Lettura 43 Es 19,1-6 Promessa dell’Alleanza, prima parte
Es 19,1 «Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. 2 Levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte».
Questi primi due versetti stabiliscono il collegamento fra le tradizioni dell’Egitto, del deserto e quella del Sinai.
La precisazione temporale «tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto, proprio quel giorno» sembra una definizione superflua, ma è importante agli occhi del redattore sacerdotale (P) perché gli permette di giustificare la data in cui si celebra il dono della Legge, la “Festa delle Settimane” in ebraico o “Pentecoste”, dal greco 50 giorni. Ma tre mesi fanno 60 o 90 giorni, mentre Lv23,15 ss. stabilisce la data di questa festa 7 settimane più un giorno dopo la Pasqua. Questo ci fa subito capire che il discorso è più complicato. In realtà Pasqua e Pentecoste hanno rimpiazzato due antiche festività agricole: la mietitura dell’orzo che avviene all’inizio della primavera e quella del frumento che matura 7 settimane più tardi. Da cui appunto “festa delle settimane”. Indubbiamente i 50 giorni tra Pasqua e Pentecoste, provengono dalla prassi cultuale del tempio perché è presente ancora al tempo di Gesù.
Gli studiosi spiegano che fra tradizione storica e pratica liturgica c’è un’interazione reciproca. Questo vuol dire, da un lato che il culto può fare memoria di un evento storico con riti opportuni, e che dall’altro si può spiegare la pratica di un rito costruendo un racconto storico proiettato all’indietro, propriamente un’eziologia del rito.
Così, avevamo già visto alla lettura 16, che la festa di Pasqua fonde insieme due riti molto più antichi: quello dell’agnello, legato alla transumanza, perciò di origine nomadica e quello degli azzimi legato al nuovo raccolto perciò di origine agricola, sedentaria.
Nel nostro caso se pensiamo a quel gruppo di fuggiaschi usciti miracolosamente dall’Egitto e che hanno dovuto attraversare un deserto inospitale è poco probabile che stessero lì a contare accuratamente i giorni.
I vv successivi richiedono delle spiegazioni perché quella cultura non era la nostra.
La tenerezza di Dio
Dio parla a Mosè sul monte: 19,4 «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me».
«Voi stessi avete visto…» Non c’è bisogno di affidarsi alla testimonianza di altre persone perché i testimoni della prodigiosa liberazione sono gli stessi soggetti liberati.
La nostra cultura userebbe l’immagine di una chioccia con la sua nidiata perché l’idea di un’aquila che va in giro per il cielo con i pulcini sul dorso non torna per niente; ed è vero perché anche le aquile come gli altri uccelli, in caso di pericolo tengono i piccoli con il becco o gli artigli. Però gli antichi ritenevano che le aquile portassero i loro piccoli in quel modo.
Allora questa immagine vuole indicare la grande tenerezza che Dio ha nutrito per il suo popolo bambino durante la traversata del deserto. Infatti abbiamo visto come durante quel cammino questi “figli d’Israele” erano pronti a lamentarsi di fronte alle difficoltà, incapaci di assumersi le responsabilità della libertà e come Dio, pazientemente, potremmo dire “maternamente”, ogni volta, risolveva la situazione.
La promessa dell’Alleanza
19,5 «Ora, se ascoltare ascoltate (shemah) la mia voce e osservate (shamar) la mia Alleanza allora sarete la mia segullah tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!».
Anzitutto il raddoppiamento del verbo, che abbiamo già incontrato, sottolinea l’importanza dell’ascolto, un tema che attraversa tutta la storia biblica e perciò chiede di essere approfondito.
Il tema dell’ascolto- shemah costituisce il fondamento della fede giudaico – cristiana perché essa (fede) afferma categoricamente: “Dio ha parlato”. E se Lui ha parlato da parte nostra non basta un semplice “sentire” ma è necessario un ascolto attento, continuo e prolungato.
Ad esempio, le preghiere rituali giudaiche che si fanno cinque volte al giorno iniziano con la recita dello shemah: una preghiera che è un versetto del Deuteronomio: 6,4«Ascolta Israele: JHWH è il nostro Dio, JHWH è Uno».
Sconcertante! Sto per parlare a Dio e inizio con “ascolta Israele”?
Già, ma la preghiera è solo chiedere a Dio: fammi questo, fammi quello, fammi quell’altro…oppure è anche “ascoltare” ciò che Lui chiede a me?
Ma anche noi cristiani non siamo fuori sintonia rispetto agli ebrei perché spesso parliamo di “cercare la volontà di Dio”; “scoprire il Suo piano su di me” e altre espressioni similari… che però nel linguaggio ancora in uso una cinquantina di anni fa erano dette semplicemente: “obbedienza della fede”.
Ma obbedire non è altro che il latino”ob-audire”, cioè: “ascoltare per…”
Quindi lo “shemah” ascoltare, è ancora oggi pienamente sul campo.
Forse siamo più vicini a Israele di quanto comunemente si pensa!
Il verbo shamar tradotto con “osservare” è molto indebolito perché esso implica anche un custodire; potremmo dire un “custodire per osservare”, rispettare, praticare…
È lo stesso verbo che riguarda l’uomo messo nel Giardino genesiaco.
Gn 2,15 «E JHWH Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo servisse (coltivasse) e lo custodisse shamar».
In questo versetto si mostra bene che “shamar” è più che osservare perché se un giardino non lo curi diventa presto una porcheria.
Nel nostro caso l’oggetto della custodia non è una cosa materiale, ma una relazione, una Alleanza, un Patto, un rapporto. Esso non è un trattato paritetico perché è un’Alleanza che in tutta la Bibbia è sempre “mia”, e mai, assolutamente mai “nostra”.
Le clausole dell’Alleanza sono sempre stabilite da Dio, mai dal popolo.
Israele deve solo decidere se starci o rifiutarla. Osserviamo che infatti il nostro versetto inizia con un “Se…“
Da questa promessa di Alleanza è possibile leggere tutta la vicenda biblica successiva (e anche precedente) come “storia dell’Alleanza” storicamente iniziata al Sinai, ripresa da Israele con alti e bassi fino a Geremia ed Ezechiele che parleranno di “Nuova Alleanza”.
Quella che sarà realizzata in modo sicuro e definitivo dalla croce del Figlio.