Lettura 65 Il santuario Es 25-31; 35-39, la costruzione
La narrazione della costruzione del Santuario inizia al c 35 e prosegue fino al 40. Raccomandiamo di leggere tutto il testo. Almeno una volta!
Sorprende subito il fatto che prima di avere incominciato la benché minima attività troviamo un comando a riguardo del sabato.
Es 35, 1 «Mosè radunò tutta la comunità degli Israeliti e disse loro: «Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare: 2 Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo sarà per voi un giorno santo, un giorno di riposo assoluto, sacro al Signore. Chiunque in quel giorno farà qualche lavoro sarà messo a morte. 3 Non accenderete il fuoco in giorno di sabato, in nessuna delle vostre dimore».
In realtà la cosa non dovrebbe sorprendere perché in tutta la Bibbia non c’è un comandamento specifico che ordini di lavorare mentre è continuamente ribadito il comandamento del riposo sabbatico. Tutto l’Antico Testamento è attraversato dal comandamento del sabato. E anche il Nuovo Testamento, quando sembra trasgredire il sabato, in verità non fa altro che riaffermare il senso originario del comando: una sospensione dalla fatica perché l’uomo sia o diventi più libero; libertà da ogni genere di condizionamento: dall’oppressione dell’altro, dalla malattia, dalla fame ecc.
E a differenza del mondo greco, questo comando vale anche per lo schiavo, lo straniero e persino gli animali: anch’essi di sabato non devono lavorare.
Posta questa premessa, Mosè elenca tutti i materiali che occorrono per l’opera (35,4-9) e di tutti le parti che devono essere costruite (35,10-19). La costruzione non può essere costituita da un pezzo solo, ma da elementi facilmente smontabili, rimontabili e soprattutto trasportabili perché questo è “un popolo in cammino”.
La cosa che in questa fase ci interessa è la risposta della comunità all’invito di Mosè che non possiamo non riportare per intero:
Es35, 20 «Allora tutta la comunità degli Israeliti si ritirò dalla presenza di Mosè. 21 Poi quanti erano di cuore generoso ed erano mossi dal loro spirito, vennero a portare l’offerta per il Signore, per la costruzione della tenda del convegno, per tutti i suoi oggetti di culto e per le vesti sacre. 22 Vennero uomini e donne, quanti erano di cuore generoso, e portarono fermagli, pendenti, anelli, collane, ogni sorta di gioielli d’oro: quanti volevano presentare un’offerta di oro al Signore la portarono. 23 Quanti si trovavano in possesso di tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso, di pelo di capra, di pelli di montone tinte di rosso e di pelli di tasso ne portarono. 24 Quanti potevano offrire un’offerta in argento o rame ne offrirono per il Signore. Così anche quanti si trovavano in possesso di legno di acacia per qualche opera della costruzione, ne portarono.
25 Inoltre tutte le donne esperte filarono con le mani e portarono filati di porpora viola e rossa, di scarlatto e di bisso. 26 Tutte le donne che erano di cuore generoso, secondo la loro abilità, filarono il pelo di capra. 27 I capi portarono le pietre di ònice e le pietre preziose da incastonare nell’efod e nel pettorale, 28 balsami e olio per l’illuminazione, per l’olio dell’unzione e per l’incenso aromatico. 29 Così tutti, uomini e donne, che erano di cuore generoso a portare qualche cosa per la costruzione che il Signore per mezzo di Mosè aveva comandato di fare, la portarono: tutti i figli di Israele portarono la loro offerta volontaria al Signore».
C’è un entusiasmo così grande nel portare i materiali per il Santuario, tanto che ad un certo punto gli artisti che avevano ricevuto l’incarico di dirigere ed eseguire i lavori sono costretti a rivolgersi a Mosè per fermare l’afflusso di materiali:
Es 36,2 «Mosè chiamò Bezaleel, Ooliab e tutti gli artisti, nel cuore dei quali il Signore aveva messo saggezza, quanti erano portati a prestarsi per l’esecuzione dei lavori. 3 Essi ricevettero da Mosè ogni contributo portato dagli Israeliti per il lavoro della costruzione del santuario. Ma gli Israeliti continuavano a portare ogni mattina offerte volontarie. 4 Allora tutti gli artisti, che eseguivano i lavori per il santuario, lasciarono il lavoro che stavano facendo 5 e vennero a dire a Mosè: «Il popolo porta più di quanto è necessario per il lavoro che il Signore ha ordinato». 6 Mosè allora fece proclamare nel campo: «Nessuno, uomo o donna, offra più alcuna cosa come contributo per il santuario». Così si impedì al popolo di portare altre offerte; 7 perché quanto il popolo aveva già offerto era sufficiente, anzi sovrabbondante, per l’esecuzione di tutti i lavori».
