Lettura 23 Es 7,8 -10,29 Le prime nove piaghe

Pensare di incrinare nell’immaginario collettivo l’idea che gli ebrei siano usciti dall’Egitto a seguito delle piaghe è impresa impossibile, ma non ci si può esimere dal tentare di affermare con forza che quello è un “testo didattico” (vedi nota esegetica 4 ). In quanto didattico dobbiamo cercare di cogliere l’insegnamento che ci viene proposto lasciando perdere i contorni narrativi “fantascientifici”.

Questo, però, non vuol dire che là non sia successo “qualcosa” di straordinario perché degli schiavi potessero “uscire” dall’Egitto, ma l’effettivo nucleo originario di quell’evento si è perduto. E tuttavia ne è rimasto il senso.

Anzitutto dobbiamo trattare separatamente le prime nove piaghe, che sono di carattere geo-climatico, dalla decima che è essenzialmente “liturgica”.

Dobbiamo ricordare che prima dell’entrata in funzione della diga di Assuan completata negli anni ’70, il Nilo esondava per gran parte della valle e del delta lasciando, dopo il ritiro dell’acqua, una fanghiglia che rendeva molto fertile il terreno: una sorta di concimazione naturale. Però insieme a questi elementi utili, lasciava nel terreno pesci morti, animali, insetti, batteri, virus che sono in grado di spiegare scientificamente le nostre “piaghe”.

G.F. Ravasi, in Esodo, Queriniana, p 47, scrive:

«G. Host ha potuto documentare che nel 1957 – 58 una piena abnorme del Nilo Azzurro aveva causato una forte moria di pesci con relativo inquinamento idrico. Sciami di mosche tze-tze avevano contagiato con i loro tripanosomi uomini e animali diffondendo la malattia del sonno».

Ravasi prosegue nel dettaglio la descrizione spiegando come può avvenire una successione analoga a quella delle nove piaghe esodiche.

Allora possiamo dire che uno o più sapienti o redattori hanno usato la conoscenza di quei fenomeni naturali per costruire un racconto e dare un insegnamento.

Che quello “didattico” fosse l’interesse fondamentale risulta anche dalle vistose contraddizioni esistenti nella narrazione, come “la morte di tutto il bestiame”, (5^ piaga), seguita dalle ulcere per bestiame (non era già morto?) e uomini, (6^piaga). D’altra parte non era questo il tipo di coerenza cercato dai redattori.

I testi sono attribuiti in parte alla tradizione Jahwista J e in parte alla Sacerdotale P.

Noi chiamiamo “piaghe” quello che l’ebraico chiama con tre vocaboli: prodigio, segno e colpo; l’ultimo termine è il più prossimo all’idea di piaga.

Per semplicità mettiamo tutto sotto la categoria di “segno” che è il più usato nel nostro testo.

Il segno indica che quei fatti chiedono di essere decifrati per coglierne il senso.

I segni sono semplici eventi storici, fatti “normali”, magari anche banali (che non trovano posto negli annali dei regni i quali registrano solo guerre e grandi imprese), ma che la Bibbia insegna a leggere come interventi di Dio.

E abbiamo già detto che Dio inizia con il “suo popolo” una storia per cui qui ci troviamo di fronte ad una teologia della storia: ” Dio sta dalla parte degli oppressi”.

Ora, a partire dal primo gesto compiuto da Mosè, il bastone cambiato in serpente (7,8-13), che non è una piaga e per tutti le piaghe successive abbiamo la menzione dello “indurimento del cuore di Faraone“: 7,13.22; 8,11.15.28; 9,7.12.35; 10,1.20.27 (Questi versetti tutti tradizione P).

Infatti destinatario dei “segni” è Faraone che, come abbiamo visto in Es 5,2, lettura 21, dichiara: «Chi è JHWH perché io gli debba dare retta […] Io non conosco JHWH e neppure rilascerò Israele».

Allora tutti i segni, piaghe, hanno il compito di mostrare, “in-segnare”, che c’è questo Dio JHWH che lui non conosce. Il fatto è che non vuole assolutamente conoscerlo perché dovrebbe abbandonare la sua ideologia la quale ritiene che gli dèi sono dalla parte dei potenti. Che Dio è quello che vuole liberare degli schiavi? Non esiste e non esisterà mai!

Stranamente i maghi e gli indovini, che era il nome dato agli scienziate del tempo, riconoscono ciò a cui rimandano questi segni. Infatti alla terza piaga, le zanzare, si scoprono impotenti e… « allora gli indovini dissero a Faraone: “È il dito di Dio”» (8,11). Così escono dalla scena e non li vedremo più.

Al contrario faraone « indurisce il suo cuore». Questo non ci fa problema, ma cosa vuol dire allora l’affermazione di Dio « io indurirò il cuore di Faraone »? (7,3; 10,1.20.27).

Troviamo qualcosa del genere anche in Mc 4,10-12.

«Quando poi Gesù fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché:guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,/ perché non si convertano e venga loro perdonato».

Se stiamo alla lettera dovremmo intendere: “parlo in parabole perché non capiscano e quindi non si convertano”.

Allora saremmo di fronte ad un dio manicheo che ad alcuni dà cose buone e ad altri cose cattive; che rispetta la libertà di alcuni e violenta quella di altri, che alcuni li premia ed altri li castiga.

In entrambi i casi, però, è presente un problema della lingua ebraica che non riesce a distinguere tra proposizione finale e proposizione conseguente per cui mette in difficoltà una lettura fatta con mentalità occidentale.

Dobbiamo perciò tradurre: “… ma a quelli fuori tutto avviene in parabole perché venga alla luce che non comprendono…”

E nel caso di Esodo: ” Io indurirò il cuore di Faraone” diventa: “io farò emergere la durezza del cuore di Faraone.”

Allora comprendiamo anche il moltiplicarsi delle piaghe: è il tentativo di Dio perché anche lui, Faraone, possa convertirsi.

Tuttavia essendo un racconto didattico nel quale Faraone impersonifica il Male e Dio il bene, si deve giungere necessariamente alla sconfitta del male. Ma ripetiamo: qui Faraone non è un personaggio storico, ma simbolo di tutti faraoni che si sono conosciuti e si conosceranno nel volgere dei secoli.

Si deve anche tenere presente che siamo ancora nel dominio della teologia della retribuzione: “chi agisce bene otterrà il bene, chi agisce male otterrà male”.

Una teologia che la tradizione Sacerdotale P condivide alla grande.

Questa teologia non è falsa, ma la sua attuazione deve tenere conto anche della vita ultraterrena.Bisognerà arrivare a Giobbe perché subisca una poderosa spallata.

La croce di Gesù Cristo, poi, la manderà in frantumi.