Lettura 69 Es 20,22 -23,31 Il Codice dell’Alleanza, seconda parte

Se diamo una veloce occhiata al Codice di Hammurabi vediamo subito che le prime due pagine sono impiegate per passare in rassegna tutti gli dèi babilonesi ricordando tutto ciò che essi hanno fatto per il Regno e per Hammurabi stesso, nonché quello che a sua volta il re ha fatto per loro e per il regno.

È un preambolo che intende dare credito al re che promulga la legge, ma appunto una legge “del” re. Infatti esso termina così:

«Quando Marduk mi mandò a regnare sugli uomini, a dare la protezione del diritto al paese, io feci il giusto e ciò che corrispondeva a giustizia in…, e determinai la salvezza degli oppressi».

Quello che ci preme sottolineare è il fatto che quella legge non vanta un’origine divina.

Ben diverso è quello che leggiamo all’inizio del Codice dell’Alleanza

Es 20,22 «Il Signore disse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo».

E possiamo aggiungere che Dio parla a Mosè perché qualche versetto prima era accaduto che:

Es 20,18 «Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. 19 Allora dissero a Mosè: «Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!». 20 Mosè disse al popolo: «Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate». 21 Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio».

Se il popolo non avesse avuto paura, potremmo affermare che Dio avrebbe parlato faccia a faccia al Suo popolo.

Allora abbiamo a che fare con una Legge che viene “direttamente” da Dio anche se Mosè fa il portavoce.

“Direttamente” tra virgolette perché non abbiamo un resoconto cronachistico della scena del Sinai. Tra quell’evento e il testo che noi abbiamo ricevuto c’è di mezzo lo Spirito e quindi il lavoro della ispirazione che nel fluire del tempo ha guidato narratori, redattori e copisti che hanno tramandato quegli eventi. Ed è ancora lo Spirito che ci consente di comprendere lo scritto.

Ora leggendo il Codice dell’Alleanza ci rendiamo subito conto che riflette le condizioni di una società agricola sedentarizzata, pur con qualche nota di pastorizia, quindi una situazione esistente dopo l’insediamento in Canaan, probabilmente, dicono gli esperti, già con monarchia iniziata.

L’insieme del testo è alquanto complesso perché si tratta di norme che si sono via via adattate ai cambiamenti delle forme storiche e culturali. Comunque vi sono aspetti che possono avere senso anche per il nostro tempo e rifletteremo solo su quelli.

Intanto gli studiosi dividono il materiale nelle due categorie richiamate in Es 24,3:

« Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole / debarim del Signore e tutte le norme / mispatim. Tutto il popolo rispose insieme e disse: Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!».

debarim, le parole, sono comandi espressi in forma apodittica, imperativa senza “se” e senza “ma”. Usano la seconda persona singolare del modo imperativo valido tanto per la persona singola quanto per un “tu” collettivo quindi rivolto al popolo.

Possiamo pensare a Dio che come un padre si rivolge al figlioletto al quale non servono tante spiegazioni e ragionamenti perché il senso del comando è sostenuto dal “legame affettivo”.

Esattamente come fa una mamma che al suo piccolino dice: no, scotta… no, cacca… E se quello, diventato più grandicello, inizia con la successione senza fine dei “perché”, la mamma ad un certo punto chiude con: “perché lo dico io”, cioè una forma di autorità che non è autoritarismo, ma di chi si assume la “responsabilità” della cura. E il bambino accetta perché della mamma si fida.

Questo materiale apodittico è costituito essenzialmente da precetti cultuali che racchiudono a mo’ di cornice (termine tecnico: inclusione) gli altri precetti di tipo casuistico: i mispatim, che si esprimono attraverso delle condizioni: “se…”, “quando…”, “qualora…” ecc.

L’apertura del Codice dell’Alleanza riguarda la purezza del culto

Es 20,22 «Il Signore disse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo! 23 Non fate dèi d’argento e dèi d’oro accanto a me: non fatene per voi! 24 Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò. 25 Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. 26 Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità».

La tentazione di aver più di un Dio protettore è sempre presente; il rischio del sincretismo religioso è una costante in tutta la storia di Israele.

Può sorprendere la modalità di costruzione dell’altare, ma si possono dare più spiegazioni:

1- Fare un altare di terra non vuol dire un mucchio di terra, ma mattoni che possono essere cotti o semplicemente essiccati al sole.

2- La pietra tagliata richiama due possibili spiegazioni. La prima riguarda il fatto che i popoli dell’antico Oriente facevano altari monumentali in pietra, ma JHWH non ha bisogno di monumenti. La seconda possibilità è suggerita dal v 25 che accenna alla “lama”. Siamo all’inizio dell’età del ferro che rende più facili le costruzioni, ma lo strumento fatto con il nuovo materiale non rispetta la tradizione. Sappiamo, infatti, che le pietre che si useranno per costruire il tempio di Gerusalemme saranno squadrate con attrezzi di pietra.

3- Un altare realizzato con gradini rimanda agli altari cananei e alle ziggurat mesopotamiche e sarebbe un altro cedimento al sincretismo. La spiegazione riguardante le nudità secondo gli studiosi è la glossa di un copista che aveva perduto il significato originale del comando.

4- Non dobbiamo perdere di vista che l’altare sarà fatto « in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome» v24. Allora si tratta di luoghi sacri in cui c’è stata una particolare manifestazione del divino, cioè i santuari.

Ad esempio Betel (casa di El) dove Giacobbe ha visto la scala senza fine che saliva fino al cielo (Gn 28,10ss). Oppure Sichem, il primo luogo in cui Dio si rivolge ad Abramo appena giunto in Canaan e riceve la promessa di una discendenza immensa (Gn 12).

Oppure Silo dove venne “depositata” l’Arca dell’Alleanza quando il popolo arrivò nella Terra.

Poi vi sono molti altri santuari che insieme ai tre citati vennero soppressi quando, costruito il Tempio, tutto il culto venne concentrato esclusivamente a Gerusalemme.

Se è così dobbiamo dire che questo testo è molto antico e probabilmente originario perché il suo comando, chiaramente anti-gerosolimitano, non potè esser rimosso dagli scribi del Tempio.

Questo materiale apodittico, debarim, riprende poi in 22,17-23,19, ma consideriamo solo alcuni passaggi.

Es 22,21 «Non maltratterai la vedova o l’orfano. 22 Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, 23 la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani».

Il tema dell’orfano e della vedova è ricorrente in tutta la Scrittura e si ritroverà anche nei primi secoli del cristianesimo. In linea di massima le donne non erano soggetti che potessero ereditare, per cui se moriva il marito restavano senza sostentamento, quindi orfani e vedove costituivano la strato più a rischio del popolo per cui il comandamento “impone” un particolare riguardo da parte di tutti.

Attenzione il comando è “imperativo” e rivolto a “tu“. Se “tu” non lo rispetti, Dio stesso minaccia di usare la spada verso di te. È quella forma di “vendetta” di cui si è parlato nella lettura precedente.

E troviamo anche:

Es 22,20 «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto».

Una protezione è riservata anche allo straniero e chi la deve esercitare non è una “Onlus”, ma ancora “tu“.

Quello che può sorprendere è che norme di questo tipo sono elencate tra quelle religiose, tra la condanna della magìa v17 e la bestemmia del nome di Dio v27. M allora il culto riguarda anche…?

Pare proprio di sì, se anche Gesù dice:

Mt 5,23 «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono».

Un comando che il Rito Ambrosiano richiama durante la celebrazione eucaristica prima dello scambio della pace.