si trovi davanti a decisioni già prese, ma possa entrare nel loro cammino di costruzione. Là dove famiglie, associazioni, comunità locali, realtà del volontariato e del cosiddetto “terzo settore” vengono riconosciute e sostenute, la vita sociale diventa più vicina alle persone, i servizi si fanno più attenti ai bisogni reali, le risposte più creative e rispettose della dignità di ciascuno.

71. Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche. La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso).

72. In questo quadro, gli Stati e le istituzioni sovranazionali sono chiamati a garantire regole giuste e tutele efficaci, perché comunità locali, corpi intermedi, scuole, università, realtà ecclesiali e associative possano avere voce e contribuire al discernimento sulle scelte che incidono sulla vita delle persone: lavoro, accesso ai servizi, gestione dei dati e ambienti digitali. Nelle scelte che riguardano i flussi economici e le piattaforme digitali, nel governo dei dati e degli algoritmi, non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi, ma è necessario costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune.

Il principio di solidarietà

73. Dopo aver considerato il bene comune e la sussidiarietà, desidero soffermarmi sul principio di solidarietà. Esso nasce dalla visione della persona che la fede genera: ogni essere umano è creato a immagine di Dio e inserito in una rete di relazioni che lo legano agli altri, ai popoli, al creato. San Paolo VI ricordava che gli obblighi di solidarietà, di giustizia e di carità sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale che unisce uomini e popoli tra loro. La fraternità non è soltanto un’aspirazione interiore di chi crede, ma una forma sociale e politica da incarnare in scelte e percorsi condivisi. La solidarietà, allora, è il riconoscimento concreto che il destino di ciascuno è legato al destino di tutti: davvero «nessuno si salva da solo». Appare così evidente lo stretto legame tra sussidiarietà e solidarietà. Quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in semplice tutela di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo che non promuove la responsabilità. Questo intreccio rimanda anche alla responsabilità di un’autentica partecipazione: la solidarietà si esprime quando ciascuno, personalmente e insieme ad altri, prende parte alla vita della comunità – si informa, si associa, fa sentire la propria voce, contribuisce alle decisioni e alle scelte pubbliche – assumendo responsabilità reali perché il bene comune si traduca in scelte condivise.

74. In molti ambiti sperimentiamo già una sorta di “solidarietà di fatto”: le nostre vite sono intrecciate, le economie e le comunicazioni globali fanno sì che ciò che accade in un luogo produca effetti lontani, e le reti digitali collegano in tempo reale persone e comunità di ogni parte del mondo. Questa trama di relazioni, però, non è ancora solidarietà in senso pieno se non diventa una scelta consapevole. La fede ci invita a leggere questa realtà come una chiamata: non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri, perché ciascuno si faccia carico, per quanto può, della vita e delle ferite del fratello e della sorella. La solidarietà nasce proprio quando decidiamo di non rimanere indifferenti davanti a ciò che accade al nostro prossimo e trasformiamo legami inevitabili – economici, culturali, tecnologici – in percorsi di condivisione, di cooperazione e di cura reciproca, imparando a «pensare e agire in termini di comunità».

75. Il Magistero sociale ha insistito sul fatto che la solidarietà è insieme principio e virtù. In quanto principio, essa esprime l’ordine oggettivo delle relazioni tra persone, gruppi e popoli, e rimanda alla consapevolezza di una interdipendenza, per cui il bene di ciascuno passa attraverso il bene degli altri. In quanto virtù, richiede invece una «determinazione ferma e perseverante» a lavorare per il bene comune, con una particolare attenzione ai più deboli. Papa Francesco ha ricordato che la solidarietà è «un modo di fare la storia» che costruisce popoli e non semplici masse di individui. Per questo, essa implica stili di vita sobri e condivisi, capacità di rinunciare a vantaggi immediati per aprire spazi di futuro ad altri, disponibilità a mettere in discussione abitudini e privilegi – compresi quelli legati al consumo digitale e all’uso delle tecnologie – quando impediscono agli altri di vivere con dignità.

76. In un mondo segnato da relazioni sempre più strette tra persone, comunità e nazioni, la solidarietà assume anche una dimensione globale. Benedetto XVI ha richiamato con forza il legame tra sviluppo, giustizia e responsabilità verso le generazioni future, ricordando che lo sviluppo autentico chiede una solidarietà intergenerazionale e un’attenzione ai vincoli che ci uniscono all’ambiente naturale. Oggi questa responsabilità si estende anche alle infrastrutture digitali e informative: come l’ambiente naturale, anche l’“ecosistema digitale” può essere custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato. La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno.

Il principio della giustizia sociale

77. Per la comunità cristiana, la giustizia sociale è una forma concreta di sequela di Gesù e di fedeltà al suo Vangelo. Nel Nuovo Testamento Gesù proclama «ai poveri il lieto annuncio» ( Lc 4,18) e si identifica con i piccoli, i malati, i carcerati, gli stranieri (cfr Mt 25,31-46). Così ci insegna che la giustizia nasce e si compie nella fraternità, perché il modo in cui ci accostiamo agli ultimi e ci relazioniamo a loro diventa, in concreto, la misura del nostro rapporto con Dio e con i fratelli. La giustizia però non riguarda soltanto i comportamenti dei singoli, ma anche il modo in cui sono pensate e organizzate le strutture della convivenza. Il Concilio Vaticano II ricorda a tal riguardo che ogni istituzione è chiamata a servire la persona umana e la sua dignità. La giustizia sociale si riconosce, allora, dalla capacità di un ordine sociale, economico e politico di permettere a tutti – e in particolare ai più fragili – di vivere in modo davvero umano, senza che nessuno sia lasciato indietro.

78. Il Magistero recente ha insistito sul fatto che la giustizia sociale esige uno sguardo che parta dagli ultimi. San Giovanni Paolo II ha parlato di una opzione preferenziale per i poveri che deve segnare le scelte personali e sociali, mentre Papa Francesco ha denunciato una «cultura dello “scarto”» che genera sempre più nuove forme di esclusione. In questa prospettiva, la giustizia sociale chiede di guardare alle persone e ai popoli a partire da chi è più vulnerabile: poveri, migranti, rifugiati, sfollati interni, vittime di violenza, persone che vivono in periferie urbane o esistenziali.

79. L’idea di “giustizia sociale” aiuta a riconoscere che le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza quasi automaticamente. San Giovanni Paolo II ha parlato in questo senso di strutture di peccato, che si oppongono alla volontà di Dio e richiedono un impegno di conversione personale e sociale. In questa prospettiva la giustizia non riguarda soltanto la distribuzione più equa dei beni o la correzione delle ingiustizie presenti, ma assume anche una dimensione riparativa. Essa mira a ricomporre legami spezzati e a reintegrare chi è stato escluso, tenendo conto delle ferite lasciate dalle ingiustizie: guerre, colonialismo, discriminazioni razziali o di genere, violenze contro interi popoli, sfruttamento. Ciò può significare restituire dignità e voce a chi è stato ignorato, favorire percorsi di guarigione della memoria collettiva, contrastare leggi e pratiche discriminatorie, sostenere concretamente chi porta ancora oggi le conseguenze di torti subiti in passato.

80. In questo tempo, la giustizia sociale deve confrontarsi anche con l’ambiente creato dalle tecnologie digitali. La diffusione di reti globali, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale cambia il modo di informarsi, di comunicare, di accedere ai servizi. La giustizia esige che si impedisca la nascita di nuove forme di esclusione e privazione di libertà: persone e popoli a cui è negato o ostacolato l’accesso alle tecnologie di base, comunità esposte a sorveglianza invasiva, gruppi sociali penalizzati da algoritmi opachi che riproducono pregiudizi e discriminazioni. Un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità, protegge i più piccoli e i più fragili, contrasta l’odio e la disinformazione, sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli.

81. Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità. Papa Francesco invitava a riconoscere nei migranti non semplicemente un problema da gestire, ma «un’immagine viva del Popolo di Dio in cammino»; persone con dignità, risorse e sogni, che hanno diritto a essere trattate con rispetto e chiedono di poter diventare parte attiva delle società che le accolgono. La giustizia sociale, in questo campo, implica almeno due impegni complementari. Da una parte, custodire il diritto alla speranza di chi è costretto a partire, garantendo vie sicure e legali, condizioni di accoglienza dignitose, percorsi reali di integrazione. Dall’altra, promuovere anche il diritto a rimanere nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando le cause profonde che costringono a migrare, comprese quelle legate alle ingiustizie economiche e alla crisi climatica. Quando questi diritti sono rispettati, le migrazioni possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli.

Lo sviluppo umano integrale

82. Nell’Enciclica Populorum progressio, Paolo VI afferma che lo sviluppo è autentico solo se è “integrale”, vale a dire «volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo». Nei decenni successivi, la Dottrina sociale della Chiesa ha ripreso e approfondito questa espressione per indicare il modo concreto in cui i grandi principi – dignità, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale – trovano attuazione nella storia. Per “sviluppo umano integrale” intendiamo un processo in cui la crescita delle persone e dei popoli riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza e apre il futuro anche alle generazioni che verranno.

83. Lo sviluppo, per le persone come per le nazioni, è un compito e insieme un diritto: esso chiede condizioni minime che rendano possibile a ogni persona e a ogni popolo di maturare secondo la propria dignità, senza essere tenuti in dipendenza o esclusi dall’accesso ai beni necessari. Lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui. La giustizia esige il riconoscimento dei diritti sociali e dei diritti dei popoli, e include la responsabilità verso chi verrà dopo di noi. Perciò non è umano uno sviluppo che aumenta il consumo di alcuni scaricando costi e ferite su altri, o che relega intere regioni a ruoli subordinati impedendo loro di esprimere le proprie potenzialità. Lo sviluppo è integrale quando non si riduce all’ambito economico, ma promuove la qualità della vita nelle sue dimensioni spirituali, culturali, morali e relazionali, nel rispetto della Casa comune, della diversità dei popoli e dei loro modi di vivere.

