Lettura 26 Es 12,1- 13,16 La prima pasqua: il passaggio di Dio, seconda parte
Sarebbe ingenuo ritenere che gli ebrei abbiamo svolto tutte le attività di cui si è detto, farsi prestare oggetti di valore, procurarsi gli agnelli, mangiare pane azzimo per sette giorni, partecipare a “congregazioni sacre”, ecc. senza che le spie di Faraone e i sorveglianti ai lavori forzati, alcuni dei quali ebrei, informassero i superiori e Faraone non prendesse le contromisure opportune.
Certo i redattori hanno strutturato molto bene i testi perché poi la “strage dei primogeniti” giustifica ogni cosa, salvo non riuscire a spiegare come il Grande Re, Faraone, prima li scaccia e poi cambi idea.
Allora siamo costretti a rivolgerci alle ricerche storiche per tentare di capire cosa possa essere successo.
Gli studiosi ci dicono che in Es 12-13 sono confluiti due riti prima separati. Li esaminiamo brevemente.
Il rito di pasqua
La pasqua era un rito sacrificale del mondo nomadico che i pastori celebravano in occasione della transumanza di primavera. Gli spostamenti con tutti gli animali non erano tanto semplici e d’altra parte erano indispensabili per trovare pascoli anche durante la stagione secca. Il viaggio era sempre rischioso. Lungo il percorso si potevano trovare città ostili, sorgenti disseccate, bande di predoni, si potevano perdere degli animali… e poi c’erano gli “spiriti malefici”, in particolare il “Mashit = lo Sterminatore”. (Ricordiamo che il monoteismo matura molto lentamente solo a partire dall’Esilio di Babilonia – VI secolo a. C.- e secondo gli antichi il mondo era popolato di spiriti e dèmoni). Quindi si celebra un rito di tipo scaramantico di protezione del gregge, più esattamente “apotropaico”, che tenga lontano lo “Sterminatore”. Esso consiste nel sacrificio di un agnello maschio, privo di difetti, non necessariamente primogenito, nato nell’anno, il cui sangue viene sparso sui pali della tenda, arrostito e mangiato in fretta, in tenuta da viaggio perché poi si deve partire. Il sangue sui pali fa si che lo Sterminatore “passi oltre”, in ebraico “pesah” , che significa “passare, saltare”, da cui “pasqua”.
Il pane azzimo, cioè non lievitato, in questo caso, non fa parte del rito, ma è quello che normalmente mangiano i pastori perché occupa poco spazio e si mantiene commestibile per molti mesi. Non è un pane così esotico perché veniva usato anche nelle baite delle nostre montagne quando i pascoli erano “caricati”.
Le erbe amare non indicano qualcosa di penoso o penitenziale, ma sono le erbe selvatiche che crescono spontaneamente nel deserto, usate in sostituzione del sale per insaporire gli alimenti. I nomadi erano particolarmente abili nello sfruttare attentamente tutto ciò che la natura poteva offrire.
Questo rito, dicono gli studiosi, è ancora praticato dalle tribù dei beduini.
Gli azzimi
La festa degli azzimi proviene da una cultura agricola, pertanto sedentarizzata. Anch’essa è celebrata in primavera in occasione della mietitura dell’orzo, che a quelle latitudini, matura già a marzo – aprile. Il frumento invece richiede altre sette settimane e darà luogo alla festa di Pentecoste.
Poiché la primavera segnava l’inizio dell’anno nuovo, tutto doveva essere rinnovato in particolare il lievito. Dai testi si comprende che si usava la tecnica del lievito-madre, cioè un impasto di farina bagnata lasciata in un luogo fresco, che fermentava nel giro sei sette giorni. Quando poi si doveva fare il pane bastava un pizzico di questo lievito-madre per fare lievitare tutto l’impasto nel giro di qualche ora.
Poiché il nuovo lievito-madre doveva essere ricavato dal nuovo raccolto, era necessario attendere circa una settimana per avere il nuovo lievito e quindi per sette giorni si doveva mangiare pane non lievitato, cioè azzimo.
Ora, siccome questi riti erano molto antichi non potevano insospettire la gente di Faraone.
Però il nostro testo li presenta come se fossero nati, lì nel Delta del Nilo, la notte della liberazione. Come mai?
La centralizzazione della Pasqua
Quali fossero le forme di culto di Israele nei tempi antichi non è dato si sapere. Sappiamo che esistevano tanti luoghi sacri: Betel, Sichem, Silo, Galgala, ecc., ciascuno con i suoi culti, ma con la costruzione del tempio di Gerusalemme (900 a. C.) essi vengono soppressi, non senza tensioni, perché tutto il culto viene accentrato nel Tempio, anche se la successiva divisione del Regno, dopo la morte di Salomone, ritarderà l’attuazione di questo programma.
I biblisti ritengono che la centralizzazione della Pasqua con i due riti visti sopra, si sia ufficialmente affermata con la Riforma deuteronomista del re Giosia (621 a.C.) (Vedi storiografia deuteronomista: nota esegetica 2), ma questo non esclude che essa fosse già conosciuta e praticata in comunità profetiche o spirituali.
Ad ogni modo la pasqua così come viene presentata dai nostri capitoli di Es 12-13 dovrebbe essere opera deuteronomista.
L’aspetto più rilevante è quello di avere utilizzato due riti naturistici, legati al ciclo delle stagioni, di tipo “scaramantico” e, ri-significandoli, averli collegati all’evento prodigioso della liberazione avvenuta diversi secoli prima. Avevamo detto che nasce così l’idea lineare di storia.
In verità era una liberazione che aveva riguardato un piccolo gruppo di persone che hanno dovuto vagare parecchi anni prima di riuscire a conquistare una terra propria. La “Conquista” però, avvenne assieme ad altre tribù che non erano mai state in Egitto e non avevano mai conosciuto la schiavitù, ma con le quali condividevano, più o meno, la stessa religione.
La memoria di quel prodigioso evento di liberazione, collegata ad altri eventi simili: Giosuè, la conquista della terra, le vicende del periodo dei Giudici, l’avvento del regno con Davide e Salomone, ecc. ha permesso di costruire una “memoria comune” espressa sinteticamente molto bene nella formula di autopresentazione di JHWH:
«Io sono JHWH Dio tuo che ti ha liberato dal paese d’Egitto dalla casa di schiavitù», che si incontra parecchie volte nella Bibbia.
La ri-significazione dei riti dell’agnello e del pane azzimo, unificati nella Pasqua, ha reso disponibile alle generazioni successive quella memoria.
Forse ci dovrebbe sorprendere il fatto che la “Parola di Dio” non esiti a fare suoi dei riti e dei segni che non esiteremmo a definire “superstiziosi”, ma dobbiamo ricordare che da sempre Dio si rivolge agli uomini usando linguaggi che essi possano comprendere.
Anche Gesù nell’Ultima Cena non ha inventato nuovi riti, ma ha “ri-significato” il rito del calice e del pane della cena che segnava l’apertura del giorno festivo, che per gli ebrei iniziava dopo il tramonto del sole e non a mezzanotte o al mattino.
Il Mistero dell’Incarnazione, del Dio che si fa uomo, implica da parte Sua l’adozione di tutti i linguaggi e di tutte le forme di comunicazione umane.