Lettura 46 Es 19,9-14 Preparazione dell’Alleanza
Osserviamo alcuni passaggi che possono risultare problematici
Es19,12 «Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. 13 Nessuna mano però dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco. Animale o uomo non dovrà sopravvivere».
Viene stabilito un limite all’interno del quale sta l’area sacra, che non deve essere calpestata da nessun se non gli autorizzati: Mosè e i suoi aiutanti, come specifica meglio in 24,1 «Aveva detto a Mosè: «Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e insieme settanta anziani d’Israele».
Come mai questo rigore?
Una prima spiegazione può essere attribuita a alla maestà o trascendenza di Dio.
Il concetto di trascendenza nasce all’interno della filosofia quando già a partire dagli antichi greci si vuole pensare Dio. Poiché Egli è ritenuto infinitamente grande, potente, eterno, ecc. e radicalmente differente da tutto ciò che vediamo, tocchiamo, in quanto tutte le cose del nostro mondo sono finite, fragili, limitate nel tempo e nello spazio si conclude che l’uomo non è neanche in grado di pensare Dio. Ogni cosa pensata o immaginata non può essere Dio.
Si approda così alla “teologia apofatica” che fa coincidere Dio con l’assenza di ogni pensiero o addirittura con il Nulla.
Il discorso in sé può essere ritenuto rigoroso però non tiene conto di un elemento fondamentale della religione giudaico- cristiana. Il nostro Dio sin dall’inizio si è rivelato «con parole e fatti intimamente connessi».
In particolare non ci ha rivelato cose o dottrine, ma ha comunicato se stesso. La rivelazione infatti viene definita come “autocomunicazione di Dio“. E infatti noi conosciamo perfino la sua intima natura che sussiste in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito santo.
Allora possiamo essere d’accordo con l’idea della trascendenza e dire che Dio è trascendente e impensabile, però non nel senso della lontananza ma esattamente nel suo contrario, cioè una vicinanza così intima che l’uomo non avrebbe mai potuto immaginare. Solo Lui poteva “inventare” il Suo modo di esserci vicino tanto da chiamarsi Emanuele: “Dio con noi”… per non parlare poi dell’Eucaristia.
Ora, per venire al nostro testo che, come abbiamo detto più volte, ha subito tante modifiche e riletture nel corso del tempo, non possiamo sapere se esso sia stato influenzato da quel pensiero filosofico, ma risulta costante in tutta la storia biblica a partire da Esodo l’invocazione: «Che il nostro Dio cammini in mezzo a noi». Un’invocazione che solo Lui poteva ispirare.
La Nube, che accompagna tutto il cammino esodico, è il segno visibile della Sua presenza.
Se è così, perché il rispetto di un limite invalicabile attorno al monte con pene così severe per chi non lo rispetta?
Questo riguarda il tema del sacro.
Sacro vuol dire: “pratiche o luoghi separati riservati al culto e alla sfera religiosa”. Invece profano (pro-fanum: ciò che sta davanti al tempio) riguarda gli oggetti e le pratiche della vita comune, di tutti i giorni. Questo vuol dire che a riguardo del divino c’è una differenza che di per sé induce a tenere una debita distanza. Ma forse c’è qualcosa che riguarda la stessa natura dell’uomo perché, come vedremo più avanti, il popolo non vuol vedere o sentire o parlare direttamente con Dio e resta sempre alla larga preso dalla paura (20,19), per cui è necessario un intermediario: Mosè.
Forse ci può aiutare la filosofia secondo cui il “sacro” è ritenuto una “categoria a priori dell’intelletto“.
Tentiamo una breve spiegazione: tutte le esperienze che noi facciamo sono riconosciute e collocate automaticamente dalla nostra mente in diversi contenitori della psiche, le categorie appunto, ciascuna delle quali raccoglie esperienze simili.
Così abbiamo la categoria della quantità in base alla quale riconosciamo subito se degli oggetti sono tanti o pochi.
Abbiamo la categoria della relazione per cui ci accorgiamo immediatamente se due o più oggetti ed eventi sono collegati o disgiunti.
La categoria del tempo consente di distinguere tra un prima e un poi. In tutto le categorie sono una decina.
