Lettura 32 Dt 6,10 – 19 Ancora sul primo Comandamento
La seconda parte della lettura precedente richiede ulteriori approfondimenti perché sembra apparentemente in contrasto con la prima.
Dt 6,10 «Quando JHWH tuo Dio ti avrà fatto entrare nella Terra (Cei: paese) che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, 11 alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato, 12 guardati dal dimenticare JHWH, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. 13 Temerai JHWH Dio tuo, Lo servirai e giurerai nel suo nome.
14 Non seguirete altri dèi, divinità dei popoli che vi staranno attorno, 15 perché JHWH tuo Dio che sta in mezzo a te, è un Dio geloso; l’ira di JHWH tuo Dio si accenderebbe contro di te e ti distruggerebbe dalla terra».
Nella lettura precedente, concentrata sulla prima parte e riportata sopra, abbiamo affermato che la Terra è un dono e il Comandamento un modo per dire “grazie” al Donatore. Però nella seconda parte che segue sembra di capire che il Comandamento sia “condizione” per entrare in possesso della terra
Dt 6,16 «Non tenterete JHWH vostro Dio come lo tentaste a Massa.
17 Osserverete diligentemente i comandi di JHWH vostro Dio, le istruzioni e le leggi che vi ha date. 18 Farai ciò che è giusto e buono agli occhi di JHWH, perché tu sia felice ed entri in possesso della fertile Terra (Cei: bel paese) che JHWH giurò ai tuoi padri di darti, 19 dopo che egli avrà scacciati tutti i tuoi nemici davanti a te, come JHWH ha promesso».
Anzitutto dobbiamo affrontare il tema di Massa e Meriba, spesso citata in tutta la Bibbia per ricordare il tentativo di contestare Dio e metterlo alla prova. Cerchiamo anzitutto di localizzare l’evento. Per un approfondimento vedi Esodo lettura 37, tuttavia qui riportiamo un breve richiamo.
Quel gruppo di schiavi che è riuscito a fuggire dall’Egitto, che ha visto miracolosamente aprirsi il Mar Rosso davanti a sé e subito dopo richiudersi sopra l’esercito di Faraone che lo inseguiva e dopo avere già sperimentato il miracolo della manna che ogni mattina si trovava intorno all’accampamento, giunge nel deserto di Sin sempre guidato dalla Nube. E qui accade il fattaccio.
Es 17:1 «Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento dal deserto di Sin, secondo l’ordine che JHWH dava di tappa in tappa, e si accampò a Refidim. Ma non c’era acqua da bere per il popolo. 2 Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova JHWH?». 3 In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». 4 Allora Mosè invocò l’aiuto di JHWH, dicendo: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». 5 JHWH disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! 6 Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7 Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova JHWH dicendo: «JHWH è in mezzo a noi sì o no?».
Massa e Meriba sono due parole che a noi non dicono nulla, ma in ebraico hanno un significato preciso. Massa contiene la radice di nasah, cioè: provare, mettere alla prova, sperimentare; e Meriba contiene la radice di rib: litigio, contestare, litigare.
Se è così viene richiamata al lettore l’evidenza di questo “scontro”. Chi contesta ha sperimentato tutta l’attenzione di JHWH per il suo popolo in tutti i gesti di salvezza che in parte abbiamo richiamato, ma ancora non ha guadagnato il minimo briciolo di fede. C’è ancora una sorta di rimpianto per l’Egitto… certamente, a volte la schiavitù offre delle comodità, mentre la libertà richiede impegno….
Tornando ai nostri due brani essi richiedono di risolvere la contraddizione tra la prima parte che considera il possesso della Terra un dono e il Comandamento un’offerta della possibilità di ringraziare, mentre nella seconda parte il Comandamento appare come condizione per poter possedere la terra.
Una prima soluzione porterebbe a pensare all’esistenza di due diverse tradizioni orali o scritte che il redattore finale ha accorpato senza modificarle.
Una seconda più realistica, ci porta, come al solito, a distinguere il momento mosaico, (1200 a. C.) quando la Terra, appena al di là del Giordano, era lì da andare ad abitare; sicché la Terra era solo una promessa, mai posseduta. L’altro momento è questo del redattore (500 – 400 a. C.) quando più volte era stata perduta, posseduta da altri che, bontà loro, ti lasciavano abitare alle loro condizioni.
Di conseguenza i primi non avevano mai vissuto l’esperienza di perdere la Terra, la casa, gli animali, ecc., mentre i secondi l’avevano sperimentata una o più volte.
Per esprimerci sinteticamente si tratta della differenza tra coloro che ci entravano per la prima volta e quelli che ci ritornavano dopo 70, o molti di più, anni di Esilio.
Tra l’altro abbiamo già avuto modo di affermare che proprio la teologia deuteronomica ritiene che il possesso della Terra sia conseguenza del rispetto del Comandamento: la Terra che diventa una sorta di remunerazione all’osservanza del Comandamento.
Ma sorge immediatamente una domanda: allora l’amore di Dio per le sue creature è condizionato dall’osservanza di certe regole? Quelli bravi sono amati, quelli cattivi sono perduti: abbandonati a se stessi.
Non affrontiamo la teologia del rapporto tra dono e comandamento o in termini tradizionali quello tra Grazia e Legge, ma seguiamo il consueto criterio di commentare la Bibbia con la Bibbia.
Allora possiamo constatare che quando il Figlio Incarnato incomincia a percorrere le strade della Terra d’Israele trasformata dai romani in Palestina, Egli non fa differenza di persone: non caccia i cattivi e parla con i buoni.
Succede una cosa straordinaria, Lui che è Dio, ama indistintamente tutti: sani, malati, pubblicani (quelli che guadagnavano sulle tasse che poi giravano alle truppe romane di occupazione), peccatori, si accosta a quelli che tutti gli altri fuggivano, come i lebbrosi. Gesù ha spesso condannato il peccato, ma ha sempre perdonato i peccatori.
E soprattutto, non usa mai i suoi poteri superiori per strabiliare la gente… Se avesse fatto fuori due centurie romane in colpo, avrebbe avuto tutti dalla sua parte e, invece, durante il suo percorso non c’è una persona che risulti ammazzata o danneggiata per sua mano… che sarebbe stato considerato un miracolo a tutti gli effetti.
I suoi interventi devono tutti essere considerati segni di liberazione dal male. Ogni tipo di male.
In breve, nei suoi tre anni in cui ha percorso le strade di Palestina ha voluto mostrare cosa fa Dio quando agisce.
Un Dio che ama indistintamente ogni uomo nato sotto il sole.
Se questo sta, allora dobbiamo dire che le vicende storiche che hanno portato alla perdita della Terra, non sono dovute alla non osservanza della Torah, e ad una punizione di Dio, ma all’autonomia della Storia: il nostro redattore deuteronomista e la teologia del suo tempo devono fare ancora molta strada per arrivare alla retta comprensione della Rivelazione di Dio.