Lettura 4 Esodo 1,8-16 Inizio della schiavitù

Es 1,8 Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. 9 E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10 Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». 11 Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele. 13 Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. 14 Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

In questi versetti gli ebrei sono chiamati “popolo” ma è un termine improprio. Diventeranno popolo solo dopo un lungo “cammino”. “Popolo” è una realtà strutturata: ha i suoi capi, le sue leggi, i suoi giudici, il suo esercito, una sua polizia, i suoi sacerdoti, un suo territorio, qui invece, abbiamo solo un “gruppo di persone” legate a un comune lontano antenato. E dopo 400 anni, il loro stile di vita non è più quello degli antenati. Quando arrivarono erano nomadi e pastori che vivevano nei terreni marginali o addirittura desertici, sempre alla ricerca di pascoli verdi e di acqua per gli animali, ma durante questa lunga permanenza nella fertilissima terra del delta del Nilo si erano sedentarizzati: da pastori nomadi si erano trasformati in agricoltori stabili. Se fossero rimasti nomadi, avrebbero potuto spostarsi dove e quanto volevano, ma ormai andarsene non era più possibile. Sicuramente l’agricoltura permette la vita a molte più persone che non la pastorizia, però ti lega inesorabilmente ai tuoi campi e al ciclo agricolo senza deroghe: aratura, semina, irrigazione, ecc. Non sei più “libero” come prima. I nostri contadini esprimevano questo legame con la battuta: “la mucca la devi mungere anche a Natale”.

Ora, si era visto che uno dei verbi che tratteggiano Esodo e che dà il titolo al libro è “uscire”, ma la sedentarietà è già un primo ostacolo a questa “uscita”.

Anche l’Egitto era cambiato. Da sempre l’Egitto ha conosciuto il succedersi di differenti dinastie e questo vuol dire che le successioni al trono hanno avuto delle cesure, delle discontinuità spiegate anche dal fatto che il paese non era abitato da una sola etnia, ma da differenti razze e culture spesso in conflitto tra di loro e quando una di esse prevaleva, imponeva un sistema di governo che le fosse favorevole: si pensi ad esempio al continuo spostamento della capitale.

Quando Giuseppe e poi la gente di Giacobbe giungono nel paese è al potere una dinastia semita, quindi di stirpe affine a quella degli ebrei che perciò accoglie di buon grado questi “stranieri”. Adesso invece domina un’altra dinastia e per di più i confini orientali sono minacciati da “Hittiti” e “Popoli del mare” per cui questi “ospiti” sono diventati un pericolo per la sicurezza nazionale.

Si deve anche tenere presente che Gn 47,13-26 spiega in modo semplice la modalità egizia di riscuotere le tasse: ai tempi della carestia gran parte dei terreni era diventata proprietà dello stato, quindi del Faraone e sembra che tutti dovessero contribuire alla loro coltivazione, forse con delle corvée o qualcosa di simile, oltre ovviamente al lavoro degli schiavi.

Però nel nostro caso Es 1,11mostra che non si tratta più di un semplice corvée, ma di un’imposizione molto gravosa e il motivo è ben esplicitato nei versetti precedenti e poi nel seguito del testo: questi ebrei sono diventati come nemici e devono essere tenuti sotto controllo. Il metodo per contenere la minaccia fa parte degli strumenti da sempre usati dalle dittature e dai grandi imperi per dominare e durare nel tempo.

Per restare sempre in campo biblico si può ricordare che quando attorno al 720 a C. gli assiri conquistano Samaria, disperdono tutti samaritani per tutto il loro vasto impero così che venga meno la cultura degli sconfitti, le loro tradizioni, la loro religione e ogni tentativo di rivincita.

Quando poi nel 587 a C. cade Gerusalemme i babilonesi, più umani, deportano solo la classe dirigente e quella degli artigiani così il paese rimasto senza una guida decade spaventosamente: Gerusalemme diventa un cumulo di rovine (vedi Lam).

I romani invece lasciavano le popolazioni dei paesi conquistati nelle loro terre: bastava che rispettassero le leggi e soprattutto pagassero le tasse, ma erano durissimi con gli oppositori: li deportavano come schiavi, quelli più duri li mandavano ai lavori forzati nelle miniere dove in pochi anni morivano per le durissime condizioni di vita e al limite li crocifiggevano.

Nel nostro caso il potere mira alla eliminazione degli ebrei con l’attenuante di non usare forni crematori, come accadrà in tempi a noi vicini, ma di sopprimere semplicemente i neonati maschi: nel giro di una generazione, 20 o 30 anni, il problema sarebbe risolto. Ma intanto, resi schiavi, si può sfruttare il loro lavoro.

Un genocidio strisciante che parte dai bambini. Così siamo di fronte ad una strage di innocenti.

Anche 1200 anni dopo ci sarà un’altra strage di innocenti (Mt2,13-18).