Lettura 86  ES 20,1-17  Il Decalogo, undicesima parte

V° Comandamento: Non uccidere

Es 20,13 «non rasah».

Saremmo fuori strada se pensassimo che questo comandamento riguardi tutte le possibili forme di uccisione perché l’ebraico, a differenza dell’italiano, dispone di molti verbi che possono qualificare con precisione i vari tipi di ammazzamento, per cui dobbiamo qualificare il significato del verbo “rasah”.Lo facciamo attraverso il testo biblico, cioè commentando la Bibbia con la Bibbia.

Il libro di Deuteronomio contiene dal capitolo 22 al 26 il “Codice Deuteronomico” che verosimilmente è la legge trovata nel Tempio alla fine del 600 a. C. (2 Re 22,8 ss.). Esso è costituito da molte norme che riguardano vari settori della vita e avrebbe sostituito il “Codice dell’Alleanza” di Es 21, ss. che abbiamo già trattato.
Ci interessa il brano che tratta della violenza, stupro, fatta ad una fanciulla in aperta campagna.

Dt 22,25 «Ma se l’uomo trova per i campi la fanciulla fidanzata e facendole violenza pecca con lei, allora dovrà morire soltanto l’uomo che ha peccato con lei; 26 ma non farai nulla alla fanciulla. Nella fanciulla non c’è colpa degna di morte: come quando un uomo assale il suo prossimo e rasah l’uccide, così è in questo caso, 27 perché egli l’ha incontrata per i campi: la fanciulla fidanzata ha potuto gridare, ma non c’era nessuno per venirle in aiuto».

Il v 26 è esplicito “rasah” indica l’omicidio nei confronti di un uomo o una donna per motivi di interesse, per un litigio, per fare del sesso, ecc.

Troviamo lo stesso verbo nel racconto di un episodio molto crudo che porterà allo sterminio della tribù di Beniamino in conseguenza dello stupro di gruppo, narrato in Gdc 20, che consigliamo di leggere.
Di esso ci interessano i seguenti versetti:

Gdc 20,4 «Allora il levita, il marito della donna che era stata rasah (uccisa), rispose: «Io ero giunto con la mia concubina a Gàbaa di Beniamino per passarvi la notte. 5 Ma gli abitanti di Gàbaa insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo; volevano uccidere me; quanto alla mia concubina le usarono violenza fino al punto che ne morì».

Quindi la violenza collettiva che ha causato la morte della donna è chiamata “rasah”, ma per il resto del racconto, in cui gli ammazzati sono praticamente tutti i membri della tribù di Beniamino, il verbo “rasah” non è più usato.
Ammazzare in guerra o per una spedizione punitiva, non ricade sotto il quinto comandamento come accade poi nel resto del racconto.

6 «Io presi la mia concubina, la feci a pezzi e li mandai per tutto il territorio della nazione d’Israele, perché costoro hanno commesso un delitto e un’infamia in Israele. 7 Eccovi qui tutti, Israeliti; consultatevi e decidete qui stesso». 8 Tutto il popolo si alzò insieme gridando: «Nessuno di noi tornerà alla tenda, nessuno di noi rientrerà a casa. 9 Ora ecco quanto faremo a Gàbaa: tireremo a sorte 10 e prenderemo in tutte le tribù d’Israele dieci uomini su cento, cento su mille e mille su diecimila, i quali andranno a cercare viveri per il popolo, per quelli che andranno a punire Gàbaa di Beniamino, come merita l’infamia che ha commessa in Israele».

Più chiaro di tutti è l’episodio della “Vigna di Nabot“, di 1 Re 21-ss, cui abbiamo accennato alla Lettura 60.
La regina Gezabele per fare contento il Re Acab, suo marito, con un processo taroccato, riesce a far lapidare il Giusto Nabot e così portargli via la vigna di cui era proprietario.
Ma mentre il Re Acab sta prendendo possesso della vigna del povero Nabot, Dio gli invia il profeta Elia che riferisce queste parole (Lettura 18 del commento su Elia):

1 Re 21,19 «…Così dice il Signore: Hai assassinato rasah e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue».

In questo caso anche la nostra traduzione rende ragione al verbo ebraico. Si tratta di un omicidio eseguito per sottrarre ad un poveraccio la terra che aveva ereditato dai suoi padri.