84. L’idea di sviluppo umano integrale trova oggi un criterio decisivo di verifica nell’ecologia integrale, divenuta una dimensione imprescindibile della Dottrina sociale della Chiesa. La qualità dello sviluppo si misura infatti dalla sua capacità di tenere insieme, senza separarle, la giustizia verso le persone e la custodia della Casa comune, favorendo condizioni di vita dignitose, accesso ai beni necessari, relazioni sociali giuste, cura del creato e attenzione alle generazioni future. Ne consegue che non è vero progresso ciò che accresce il benessere di alcuni degradando gli ecosistemi, scaricando costi sulle comunità più vulnerabili o pregiudicando le condizioni di vita di chi verrà dopo di noi.

85. Così inteso, lo sviluppo umano integrale è l’orizzonte entro cui leggere le trasformazioni del nostro tempo, incluse quelle della rivoluzione digitale. Le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione. Per questo vanno valutate con una domanda decisiva: contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future? È qui che i principi della Dottrina sociale diventano criteri concreti di discernimento per gli ambiti che affronteremo nei capitoli seguenti.

Una verifica per la Chiesa

86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione». Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione.

87. In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.

88. La solidarietà, per la comunità cristiana, trova la sua sorgente nel mistero di Cristo e si nutre dell’Eucaristia. Essa nasce dalla comunione nella fede e nei Sacramenti: il Battesimo e la Confermazione ci uniscono in Cristo, per farci essere un solo corpo e un solo spirito, un cuor solo e un’anima sola (cfr Ef 4,4; At 4,32). L’Eucaristia, sacramento dell’unità, alimenta la nostra appartenenza al corpo di Cristo e ci educa alla condivisione. Le diverse sensibilità presenti nella Chiesa, le convinzioni forti che animano ciascuno, sono ricchezza se restano ancorate alla certezza dell’unità come dono ricevuto e come compito da assumere.

89. Vivere la giustizia nella Chiesa significa bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni. A riguardo, l’ascolto delle vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza è parte integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione. Ogni potere è al servizio della comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio. Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi nessuno sia bisognoso (cfr At 4,34) e perché la loro amministrazione sostenga la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri. Sono da promuovere forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali, che non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione orientati alla missione. Nella misura in cui siamo aperti all’azione dello Spirito Santo, questi principi della Dottrina sociale diventano carne nella vita ecclesiale. In tal modo la Chiesa è in grado di offrire alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità.

Cap 3 Tecnica e dominio – La grandezza della persona umana davanti alle promesse della IA

90. Dopo aver richiamato i principi che illuminano la Dottrina sociale, desidero volgere lo sguardo su alcune sfide che toccano da vicino il nostro modo di abitare questo tempo. L’immagine biblica che accompagna queste pagine è quella di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare (cfr Gen 11,1-9); dall’altro le rovine di Gerusalemme, che sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa (cfr Ne 2-6). Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano.

91. Mi accompagna la convinzione che il modo concreto di vivere i rapporti sociali alla luce del Vangelo non sia stabilito una volta per sempre, ma resti un compito affidato, di generazione in generazione, alla comunità cristiana. Sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa si lascia illuminare dalla Parola, per leggere i segni dei tempi e cercare con creatività vie nuove perché le relazioni tra persone e popoli diventino più conformi alle esigenze del Regno di Dio. Per questo incoraggio tutti, in modo particolare i fedeli laici, a non aver paura di lasciarsi provocare dalla realtà, di mettersi in ascolto reciproco e di assumere con fermezza la propria responsabilità nella costruzione di una società più umana e fraterna.

Il paradigma tecnocratico e il potere digitale

92. Nell’Enciclica Laudato si’ Papa Francesco denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato: la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. Così appare con più evidenza che la tecnica non è un semplice strumento e che, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante.

93. Questo paradigma si è esteso rapidamente negli ultimi anni, anche per effetto della diffusione dell’intelligenza artificiale, delle scienze cognitive, della nanotecnologia, della robotica e della biotecnologia. Di per sé, tali innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore. In questo senso, rimangono attuali le parole di Romano Guardini: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza».

94. Il pericolo che l’umanità diventi vittima delle sue stesse conquiste era già stato colto con lucidità da San Paolo VI, quando avvertiva che «i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo». Per questo il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue. Se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce.

95. Qui occorre riconoscere un dato decisivo, che ho già richiamato in precedenza: in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze.

96. Di fronte a questa concentrazione di potere nel mondo digitale, i grandi principi della Dottrina sociale diventano criteri per giudicare e discernere il nuovo scenario: la dignità inalienabile della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale. Essi chiedono di verificare se il potere delle infrastrutture digitali e degli algoritmi favorisca davvero partecipazione e responsabilità, protegga i più fragili, assicuri un accesso equo alle opportunità e resti ordinato al bene di tutti. Su queste premesse possiamo ora considerare più da vicino che cosa sia l’intelligenza artificiale, quali possibilità apra e quali rischi comporti.

L’intelligenza artificiale

97. Non è mia intenzione offrire qui una trattazione sull’intelligenza artificiale, né ripercorrere una bibliografia ormai vastissima; esistono già contributi autorevoli anche in ambito ecclesiale, ai quali è possibile fare riferimento. Mi limito a richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona, affinché sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti.

98. È opportuno premettere due considerazioni: la prima è che qualsiasi affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo di questi sistemi. La seconda è che tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento. Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali – come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi – rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale.

99. Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA. Ciò che possiamo affermare è che occorre evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana.Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddetteintelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore.

Un aiuto prezioso che richiede attenzione

100. Alla luce di quanto detto, possiamo comprendere meglio perché l’IA possa essere un aiuto prezioso e, allo stesso tempo, richieda un approccio sobrio e vigile. Negli ultimi anni il suo uso privato è cresciuto notevolmente, e da più parti si riflette sulle opportunità e sui rischi legati alla sua rapida diffusione. Nell’uso personale, tre aspetti, in particolare, devono essere tenuti in debita considerazione: la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana. La velocità e la semplicità con cui è possibile ottenere indicazioni, elaborazioni complesse, contenuti mediatici e forme di assistenza concreta semplificano le nostre vite, ma possono anche abituarci a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività. L’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti. L’imitazione artificiale di una comunicazione umana positiva – parole di consiglio, di empatia, di amicizia, di amore – può risultare gratificante e persino utile, ma in utenti poco consapevoli può trarre in inganno e illudere di essere in relazione con un autentico soggetto personale. Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tantoche una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro.

101. Allargando lo sguardo all’impiego dell’IA nelle nostre società, constatiamo che essa è ormai presente nei processi decisionali in tutti gli ambiti e a diversi livelli: nella comunicazione, nella gestione, nel controllo. I vantaggi in termini di efficienza e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi sono evidenti; tuttavia, un’adozione rapida e acritica ci espone a diversi rischi, tra cui quello di sottovalutarne l’impatto ambientale. Gli attuali sistemi di IA richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva. Con l’aumento di complessità, soprattutto nei grandi modelli linguistici, crescono anche i bisogni di potenza di calcolo e capacità di archiviazione, che si appoggiano su un insieme di macchine, cavi, centri dati e infrastrutture energivore. Per questo è essenziale sviluppare soluzioni tecnologiche più sostenibili per ridurre l’impatto sull’ambiente e custodire la nostra Casa comune.

Responsabilità, trasparenza e governo dell’IA

102. L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Decisioni delicate che toccano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati che non conoscono «la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona», e possono così produrre nuove forme di scarto. Possono esserci usi evidentemente antiumani, come la manipolazione dell’informazione o la violazione della privacy, ma può anche esserci un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati.

103. Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così, l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte.

104. Da questo deriva una conseguenza semplice ma stringente: non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano.

105. Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. In molti casi, tuttavia, i processi interni che conducono a un risultato possono essere poco trasparenti, e ciò rende più difficile attribuire responsabilità e correggere gli errori. È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano.

106. Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.

107. Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi.

108. In effetti, come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione: piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli. Per questo è indispensabile che l’impiego dell’IA – soprattutto quando coinvolge beni pubblici e diritti fondamentali – sia accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla partecipazione e alla sussidiarietà: le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono poter contribuire al discernimento e alla vigilanza. Inoltre, la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi. Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione, come già suggeriva San Giovanni Paolo II, a proposito dei beni collettivi.

109. I principi della Dottrina sociale ci aiutano a leggere questa nuova realtà. In un mondo dove pochi soggetti concentrano dati, capitale computazionale e capacità normativa, parlare di bene comune significa smascherare questa nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli dell’IA. Parlare di destinazione universale dei beni significa trovare modi per assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Parlare di sussidiarietà chiede di proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere, senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove. Parlare di solidarietà obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici. Parlare di giustizia impone di interrogare le geografie del potere che definiscono chi può addestrare i modelli e chi è solo oggetto di addestramento, e riconoscere che la giustizia sociale non è solo un obiettivo da tutelare dopo l’adozione delle tecnologie, ma una condizione previa da praticare nel loro stesso disegno.

110. Vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: “disarmare”. Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale.

111. Uno speciale appello rivolgo a coloro che sviluppano le intelligenze artificiali. L’innovazione tecnologica può essere, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione. Gli sviluppatori portano dunque un particolare peso etico e spirituale, poiché ogni sceltaprogettuale esprime una visionedell’umanità. Come l’autore di un’opera artistica o letteraria è tenuto a considerare i valori che essa esprime, così essi sono chiamati a trattare con la dovuta serietà i valori che infondono nei loro progetti: con trasparenza, con responsabilità verso le comunità coinvolte e con attenzione a verificare che ciò che viene coltivato sia davvero un bene.

Ciò che non possiamo perdere

112. Dopo aver richiamato le questioni della responsabilità e del governo dell’IA, è necessario tornare al nostro tema centrale: che cosa significa custodire l’umano. Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione.