Anche il “sacro” nel primo ‘900 è stato riconosciuto come una categoria dell’intelletto grazie alla quale in certe situazioni ed in certi luoghi percepiamo qualcosa di diverso dal profano. Per esempio davanti ad un morto, presso il letto di un ammalato grave, in un cimitero, in una chiesa e… perché no, davanti ad una mummia egizia quando pensiamo che 5000 anni fa era una madre di famiglia al centro di una rete di affetti verso i suoi cari.
Ora, il sacro induce in noi due sentimenti contrapposti: un “fascino” (fascinans) che ci attrae e un “timore tremore” (tremendum) che ci respinge o addirittura ci paralizza: non sappiamo più cosa dire né cosa fare. (Per saperne di più: R. Otto, Il sacro, 1917). Sono gli stessi sentimenti che proviamo davanti al “sublime”, cioè fenomeni come ad esempio, una violenta mareggiata in cui siamo colpiti dalla grande forza del mare, un fiume in piena che erode le rive portando via con prepotenza tutto quello che incontra, un temprale con tuoni, fulmini, grandine ecc. e in genere tutti i fenomeni della natura che da un lato ci attraggono e dall’altro ci terrorizzano. Non è, allora, una caso che gli antichi li avessero divinizzati.
Tutto questo accade anche nei confronti del sacro.
Tornando al nostro testo possiamo chiederci se questi limiti riguardassero effettivamente il Sinai o non piuttosto il Tempio di Gerusalemme. Sappiamo che il tempio era costituito da diversi cortili e che in alcuni potevano entrare solo i leviti, in altri solo i sacerdoti e, nella parte più importante, il Santo dei Santi, che conteneva l’Arca dell’Alleanza con le tavole della Legge ricevute da Mosè sul Sinai, poteva entrare solo il Sommo Sacerdote una sola volta l’anno.
La separazione tra il Santo dei Santi dove invisibile stava la Gloria di Dio, era assicurata da un velo.
Nel momento della morte di Gesù sul Calvario Matteo riporta alcuni segni che l’hanno accompagnata dei quali ci interessa il primo «Ed ecco il velo tempio si squarciò in due da cima a fondo» (Mt 27,51).
Non vuole, forse, dire che in Gesù il sacro non è più “separato”?
C’è un altro aspetto che ci sorprende e riguarda purità.
Al v 10 si dice: «… lavino le loro vesti…»
Cosa c’entra il vestito con la purificazione? La purificazione riguarda il cuore, non il vestito. Uno può avere un cuore puro ed essere vestito come un barbone e un altro in giacca e cravatta potrebbe essere un farabutto.
Ma qui siamo di fronte ad un simbolo. Il simbolo vuole significare l’intenzione profonda dell’uomo. E non disponiamo di altro modo per comunicarla se non attraverso “evidenze simboliche”. Vale a dire che se il mio interlocutore non mi dà “segnali” io non posso conoscere i suoi pensieri. Questi segnali sono gesti, parole atteggiamenti sempre appartenenti al mondo fisico o materiale che tuttavia permettono di cogliere un significato spirituale. Facciamo solo due esempi, ma ne potremmo trovarne migliaia perché ne facciamo uso tutti i giorni. Una pacca sulle spalle comunica simpatia, mentre la mano che fa il segno delle corna comunica intenzioni tali da produrre reazioni molto violente.
Ora, il “simbolo” di lavare le vesti o cambiare l’abito vuol dire: creare una distanza tra l’attività corrente e quel che si svolge nel luogo sacro.
I nostri padri e i nostri nonni, che pur non avevano le nostre disponibilità economiche, non si sarebbero mai sognati di andare a Messa senza indossare il “vestito della festa”.
Una distinzione da non sottovalutare per noi che siamo sempre in “casual”!
v15 «… non unitevi a donna…» è un comando del genere è troppo…
Ma allora agli occhi di Dio l’unione sessuale è cosa spregevole?
Possiamo sostenere esattamente il contrario e cioè che il rapporto sessuale è così pervasivo e coinvolgente quanto lo è il rapporto con Dio e l’uomo non è in grado di sopportare in tempi ravvicinati due relazioni così intense.
Quindi mediante questo divieto l’unione sessuale assume un valore pari a quello con Dio. Tant’è vero che molti brani biblici usano l’unione uomo donna come paradigma dell’amore di Dio per Israele e… viceversa l’amore di Dio per Israele come paradigma di come dovrebbe essere l’unione uomo donna.
E gli esegeti non sanno dire quale dei due sia il rapporto prototipale.
(Una veloce lettura del libro di Osea è più convincete di molti discorsi).