Lettura 31 Es 15 La seconda Pasqua: il passaggio del popolo, quarta parte
Attraversato il mare, vista la distruzione dell’esercito egiziano avvenuta per mano di JHWH e dopo avere confessato la loro fede, i salvati ringraziano.
È un ringraziamento che occupa tutto il capitolo 15.
Già, ma come si fa a ringraziare?
Nella nostra fase culturale abbiamo poche forme per esprimere un ringraziamento. Certo, possiamo sempre dire “grazie”, ma è un ringraziamento o una semplice formula di cortesia ?
Possiamo affidarci all’idea del “dono” che ovviamente deve essere proporzionato al dono ricevuto quindi un “controdono” adeguato.
Sì, ma cosa vuol dire “adeguato”. Le mie disponibilità non mi consentono di essere all’altezza del dono ricevuto.
Ma forse basta un biglietto di ringraziamento perché tanto “ciò che conta è il pensiero”… Però è troppo poco…
E poi, vuoi vedere che il dono mi è stato fatto per creare un rapporto di dipendenza? un dono mafioso, un dono avvelenato per cui adesso mi trovo con un guinzaglio al collo?
E ci sono anche doni sicuramente disinteressati e assolutamente privi di ogni possibilità di controdono, come colui che dona un rene al fratello o il midollo spinale o una parte del suo fegato…
Ci sono anche i doni inutili… qualche anno fa in una libreria di Milano c’era uno scaffale che conteneva i “libri da regalare al dottore a Natale”.
C’è anche il dono che vuole mostrare la superiorità sociale del donatore come il faraone che dall’alto del suo cocchio getta una manciata di monete alla plebaglia… tanto a lui non costa niente e l’importante è che quelli stiano alla larga!
Non possiamo andare oltre perché un’indagine su questo argomento aprirebbe un lungo discorso, in parte affrontato da Jacques Derrida e Jean Luc Marion.
Teniamo presente solo il fatto che per noi ringraziamento o controdono adeguato fa problema.
Invece la cultura ebraica che emerge dalla Bibbia ha un approccio diverso e molto diretto.
Anzitutto il dono serve per stabilire un rapporto, non di dipendenza ma paritario, un legame che potremmo definire affettivo: un rapporto tra due partner anche se uno è Dio e l’altro un semplice essere umano.
Il controdono o ringraziamento che Dio accetta e gradisce nella relazione con Lui è la lode.
Nel caso di Es 15 abbiamo proprio un inno di lode, ma nel Libro dei Salmi ve ne sono molti che a grandi linee hanno una struttura similare.
È una struttura che presenta in genere una descrizione storica dell’intervento di Dio come una vittoria sui nemici, la guarigione da una malattia, il buon esito del raccolto, ecc. seguita dalla lode. Quindi non si tratta di lodi sperticate fini a se stesse, ma sempre motivate da fatti concreti.
Nel nostro caso di es 15 il legami tra azioni di Dio e lodi è così intrecciato che si fatica a distinguere le une dalle altre. Chi volesse può dare un’occhiata al Salmo 106 il cui schema è bene evidente.
Nel leggere il nostro inno scorgiamo subito la presenza di due ingressi.
Il primo: v. 1 «Allora Mosè e i figli d’Israele...»
Il secondo: v. 19 ss. Qui Maria profetizza e dà inizio ad una canto e ad una danza seguita da tutte le donne. Interessante: nei primi capitoli avevamo visto che la liberazione inizia dalle donne e qui sono ancora le donne che la sigillano.
Secondo gli esegeti questi versetti costituiscono la parte originale dell’inno mentre quelli precedenti sono aggiunte della redazioni successive.
v. 21 Maria fece loro cantare il ritornello: / «Cantate a JHWH / perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare / cavallo e cavaliere!».
Possiamo fare alcuni rilievi significativi.
Questo poema, probabilmente cantato, è la risposta d’Israele alla propria liberazione avvenuta certamente sulla riva del Mar Rosso alla quale però si aggiungono altre “liberazioni” tra cui anche le vittorie sui popoli di Canaan durante il lunghi anni di conquista della Terra (15,15).
Dio è riconosciuto come unico operatore di salvezza: Mosè non è mai nominato. Israele è del tutto passivo, l’unica attività: i riti celebrati la notte di Pasqua e nei giorni precedenti l’uscita dall’Egitto, quindi un’attività cultuale.
Poiché gli studiosi dicono che la composizione dell’inno non è avvenuta di botto, ma attraverso l’aggiunta di parti a seguito delle vicende storiche vissute da Israele tra il X e il V secolo a. C. appare un altro aspetto importante della fede d’Israele: il Dio che ha operato lungo la storia è ancora lo stesso che opera adesso e opererà in futuro.
Quella di Dio è una “guida” che è iniziata quando ha «udito il grido del suo popolo» (Es 3), poi proseguita salvando Mosè “dalle acque”, poi salvando il popolo “per mezzo delle acque” e ancora guidandolo alla Terra Promessa fino alla «Santa Dimora» (v 13), cioè il tempio di Gerusalemme.
Gerusalemme è considerata l’approdo di tutta la vicenda perché era costruita sul monte Sion, una rocca così facile da difendere che è stata l’ultima città di Canaan ad essere conquistata, esattamente dal re Davide nel X secolo.
“Santa Dimora” ci porta ancora una volta a pensare all’ambito liturgico, cioè un pellegrinaggio al tempio, rito che riguardava tutti gli adulti una volta all’anno.
Ma il ringraziamento si esaurisce in un canto ed una danza?
Sul Sinai sarà data una Legge, le Dieci Parole, delle quali tre riguardano Dio e sette il prossimo. È il contraccambio o il controdono che Dio di buon grado accetta come risposta alla “liberazione”.
In definitiva la “liberazione”, il Suo dono, a differenza di quello di Faraone, vuole stabilire una relazione sintetizzabile dall’affermazione che incontreremo più avanti: «Voi sarete il mio popolo e Io sarò il vostro Dio».