113. In realtà, assolutizzare una sola dimensione dell’essere umano è sempre sbagliato. Infatti, non è solo la mancanza a generare disordine. Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà. In un ecosistema, l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre; nell’umano, accade lo stesso quando una facoltà pretende di farsi misura di tutto. Così l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione. Il potere tecnico, se non viene bilanciato, non ci rende più capaci: ci rende più soli, e più esposti a logiche di dominio e di esclusione. Non si tratta certo di opporsi all’intelligenza, ma di ricordare che essa, quando si ripiega in se stessa, dimentica di essere fatta per servire la vita e la persona umana.

114. La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani. Questa capacità si apprende e si perfeziona con l’esperienza. Leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana, rendere accogliente uno spazio, sono gesti che si vivono in ambiente familiare, ma che ci aiutano ad apprendere e a interiorizzare l’importanza della cura a livello sociale e ci allenano a riconoscere l’altro come persona degna di attenzione. La tecnologia può sostenere anche la cura reciproca tra persone, ad esempio se offre strumenti che aiutano a prevedere e organizzare, ma senza esautorare la libertà e il giudizio dell’essere umano, soggetto delle relazioni e responsabile delle decisioni.

Narrazioni di fondo: transumanesimo e postumanesimo

115. Cercando di far emergere i presupposti culturali che accompagnano la rivoluzione digitale in corso, vorrei ora rivolgere l’attenzione ad alcune correnti che interpretano il progresso come superamento dell’umano e che possiamo raccogliere sotto il nome di transumanesimo e postumanesimo. Esse costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di “uomo potenziato” oppure di “uomo ibridato” con la macchina.

116. Il transumanesimo e il postumanesimo comprendono al loro interno una pluralità di correnti e sensibilità, ed è difficile poterne dare una descrizione univoca. Possono essere paragonati a un arcipelago di isole concettuali differenti, collegate però dal medesimo mare di presupposti: la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana. In generale, il transumanesimo immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi), con l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità. Il postumanesimo, soprattutto nelle sue versioni più radicali, si spinge oltre: critica l’antropocentrismo e prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a immaginare un passaggio di soglia in cui l’umanità supererà se stessa entrando in un nuovo stadio evolutivo. Anche quando queste ipotesi restano in larga parte speculative, esse acquistano rilevanza, perché modificano l’immaginario collettivo e, di conseguenza, orientano le scelte sociali, economiche e politiche.

117. Il punto critico, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie. Il già menzionato monito di San Paolo VI rimane allora di grande lungimiranza: davvero le conquiste della scienza e della tecnica, svincolate dal progresso morale e sociale, finiscono per ritorcersi contro l’uomo. Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica.

Il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano

118. Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che «l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio».

119. È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio.Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente, proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore.

120. Anche quando il limite si manifesta come dolore interiore, l’umana saggezza insegna a non rimuoverlo né a sopprimerlo, ma a integrarlo. Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio. Chi ama e desidera, infatti, non può evitare di passare attraverso la prova e la sofferenza, e per questo, lungo gli anni, custodiamo dentro di noi insegnamenti che si imprimono come cicatrici, memoria del cammino compiuto tra libertà e cadute, sogni e delusioni. È solo grazie all’intreccio di questi elementi che, nel cuore, avvengono quei prodigi dell’animo che ci fanno assaporare il gusto più dolce del nostro essere umani. [132] Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani.

121. La corruzione morale del nostro limite creaturale – il male che con evidenza agita il cuore dell’uomo – rovina la società e la vita, giungendo fino a punte estreme di disumanità. Eppure, anche questa dolorosa forma di limite lascia spiragli al bene. Persino quando l’essere umano si disumanizza e provoca tragedie, una piccola luce continua a brillare nell’umanità e rimane capace di riaccendersi, con la grazia di Dio, in cammini di conversione e di riconciliazione. Viktor Frankl diceva giustamente che nei momenti di orrore «siamo giunti a conoscere l’uomo come realmente è. Dopo tutto, l’uomo è quell’essere che ha inventato le camere a gas di Auschwitz; tuttavia è anche quell’essere che è entrato proprio in quelle camere a gas con la preghiera del Signore o lo Shemá Israel sulle labbra».

122. La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro. Del resto, proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile. E nella stessa esperienza del limite, resta capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo. La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male. Così alcune opere hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio.

123. La storia non appare solo come il catalogo delle nostre violenze, ma anche come la prova che l’umano sa generare istituzioni capaci di proteggere la vita comune. Negli ultimi due secoli lo vediamo in alcuni traguardi emblematici: la nascita del Comitato Internazionale della Croce Rossa (1863), la cui neutralità operativa garantisce cura compassionevole a tutti; il lungo processo che ha portato all’abolizione della schiavitù, che non è stato un semplice cambiamento giuridico, ma un mutamento di coscienza; la fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (1945) e la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), che hanno fissato un linguaggio comune per dire, almeno come ideale condiviso, che la dignità è universale; la Convenzione sui rifugiati (1951), che riconosce un dovere di protezione verso chi fugge da persecuzioni e minacce. In questi esempi il desiderio di bene si traduce concretamente in forme pubbliche – norme, istituzioni, pratiche – capaci di limitare la forza e difendere i vulnerabili. Ma nulla di ciò è nato senza venire contrastato da resistenze, interessi meschini e inerzie culturali. Le conquiste morali hanno quasi sempre il volto di un cammino lungo e faticoso, segnato anche da battute d’arresto: pensiamo ai processi di pace interrotti o agli impegni ambientali applicati con lentezza. Eppure, proprio la fragilità di questi risultati mostra quanto sia preziosa la responsabilità di chi li avvia e li sostiene.

124. Alcuni eventi aiutano a vedere che la storia può cambiare quando anche solo un uomo o una donna prendono davvero sul serio la dignità di tutti: il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America, legato anche alla testimonianza di Martin Luther King Jr., o la fine dell’apartheid in Sudafrica dopo la liberazione di Nelson Mandela e la sua scelta di non consegnare il futuro all’odio. In contesti differenti si sono inoltre distinte donne coraggiose e generose come Santa Laura Montoya, Santa Teresa di Calcutta, Dorothy Day, Maria Skłodowska-Curie, Maria Montessori, Elisabeth Elliot, Wangari Maathai, Benazir Bhutto e tante altre di tutti i continenti, che con il loro impegno hanno contribuito a rendere più umana la storia.

125. Accanto a questi segni pubblici, vi è una trama più nascosta ma decisiva: le comunità religiose che scelgono luoghi poveri e pericolosi; i martiri della fraternità e della giustizia come San Massimiliano Maria Kolbe, Sant’Oscar Romero e il Beato Enrique Angelelli, insieme a testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane, la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo, come il venerabile François-Xavier Nguyễn Văn Thuận. E, soprattutto, i “martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore, come i genitori, gli infermieri, i medici, i volontari, le persone che restano accanto a un anziano o a un escluso. La loro testimonianza mostra che il bene non procede in automatico, ma richiede perseveranza, memoria, e una conversione che rende capaci di ricominciare anche dopo le sconfitte.

126. Proprio questo intreccio di istituzioni giuste, testimonianze credibili e fedeltà quotidiane tiene desta la speranza e indica una direzione: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore. A questo punto si impone una domanda decisiva: se esiste un autentico “più che umano”, dove si trova? La fede cristiana risponde indicando un compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operatadalla grazia di Dio ricevuta in Cristo.

Il vero “più che umano”: grazia e umanesimo cristiano

127. L’espressione “più che umano” non appartiene soltanto al linguaggio delle promesse tecniche. Da secoli, la tradizione cristiana afferma che l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso: non per fuga dalla realtà o per disprezzo del limite, bensì per essere compiuto nell’amore. La fede conosce un “oltre” che nasce dal dono di Dio. Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo. Come insegnava San Tommaso d’Aquino, questo processo di elevazione e trasformazione «supera la capacità della natura», perché c’è una distanza infinita tra la nostra natura e la vita di Dio. Tuttavia, è possibile inserirci nel seno di quella vita inesauribile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione “infinita”. Così avviene la ri-creazione dell’umano: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» ( 2Cor 5,17).

128. Quando accettiamo questa possibilità di trascendere noi stessi con la grazia di Dio non neghiamo noi stessi, non diventiamo meno umani. Al contrario, come spiegava Papa Francesco, «giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero». Qui si trova la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici: ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma. Davanti a questo, una tecnologia che classifica e ottimizza ciò che già esiste può diventare, senza volerlo, un ostacolo al cambiamento e alla crescita. Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà, elevata dall’inesauribile grazia divina e ai legami che coltiva.

Due città e due amori

129. L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato. In questo senso, la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere. Alla fine, la domanda decisiva resta quella indicata da San Giovanni Paolo II: l’IA «rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, “più umana”? La rende più “degna dell’uomo”?». Se la risposta è “sì”, allora possiamo riconoscervi una possibilità buona da abitare con responsabilità, in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana.

130. Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo significa sempre, in fondo, interrogarci anche sul nostro cuore. Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, infatti, manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore. È un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire. Sant’Agostino descrive la storia umana come luogo di lotta tra due amori, che hanno costruito due modi di abitare il mondo e di convivere, due “città”: da un lato l’amore di Dio e del prossimo, dall’altro l’amore unicamente di sé. «Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé». Come in tutta la storia umana, anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi.

Cap 4 Custodire l’umano della trasformazione – Verità, lavoro, libertà

131. Dopo aver tracciato l’orizzonte in cui si colloca la sfida della trasformazione tecnologica, in particolare quella legata all’IA e alle correnti transumaniste e postumaniste, non possiamo restare sul piano delle sole analisi generali. Quando cambiano i linguaggi e gli strumenti, cambiano anche i gesti quotidiani e le relazioni sociali. Per questo occorre soffermarsi su alcuni ambiti nei quali tali trasformazioni hanno ricadute molto concrete, a volte drammatiche. Alla luce dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, la trasformazione digitale ci chiede di riscoprire la verità come bene comune, di tutelare la dignità del lavoro e di custodire la libertà contro ogni dipendenza e mercificazione.