Fino a questo punto abbiamo seguito il cammino di questi ex-schiavi sempre pronti a lamentarsi contro Mosè e verso Dio per le difficoltà del deserto con l’unica eccezione del Vitello d’oro mentre invece adesso si sono scatenati, animati dal desiderio di costruire questo oggetto di culto. Come mai?
Tentiamo due risposte che non si escludono l’un l’altra.
Questa costruzione avviene dopo il fatto del Vitello d’oro, la minaccia di Dio di abbandonare “questo” popolo al suo destino e quindi di trovarsi sperduti e schiacciate in mezzo a nazioni molto potenti e organizzate.
L’eventualità di diventare un’altra volta schiavi, sotto un altro popolo non era poi così remota se teniamo presente che ai quei tempi e non solo allora, il modo più semplice per avere mano d’opera a basso costo era una guerra che procurasse molti prigionieri che poi diventavano schiavi.
L’ottenimento del perdono di Dio e la promessa «…essi mi faranno un Santuario e Io abiterò in mezzo a loro» (25,8), produce nell’animo la gioia del perdono, appunto.
È lo stesso movimento che troviamo nel Sal 51 in cui il peccatore (Davide, dice la tradizione) certo del perdono di Dio esclama: «Insegnerò agli erranti le tue vie / e i peccatori a Te ritorneranno» (v15).
Ecco, la gioia del perdono non lascia il “perdonato”in poltrona con le mani in mano, ma gli fa rimboccare le maniche ed operare gioiosamente per Dio.
Una seconda risposta può essere colta nel confronto tra il lavoro che queste stesse persone facevano nel delta del Nilo e qui ai piedi del Sinai.
Là, erano impiegati per costruire due città i cui elementi erano tantissimi: strade, fognature, case, piazze… un numero che solo un architetto potrebbe grossolanamente approssimare. Però tutta questa attività è accennata con un paio di versetti al c. 1, nel quale si dice che facevano mattoni, ma del come li facessero non c’è una parola se non incidentalmente al c. 5 in cui si accenna all’uso della paglia. Usavano argilla o altri materiali? Venivano cotti in una fornace o solo essiccati? Le domande potrebbero essere tantissime, ma il testo non dà risposte. Però nell’originale ebraico sono presenti una serie di verbi intraducibili, che esprimono la fatica senza fine, la durezza del lavoro, la mancanza di riposo, le angherie dei capi e dei sorveglianti ebrei o egiziani che fossero. In definitiva di tutta quella fatica non sappiamo niente. Più esattamente: loro stessi non sapevano più niente; era stata “rimossa”. Era chiaro solo che ogni giorno dovevano consegnare tanti mattoni quanti quelli del giorno prima e quanti ne avrebbero fatti il giorno dopo; e se il numero non era rispettato…
È la tipica condizione del lavoro alienato: si fanno ripetitivamente le stesse cose senza saper a cosa servono… Una catena di montaggio “archeologica”!
Invece qui, nella costruzione del santuario, cosa ridicola rispetto a due città, sono raccontate nel dettaglio tutte le fasi di lavorazione: l’approvvigionamento dei materiali, la filatura, la tessitura, la conciatura delle pelli, la preparazione del legno, ecc. tanto che facciamo fatica a leggere tutto il racconto.
In questo caso è presente in tutti la consapevolezza del senso dell’opera che si sta realizzando. E tutti vogliono partecipare!
La sociologia (E. H. Schein, La psicologia industriale nella società moderna, Martello Editore) definisce il modello di organizzazione del delta del Nilo, “coercitivo“: quello dal quale tutti vorrebbero scappare, come i “lager nazisti” o i “gulag russi” o i “laogai cinesi”. In essi si deve lavorare senza alcun ritorno, senza alcuna rimunerazione.
Viene individuato un secondo modello di organizzazione definito “mercenario” in cui si lavora a fronte di un compenso, un salario, uno stipendio. È quello prevalente nel nostro mondo.
Il modello presente ai piedi del Sinai sarebbe definito: “partecipativo“; in esso la remunerazione è costituita dalla partecipazione stessa. È quanto accade anche oggi nelle organizzazioni umanitarie, ecclesiastiche, di volontariato, ecc.
È esattamente quello che accade durante questa costruzione ai piedi del Monte: tutti vogliono dare il loro contributo e questo rende ciascuno orgoglioso di averci messo il suo pezzettino.
Qui tutto è dominato dall’entusiasmo: situazione esattamente opposta a quella del Nilo.
La Bibbia conosce un’altra costruzione fatta secondo il modello partecipativo; è quello della Torre di Babele narrato in Gn 11, ma là il fine è perverso.
E Dio cosa fa? Come vi partecipa?
Es 40,33 «…. Così Mosè terminò l’opera. 34 Allora la nube coprì la Tenda del Convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora. 35 Mosè non potè entrare nella tenda del convegno, perché la Nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva la Dimora».
Allora c’erano proprio tutti… compreso Dio!