Lettura 53 Es 32,30-35 Il vitello d’oro e la rottura dell’Alleanza – berit, quarta parte
Alla lettura secondo il metodo storico critico questo passaggio risulta un doppione perché inizia con la decisione di Mosè di “salire” a Dio per cercare di ottenere il Suo perdono. Infatti, già in 32,11 ss. c’era stata la richiesta terminata con: « E JHWH abbandonò il progetto di nuocere al suo popolo» 32,14.
Se è così, dicono questi critici, allora ci sono state delle inserzioni, oppure qualcuno ha introdotto una spiegazione impertinente che complica il testo. Quindi incominciano a tagliare e spostare versetti, rimaneggiare e cambiare vocaboli, ecc. riducendo il testo ad uno “spezzatino” incomprensibile. Anche perché le modifiche non sono le stesse per tutti gli studiosi.
La lettura sincronica (il testo così com’è), invece, ci consente di dire che questa nuova richiesta ha un significato che assolutamente non si sovrappone all’altra, ma la completa.
Infatti la precedente domanda di perdono da parte di Mosè era stata fatta prima ancora che egli vedesse la gravità del “peccato” commesso dal popolo, ma ora che lo ha toccato con mano, si rende conto che Dio è stato profondamente offeso.
In sua assenza si sono costruita un immagine di JHWH, oppure un idolo, lo hanno adorato, si sono dati ad un’orgia religiosa, ridisceso, c’è stata una rivolta con morti ammazzati quando ha cercato di ristabilire l’ordine, non è stata rispettata la Torah; in definitiva, si è spezzato il rapporto di Alleanza.
Es 32,30 «Il giorno dopo Mosè disse al popolo: «Voi avete commesso un grande peccato; ora salirò verso il Signore: forse otterrò il perdono della vostra colpa».
Il v30 letteralmente recita: «Voi peccaste un peccato grande»; in ebraico, con una translitterazione approssimata: “hattatem hattah gadol”, in cui viene ribadita due volte la radicale “hth”.
Già ma cosa è il peccato?
L’etimologia del termine “peccato” ai nostri dizionari è sconosciuta e viene spiegato con i suoi sinonimi: trasgressione, infrazione, mancanza, sempre con il rimando ad una legge. Si tratta di una visione “legalistica” del peccato, che ben si adatta al culto latino per le dottrine giuridiche. Da cui segue che se non c’è una legge non c’è peccato.
Però la comprensione biblica del peccato è ben diversa.
Peccato è un concetto astratto e per renderlo, la Bibbia usa tre termini presi dalla vita concreta.
Il primo è appunto “hattah” : fallire il bersaglio, sbagliare la mira, “smirare”. Un arciere voleva colpire il bersaglio, ma ha sbagliato; magari è stato frettoloso o non ha calcolato la direzione del vento oppure non si è allenato. La sua intenzione era buona, la sua volontà era orientata positivamente, ma qualcosa non ha funzionato. Dovremmo riflettere soprattutto sul ruolo dell’allenamento e dell’inesperienza.
Il secondo termine è: “awon“: torcere, curvare, seguire una deviazione tortuosa diversa dalla strada principale. Uno voleva fare prima e ha preso una scorciatoia e si perso. Anche in questo caso la volontà và nella direzione giusta, l’interessato vuole arrivare in quel luogo, ma ha avuto fretta, ha cercato di accorciare il percorso.
In entrambi i casi è necessario ritornare sui propri passi e scoccare un’altra freccia, nel primo caso, tornare al punto in cui si è deviato. Come si vede si tratta di fare una “con-versione”.
Il terzo termine, quello più grave, è “peshah” che è la trasgressione di un vassallo, la rivolta di un servo verso il padrone, quindi: avversione, arroganza e pretesa, ribellione.
(Per saperne di più su questo tema: G. Ravasi, Il libro dei salmi, vol. II°, Salmo 51, EDB)
È, ad esempio, il peccato del Giardino di Eden, che non consiste tanto nell’aver visto il frutto e averlo colto perché avevano fame, ma nel significato di quel gesto illustrato bene dalle parole del serpente
Gn3,4 «Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio… ».
I primogenitori non prendono il frutto perché hanno fame, ma per “diventare come Dio“. Qui c’è la volontà precisa di andare contro Dio, voler essere come Lui. E comprende anche il “sospetto” che Dio non dia solo cose buone, ma abbia qualche fine nascosto poco apprezzabile.
Allora “pesah” indica chiaramente la ribellione e in questo senso è peccato tipicamente teo-logico, contro Dio.
Ora, questi termini rispetto al nostro concetto di “peccato” spostano l’attenzione dal piano legalistico a quello tipicamente esistenziale. Si tratta quindi, non tanto di verificare se si è infranto un precetto rispetto ad una legge, ma della qualità dell’impostazione dell’esistenza stessa.
Non dimentichiamo che il Decalogo, i cosiddetti “Comandamenti” sono formulati in senso negativo: “non farai”, indicando così un livello al disotto del quale non si può andare, ma questo è sufficiente ad una vita buona?
Se teniamo presente il discorso della montagna che esordisce con le Beatitudini (Mt 5 ss.) dobbiamo dire di no.
E d’altra parte Gesù propone un modello, uno stile di vita, più che una legge.
Tornando ad Esodo, Mosè qualifica il peccato del Vitello d’oro come “hattah”, cioè la forma più lieve.
Dal punto di vista oggettivo possiamo non essere d’accordo, ma dobbiamo ammettere che il popolo – bambino era del tutto inesperto. E non dobbiamo dimenticare che la guida, Aronne, che abbiamo trattato nella lettura precedente, non è stato all’altezza del suo compito.
E Mosè, ancora una volta, non rompe la solidarietà con il suo popolo.
Es 32,31 «Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d’oro. 32 Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!».
Anzitutto, di fronte a Dio riconosce la gravità del peccato “hattah gadol” e chiede il perdono per il popolo ponendo a Dio una condizione: “se no cancellami dal tuo libro”. È una condizione che oggi si direbbe “autolesionista” ma che invece mostra la sua grandezza di mediatore. Completamente in linea con i precedenti versetti 10-14.
È la preghiera perfetta di chi è disposto a pagare di persona per altri.
Un “midrash” dice:
“Come il forcone sposta il fieno da un mucchio all’altro,
così la preghiera sposta Dio dal trono della giustizia al trono della misericordia”.
E questo non è possibile anche a noi del XXI secolo?