Lettura 40 Es 18 Incontro con Ietro, prima parte

Il carattere epico degli avvenimenti precedenti e l’importanza di quelli successivi può fare apparire banale questo capitolo, ma invece la sua funzione è strategica: separare la prima parte di Esodo, “l’opera di liberazione”, dalla “teofania del Sinai”.

Dobbiamo ricordare che l’ebraico antico non possedeva segni d’interpunzione, non staccava le parole l’una dall’altra, scriveva solo le consonanti, non divideva lo scritto in capitoli con tanto di titoli e tuttavia riusciva in diversi modi a strutturare il testo.

Nel nostro caso troviamo 13 volte il termine “Dio” (Elohim in ebraico), 13 volte il termine “suocero”, 13 volte il termine “popolo”. Questo vuol dire che sono presenti direttamente o indirettamente sulla scena questi tre personaggi che giocano i ruoli fondamentali.

Abbiamo già incontrato Ietro (o Jetro o Reuel) “sacerdote di Madian” al capitolo 2 (lettura 8): Mosè, il principe egiziano fuggiasco nel deserto, difende presso un pozzo alcune donne dalla prepotenza dei pastori, sarà da esse condotto alla tenda del loro padre, Ietro, “sacerdote di Madian”, ne sposa una figlia, Zippora (o Sefora) che gli darà un figlio (ma già in Es 4,20 si parla di “figli” e per quarant’anni vivrà nel deserto alla maniera dei madianiti. Poi la teofania presso il roveto ardente cambierà ogni progetto umano.

La famiglia di Mosè

Es 18,2 Allora Ietro prese con sé Zippora, moglie di Mosè, che prima egli aveva rimandata, 3 e insieme i due figli di lei, uno dei quali si chiamava Gherson, perché egli aveva detto: «Sono un emigrato in terra straniera», 4 e l’altro si chiamava Eliezer, perché «Il Dio di mio padre è venuto in mio aiuto e mi ha liberato dalla spada del faraone».

Lungo tutto il ciclo della liberazione dall’Egitto, della famiglia di Mosè non si parla più: egli è diventato un uomo pubblico che deve svolgere un incarico affidatogli da Dio.

Qui invece ritroviamo una quadro famigliare.

Veniamo a sapere che Zippora era stata “rimandata” e i figli sono diventati due, però il nome del secondo fa problema perché porta a pensare che sia nato dopo gli eventi della liberazione, ma, allora, quando è nato? E poiché il nome viene imposto dal padre, quando gliel’ha dato? Certo, in 4,20 si parla di figli al plurale, ma la liberazione non era ancora iniziata e a quel tempo quel nome era impensabile.

Ora, “rimandare” una donna voleva dire ripudiarla, ma in nel nostro brano sembra piuttosto un’incontro gioioso nel quale Mosè ha potuto riabbracciare la sua famiglia.

Possiamo tentare due spiegazioni.

La prima, storicamente più attendibile, è che Mosè durante la contesa con Faraone abbia “rimandato” in Madian i famigliari per salvaguardarli da ritorsioni e ricatti da parte degli egiziani.

La seconda ipotesi, letterariamente plausibile, ma non storicamente, è che sia stato retroproiettato sulla famiglia di Mosè una problematica emerso nel post-esilio a partire da Deuteronomio. Mentre anticamente non esisteva alcun divieto di sposare donne straniere, l’applicazione rigorosa della Legge e il rischio che donne provenienti da altri popoli e da altre religioni inquinassero la purezza della pratica della religione e dei costumi, porta a proibire il matrimonio con donne straniere. Non solo, nel libro di Esdra cc 9-10 (si consiglia vivamente di leggerli) viene raccontato cosa succede a Gerusalemme quando tutti i rimpatriati da Babilonia, in osservanza alla legge, devono “rimandare”, cioè separarsi dalle proprie mogli straniere e dai figli avuti da esse. Problema umanamente durissimo perché gli esiliati erano stati prevalentemente uomini e nella cosmopolita Babilonia si erano sposati con donne di tutte le razze.

Ora, siccome Mosè era considerato il legislatore di riferimento, il redattore, “cronista”, non ha esitato a rivedere gli antichi libri per adattarli alle nuove disposizioni, raccontando che, a suo tempo, anche Mosè ha rimandato la moglie madianita, quindi straniera, con i relativi figli.

Le tensioni presenti nel racconto, però suggeriscono che le cose non andarono proprio così.

Chi sono i Madianiti

In Gn 36,9-12 viene detto che il primogenito di Esaù, Elifaz,ebbe dalla moglie tra i vari figli anche Kenaz, da cui Keniti o Kenizziti o Madianiti. Da una concubina ebbe Amalek di cui abbiamo parlato nelle due letture precedenti. Forse da questi differenti tipi di maternità si può spiegare il radicale contrasto di rapporti con Israele: amichevole il primo, conflittuale il secondo.