La verità come bene comune

Verità e democrazia

132. L’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta.

133. Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio. Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero. Dietro tutto ciò vi è una radice malata difficile da riconoscere: il fatto che «l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi». Perciò egli pensa di poter costruire la realtà e che ciò che meglio si adatta alle sue pretese sia valido. San Giovanni Paolo II ha riflettuto sulle conseguenze della “crisi intorno alla verità , giungendo ad affermare che, «persa l’idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza». Così, viene meno il riconoscimento di verità universalmente valide che ci precedono, e che la coscienza deve accettare. Questo ha portato Papa Francesco a chiedersi realisticamente: «Che cos’è la legge senza la convinzione, raggiunta attraverso un lungo cammino di riflessione e di sapienza, che ogni essere umano è sacro e inviolabile?», e a concludere: «Affinché una società abbia futuro, è necessario che abbia maturato un sentito rispetto verso la verità della dignità umana, alla quale ci sottomettiamo. Allora non ci si asterrà dall’uccidere qualcuno solo per evitare il disprezzo sociale e il peso della legge, bensì per convinzione. È una verità irrinunciabile che riconosciamo con la ragione e accettiamo con la coscienza. Una società è nobile e rispettabile anche perché coltiva la ricerca della verità e per il suo attaccamento alle verità fondamentali».

134. La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più».

Comunicazione e immaginario collettivo

135. In questo orizzonte è importante ricordare che la comunicazione «non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura». I contenuti che circolano negli ambienti digitali influenzano il modo in cui le persone percepiscono il mondo e introducono nella coscienza comune immagini e racconti che orientano i desideri e influenzano le scelte quotidiane. «Non è un mondo parallelo o puramente virtuale», perché ciò che nasce in rete entra ormai a far parte della vita delle persone, soprattutto dei più giovani.

136. Per questo, chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio, ma spazio in cui possano maturare libertà interiore e pensiero critico.

Per un’ecologia della comunicazione

137. Il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; sul versante della scuola e della famiglia, la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA, delle piattaforme di acquisto e di investimento; sul versante dell’università, la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti.

138. Anche le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti. Purtroppo, non sempre è stato così. Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali. In particolare, alcuni giornalisti appassionati della verità hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce ingiustizie e abusi. A loro vorrei ripetere la parole che ha detto Papa Francesco parlando ai vaticanisti: «Vi ringrazio anche per quanto raccontate su ciò che nella Chiesa non va, per quanto ci aiutate a non nasconderlo sotto il tappeto e per la voce che avete dato alle vittime di abuso». Tuttavia, la vigilanza e la trasparenza sono anzitutto una grave responsabilità della Chiesa stessa e non dobbiamo attendere che altri ci costringano ad affrontare verità scomode su noi stessi.

Un’alleanza educativa per l’era digitale

139. In un tempo in cui la verità viene spesso piegata agli interessi e alle strategie comunicative, il mondo dell’educazione assume un rilievo decisivo. Ma le rapide trasformazioni tecnologiche mettono in luce quanto siamo impreparati sul piano educativo. La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità.

140. I processi educativi, invece, hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente. La questione è radicale, perché ogni tecnologia educa chi la utilizza. Educare all’uso dell’IA implica quindi educare a decidere quando e per cosa non usarla. La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande, che solo nella durata porta frutto. Come scrive Platone, le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a “sfregare” i concetti e le esperienze come se fossero pietre focaie, finché in noi non scocchi la scintilla della comprensione. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario.

141. Negli ultimi anni la letteratura psicologica e psichiatrica ha documentato con crescente insistenza come un’esposizione precoce e non mediata ai dispositivi digitali e ai social possa incidere negativamente su sonno, attenzione, regolazione emotiva e relazioni, soprattutto nelle età più vulnerabili, con conseguenze a volte drammatiche. A questo si aggiunge la facilità di accesso a scene violente o crudeli, che feriscono la sensibilità, a contenuti pornografici e ipersessualizzati, a messaggi che banalizzano il corpo e l’affettività, a proposte che normalizzano comportamenti rischiosi. In rete non sono rari fenomeni di adescamento, ricatto e sfruttamento sessuale dei minori, resi più insidiosi dall’uso di profili falsi, di algoritmi che amplificano contatti pericolosi e di strumenti di IA capaci di manipolare immagini e video. Entrare in possesso troppo presto di un telefonino personale e usarlo in modo non controllato da adulti può accentuare fragilità e favorire dipendenze nei ragazzi, esponendoli a dinamiche di isolamento, di bullismo e cyberbullismo, di pressione a condividere immagini intime o dati sensibili.

142. È difficile per i genitori resistere da soli al condizionamento di modelli commerciali che monetizzano attenzione e tempo. Per questo è indispensabile un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie, capace di sostenere concretamente gli adulti nel loro compito. Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quando esso contrasta con il bene dei minori. In tale prospettiva, sono opportuni interventi legislativi che fissino limiti di età, responsabilizzino i fornitori dei servizi – senza scaricare l’onere della limitazione sulle famiglie – e prevedano specifiche tutele contro ogni forma di sfruttamento e violenza sessuale in rete, così da proteggere davvero l’infanzia e l’adolescenza come beni preziosi affidati alla nostra cura. Allo stesso tempo, occorre educare i bambini, i ragazzi e i giovani perché imparino a riconoscere le manipolazioni, a difendere la propria dignità e a rispettare quella degli altri anche negli ambienti digitali.

Centralità della scuola

143. La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.

144. La prima sfida è sociopolitica. Sia entro le singole nazioni che tra diverse aree del mondo, permangono forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di base e agli studi superiori. In non pochi Paesi lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale. Quando una parte rilevante dell’istruzione, a vari livelli, è affidata a istituti privati, può accadere che l’accesso alla scuola dipenda troppo dalle possibilità economiche delle famiglie, in mancanza di un adeguato sostegno pubblico. A fronte di questo rischio, va comunque riconosciuto e sostenuto il contributo di molte opere educative cattoliche che, pur essendo istituzioni private, garantiscono un’accoglienza inclusiva a bambini e giovani di ogni provenienza, anche quando le condizioni economiche delle famiglie non lo permetterebbero.

145. La seconda grande sfida è pedagogica. Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona. È necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso.

146. La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

147. La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata. Essa diventa concreta quando i principi fondamentali si traducono in mete educative: educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.

La dignità del lavoro nella transizione digitale

Il valore del lavoro

148. Fin dalla nascita della Dottrina sociale, con la Rerum novarum, la Chiesa ha richiamato l’attenzione sulla tutela dei lavoratori e sulla necessità di contrastare ogni forma di sfruttamento. Ma, soprattutto, il Magistero ha riconosciuto nel lavoro «la chiave essenziale» per comprendere l’intera questione sociale, perché attraverso di esso la persona sviluppa molte dimensioni della propria esistenza. In questa prospettiva si comprende anche la grande intuizione di San Benedetto da Norcia, che ha unito preghiera e lavoro, indicando l’attività quotidiana come parte della risposta della persona alla chiamata di Dio. Creati a immagine del Creatore, mediante le nostre opere prolunghiamo in qualche modo la sua: contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo.

149. Per queste ragioni il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita. È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale. In quest’ottica, gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro.

150. Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché «mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora. Per questo, contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive. La necessità di stare al passo con il ritmo della tecnologia può erodere il senso della propria capacità di agire da parte dei lavoratori e soffocare le capacità innovative che questi sono chiamati a profondere nel loro lavoro». Proprio per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.

Il problema della disoccupazione

151. San Giovanni Paolo II ha ricordato che la disoccupazione è un male grave e che, soprattutto quando assume dimensioni massicce, essa può diventare una vera calamità sociale, che interpella in modo speciale la responsabilità dello Stato. Oggi, nella “quarta rivoluzione industriale”, questa preoccupazione si fa più acuta, poiché l’innovazione viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti. In alcuni contesti è realistico temere una contrazione significativa e rapida dei posti disponibili, con un effetto a catena che colpisce in profondità famiglie, giovani ed economie locali. In molti settori ciò si traduce già in nuove forme di precarietà e disuguaglianza, con remunerazioni molto elevate per una minoranza altamente specializzata e salari sempre più ridotti per una larga parte della popolazione attiva.

152. È certo auspicabile che la tecnologia sollevi l’uomo da lavori particolarmente gravosi, ripetitivi o pericolosi e che offra un sostegno intelligente all’attività umana, ma la regola generale deve restare la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona. L’obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione, perché la persona umana è fine e non mezzo, e l’ordine economico deve rimanere sottoposto alla sua dignità e al bene comune.

153. Al tempo stesso, dobbiamo riconoscere che ogni transizione reale procede per discontinuità: è disuguale, frammentaria, talvolta conflittuale. Non esiste quindi un modello di cambiamento unico, né una soluzione globale: esistono territori e storie che chiedono risposte diverse. Data la disuguaglianza che caratterizza il nostro mondo, la diffusione dell’IA e dei sistemi computazionali produce effetti differenti nei diversi luoghi. Le società ricche si automatizzano rapidamente e in modo caotico, riducendo la necessità di manodopera, producendo aree di disoccupazione e frizioni istituzionali. Vaste regioni del mondo, invece, rimangono intrappolate in economie ibride, dove lavoro umano sottopagato e tecnologie parziali convivono senza mai trasformarsi davvero. Questi territori diventano serbatoi di manodopera precaria e focolai di instabilità e di migrazioni forzate. Le soluzioni, pertanto, devono essere trovate a livello nazionale e locale, coinvolgendo le comunità intermedie. Servono strumenti capaci di adattamento: modelli articolati, sperimentazioni locali, redistribuzioni progressive, nuovi diritti di accesso ai beni essenziali. Senza inseguire un’armonia astratta, si tratta di costruire forme concrete di convivenza umana nella trasformazione.

