Lettura 57 Es 33,18-23 Dio lascia in sospeso una minaccia – Il dialogo del perdono, quarta parte
Incoraggiato dalle risposte di Dio e dalla rivelazione «hai trovato grazia ai miei occhi», Mosè osa chiedere l’impensabile: Es 33,18 « mostrami la tua Kavod – Gloria ».
È una domanda non dettata da curiosità, ma dalla necessità di conoscere Dio per camminare nella Sua via ed essere quindi una buona guida per il suo popolo.
Finora Mosè aveva conosciuto Dio come “qol”, voce proveniente dalla Nube e con essa poteva interloquire «faccia a faccia».
Ora vorrebbe andare oltre la Nube che, in fin dei conti, mentre rivela e nasconde la maestà di Dio.
La filosofia classica ha riempito intere biblioteche attorno al tema della conoscibilità di Dio, ma «questi passi di Esodo, molto semplicemente in un linguaggio il meno possibile metafisico ci danno una delle risposte bibliche più perfette». (Auzou, Il libro di esodo).
Es 33,19 «Io farò passare tutta la mia TOV (bontà, bene; Cei: splendore) davanti a te e pronuncerò davanti a te il nome JHWH. Farò HANAN / grazia a chi farò hanan e avrò RAHAM /pietà a chi farò raham ».
Potremmo dire che Dio è conoscibile solo attraverso le sue manifestazioni e specificazioni.
Nel nostro versetto con l’uso di “TOV” Dio si presenta come assolutamente buono o come il bene assoluto.
L’altro termine tradotto con “grazia” è “hanan“: chinarsi, essere favorevole, inclinato, avere pietà. Allora essere “hanan” piegato, rimanda all’immagine di una mamma o un papà “chinati” sulla culla del loro piccolino. Non abbiamo un termine italiano che consenta di tradurre questo termine e “grazia” è ormai troppo logorato e clericalizzato per rappresentare il quadro dell’intimità familiare. Forse “materno” o “paterno” potrebbero avvicinarsi al senso ebraico di hanan.
Il terzo termine è “raham“: lasciarsi toccare, essere raggiunto, essere toccato nel profondo, penetrare nelle viscere. Il sostantivo “rehem” indica appunto le viscere e l’utero.
Forse potremmo tradurre con “tenerezza”: quella tenerezza che ti va dentro e ti commuove perché senti un tuffo al cuore. Allora potremmo rendere il versetto:
«Io farò passare tutta la mia bontà davanti in faccia a te e pronuncerò in faccia a te il mio nome JHWH. Sarò chinato su chi sarò chinato, avrò tenerezza di chi avrò tenerezza».
A questo punto non è più possibile scindere la rivelazione del nome: « JHWH / Io sono chi sono » (Es3) da «assoluta bontà, assoluta paternità, assoluta tenerezza».
Potremmo pensare che la seconda parte del versetto introduca un principio di arbitrio da parte di Dio nell’essere buono, pietoso e tenero: a te sì, a lui no, a quell’altro… vedremo, ma Es 34,6 toglierà ogni dubbio.
Certo, queste espressioni vogliono sottolineare la libertà di Dio, ma egli non è una macchina alla quale applicando un input ottieni deterministicamente un output. Dio è invece un soggetto personale che nelle sue decisioni tiene conto di molte cose. E non alla maniera del farmacista con il bilancino o del Faraone con i suoi capricci che, di fatto, costituiscono i nostri modelli di riferimento.
L’apposizione di quegli aggettivi al Nome, cioè all’essenza della persona, secondo la concezione ebraica e biblica, vuol significare che essi non sono delle aggiunte appiccicate successivamente, ma che sono parte integrante e ineliminabile della stessa essenza di JHWH.
Nei successivi versetti 21-23, Dio anticipa il modo in cui avverrà la teofania.
Mosè starà nella fenditura della roccia. È molto importante la presenza dell’articolo determinativo: c’è una fenditura o una caverna che tutti conoscono e non una caverna qualsiasi. E sarà la stessa caverna che avrà un ruolo importante anche nella vicenda di Elia narrata in 1 Re19.
Mentre JHWH passerà Mosè sarà protetto dalla mano di Dio perché non si può vedere Dio e restare in vita. Dio sarà visibile solo di spalle.
Già, ma Mosè cosa avrà visto? La Gloria, la Nube, il Fuoco o altri elementi delle teofanie sinaitiche incontrate fin qui? Si può dire tutto quello che si vuole, ma forse il silenzio è più adatto perché la Bibbia non dice altro che “vedrai solo le spalle”.
Qualche secolo più tardi anche Elia, «il più grande dei profeti dopo Mosè» avrà un’esperienza teofanica nella stessa caverna. E riportiamo il testo letteralmente perché la sua sinteticità è eloquente:
1 Re 19,11-13 «Ed ecco JHWH passò. Ci fu un vento gagliardo e impetuoso da scuotere le montagne e spaccare le rocce, ma JHWH vento no.
Poi ci fu un terremoto, ma JHWH terremoto no.
Poi ci fu un fuoco, ma JHWH fuoco no.
Dopo il fuoco ci fu qol demamah daqqah, voce di silenzio svuotato.
Allora Elia si copri la faccia con il mantello e uscì dalla caverna...».
Quelle negazioni senza verbo sono apodittiche! E l’ossimoro “voce di silenzio” dice molte cose sull’atteggiamento dell’uomo durante la teofania: di fronte al Mistero di Dio il pensiero e il linguaggio restano paralizzati e non sanno più dire alcunché.
Ritroveremo questi due personaggi su un altro monte anche se molto più basso del Sinai: il monte Tabor.
Sono insieme a Gesù “trasfigurato” e conversano con lui «finché una Nube luminosa li avvolse nella sua ombra» Mt 17,1ss.
Anche in questo caso i discepoli pur avendo visto qualcosa, perché l’Incarnazione è già avvenuta, non capiscono più nulla.
Anche lì resta solo il silenzio!