Lettura 78 Es 20,1-17 Il Decalogo: uno sguardo d’insieme, terza parte

Qualche esegeta valuta la Legge Sinaitica come un’imposizione di Dio al suo popolo.

Poiché Dio si è dimostrato benevolo verso i “figli d’Israele” si è “acquistato il diritto” di imporre la sua Legge.

Questa comprensione era coerente con la teologia esistente fino alla metà del secolo scorso, ma riteniamo più coerente all’insieme del testo considerare la Legge come “dono di Dio” fatto a questo Suo popolo bambino.

Infatti i figli d’Israele escono prodigiosamente dall’Egitto dove erano schiavi, continuamente “guidati”, controllati e puniti dai sorveglianti.

Diventati liberi devono imparare a comportarsi in modo tale che il popolo, verosimilmente il clan, possa vivere e prosperare nella libertà eliminando tutti comportamenti che potrebbero dissolverlo.

A questo dobbiamo aggiungere il rischio di diventare nuovamente schiavi di un altro padrone, da cui segue la necessità di fare continuamente memoria di tutti gli eventi e di tutti gli “interventi prodigiosi” che li hanno condotti alla libertà.

Esprimendo questo con categoria teologica potremmo parlare della possibilità di ricadere nella schiavitù del peccato (Paolo) che la tradizione chiama “degli idoli”. Attualizzato al nostro tempo possiamo rendere il concetto di schiavitù con “dipendenza”. Quindi dipendenza dai “nostri” idoli: dipendenza dall’alcool, dipendenza dalla droga, dai soldi, dalla carriera, dal sesso, dalla Tv, dal PC, dal Tablet, dal telefonino, ecc… e si sa benissimo quanto sia dura uscirne.

Ora, l’attenzione dell’Antico Legislatore verso questo popolo è ripetutamente affermata anche dal libro di Deuteronomio, una sorta di commento dettagliato al Decalogo, in cui al termine della spiegazione di ogni norma è apposta l’affermazione: «…così estirperai il male in mezzo a te».

Questo indica l’esclusione dal clan, attraverso la pena di morte o il bando, che a quel tempo erano equivalenti perchè fuori dal clan la morte era sicura.

Una terapia che suona come molto dura ai nostri orecchi, ma era la condizione perché la comunità dei figli d’Israele potesse vivere.

La numerazione dei dieci comandamenti

Un ultimo problema di carattere generale risiede nel fatto il testo Es 20,1-17 non enumera le Dieci Parole, i Dieci comandamenti e neanche la struttura testuale consente una suddivisione soddisfacente, così nel tempo sono nate due tradizione differenti.

Quella seguita dalle chiese orientali, dai calvinisti e alcuni Padri greci e latini come Gerolamo, divide in due parti i versetti 2-6, mentre quella seguita dalla chiesa Cattolica e Luterana divide in due parti il versetto 17 differenziando il desiderio per la moglie del prossimo, che diventa il IX° comandamento, dal desiderio delle cose del prossimo che diventa il X°.

Sono due soluzioni che tuttavia non eliminano una certa forzatura.

Riportiamo i 10 Comandamenti così come sono redatti nel catechismo di Pio X che resta ancora la formulazione più nota e più semplice da ricordare. E ci serviranno anche per mostrare le differenze rispetto al testo biblico.

«Io sono il Signore Iddio tuo:

1- Non avrai altro Dio avanti di me.

2- Non nominare il nome di Dio invano.

3- Ricordati di santificare le feste.

4- Onora il padre e la madre.

5- Non ammazzare.

6- Non fornicare.

7- Non rubare.

8- Non dire il falso testimonio.

9- Non desiderare la donna d’altri.

10- Non desiderare la roba d’altri».