Lettura 74 Es 23,1- 9 Il Codice dell’Alleanza, settima parte

Il capitolo 23 inizia con l’esposizione di alcuni “debarim”, cioè, “parole” apodittiche che trattano del comportamento da tenere nei tribunali.

Non si pensi ai nostri palazzi di giustizia e alle schiere di magistrati e avvocati che le frequentano: professionisti della giurisprudenza. Nel periodo premonarchico e anche più avanti si giudicava fuori dalle porte della città perché ai quei tempi le città venivano costruite senza piazze e se si doveva radunare molta gente bisognava uscire dall’abitato.

I giudici erano degli anziani o dei saggi che in qualche modo conoscevano le leggi o, piuttosto, le tradizioni. Quindi tutto si svolgeva in breve tempo, compresa l’esecuzione della sentenza.

I versetti 1-3 e 6-9 sonno omogenei per forma e contenuto ma sono interrotti dai vv 4-5 che riguardano i doveri verso i nemici e dovrebbero appartenere alle sezione delle norme casuistiche, i mishpatim, per il modo in cui sono formulati.

I vv 1-3 riguardano i testimoni e siamo rimandati al 9° comandamento delle “Dieci Parole” o “Decalogo” che recita semplicemente:

Es 20,16 «Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo»

però, nel nostro caso l’argomento viene approfondito. Esaminiamo il testo passo passo.

Es 23:1 «Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia».

v1a «Non spargerai false dicerie».

Già la semplice diceria, il chiacchiericcio, la mormorazione è uno strumento che incrina la reputazione del prossimo, la sua immagine e favorisce le spaccature tra persone e gruppi fino a fare nascere inimicizie e conflitti che non hanno alcun fondamento oggettivo. Questa “parola” ci riguarda da vicino se pensiamo alla valanga di chiacchiere che ogni giorno raggiungono i nostri timpani soprattutto quelle che partono dai media.

La seconda parte riguarda un comportamento ancora più grave perché tratta di una vera e propria falsa testimonianza.

Il racconto della vigna di Nabot (1 Re 21ss- Lettura 17 su commento a Elia) illustra molto bene tanto il tema della falsa testimonianza quanto lo svolgimento di un processo immediatamente seguito dall’esecuzione della sentenza.

v2 «Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia».

Questi versetti mettono a fuoco un pericolo molto più sottile in cui può incorrere un testimone: essere influenzato dalla maggioranza quasi che la verità dipenda dal numero. E oggi nel clima di sondaggi demoscopici che ti colpiscono a raffica…

Ebbene, nei tribunali ebraici, quando un imputato era condannato a morte, la sentenza non veniva eseguita se almeno un giudice non fosse stato contrario a quel verdetto: l’unanimità dei giudici era sospetta!

v3 «Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo».

Questo versetto segnala il pericolo opposto. Se l’alto numero dei pareri concordi può suggerire al testimone di accodarsi alla maggioranza, le condizioni miserevoli dell’imputato o di uno contendenti può spingere a schierarsi con esso. Questo apre al tema del vittimismo attuale anche oggi: basta avere una qualche “diversità” rispetto una presunta “normalità” per pretendere un’infinità trattamenti di favore. Le condizioni miserevoli, la razza, l’istruzione, le difficoltà incontrate nella vita, ecc. non possono essere usate per vantare diritti o di addirittura di avere ragione, pena la mortificazione della verità e l’azzeramento della responsabilità personale.

v6 «Non farai deviare il giudizio del povero, che si rivolge a te nel suo processo».

Neanche la condizione di povertà può giustificare un trattamento di favore.

L’indigenza non giustifica il ripiegamento di una coscienza retta.

v7 «Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole».

La seconda parte è più che evidente, ma la prima parte segnala una precauzione di cui tenere conto per non incorrere in un “errore giudiziario”. E, forse, questo oggi è più difficile che allora.

v8 «Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ha gli occhi aperti e perverte anche le parole dei giusti».

Il comando è radicale! Non dice che non ti dovrai lasciare influenzare dai doni, che non dovrai accettarli per alcun motivo, perché sicuramente la capacità di giudizio potrebbe risultare alterata: “il dono acceca gli occhi”!

v9 «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto».

Questo versetto tratta ancora la non oppressione del forestiero, che abbiamo approfondito nella lettura precedente.

Il richiamo in un contesto giuridico fa riflettere che lo straniero, per motivi di cultura, lingua, comprensione, ecc. è più esposto forme di ingiustizia.

Il tema dello straniero è un argomento particolarmente importante agli occhi di Dio. Forse perché Dio sin dall’inizio della sua rivelazione vuole comunicare qualche seme di universalità.

Complessivamente tutte queste condizioni da osservare nell’esprimere un giudizio sono fondate sulla fede che solo Dio conosce perfettamente le situazioni, anche le più nascoste e solo il suo giudizio non può sbagliare. Allora il giudizio degli uomini deve regolarsi sulla giustizia di Dio e allora le precauzioni da osservare non sono mai troppe.

v4 «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. 5 Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo».

Si vede subito che è cambiato l’argomento e potremmo definirlo: una prima nota di amore per il nemico che assume anche forma di protezione della Creazione.

Un asino che vagava senza meta a quei tempi, rischiava di fare una brutta fine. Ad esempio 2 Re 1 narra di quarantadue bambini sbranati da due orse. Di Davide, ancora fanciullo, si dice che con le sole mani uccise un leone che aveva attaccato il gregge che lui custodiva. A maggior ragione un asino che va in giro da solo finiva per diventare il pasto di qualche belva.

Qualcosa di simile vale anche per il v5 perché la caduta di un asino sovraccaricato, che può facilmente portare alla frattura di una zampa, comporta l’uccisione dell’animale, come ancora oggi succede per i cavalli.

Può sorprendere una cura di questo genere verso le cose del nemico, ma abbiamo a che fare con lo stesso Dio che a suo tempo proclamerà:

Mt 5,43 «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

E anche in questo caso, come nella lettura precedente, il modello di comportamento non è un codice teorico basato sul buon senso, ma «perché il Padre vostro celeste fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti».

Allora secondo Gesù il semplice non fare differenza «tra malvagi e buoni, tra giusti ingiusti» si chiama “perfezione”.