Lettura 22 Es 6,1 – 7,7 Una nuova chiamata?
Es 6:1 «Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che sto per fare al faraone con mano potente, li lascerà andare, anzi con mano potente li caccerà dal suo paese!».
2 Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore! 3 Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi son manifestato a loro. 4 Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dov’essi soggiornarono come forestieri. 5 Sono ancora io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza. 6 Per questo di’ agli Israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi. 7 Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, che vi sottrarrà ai gravami degli Egiziani. 8 Vi farò entrare nel paese che ho giurato a mano alzata di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, e ve lo darò in possesso: io sono il Signore!».
9 Mosè parlò così agli Israeliti, ma essi non ascoltarono Mosè, perché erano all’estremo della sopportazione per la dura schiavitù.
10 Il Signore parlò a Mosè: 11 «Va’ e parla al faraone re d’Egitto, perché lasci partire dal suo paese gli Israeliti!». 12 Mosè disse alla presenza del Signore: «Ecco gli Israeliti non mi hanno ascoltato: come vorrà ascoltarmi il faraone, mentre io ho la parola impacciata?». 13 Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e diede loro un incarico presso gli Israeliti e presso il faraone re d’Egitto, per far uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto. […]
Es 7:1 Il Signore disse a Mosè: «Vedi, io ti ho posto a far le veci di Dio per il faraone: Aronne, tuo fratello, sarà il tuo profeta. 2 Tu gli dirai quanto io ti ordinerò: Aronne, tuo fratello, parlerà al faraone perché lasci partire gli Israeliti dal suo paese. 3 Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. 4 Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo degli Israeliti, con l’intervento di grandi castighi. 5 Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!».
6 Mosè e Aronne eseguirono quanto il Signore aveva loro comandato; operarono esattamente così. 7 Mosè aveva ottant’anni e Aronne ottantatré, quando parlarono al faraone».
Abbiamo lasciato Mosè in preda all’impressione di un fallimento con tanto di lamento verso Dio e recriminazione dei suoi verso di lui.
Il capitolo successivo cambia argomento e interrompe, apparentemente, il corso della narrazione.
Abbiamo un racconto della chiamata di Mosè che sembra un duplicato di quella del roveto; questa però avviene in Egitto (6,28).
Il testo è di tradizione P quindi postesilica, piuttosto recente (vedi in Glosse nota esegetica 2). Gli esegeti per lungo tempo sono stati divisi tra l’idea di una nuova chiamata e una variante della precedente. Poi la scoperta che prima della stesura di testi scritti ci furono molti secoli di trasmissioni orali, ha convinto tutti che si tratta di due diverse tradizioni dell’unica chiamata.
Ma poiché noi facciamo una lettura “sincronica”, cioè il testo così come l’abbiamo ricevuto, dobbiamo chiederci che senso abbia collocare in questo punto un secondo racconto dell’unica chiamata.
Non sarebbe stato più logico metterlo vicino al primo, quello di Es 3 ?
Però troviamo una “figura” simile nei “Canti del Servo di JHWH”.
In Is 42 Dio presenta al mondo il suo Servo che ha tutta l’aria di essere un profeta il quale, sembra, debba compiere grandi cose.
In Is 49 è il Servo che racconta di sé e della sua missione, poi rivolto a Dio dichiara il suo fallimento:
«Invano ho faticato / per nulla e invano ho consumato le mie forze. / Ma certo il mio diritto è presso il Signore / la mia ricompensa presso il mio Dio» (Is 49,4).
La risposta di Dio è categorica:
«È troppo poco che tu sia mio Servo / per restaurare le tribù di Giacobbe/ e ricondurre i superstiti di Israele./ Ma io ti renderò luce delle nazioni / perché tu sia la mia salvezza/ fino alle estremità della terra».
Quindi non solo “Servo”, ma addirittura essere “la mia salvezza”!
Cioè Dio conferma la chiamata – invio – missione – shalah, accrescendo la qualità e la forza di questo suo inviato (leggere i testi).
Qualcosa del genere accade anche con diversi profeti quando hanno una crisi di fiducia perché vedono che la loro missione non produce frutti. Ad esempio Ger 20. E Mosè è il primo dei profeti.
Allora possiamo forse dire che il senso di questo secondo racconto di vocazione è quello di rinfrancare l’inviato sfiduciato. Soprattutto quando Dio gli dice:
«… io ti ho posto a fare le veci di Dio per il Faraone e Aronne tuo fratello sarà il tuo profeta» (7,1).
Anche in questo caso siamo di fronte ad un rafforzamento dell’autorità e del compito dell’inviato.
C’è un altro brano nel nostro testo che ci costringe a riflettere. Il racconto è spezzato in due per via dell’inserzione delle genealogie.
In prima battuta interrompe il filo del discorso, ma se ci si sta sopra ci si rende conto che la loro funzione è importante: sta a dire che stiamo assistendo ad uno svolgimento storico, non ad un fatto puntuale.
È come se Dio dicesse a Mosè: “guarda che un fallimento non ha importanza perché io ho iniziato con te, anzi con voi e prima e dopo di voi, una storia, che avrà le sue vicende, i suoi alti e bassi…”
In fondo è questo il senso di 6,7 «Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio», vale a dire l’inizio di una relazione che si svolge nel tempo.
Possiamo aggiungere che Mosè ha compreso perfettamente il messaggio di Dio, o questa “ripresa” circa la sua chiamata (per quanto detto sopra).
Infatti nello svolgersi del successivo racconto delle “piaghe”, di cui le prime nove falliscono, non ci saranno più lamentazioni da parte sua.
Adesso lui «vive di fede».
Forse anche Matteo ci viene in aiuto.
Il capitolo 28 narra gli incontri con Gesù Risorto. A Gerusalemme la risurrezione è annunciata dall’Angelo presso il sepolcro alle donne e mentre esse si recano dai discepoli Lo incontrano e si gettano ai suoi piedi senza esitazioni: nei vangeli le donne comprendono sempre immediatamente… senza tante discussioni.
I discepoli incontrano Gesù risorto in Galilea e dice il testo originale
« E vedendolo si prostrarono; ma essi dubitarono. E Gesù avvicinandosi parlò loro dicendo: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque a fate discepole tutte le nazioni della terra battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo […] Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine alla consumazione del secolo» (traduzione letterale di Mt 28,17-ss).
Di fronte al dubbio viene riconfermata l’invio alla missione.
Non è ancora la stessa figura?