154. Il lavoro resta una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: non soltanto mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità. Perciò, i problemi legati al lavoro non riguardano solo il reddito necessario alla sopravvivenza delle famiglie. Una società che garantisse lavoro solo a una piccola parte della popolazione esporrebbe molti a una condizione di inattività forzata, di assenza di responsabilità, di mancanza di impegni e stimoli quotidiani, con esiti di impoverimento umano e culturale in contrasto con l’elevato livello di sviluppo tecnico. Ci troveremmo di fronte a un paradosso di progresso materiale e regressione antropologica, in cui verrebbero meno le condizioni per una pace sociale giusta e stabile. Per questo la Dottrina sociale della Chiesa insiste sul fatto che l’accesso al lavoro per tutti deve rimanere un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche e dei processi economici, criterio di giudizio per valutare la qualità umana di un modello di sviluppo. Del resto, in quelle parti del mondo in cui il lavoro tende a ridursi o a mutare radicalmente, per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico, è necessario ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale.

155. Alla luce di questa convinzione possiamo rileggere anche la storia della Dottrina sociale della Chiesa dopo la Rerum novarum. Le iniziative nate in quel solco – associazioni, sindacati, cooperative, opere assistenziali – hanno contribuito in modo decisivo a migliorare la legislazione sul lavoro, a proteggere i più vulnerabili e a promuovere condizioni più umane. Oggi, però, tali strumenti non bastano più da soli di fronte alle trasformazioni portate dall’IA, dalla nuova organizzazione dei mercati e dalla competitività che raramente si preoccupa della sostenibilità sociale. È necessario un nuovo sforzo convergente di responsabili politici, organizzazioni dei lavoratori, mondo imprenditoriale e comunità scientifica per elaborare in tempi rapidi regole e tutele adeguate e condivise, anche a livello internazionale. Le organizzazioni sindacali, che la Chiesa ha sempre sostenuto, sono chiamate ad aprirsi alle nuove forme di lavoro e ai nuovi lavoratori, per rappresentarli e difenderli in uno scenario in cui, senza scelte coraggiose, si profilano più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto.

156. In questa transizione non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione: ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione. In secondo luogo, è necessario che politiche attive rendano accessibili a tutti formazione continua e passaggi professionali, senza scaricare sui singoli l’intero costo dell’adattamento alle trasformazioni. Infine, serve una responsabilità d’impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo. Quando queste condizioni sono presenti, l’innovazione può diventare alleata di un lavoro più sicuro, più creativo e più dignitoso; quando mancano, essa tende a trasformarsi in un’accelerazione dell’ingiustizia.

Un’economia che valorizzi la dignità

157. Il mercato del lavoro è uno degli ambiti in cui i rischi delle nuove tecnologie emergono con maggiore evidenza. Per questo è necessario ricordare che la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione, capace di generare ricchezza e migliorare la vita di tutti, a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore come parte essenziale del proprio servizio alla società e non come variabile dipendente dal solo profitto.

158. Con spirito profetico, Papa Francesco ha messo in guardia da una libertà economica proclamata solo a parole, mentre le condizioni reali impediscono a molti di beneficiarne davvero. I modelli economici che esaltano l’efficienza e il successo individuale tendono a considerare inutile o poco conveniente investire sulle persone che partono da situazioni di svantaggio o hanno percorsi di crescita più lenti, quasi che il loro destino dovesse dipendere esclusivamente dalla capacità di stare al passo con i vincenti. In realtà, una società giusta richiede uno Stato presente e istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili. Invece di attendere i benefici di una crescita che “alla fine” ricadrà anche sui poveri, occorrono scelte che rendano la crescita inclusiva fin dall’inizio. Le esperienze degli ultimi decenni mostrano che, nelle crisi economiche e finanziarie, sono sempre i poveri a pagare il prezzo più alto, mentre le teorie che promettono un benessere generale automatico si rivelano spesso illusorie.

159. Si rileva la necessità di superare gli attuali parametri di misurazione del grado di sviluppo – da oltre ottant’anni ancorati al concetto di Prodotto Interno Lordo – che tralasciano quasi sistematicamente profili essenziali per il benessere complessivo delle persone e dell’ambiente. Al contempo, essi valorizzano attività che impattano nel breve o nel lungo termine sulla vita del nostro pianeta. La messa a punto di parametri e metriche complementari al PIL è decisiva per migliorare i dati di base utilizzati per effettuare analisi, assumere decisioni politiche e di politica economica e selezionare le priorità regionali, nazionali e internazionali. L’introduzione di nuovi parametri consentirà di valutare, con uno sguardo ampio e adeguato ai tempi, gli effetti delle deliberazioni legislative e regolamentari su dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze, salvaguardia dell’ambiente. Essa inciderà sul concetto stesso di sviluppo, sui processi formativi, sulla mentalità e le opinioni pubbliche, e anche sulla pace, che è vera solo se fondata sulla giustizia.

160. La finanza ha conquistato negli ultimi anni una rilevanza crescente e ha conosciuto una forte innovazione anche in seguito all’introduzione delle criptovalute. Le riflessioni e le indicazioni contenute nel Magistero dei miei Predecessori, in particolare nelle Encicliche, hanno evidenziato come il funzionamento dell’intermediazione finanziaria «quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi ed ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale». Ed è altrettanto vero che la rendita da capitale rischia di sostituirsi al reddito da lavoro, spesso confinato ai margini dei principali interessi del sistema economico. Eppure, il risparmio che viene trasformato in credito per l’economia reale, e quindi per creare lavoro sia dipendente sia autonomo, resta centrale per lo sviluppo e per gli investimenti che debbono accompagnare le transizioni in corso. La funzione sociale del credito rimane insostituibile. La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro.

161. Questa prospettiva va inserita in uno sguardo più ampio sulle dinamiche globali. La ricchezza mondiale è cresciuta in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso Paese: «Pochi hanno troppo e troppi hanno poco, questa è la logica di oggi». I progressi scientifici e tecnologici, anche in campo medico, non sono facilmente accessibili alla grande maggioranza della popolazione, come si è visto in modo drammatico durante la recente pandemia. Mentre in alcune regioni si investe su interventi superflui o su sogni di potenziamento individuale che poche persone possono permettersi, in altre parti del mondo mancano ancora attrezzature essenziali per salvare milioni di vite umane. Pensare che le nuove tecnologie porteranno automaticamente beneficio a tutti significa ignorare un’evidenza: se non si governano le trasformazioni ponendo come obiettivo prioritario, già in fase progettuale, la prevenzione di ulteriori e nuove disparità, il progresso tecnologico produce automaticamente disuguaglianze strutturali. La giustizia oggi passa anche attraverso l’accesso ai benefici dell’innovazione: cure, conoscenza, strumenti, opportunità.

162. Sono certamente necessarie leggi giuste e strumenti di redistribuzione che correggano gli squilibri, anche attraverso sistemi fiscali che alleggeriscano il peso sui più deboli e chiedano di più a chi dispone di maggiori risorse. Ma non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo. Al contrario, la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo, e ogni scelta ha conseguenze morali.

163. A maggior ragione, nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione. Poiché molte decisioni economiche superano i confini degli Stati, è necessaria anche una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni, soprattutto a favore dei Paesi e dei gruppi più vulnerabili, per promuovere lo sviluppo e superare l’assistenzialismo. La logica che ispira queste scelte è quella dell’immensa dignità di ogni persona, del bene comune e di un mondo davvero pensato per tutti. L’interdipendenza tra pace e sviluppo, come scrisse profeticamente nel 1967 San Paolo VI, oggi potrebbe essere aggiornata: la prosperità può contribuire a costruire e rafforzare la pace solo se è diffusa, inclusiva e sostenibile.

164. In termini concreti, orientare l’economia alla dignità significa assumere alcuni criteri di azione stabili anche nell’era dell’IA. Anzitutto, trasparenza e responsabilità: quando dati e algoritmi incidono su erogazione del credito, selezione del personale, accesso a servizi o opportunità, è necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perché la persona non sia ridotta a profilo. In secondo luogo, inclusione e accesso: i benefici dell’innovazione devono essere accompagnati da investimenti in competenze, infrastrutture e servizi essenziali, così che la tecnologia non allarghi il divario tra chi ha e chi non ha. Infine, misure di equità: fiscalità, protezioni sociali e politiche industriali devono correggere gli squilibri creati dalla concentrazione di ricchezza e potere. Questi criteri non sono un freno all’innovazione: in realtà, la rendono vivibile e umana.

Famiglia e giovani: condizioni sociali della speranza

165. La famiglia è un bene sociale primario. Fondata sull’unione stabile tra un uomo e una donna, essa è il primo ambiente in cui ognuno sviluppa le proprie potenzialità, prende coscienza della propria dignità e impara le prime forme di verità e di bontà, interiorizzando abitudini che preparano alla vita sociale. Prima società naturale, dotata di diritti originari, la famiglia è la cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria. Di conseguenza, quando i progetti politici e le grandi decisioni economiche la relegano a un ruolo marginale o secondario, viene compromessa la crescita autentica dell’intero corpo sociale.

166. La famiglia è però un bene sociale fragile, che risente in modo immediato delle trasformazioni economiche e tecnologiche che stanno cambiando il lavoro, e che domanda sostegno culturale, giuridico ed economico. È noto l’impatto devastante della disoccupazione e della precarietà sul tessuto familiare. Nel breve periodo può sembrare vantaggioso ridurre il costo del lavoro o massimizzare l’efficienza finanziaria, ma nel lungo periodo ciò mina le basi stesse della convivenza: mentre si celebrano i successi tecnologici, la struttura sociale viene progressivamente erosa come da un virus silenzioso.

