Lettura 66 Es 25-31; 35-39. Considerazione finale sulla costruzione del Santuario

I nostri padri usavano dire che se non si tengono i piedi per terra non si va in cielo.

Anche noi a riguardo del Santuario costruito nel deserto, ai piedi del Sinai, dobbiamo posare bene i piedi per terra e fare le opportune valutazioni appoggiandoci al Metodo Storico Critico.

L’obiettivo è di guadagnare un incremento di senso

Anzitutto, ci segnalano gli studiosi, che le dimensioni della costruzione nel suo insieme sono esattamente la metà di quelle del Tempio di Gerusalemme. E questo dovrebbe già far lampeggiare qualche Led.

Il peso dei metalli dovrebbe accendere altri Led, di quelli rossi, perché abbiamo 1020 Kg di oro, 3500 Kg di argento, 2500 Kg di rame. Poi dobbiamo aggiungere tutto il legname: assi, pali di sostegno, picchetti, tiranti; inoltre ci sono: corde, stoffe, teli, pelli conciate, ecc. tutta roba che per trasportarla doveva essere messa in appositi contenitori, ovviamente di legno.

Sarebbero stati necessari due o tre TIR con relativa strada…

Risultato: quel Santuario non era trasportabile!

E poi, come potevano dei nomadi, poco tempo prima ancora schiavi “usati” solo per fare mattoni, trovare nel deserto tutta quella roba?

Il candelabro menzionato in Es 25, 31ss. fatto di un pezzo solo, adornato con fiori di mandorlo (*) avrebbe richiesto un lavoro di cesellatura e di alta oreficeria impossibile nel 1200 a. C. e in quelle condizioni.

Ancora, in Es 29,38ss. si parla di sacrifici quotidiani, uno all’alba e uno al tramonto; ma questa gente non era nutrita dalla sola manna che ogni mattina ricopriva il terreno, come abbiamo visto al c. 16?

Non è il caso di continuare in questa critica. Diciamo solo che questo racconto è un’opera letteraria che nell’intenzione della redazione ha una finalità precisa.

Anzitutto questi capitoli, 25-31 il progetto e 35-39 la costruzione, sono tutti di redazione Sacerdotale P e databili nell’immediato post-esilio, all’incirca dal 538 a. C. in poi.

È in quegli anni che i deportati a Babilonia e più verosimilmente, i loro figli e nipoti, possono tornare in Giudea. Essi avevano sentito raccontare cose meravigliose della Città Santa e soprattutto dello splendore Tempio.

Però, quando ci arrivano, abituati alla grandezza di Babilonia, la più grande e importante metropoli del tempo, restano profondamente delusi.

Il Tempio è un cumulo di rovine, le mura erano state abbattute, la città a suo tempo incendiata e devastata era diventata un insieme di catapecchie. Poiché la deportazione aveva riguardato le classi dirigenti, nessuno era più stato in grado di ricostruirla.

Ecco come si esprime a questo proposito il profeta Geremia:

Lam 1,1 «Ah! come sta solitaria / la città un tempo ricca di popolo! / È divenuta come una vedova, /la grande fra le nazioni; / un tempo signora tra le province / è sottoposta a tributo.

2 Essa piange amaramente nella notte, / le sue lacrime scendono sulle guance; / nessuno le reca conforto,/ fra tutti i suoi amanti; / tutti i suoi amici l’hanno tradita, / le sono divenuti nemici.

3 Giuda è emigrato / per la miseria e la dura schiavitù. / Egli abita in mezzo alle nazioni, / senza trovare riposo; / tutti i suoi persecutori l’hanno raggiunto / fra le angosce.

4 Le strade di Sion sono in lutto, / nessuno si reca più alle sue feste; / tutte le sue porte sono deserte, / i suoi sacerdoti sospirano, / le sue vergini sono afflitte / ed essa è nell’amarezza».

È così che molti riprendono la strada del ritorno a Babilonia mentre altri, pur scoraggiati, rimangono e cercano di tirare avanti.

È a questi che si rivolge il redattore sacerdotale P, cercando di infondere loro coraggio, speranza e fiducia in Dio.

In questo modo, pur consapevole delle esagerazioni che sta facendo, racconta agli ex deportati quello che hanno fatto il loro padri, ex schiavi, 700 anni prima, mentre erano ancora in pieno deserto.

Il suo messaggio dovrebbe risuonare press’a poco così: «I nostri padri, ben più conciati di noi, che non sapevano più cosa fosse la libertà e la responsabilità, che credevano in JHWH a giorni alterni, sempre pronti a peccare e a pentirsi e poi a chiedere perdono, hanno scoperto che Dio li sosteneva e stava comunque in mezzo a loro perché era irrimediabilmente e risolutamente il loro Alleato… non perché se lo meritassero, ma perché era fedele alla Sua Alleanza e alla Sua Parola. Ecco, proprio questa gente, in condizioni di vita impossibili, ha costruito un Santuario che poi è diventato il modello del Tempio. Noi invece, abbiamo molto di più di loro. Dai! Mettiamocela tutta e facciamo vedere anche noi cosa siamo capaci di fare»!

Allora al Sinai non successo niente?

Non possiamo sapere esattamente cosa sia successo al Sinai, ma certamente il redattore sacerdotale P disponeva di antichi racconti scritti e tradizioni orali che ha accorpato e risignificato.

Indizio dell’esistenza di antiche testimonianze è la Tenda del Convegno o della Testimonianza o dell’Incontro di Es 33,7ss. (lettura 55) la quale costituisce l’origine di tutto il culto.

L’esortazione di questo redattore ha avuto successo?

Possiamo rispondere affermativamente se nel 515 a. C. il nuovo Tempio potrà essere inaugurato.

* NOTA: Perché fiori di mandorlo e non rose o gelsomini? Perché la funzione non era estetica, ma teologica.

Ci rifacciamo al profeta Geremia: 

Ger 1,11 «Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo – (soked) ». 12 Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo (shoked) sulla mia parola per realizzarla».

La similitudine fonetica e soprattutto nella grafia ebraica tra mandorlo e vigilare, in parte perduta nella traslitterazione, trasforma il mandorlo nel segno della vigilanza. Allora il candelabro, che deve rimanere sempre acceso rimanda all’idea di vigilanza che viene esplicitata dai fiori di mandorlo cesellati su di esso.