Lettura 6 Es 2, 1-3 La nascita di Mosè

Es 2,1 «Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. 2 La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3 Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello / tebach di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo».

Finalmente Dio interviene per attuare il suo piano di salvezza.

L’idea corrente di Dio porta a pensare ad un intervento “adeguato”: tuoni, lampi, fulmini, tempeste e magari un bel terremoto, insomma dei segni terrificanti che sbaraglino gli oppositori. Se poi li stermina tutti è proprio un Dio come si deve.

E invece il testo recita: «Un uomo della famiglia di Levi prese moglie. La donna concepì un figlio che era bello […] lo tenne nascosto per tre mesi…» Es 2,1-2. Che delusione! Ci aspetteremmo chissà ché e invece nasce un bambino… che vive da subito sotto la minaccia di essere annegato nel Nilo. Niente fulmini, niente segni nei cieli…

Anche 1200 anni dopo nascerà un Bambino, anche Lui sotto la minaccia di essere ucciso (Mt 2).

Allora dobbiamo purificare la nostra idea di Dio. Infatti il nostro Dio, proprio perché non è “Faraone”, non salva l’uomo senza l’uomo. Se il Faraone ti dà qualcosa non chiede niente in cambio, lo fa con disprezzo, non vuole dipendere da te in nessun modo, anzi, non vuole nessuna relazione con te: vuole che tu te ne stia alla larga.

Invece il nostro Dio ha creato l’uomo proprio per avere relazioni con lui… e di guai gliene abbiamo dati!

Il nostro Dio anche quando decide di sfamare 5000 persone ha bisogno dell’aiuto di un ragazzino che gli dia «cinque pani e due pesci...» (Mt 14,17e paralleli) per cui anche un ragazzino è molto importante ai suoi occhi per costruire “insieme” un mondo più bello.

Poi, dopo tre mesi il bambino non si può più tenere nascosto e bisogna trovare una soluzione: «la madre prende un “tebach” (tradotto con cestello), lo spalma di bitume e pece…» e lo deposita tra i giunchi del Nilo.

C’è un altro «tebach spalmato di bitume dentro e fuori» in Gn 6,16 che però viene tradotto con “arca” e così perdiamo il legame.

Il dizionario Zingarelli spiega “arca” come: cassa, scrigno, cassa da morto a cui segue poi una spiegazione dell’arca di Noè e oggi questo è diventato il significato immediato e prevalente.

Ora, lo scrigno è un contenitore in cui si mettono le cose più care e preziose: i gioielli, i soldi, le memorie dei cari che ci hanno lasciato e così via.

Così l’arca di Noè è lo scrigno in cui sono alloggiati Noè con la sua famiglia e le coppie di tutte le specie di animali per essere traghettati al di qua del diluvio, perché il mondo non diventi un deserto. Quell’arca è la “salvezza” della creazione. Nota: anche nel caso di Noè Dio chiede l’aiuto di un uomo e avrebbe potuto benissimo fare tutto da solo.

Allora quell’arca è mezzo di salvezza.

Anche il cestello / tebach costruito con cura da quella madre è mezzo di salvezza per quel bambino.

C’è un’altra arca chiamata “Arca dell’Alleanza” la quale su ordine di Dio viene costruita nel deserto che, in quanto scrigno, accoglierà le preziosissime “Tavole della Legge” scritte dal dito di Dio sul Sinai e consegnate a Mosè Es 25 s. Dopo 300 anni e molte peripezie sarà deposta nel luogo più sacro del tempio di Gerusalemme e lì ci resterà quasi 1000 anni, fino al 70 d C, quando tempio e città santa saranno distrutti dalle truppe romane di Tito.

Tutte e tre queste arche sono in relazione alla salvezza.

Quella di Noè “mezzo” per salvare il genere umano e gli animali.

Quella di Esodo 2 “mezzo” per salvare quel bambino che diventerà a sua volta “un” salvatore.

La terza non più mezzo, ma “segno” di salvezza per coloro che osservano la Legge in essa contenuta.

Siamo così passati dalla metastoria (Noè) alla storia (Mosè) e infine all’ambito cultuale ebraico.

Se è così, allora si capisce come anche il nostro culto, nelle “Litanie della Madonna”, si invita ad invocare Maria come “Arca dell’Alleanza” proprio perché anche lei ha portato una salvezza, anzi “il” Salvatore Assoluto.