167. Per i giovani, la precarietà lavorativa è particolarmente drammatica. Come ricordano i Vescovi degli Stati Uniti d’America, il lavoro non è soltanto fonte di reddito, ma un ambito decisivo in cui si forma l’identità, si intrecciano amicizie e relazioni, si imparano responsabilità concrete e si discerne la propria vocazione. Quando l’accesso al lavoro è ostacolato da alti tassi di disoccupazione, da sistemi formativi inadeguati o da barriere strutturali, molti giovani vedono bloccato il loro cammino di realizzazione umana e professionale. La necessità di cambiare occupazione più volte nel corso della vita richiede percorsi di aggiornamento e riqualificazione permanente, che rendano le nuove generazioni capaci di assumere, con competenza e autonomia, i rischi di un contesto economico mutevole e spesso imprevedibile.

168. Di qui deriva una specifica responsabilità pubblica. Lo Stato ha il dovere di sostenere l’attività delle imprese creando condizioni favorevoli all’occupazione, promuovendo il lavoro dove manca e difendendolo nei tempi di crisi, perché esso è un bene primario per le famiglie e per la società. [171] In particolare, in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche, occorre una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione.

169. Sostenere famiglie e giovani in questa transizione richiede scelte che rendano praticabile la stabilità. Come già detto sopra, servono politiche del lavoro che favoriscano continuità e qualità dell’occupazione, contrastando la precarietà come condizione normale di vita e promuovendo percorsi realistici di ingresso e crescita professionale. In secondo luogo, occorrono misure che garantiscano ritmi umani: senza un equilibrio tra lavoro, servizi e riposo, la famiglia si indebolisce e i giovani faticano a maturare nella responsabilità. Inoltre, è decisivo investire su formazione e riqualificazione accessibili, perché la mobilità professionale richiesta dall’economia digitale non diventi una selezione crudele tra chi può aggiornarsi e chi no. Infine, vanno sostenuti i legami sociali: reti e comunità educative che accompagnino le scelte di vita e impediscano che l’incertezza produca solitudine e dipendenze. Così la trasformazione tecnologica può essere attraversata senza spezzare ciò che rende generativa una società: la capacità di costruire futuro.

Custodire la libertà contro dipendenza e mercificazione

Dipendenze e controllo sociale

170. Dopo aver considerato la verità e l’educazione, il lavoro e le famiglie, dobbiamo parlare dell’effetto della rivoluzione digitale sulla libertà umana, considerando come affrontare sia i rischi legati alla psicologia individuale che i grandi drammi sociali. Non vanno sottovalutate le forme più sottili di dipendenza legate all’economia digitale dell’attenzione, dove piattaforme e servizi sono progettati per catturare il tempo e lo sguardo degli utenti, sfruttandone le fragilità e indebolendo la libertà interiore. Quando modelli imprenditoriali prosperano sulla debolezza umana, la persona è trattata come mezzo e non come fine, e chi progetta o finanzia questi sistemi assume una responsabilità morale che non può essere elusa. È urgente promuovere un uso delle tecnologie che rafforzi la libertà interiore: educazione alla sobrietà digitale, protezione dei minori e contrasto a modelli che prosperano sulla vulnerabilità.

171. Un ulteriore rischio, meno visibile ma non meno grave, è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce – spostamenti, acquisti, relazioni, preferenze – si crea un potere nuovo: quello diprofilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza. Se questi dati vengono usati per prendere decisioni che incidono su opportunità concrete (accesso al credito, selezione del personale, servizi) si rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Inoltre, il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: ciò che viene amplificato o reso invisibile, ciò che è premiato o penalizzato, finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura. Per questo la libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze.

172. Alla radice di questi problemi si trova una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana. Alcune correnti postumaniste arrivano persino a ipotizzare esseri umani “di seconda classe”, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori: una prospettiva inquietante, tanto più grave se si combina con strumenti tecnologici che ampliano in modo esponenziale il potere di controllo e di selezione. Anche certe logiche di indebitamento strutturale, che mantengono interi popoli in condizioni di dipendenza, rivelano la stessa mentalità che accetta, in forme nuove, relazioni di subordinazione vicine alla schiavitù.

Spezzare le catene delle nuove schiavitù

173. Questa visione distorta della persona si traduce oggi in diverse forme di asservimento legate direttamente all’economia digitale. Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico. Ogni risposta che appare immediata e perfetta proviene da una lunga catena di mediazioni, da una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi –, addestramento dei modelli. In molti casi si tratta di giovani, per lo piùdonne, che lavorano duramente per compensi minimi. A questa fatica invisibile si aggiunge quella, ancora più brutale, dell’estrazione delle risorse necessarie alla produzione dei dispositivi e dei microprocessori su cui poggia l’IA. In alcune regioni del mondo, adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa. Inoltre, reti criminali si servono di piattaforme di rete, sistemi di messaggistica, pagamenti anonimi e tecniche di profilazione per reclutare, controllare e spostare vittime di tratta, molte volte minori, trasformando uomini e donne in “dati” da tracciare e “pacchi” da trasferire entro gli stessi circuiti digitali che sostengono gran parte dell’economia globale. Questa realtà interpella profondamente la coscienza morale del nostro tempo. Non basta invocare l’efficienza, né celebrare i benefici dell’innovazione, se essi sono costruiti su una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona.

174. La lotta contro le nuove schiavitù è un banco di prova decisivo per il discernimento etico dell’IA e della trasformazione digitale. Nel solco della tradizione inaugurata da Leone XIII, la Chiesa rinnova la sua ferma condanna di ogni forma di schiavitù, tratta e mercificazione delle persone, e richiama l’urgenza di un ampio movimento di riflessione e di azione che ponga al centro la dignità inalienabile di ogni essere umano e il bene comune, come fini della società e come criteri di ogni scelta personale, sociale e politica. Senza questa riflessione etica e umanizzante, il potere crescente dei sistemi digitali rischia di condurci verso atrocità nuove, non meno vergognose di quelle del passato che oggi deploriamo, mentre continuiamo a presentarci come società “avanzate” e “civilizzate”.

175. La tratta va riconosciuta come una forma contemporanea di schiavitù e come una grave violazione della dignità umana; non reagire con fermezza o tollerare in qualsiasi modo queste pratiche significa, in qualche misura, rendersi oggi complici delle colpe commesse ieri, quando la schiavitù veniva giustificata o taciuta.

176. Nella maturazione della sua dottrina, la Chiesa ha progressivamente acquisito coscienza della gravità di queste realtà. È vero che gli eventi del passato non possono essere giudicati astoricamente, come se tutti i criteri maturati nel tempo fossero sempre stati disponibili. Tuttavia, non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù. Se nell’Antichità e nel Medioevo molte persone e istituzioni ecclesiastiche avevano schiavi, già nella modernità la Sede Apostolica romana, sollecitata dalle richieste dei sovrani, intervenne più volte per regolare e legittimare le modalità di sottomissione e, in alcuni casi, di riduzione in schiavitù degli “infedeli”. Si deve attendere il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII. Questo costituisce un chiaro esempio della crescita nella comprensione, da parte della Chiesa, delle verità perenni della Rivelazione che essa custodisce. Sebbene non troviamo omogeneità nella questione in sé – avendo a lungo tollerato la schiavitù e giungendo solo in seguito a condannarla in modo assoluto –, c’è una continuità lungo tutta la storia riguardo alla convinzione della dignità di ogni essere umano, creato a immagine di Dio, pur senza riuscire, in diciotto secoli, a esplicitarne in modo ufficiale la totale incompatibilità con la schiavitù. Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei. È inevitabile provare un profondo dolore considerando l’enorme sofferenza e umiliazione che la schiavitù ha significato per tante persone, in contrasto con la loro dignità senza limiti, amata infinitamente dal Signore. Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono.

177. Proprio per questo, la memoria delle complicità e delle cecità di ieri sull’ingiustizia della schiavitù diventa per noi un richiamo alla vigilanza: ciò che abbiamo imparato deve tradursi in discernimento e responsabilità nel presente. Se non vogliamo chiedere perdono in futuro per non essere stati fedeli al tesoro della dignità umana che la nostra fede racchiude, oggi tocca a noi essere diretti e fermi nel denunciare la tratta nelle sue molte manifestazioni e nel sostenere, passo dopo passo, insieme a tutti coloro che vi si impegnano, percorsi reali di prevenzione, protezione, liberazione e riabilitazione.

178. Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili. Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta. Chi possiede i dati sanitari di intere popolazioni, oggi raccolti spesso sotto il segno dell’aiuto, della ricerca o dell’innovazione, possiede in realtà una leva strutturale sul futuro: può modellare i bisogni e i mercati. E può decidere, prima degli altri, a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni. È qui che si gioca una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo: trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio; restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi. Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma.

179. Le nuove schiavitù si alimentano di catene economiche e infrastrutture digitali. Occorre quindi lavorare in più direzioni: anzitutto per rendere più esigente la trasparenza delle filiere che sostengono l’industria tecnologica e l’economia digitale, perché nessun vantaggio competitivo sia costruito sullo sfruttamento invisibile. In secondo luogo, è necessario che imprese e investitori assumano chiari criteri di verifica etica preventiva (due diligence), includendo tra le priorità la tutela dei lavoratori, il contrasto al lavoro forzato e l’impatto sociale dei modelli d’impresa basati sui dati. Inoltre, le piattaforme digitali devono essere chiamate a cooperare in modo responsabile con le autorità e con la società civile per impedire che gli strumenti di comunicazione, pagamento e profilazione diventino canali di reclutamento e controllo delle vittime. Quando queste scelte convergono, l’ambiente digitale può trasformarsi da spazio di predazione a spazio di tutela, prevenzione e promozione della dignità.

Una responsabilità condivisa

180. I diversi ambiti considerati – la ricerca della verità nella vita pubblica, l’educazione nell’ambiente digitale, le trasformazioni del lavoro, la fragilità delle famiglie e le nuove forme di schiavitù – non sono fenomeni separati. Essi manifestano una medesima posta in gioco: se la tecnica diventa criterio assoluto, la persona rischia di essere trattata come dato, ingranaggio o merce; se invece la tecnica è assunta dentro un orizzonte di sapienza, può diventare occasione di crescita, di giustizia e di fraternità.