In questi e in altri pochi casi, non riportati, il termine “rasah” indica l’omicidio praticato tra uomo e uomo, per interesse, lite, vendetta, che potremmo definire appunto “assassinio“.
In questo senso sono esclusi gli altri tipi di uccisione come le condanne a morte, l’uccisione dei nemici in guerra, compresa l’uccisione degli animali, che ci sembra opportuno segnalare, vista la lettura estensiva del comandamento che si sente da più parti.
In definitiva possiamo dire che il nostro comandamento dovrebbe essere tradotto: «Non assassinare» o «Non commettere assassinio».

Il contrasto dell’omicidio rasah
Però ci dobbiamo occupare anche delle misure messe in atto perché gli omicidi siano limitati e non è il caso di fare molte elaborazioni perché la punizione è sempre la pena di morte. L’abbiamo già visto trattando il “Codice dell’Alleanza” Es 21 ss. nelle letture 68 e 71.

L’assassinio, omicidio privato, è punito con l’omicidio pubblico eseguito in varie forme delle quali la più frequente è la lapidazione perché non consente di individuare chi ha lanciato il sasso mortale: in pratica un’uccisione senza responsabile.
L’idea di ricuperare alla comunità l’omicida è assente da questi testi: la società nomade o seminomade poteva solo cercare di impedire la nascita di faide tra famiglie, clan e tribù. Eppure…
Eppure se riflettiamo sulla Bibbia non secondo la scansione storica, ma seguendo il progresso della rivelazione, troviamo testi che aprono al ricupero dell’omicida.

Abbiamo già visto alla lettura 68 che Dio offre protezione a Caino dopo l’uccisione del fratello Abele con lo scopo di limitare la pratica della vendetta.
Ma non possiamo tralasciare che nell’Antico Testamento, sempre nel libro di Genesi, all’inizio del nuovo mondo seguito al diluvio universale, Dio stabilisce un’Alleanza con Noè e tutti i suoi discendenti, vale a dire tutta l’umanità. Il testo è più recente di Esodo e rende bene l’idea di che cosa Dio intende a proposito di “ogni tipo di omicidio”.
Consigliamo di leggere l’intero racconto di questa Alleanza, Gn 9,1-12 del quale evidenziamo alcuni passaggi.

Gn 9,3 «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. 4 Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue».

Secondo la cultura ebraica antica che non possiede l’idea di anima, il sangue è la vita dell’uomo o dell’animale. A cui segue il brano che ci interessa:

Gn 9,5 «Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello.
6 Chi sparge il sangue dell’uomo / dall’uomo il suo sangue sarà sparso,
perché ad immagine di Dio / Egli ha fatto l’uomo
».

Nel rispetto della vita dell’altro e pertanto in gioco l’immagine di Dio: immagine di Dio l’ucciso, immagine di Dio l’uccisore… Allora anche l’uccisore non può essere ucciso!

Già, ma cosa vuol dire “non uccidere” e il suo opposto “rispettare”? Anche perché Dio chiederà conto del sangue / vita dell’altro così come si era rivolto a Caino:

Gn 4,9 «Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». 10 Riprese: «Che hai fatto? La voce dei sangui di tuo fratello grida a me dal suolo»!

Il plurale “sangui” non è un errore di trascrizione e forse vuole alludere a tutti gli Abeli e tutti Caini che ci sono stati e ci saranno nel corso del tempo.
E quella domanda non vuol forse dire che la vita dell’altro non è soltanto nelle “Sue” mani ma anche nelle mie?
E non solo in termini di uccisione ma anche di rispetto difesa, di aiuto, ecc.
In altre parole possiamo dire che Dio ci rende responsabili gli uni degli altri.
E questa sarebbe la rozzezza dell’Antico Testamento?
Il Nuovo Testamento, poi, semplifica in modo categorico.

Mt 5,20 «Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: “raca” (sciocchino), sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna».

Che può essere commentato in modo pertinente solo dai due versetti successivo

23 «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono».

Un richiamo fatto proprio dal rito Ambrosiano come condizione per potere eseguire lo “scambio della pace”.
In questo modo scambio della pace e successiva liturgia Eucaristica sono condizionati dall’adempimento di quel richiamo.

Se è così, allora lo “scambio della pace” è affare molto, molto serio!