Lettura 35 Le difficoltà del deserto

Il “cammino nel deserto” è diventato un genere letterario spirituale e, spesso, il paradigma della crescita di ogni uomo che voglia seguire le vie di Dio, tanto che lo stesso deserto ha finito per perdere la sua connotazione geografica e diventare luogo teologico.

Ravasi, Esodo, Queriniana, riferendosi a M. Noth, dice che probabilmente l’itinerario seguito corrisponde ad una sorta di “diario di viaggio del pellegrino”, quello che oggi potremmo chiamare “resoconto di viaggio o guida turistica”. Infatti dopo l’Insediamento in Palestina è nato l’uso di recarsi in pellegrinaggio alle sorgenti della propria fede. Il libretto di Elia, 1 Re 19 ss, del IX secolo a. C. ne è un esempio.

Potremmo trattare il deserto in forma sintetica unendo il percorso che precede il Sinai a quello che lo segue esaminando sinteticamente tutte le prove, ma, forse, perderemmo di vista il cammino di fatica, di sorprese, di recriminazioni che i figli di Israele “usciti” dall’Egitto hanno compiuto.

Al solito cercheremo di muoverci, per quanto possibile, tra gli effettivi accadimenti storici, le tradizioni orali e scritte che si sono tramandate, le loro riprese e ricomprensioni avvenute per adattare quegli eventi agli ascoltatori attuali, non perdendo però di vista il testo così come l’abbiamo ricevuto.

Il tema della prova

Il cammino nel deserto è scandito da una serie di “prove” che hanno caratteristiche diverse prima e dopo gli eventi del Sinai-Oreb.

La parola “prova”ci porta subito a pensare che Dio voglia “provare”la fede del “suo” popolo, però se questo popolo non ha ancora guadagnato la fede in JHWH, allora è Dio che viene messo alla prova. E abbiamo visto nelle letture precedenti che i “figli di Israele” erano tutt’altro che monoteisti.

Mi posso “fidare” di una persona se in passato mi ha dato “prova” di essere affidabile. Si pensi ad esempio la scelta del medico di famiglia.

In questi primi racconti sembra che Dio accetti di buon grado di essere “provato”. Anzi Egli fornisce molte prove, appunto perché la fede sia fondata su fatti concreti e non sia qualcosa che ti colpisce come l’ulcera o l’influenza.

Ora le nostre traduzioni usano”provare” quando l’azione è esercitata da Dio e “tentare” quando è il popolo che intende “provare” Dio, ma l’ebraico ha un solo verbo: “nasah” e quindi costringe ogni volta a riflettere quale dei due partner, Dio o il popolo, viene “provato”. Una frase in terza persona come “lo condusse nel deserto e lì fu nasah” non riusciamo, in prima battuta, a riconoscere chi prova e chi è provato.

Nelle nostre letture cerchiamo di metterci dalla parte di questo gruppo di fuggiaschi guidati da un principe egiziano decaduto, che ha parlato loro di libertà, di una terra in cui scorre latte e miele, di un Dio che garantisce il buon esito dell’impresa; un gruppo che certamente ha sperimentato il “miracolo del mare”, ma poi si trova in un deserto tutt’altro che ospitale.

La prova della sete Es 15, 22-25a.

Lasciato il Mar Rosso tutta questa gente con mogli, figli e animali cammina nel deserto per tre giorni. Certamente si saranno portate delle riserve d’acqua perché il rischio della disidratazione in quel clima è mortale. Proprio in 1 Re 19 si racconta di come Elia cercò il suicidio “inoltrandosi nel deserto per una giornata di cammino“. Se non hai portato con te acqua non torni indietro.

Così questi figli di Israele sono ansiosi di arrivare all’acqua di cui probabilmente Mosè conosceva l’esistenza. E comunque erano guidati dalla Nube. Ma l’acqua che trovano non è potabile.

La delusione, la sete, la frustrazione, il rischio di morire, giustificano la mormorazione. Certamente possiamo parlare di una reazione di sfiducia verso Dio e verso il suo condottiero, ma li possiamo condannare? Dio non lo fa.

Qui assistiamo alla pedagogia con cui Dio fa “crescere” il “suo” popolo. Il suo intervento risolve una carenza, quella dell’acqua, che poteva diventare drammatica.

Dal punto di vista scientifico gli studiosi hanno scoperto che ancora oggi gli arabi riescono a bonificare l’acqua salmastra mediante l’uso di un arbusto del deserto, il crespino.

«Là impose un decreto e un giudizio e lo nasah (tentare/provare)».

Gli esegeti sono abbastanza d’accordo nell’affermare che questo brano è isolato. E tuttavia non può essere ignorato. Sembra si possa dire che a partire da questo luogo, da Mara, viene stabilito un criterio che spiega il rapporto tra Dio e il popolo: nel suo nome e grazie al suo intervento le difficoltà potranno essere superate. Infatti:

«il popolo mormorò contro Mosè (v34) e Mosè “gridò” a JHWH (v25)».

Abbiamo già avuto modo di commentare il tema del “grido” (Lettura 14) e come esso diventi preghiera agli orecchi del Signore. E il Suo intervento non dice che quel “grido” è pertinente?Infatti il capitolo si conclude in un paesaggio delizioso: un’oasi in cui ci sono dodici sorgenti e settanta palme. Dodici è un numero simbolico che allude al popolo:

12 le tribù, 12 gli apostoli cioè i capi del nuovo popolo, ecc. Settanta è 7 x 10 cioè dieci volte una totalità. Possiamo dire: un luogo fantastico in cui soggiornare e riprendersi.