181. In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna.

Cap 5 La cultura della potenza e la civiltà dell’amore

182. Dopo aver considerato come l’IA stia trasformando alcune dimensioni della vita e della società, con gravi ricadute sulla dignità umana, è necessario volgere lo sguardo a un ambito ancora più drammatico: la guerra. Qui la questione non riguarda soltanto l’efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo.

183. La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare. L’IA può potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell’uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a “danno collaterale”. Di fronte a queste trasformazioni, dobbiamo richiamare i principi della Dottrina sociale – dignità della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia – come criteri per giudicare se le tecnologie servano realmente l’umanità oppure finiscano per assoggettarla, e considerarli come orientamenti per le nostre scelte.

184. In questo capitolo intendo, dunque, confrontare due logiche opposte, che ho già evocato con immagini bibliche: da un lato, la tentazione di costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio; dall’altro, la pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune.

185. Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti. E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. Di essa noi tutti siamo spesso artefici inconsapevoli e architetti disuniti, capaci di slanci generosi ma privi di una visione d’insieme: è una costruzione più lenta, meno visibile e meno eclatante, che attende di essere meglio compresa e più coordinata, per diventare così l’impegno consapevole e articolato di ogni comunità, dalla famiglia al governo degli Stati e alle loro relazioni. È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di “civiltà dell’amore”.

La civiltà dell’amore nell’era digitale

186. Quando San Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune. Come ci ha ricordato l’Enciclica Fratelli tutti, solo questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino.

187. Oggi, nel contesto della svolta digitale, questa intuizione si rivela ancora più decisiva. Le reti digitali, l’economia globalizzata e lo sviluppo dell’IA creano legami sempre più fitti, collegando in tempo reale decisioni prese in un luogo agli effetti che esse producono altrove. Sono quindi ancora attuali le parole del Concilio Vaticano II sull’interdipendenza crescente tra i popoli: il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana. Il progetto della civiltà dell’amore assume qui il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza subita in una solidarietà voluta e scelta. È il criterio per orientare i processi tecnologici: non basta che l’IA ci renda più efficienti o connessi, essa deve servire a edificare quella famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi, dove la prossimità digitale diventa occasione reale di incontro e di cura reciproca.

La cultura della potenza

188. Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono.

La normalizzazione della guerra

189. Nel 1965 risuonava forte il grido di San Paolo VI davanti all’Assemblea dell’ONU: «Non più la guerra, non più la guerra!». Dobbiamo riconoscere che, nonostante i desideri e i proclami di pace, gli ultimi sessant’anni sono stati attraversati da conflitti di una ferocia impressionante, che hanno spesso coinvolto in modo massiccio le popolazioni civili, causando vittime innocenti, ondate di profughi, destabilizzazione sociale e ferite di lunga durata. Tuttavia, nel discorso pubblico, era comune la convinzione che la guerra dovesse restare una extrema ratio, circondata da limiti etici e giuridici rigorosi, e comunque da un orizzonte politico orientato alla pace. Facendo seguito a sviluppi verificatisi nel periodo interbellico, dopo la Seconda guerra mondiale c’era stata una svolta: la pace era stata posta al centro dell’ordine internazionale, come attesta in particolare la Carta delle Nazioni Unite, che si propone di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra»; molte Costituzioni nazionali, sulla stessa linea, avevano relegato il ricorso alle armi a casi estremi e rigorosamente delimitati. Anche durante la Guerra fredda, pur in presenza di conflitti gravi, permaneva la consapevolezza che occorresse evitare a ogni costo un nuovo conflitto mondiale.

190. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.

191. Assistiamo anche ad una preoccupante perdita di memoria storica. L’attenuarsi della testimonianza diretta della Shoah e delle due guerre mondiali facilita la riscrittura selettiva o distorta del passato, in un clima in cui false notizie e manipolazioni narrative offuscano le lezioni apprese. Senza una memoria viva degli orrori della guerra, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine.

192. A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune. Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura. Quando si attenua la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita”. È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili.

La forza senza limiti

193. Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi. La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una “nazione armata”, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche. Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti. In questo senso, c’è anche una logica economica che contribuisce ad alimentare tensioni in diverse regioni del mondo.

194. Gli arsenali militari godono di nuova attenzione. In passato, il riconoscimento della minaccia di armi capaci di distruggere l’intera umanità aveva favorito percorsi di distensione e di negoziato sul disarmo. Siamo purtroppo usciti da questo orizzonte e l’evoluzione degli arsenali nucleari – compresa la prospettiva di impieghi “tattici” – fa apparire il ricorso a tali ordigni come una possibilità sempre meno remota. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, sostenuto da oltre settanta Paesi, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti, accompagnata dal progressivo smantellamento degli accordi di riduzione delle armi nucleari e dallo sviluppo di ordigni “miniaturizzati”, che rendono più facile considerarne l’uso come opzione praticabile.

195. La stessa logica si riscontra nei conflitti convenzionali: la forza militare, la debolezza delle iniziative diplomatiche e la complessità degli interessi in gioco favoriscono conflitti che tendono a cronicizzarsi, con un costo umano e ambientale altissimo. È molto più semplice iniziare una guerra che fermarla, e tuttavia la riflessione sulla prevenzione dei conflitti rimane drammaticamente marginale.

196. La scena è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza. Spesso questi soggetti intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici molto concreti, trasformando la guerra in un vero modo di vivere per intere generazioni di giovani e bambini: l’obiettivo non è più una vittoria definitiva, ma la perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita.

Armi e IA

197. A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’IA. La Santa Sede ha recentemente osservato che la crescente facilità con cui sistemi d’arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio che il ricorso alla forza armata debba avvenire come ultima risorsa in caso di legittima difesa. Per questo lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita, evitando una corsa agli armamenti.

198. Si parla talvolta di “agenti morali artificiali”, come se una macchina potesse garantire, con maggiore coerenza di un essere umano, la distinzione tra bene e male. Ma il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona. Perciò non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati. Così, ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. È pertanto della massima importanza infondere valori e giudizio prudente nella programmazione dei sistemi artificiali che costruiamo, i quali possono contribuire a un ecosistema morale in cui gli esseri umani siano meglio posti in grado di ascoltare la propria coscienza e in cui i modelli di IA fissino confini appropriati.

199. Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese.

200. Da questi criteri derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato in ambito bellico devono essere garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni, così che responsabilità ed eventuali colpe non si dissolvano “nella macchina”. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine, è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale, che frenino la corsa agli armamenti tecnologici e assicurino una tutela particolare ai civili e alle infrastrutture essenziali alla loro sopravvivenza.

La crisi del multilateralismo

201. La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale. Le istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite, non soltanto per limiti strutturali, ma perché manca spesso una volontà condivisa di sostenerle, riformarle e riconoscerne l’autorità morale. Invece di progredire, stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento. Dopo il 1989, al crollo in Europadei regimi comunisti si è accompagnata una globalizzazione prevalentemente economica, priva di un’adeguata architettura politica capace di sostenere il dialogo e la pace. Si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, mentre in realtà la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. Il risultato è lontano da un autentico multilateralismo: appare piuttosto come un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza verso l’altro.

202. Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa. La semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza.

203. In questo contesto, la costruzione della pace è passata in secondo piano: la cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca vengono lasciati da parte, in nome di logiche di potenza. Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario: il principio di proporzionalità nella risposta alle aggressioni, la tutela dell’accesso ad acqua, cibo e beni essenziali, il rispetto per la vita dei civili e dei bambini vengono trattati come ingenue reminiscenze del passato.

Un presunto realismo politico

204. Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale. Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di “nuova creazione” sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi. In realtà, le medesime dinamiche riemergono sotto forme nuove. Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica. In molti Paesi, anche nel Sud globale, l’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione e servizi sociali.

205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.

206. In questo clima, nichilismo e pragmatismo finiscono per intrecciarsi e normalizzare errori gravissimi: estremismi religiosi e fanatismi identitari si alleano con un economicismo irrazionale, mentre la politica ricorre con facilità alla disinformazione, alla ridicolizzazione dell’avversario e alla costruzione sistematica di paure e risentimenti. Così la diversità dell’altro è sempre più vissuta come minaccia, alimentando desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche, abusi di potere e paura della differenza, e preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ce ne accorgiamo.

207. Questo è terreno fertile per nuove guerre, forse ancor più pericolose di quelle passate perché tendono a smarrire ogni limite etico. Ciò che un tempo era considerato inaccettabile oggi può essere messo in atto quasi senza esitazioni, mentre la reazione internazionale si adegua alla convenienza dei singoli governi più che alla gravità oggettiva dei fatti. Le decisioni sembrano ora essere guidate quasi esclusivamente da calcoli economici, difesi attraverso illusioni mediatiche, euforie artificiali e “sogni” che inevitabilmente si infrangono, generando frustrazione e nuova violenza. Quando ci si persuade che nulla è veramente vero e che i “principi” non sono che un involucro vuoto, la miccia di nuove esplosioni di intolleranza e aggressività si accende nel cuore stesso delle persone.

208. In questo scenario, la domanda sulle garanzie reali contro nuove violenze rimane aperta. Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza. In Paesi segnati da gravi tensioni sociali, non possiamo escludere che qualcuno finisca per considerare il conflitto armato come un modo efficace di distogliere l’attenzione dai problemi interni e come strumento di gestione cinica delle difficoltà.

209. Una responsabilità particolare grava su chi opera nel mondo della ricerca. Tutti i protagonisti di questo ambito – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità, mantenendo viva la consapevolezza del quadro ampio nel quale si collocano i progressi tecnologici a cui contribuiscono, compresi quelli legati all’IA. Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio.

Costruire la civiltà dell’amore

210. La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male, e va chiamato con il suo nome. Questo modo di descrivere la realtà che viviamo può apparire cupo o pessimista, ma ritengo che sia una denuncia necessaria. La prospettiva cristiana, però, non si esaurisce nel denunciare il male. Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto, a cui il Padre ha dato «ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. E crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape, come un seme che, una volta seminato, germoglia e cresce (cfr Mc 4,26-32). Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).

