Lettura 55 Es 33,7 – 11 Dio lascia in sospeso una minaccia – La Tenda dell’Incontro, seconda parte
33,7 Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell’accampamento, ad una certa distanza dall’accampamento, e l’aveva chiamata tenda del mohed convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell’accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore.
8 Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all’ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. 9 Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. 10 Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all’ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all’ingresso della propria tenda. 11 Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell’accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall’interno della tenda.
Questo brano è posto al centro della struttura sulla quale stiamo riflettendo e questo vuol dire che ne è l’elemento più importante. Cerchiamo di capire perché.
Il vocabolo ebraico “mohed” può essere tradotto con diversi termini: convegno (come usa la Cei), assemblea, incontro. La LXX usa “tenda della testimonianza”. La Vulgata latina: “tabernaculum foederis” cioè: “tenda dell’alleanza”.
Non è il caso di essere troppo critici sulla scelta del termine più adatto, ma è opportuno tenerli presenti tutti perché arricchiscono il significato di quella tenda.
Per quanto ci riguarda è opportuno segnalare che quando Giovanni compone il Prologo al suo Vangelo e vuole dire che il Figlio di Dio venne nel mondo scrive:
Gv 1,14 «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» secondo la traduzione CEI, ma l’originale greco usa “eskenosen”: attendarsi, cioè “mise la sua tenda“.
Ora, G. F. Nolli, Evangelo secondo Giovanni, Libreria Editrice Vaticana, così commenta: «Questo termine sembra scelto da Giovanni, non per indicare la precarietà della condizione umana, ma per significare che nel Verbo Incarnato si è verificato in maniera eminente quello che avveniva nella “Tenda dell’Incontro” presso l’accampamento degli ebrei sulla quale si manifestava la Gloria del Signore nel libro di Esodo».
Allora la traduzione “venne ad abitare”, ci fa perdere un legame molto importante perché il riferimento a quella “Antica Tenda” consentirebbe di applicare le sue specificazioni anche allo “attendarsi del Verbo” del Prologo come, del resto, era nelle intenzioni di Giovanni.
Torniamo al libro di Esodo. Per la lettura diacronica questo brano sarebbe fuori luogo perché spezzerebbe il dialogo a tra Dio e Mosè, che riprende subito dopo. Infatti se si prova a saltare questa parte, il discorso risulta più scorrevole, ma senza di esso non si spiegherebbe come poi Mosè abbia trovato il coraggio di tornare ancora “alla carica” con Dio, dopo che Egli aveva preso le distanze dal popolo.
Effettivamente il brano della tenda appartiene ad una tradizione più antica e molto più vicina alla realtà che non il “Santuario” di tradizione P sacerdotale di cui si parla nei capitoli successivi.
Abbiamo detto che Dio ha castigato il popolo togliendo la su Presenza, letteralmente: “Faccia” dal “Suo” popolo e tuttavia rimane questo luogo, questa Tenda, in cui è sempre possibile incontrare JHWH. Però non come popolo in quanto tale, ma singolarmente, «chiunque voglia incontrare il Signore». Sempre attraverso la mediazione di Mosè.
Allora il popolo è escluso? Osserviamone l’atteggiamento. Quando Mosè va alla Tenda:
v8 «Tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all’ingresso della sua tenda…». E quando la Nube scendeva sulla Tenda «…tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all’ingresso della propria tenda».
Allora la Presenza – Faccia c’è o non c’è?
La Tenda non è al centro dell’accampamento, come accadrà per il Santuario, ma all’esterno e distante.
Allora possiamo dire che Dio è presente, ma non “in mezzo al popolo”.
Malgrado ciò il popolo “tende” verso di Lui: sta in piedi e si prostra. Ricordiamo anche che il popolo si era tolto gli ornamenti, come abbiamo visto nella lettura precedente.
Il fatto che la Tenda non sia “in mezzo”, ma fuori costituisce il castigo e non questione di purità.
Però, in definitiva, tra Dio e il popolo resta questo legame e la sua narrazione è posta al centro di tutta la struttura letteraria di questi capitoli per significare che essa costituisce la cosa più importante: Dio è ancora legato al Suo popolo.
Per comprendere meglio questa dinamica bisognerebbe leggere e commentare Os 11 e allora ci si renderebbe conto di avere a che fare con un Dio follemente innamorato del “Suo” popolo.
v11 «Mosè parlava con Dio faccia a faccia»
Circa questo modo di descrivere i dialoghi di Dio e Mosè gli esegeti hanno scritto intere pagine anche perché al v 20 Dio dice a Mosè: «nessuno può vedere il mio volto e restare vivo».
Allora questo “faccia a faccia” può essere un modo per dire che la forma profetica che riguarda Mosè è superiore a quella di tutti gli altri profeti: questi in genere ricevono da Dio un messaggio da portare al popolo, mentre solo per Mosè troviamo lunghi dialoghi con Dio che talvolta diventano discussioni molto vivaci.
Questo “faccia a faccia” è reso da Nm 12, 8 con «bocca a bocca»
Ma in realtà che cosa si vuole dire?
Certo un esegeta che non si volesse sporgere più di tanto sarebbe costretto a chissà quali giri di parole, ma un mistico non esiterebbe a rispondere: “È preghiera”. Una preghiera che è frutto di un rapporto intimo, profondo e prolungato con Dio. E non per questo tranquillo e sdolcinato come certe iconografie lasciano intendere.
Padre D. M. Turoldo parlava della preghiera come “lotta con Dio”. Altri ne parlano come di una “lotta corpo a corpo”. Esagerati?
Assolutamente no! Sullo sfondo di questa comprensione della preghiera, c’è il racconto di Gn 32,23 ss. in cui Giacobbe lotta con Dio una intera notte per essere da Lui benedetto. Ne esce vittorioso e zoppicante perché un piede è rimasto ferito. Anche il suo nome viene cambiato in Israele che significa: «hai lottato con Dio e hai vinto».
Infatti, una preghiera fatta di penitenze, veglie e digiuni, non coinvolge tutto il corpo?