Lettura 56 Es 33,12-17 Dio lascia in sospeso una minaccia – Il dialogo del perdono, terza parte
Gli studiosi dicono che è difficile identificare le tradizioni di appartenenza dei versetti del brano in esame perché sono stati pesantemente modificati.
Però la redazione finale sembra aver fatto un buon lavoro perché non si trovano doppioni o contraddizioni e “standoci su” se ne coglie chiaramente il senso.
Dobbiamo anche tenere conto, come abbiamo suggerito nella lettura 52, che l’autore di questi capitoli ha voluto mettere in evidenza i contrasti o confrontare scene che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi.
Ora, il racconto della Tenda dell’Incontro, visto nella lettura precedente, riguarda una realtà che esisteva già da prima, di conseguenza non siamo in grado di sapere se il dialogo di Mosè con Dio iniziato in 32,31sia avvenuto sul monte o nella Tenda.
Notiamo che non viene detto quando Mosè abbia allestito questa Tenda: potrebbe esserci stata fatta diverso tempo prima come induce a pensare Es 17,13ss.
Es 33, 12 «Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: Fa’ salire questo popolo, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi.
13 Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca, e trovi grazia ai tuoi occhi; vedi che questa gente è il tuo popolo».
14 Rispose: «Io camminerò [le mie Facce cammineranno] con voi e ti darò riposo».
15 Riprese: «Se tu non camminerai [le tue Facce non cammineranno] con noi, non farci salire di qui.
16 Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra».
17 Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome».
Abbiamo preferito porre tra parentesi quadre la traduzione letterale per segnalare la concretezza, la materialità dell’espressione ebraica che rende meglio l’idea di qualcosa di tangibile che stia in mezzo al popolo. Forse noi siamo così abituati all’astrattezza che a volte rischiamo di perdere uno dei misteri più grandi del cristianesimo: l’Incarnazione.
Il dialogo con Dio si intreccia intorno a due vie.
Una via per il popolo
Questa prima via viene esposta molto bene nel versetto centrale v15 e riguarda il cammino del popolo per arrivare alla Terra. Esso costituisce il problema di base che potremmo esprimere in questi termini: “Se il Tuo volto non sarà presente tra il popolo e non lo guiderai, non sapremmo dove andare e non potremmo distinguerci dagli altri popoli. Io, dice Mosè, ho accettato di guidare questo Tuo popolo, ma solo Tu conosci la strada da seguire, le difficoltà e i nemici da superare. Se non sarai Tu a guidarci è meglio per noi rimanere qui presso il Tuo monte santo”.
In fondo la richiesta di Mosè non è diversa di quella che il popolo aveva fatto ad Aronne: “un Dio che ci guidi”. La differenza è che Aronne insieme al popolo si sono “costruiti” il dio, mentre Mosè supplica JHWH perché li guidi. In questo modo viene rispettata la libertà di Dio, i Suoi modi, i Suoi tempi.
Comunque sullo sfondo c’è un problema imposto dalla cultura del tempo: ogni popolo ha il suo dio o i suoi dèi, le cui effigi sono portate alla testa del popolo. E non c’è distinzione tra realtà divina e le sue immagini perché sono idoli.
Invece il Dio di Israele ha posto l’assoluto divieto di fare immagini nel primo comandamento del Decalogo 20,2 ss. per cui gli ebrei sarebbero costretti a peregrinare fino a Canaan, in mezzo a popoli sconosciuti, senza alcuna insegna. Da qui l’implorazione insistente di Mosè.
Una via per Mosè
Alla seconda via, più sottile e delicata, fanno riferimento vv 12-13; 16-17.
La richiesta di Mosè vuole mettere in luce che la prima via dipende dalla seconda e cioè se tra lui e Dio non c’è una profonda relazione e conoscenza, egli, Mosè, non è in grado di guidare il popolo; sarebbe una guida del tutto inaffidabile.
Pertanto ha bisogno di una “via” per conoscere Dio (v13), una garanzia personale di potere contare su Dio.
In verità egli ha già una certa conoscenza di Dio iniziata là, presso il roveto ardente, dove Dio gli ha perfino “rivelato” il Suo nome e tuttavia ha bisogno di essere rassicurato approfondendo questa conoscenza iniziale.
Una “conoscenza” che innesca un movimento circolare con lo «aver trovato grazia agli occhi di Dio»:
l’avere trovato grazia produce conoscenza e la conoscenza aumenta il trovare grazia.
Così come per il Nome, anche lo «aver trovato grazia agli occhi di Dio» è oggetto di “rivelazione” perché nessun uomo al mondo può dire di sua iniziativa «ho trovato grazia ai Tuoi occhi».
Neanche la Vergine di Nazareth può dire: «ho trovato grazia ai Tuoi occhi» ma solo l’Angelo le può “rivelare“: «Ave piena di grazia». Tanto che «ella rimase turbata per tale saluto» (Lc 1).
La conseguenza dello «aver trovato grazia ai Tuoi occhi» è che Dio per due volte esaudisce le richieste di Mosè:
v14 «… le mie facce cammineranno con voi»
v17 «… anche quanto hai detto farò».