211. Una lettura attenta della storia lo conferma. Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione.

Tutti possiamo fare la nostra parte

212. In questo punto, però, si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura).

213. Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.

Disarmare le parole

214. Il primo contributo che possiamo dare a una civiltà più umana è fare attenzione alle nostre parole. «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Il potere delle parole è enorme e ne facciamo esperienza nella comunicazione quotidiana, quando qualcuno ci dice qualcosa che cambia il nostro stato d’animo, in positivo o in negativo. «La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra». Tutti dobbiamo quindi fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi di cui sono impregnate e sull’aggressività, aperta o larvata, che le abita. Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha.

Costruire la pace nella giustizia

215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti». Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!». Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia!

Assumere lo sguardo delle vittime

216. Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”. Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa. Per questo non possiamo restare a livello di analisi astratte. Come ha ricordato Papa Francesco, dobbiamo “toccare la carne” di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite. Gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti.

217. Dare spazio, nell’informazione e nell’educazione, allo sguardo e alla voce delle vittime aiuta a diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza; a non accettare come normale la logica del conflitto; a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana; e a restituire alle persone colpite la dignità di essere riconosciute e ascoltate. L’attenzione a queste voci alimenta la convinzione che, al di là di minoranze violente, l’umanità non desidera la guerra. La Chiesa può essere in modo speciale un luogo di memoria viva delle vittime. Come ricordava San Paolo VI, essa sente di dover far propria insieme la voce dei morti delle guerre passate e quella dei vivi che ne portano ancora le ferite, perché il loro grido diventi appello alla pace e alla concordia e non preludio a nuovi conflitti.

Coltivare un sano realismo

218. Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare. Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili.

Rilanciare il dialogo

219. Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto. Lo ricordava già Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole.

220. Il dialogo è una dimensione ordinaria della vita umana, e non riguarda soltanto le relazioni tra gli Stati. Si tratta di acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme. Perché se facciamo esperienza dell’incontro autentico con l’altro, il diverso, lo straniero, il migrante, diventa molto più difficile anche solo immaginare la guerra.

221. A livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti, come auspicava Giorgio La Pira: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!». La consapevolezza di un destino comune dei popoli chiede che la cultura del negoziato diventi sempre più un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza.

222. A coloro che hanno l’onore e l’onere di governare, vorrei ripetere alcune parole che ho detto agli inizi del mio Pontificato: «I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare. Rifuggiamo le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi».

223. Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. [199] Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. [200] Lo “spirito di Assisi”, suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco – ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar –, mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato.

La necessità della diplomazia e del multilateralismo

224. Nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, «la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare», usando fino allo stremo l’umiltà e la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in conflitto, così da avviare una pacificazione.

225. Anche lo spazio cibernetico è diventato terreno di confronto: attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto. In questo ambito, poi, l’attribuzione delle responsabilità è spesso incerta: quando non è chiaro chi abbia colpito, cresce il rischio di reazioni sproporzionate, errori di valutazione e spirali di escalation. Per questo occorre una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull’uso delle tecnologie digitali, proteggendo i civili e i più vulnerabili da forme di violenza invisibili ma non meno reali.

226. Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato. Attraverso tali istanze la comunità internazionale può cercare di ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti dei rifugiati e delle minoranze, liberare risorse dagli armamenti per destinarle alla promozione umana e proteggere la Casa comune. La Santa Sede sostiene e accompagna questo impegno, pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde: non si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di valori tocca anche i fondamenti etici della vita delle nazioni e rende più difficile orientare il multilateralismo al vero bene comune.

227. Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico. È uno dei modi in cui la Santa Sede si pone a servizio dell’umanità, richiamando le coscienze alla carità e alla verità, difendendo la dignità di ogni persona e facendosi voce dei poveri, dei migranti e delle vittime delle guerre. In tal modo, la diplomazia pontificia esprime la cattolicità della Chiesa e contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune.

Pregare e sperare

228. Queste piste di impegno si nutrono della preghiera e la alimentano. Per noi, infatti, la pace anzitutto «proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente». Essa è un dono consegnato da Gesù ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua: «La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Con queste parole ho salutato la Chiesa e il mondo nel giorno della mia elezione al soglio di Pietro, e desidero ripeterle per invitare tutti a chiedere questo dono. Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società.

Conclusione

229. «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10): sono parole di San Paolo, che esorta i cristiani di Corinto a custodire l’unità. Carissimi fratelli e sorelle, ci siamo interrogati sul mondo che stiamo costruendo, chiedendoci che cosa voglia dire custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Al termine di questo percorso, desidero consegnarvi un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo. È un cammino che nasce dalla contemplazione del disegno di Dio, vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucaristia, costruisce il mondo nel bene e prega insieme con la Vergine Maria.

Il Verbo si è fatto carne

230. In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale.

231. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio; e attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale: come potere di diventare figli di Dio, che si risveglia quando ci lasciamo toccare dal pianto dei piccoli, dalla fragilità degli anziani, dal silenzio delle vittime, dalla fatica di quanti lottano contro il male che non vorrebbero compiere. In questa carne ferita e amata, il Padre ci mostra la vera umanità di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la sua volontà si realizzi come in cielo così in terra.

232. Nelle promesse del transumanesimo e di alcune correnti postumaniste, che inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata, riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita più piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza. Non c’è un momento o una condizione dell’umano che non sia degno di Dio: «Secondo l’insegnamento della nostra fede, abbiamo e adoriamo, nei nostri misteri, un Dio che nasce nella mangiatoia, un Dio che vive e viaggia nella Giudea, un Dio che muore sulla croce, un Dio morto che giace nel sepolcro». Il futuro dell’umanità trova così il suo criterio nella capacità di accogliere questo modo divino di farsi vicino, di condividere il peso del mondo, di trasformare dall’interno le relazioni. «O meraviglia […] l’uomo è Dio e questo Dio Uomo passa per tutti quei gradi, sopporta tutti quegli stati e li nobilita, li santifica, li deifica in se stesso!». Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo.

233. Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità. La dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno di noi si riconosce anche nella capacità di riflettere criticamente, di scegliere e di amare gratuitamente, di entrare in relazioni autentiche. Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cfr Ef 1,10). In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre.

Un solo corpo in Cristo

234. La spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore. L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé. Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa, perché la sua offerta diventi principio di unità e sorgente di vita nuova. Da questa comunione nasce anche la solidarietà cristiana, poiché l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona». Come spiega Sant’Agostino ai nuovi cristiani della sua Chiesa, il pane e il vino sull’altare sono il sacramento dell’unità dei fedeli in Cristo: «Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale. Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra ( 1Cor 12,27). Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen».

235. L’“Amen” che diciamo nella liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo, danno forma a tutta la nostra vita. L’Eucaristia «è l’incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale». In essa si mostra visibilmente che noi «siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”». L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone.

Il cantiere del nostro tempo

236. La spiritualità che desidero consegnare è quella del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (cfr 1Cor 3,10). Come ho scritto al principio di questa riflessione, oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. Al termine del percorso, il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.

237. Restiamo fedeli alla verità! Vivendo immersi in flussi incessanti di informazioni, opinioni, immagini, sappiamo quanto sia facile orientare decisioni e preferenze attraverso algoritmi sempre più raffinati. In questo scenario è importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo, che cerca la sapienza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati. Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. Coltiviamo invece quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune.

238. Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo. Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede. In modo particolare, poi, servono adulti che riscoprano la loro vocazione di artigiani dell’educare, disponibili a un lavoro quotidiano, paziente, sostenuto da alleanze educative ampie e condivise. Accompagnare bambini e ragazzi a usare le tecnologie come spazio di relazione responsabile, aiutandoli a riconoscerne i rischi e a scegliere ciò che fa crescere la libertà interiore, rappresenta oggi una forma concreta di carità e di salvaguardia della loro dignità. Educare le nuove generazioni a credere che l’evoluzione delle tecnologie non segue un percorso inevitabile, ma può essere orientata dalla responsabilità personale e collettiva, costituisce uno dei servizi più preziosi al bene comune.

239. Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale.

240. Amiamo la giustizia e la pace! Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto. Ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale, occasione per verificare se i progressi dell’IA aprano spazi di giustizia e partecipazione oppure concentrino ricchezza e potere nelle mani di pochi. Invito a guardare con lucidità le filiere della produzione digitale, le condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, i meccanismi che traggono vantaggio dalla manipolazione e dalla guerra e, allo stesso tempo, a cercare vie concrete per far crescere equità, partecipazione e cura del creato. La speranza che annunciamo viene dal cielo «per generare, quaggiù, una storia nuova»: proprio per questo chi crede si impegna perché, al posto delle disuguaglianze, trovi spazio una maggiore giustizia e perché «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».

241. Guardando al domani, desidero richiamare l’immagine di Neemia, che all’inizio di questo percorso abbiamo scelto come compagno e figura-guida. Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.

242. L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento, della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di Dio offre a tutti luce e vita. La città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (Ap 22,2). Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme: questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre.

Il canto della speranza: il Magnificat

243. Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il disegno di amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale, la speranza che sostiene il nostro agire nel mondo, è la preghiera. Il canto di Maria accompagna il nostro impegno. Davanti a Elisabetta che le annuncia che è diventata la madre del Signore, Maria esplode in un inno di lode e di gioia: la sua anima magnifica il Signore e il suo spirito esulta in Dio suo salvatore, perché Egli ha scelto per il suo disegno di salvezza una ragazza giovane, povera, piccola. D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo. Dio «si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare “i superbi, i potenti e i ricchi”. Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi».

244. La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo «sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati», educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco». Così, la Vergine diventa «poetessa e profetessa della redenzione», perché dalle sue labbra sgorga «l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat; è Lei che rivela il disegno trasformatore dell’economia cristiana, il risultato storico e sociale, che tuttora trae dal cristianesimo la sua origine e la sua forza».

245. Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione. Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel Vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio dell’anno 2026, secondo del mio Pontificato.
 
LEONE PP. XIV