Notare che nella lettura 39 la citazione di 1 Sam 15 riportava che quando Saul distrugge la città di Amalek si preoccupa prima di mettere al sicuro tutti i Keniti / Madianiti che vi abitavano. È la conseguenza del patto stipulato tra Mosè e Ietro? Dovremmo rispondere affermativamente.

La figura di Ietro

Il nostro testo però è introdotto e dominato dalla figura di Ietro.

Fino alla ripresa moderna degli studi biblici gli esegeti, ebrei e cristiani, consideravano Ietro il capostipite di tutti i convertiti alla vera religione perché la teologia riteneva che Rivelazione fosse un dono esclusivo fatto al popolo eletto. Poi a con l’avvento di una Cristologia matura partendo dalla considerazione che Gesù si è sacrificato per tutti gli uomini, si è cominciato a pensare che sin dall’inizio Dio si è occupato di tutti gli uomini, rivelandosi in qualche modo a tutti i popoli del pianeta e, in forma primaziale, a Israele.

Oggi, pur nella povertà di documenti storici, ma con il supporto dello studio dei linguaggi, si dice che i Madianiti conoscevano già un Dio il cui nome aveva alcune radicali comuni a JHWH.

Es 18:1 Ietro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, venne a sapere quanto Dio aveva operato per Mosè e per Israele, suo popolo, come il Signore aveva fatto uscire Israele dall’Egitto.

Anche allora, senza “media” e per giunta nel deserto, le notizie importanti giungevano agli orecchi della gente. Il fatto che un gruppo di schiavi avesse tagliato la corda in barba a Faraone e a tutte le sue spie, guardie ed esercito, non poteva passare nascosta agli orecchi di pastori, carovane e beduini del deserto; era “roba” che tutti dovevano sapere.

Ma qui c’è un contenuto di fede che solo un credente, Ietro, può interpretare, infatti il testo specifica il senso di quella liberazione: «ciò che Dio aveva operato». 

18,5 Ietro dunque, suocero di Mosè, con i figli e la moglie di lui venne da Mosè nel deserto, dove era accampato, presso la montagna di Dio6 Egli fece dire a Mosè: «Sono io, Ietro, tuo suocero, che vengo da te con tua moglie e i suoi due figli!». 7 Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò; poi si informarono l’uno della salute dell’altro ed entrarono sotto la tenda.

È Mosè che si prostra davanti a Ietro non il contrario. In questo c’è il riconoscimento di un’autorità superiore, forse proprio quel “sacerdote di Madian“, quindi un’autorità religiosa. Mosè non diventerà mai sacerdote, pur essendo della famiglia di Levi.

Es 18,8 Mosè raccontò al suocero quanto JHWH aveva fatto al faraone e agli Egiziani per Israele, tutte le difficoltà loro capitate durante il viaggio, dalle quali JHWH li aveva liberati. 9 Ietro gioì di tutti i benefici che JHWH aveva fatti a Israele, quando lo aveva liberato dalla mano degli Egiziani. 10 Disse Ietro: «Benedetto sia il Signore, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone: egli ha strappato questo popolo dalla mano dell’Egitto! 11Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi, poiché egli ha operato contro gli Egiziani con quelle stesse cose di cui essi si vantavano». 12 Poi Ietro, suocero di Mosè, offrì un olocausto e sacrifici a Dio. Vennero Aronne e tutti gli anziani d’Israele e fecero un banchetto con il suocero di Mosè davanti a Dio.

La confessione di fede di Ietro mostra che un conto è sapere il nome di Dio, altro è conoscerlo. Dalle opere che uno compie vengo o conoscere chi è effettivamente. Così dal racconto di Mosè, Ietro raggiunge una nuova conoscenza di JHWH: «il più grande di tutti gli dèi».

Se ci preoccupa l’apologia dobbiamo ritenere questa un’espressione enfatica, ma non dovrebbe farci problema l’interpretazione più vicina alla lettera. Abbiamo già avuto modo di dire che il monoteismo viene raggiunto a partire dall’esilio babilonese.

La nuova conoscenza di JHWH che Ietro ha guadagnato è contenuta in un racconto storico: tutto il cammino esodico – yazah – uscita, dalla visione del roveto ardente di Es 3, alla morte dei primogeniti, al miracolo del mare, alle prove – nasah di Dio nel deserto, incrementano la fede di Ietro nel suo Dio.

E questo avviene, ripetiamo, a fronte di un “racconto storico”.

E noi potremmo dire di conoscere Dio senza la vicenda altrettanto “storica” di Gesù Cristo?