Lettura 2 Uscire, camminare, entrare

Il racconto del movimento esodico, che comprende Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, è tutto scandito dal verbo “uscire” al punto che acquisisce un significato archetipale.

Non solo “uscita” dall’Egitto, dalla casa di schiavitù che diventerà fondamento della fede ebraica, ma anche “uscita verso la vita” per indicare la nascita come “uscita dal grembo materno”. Grembo pensato come luogo tranquillo e sicuro che ha da essere lasciato per affrontare la vita, la novità, il futuro nel quale giocare la propria libertà per diventare uomini. L’ Egitto così può essere pensato come un grembo da lasciare per affrontare la vita. Nel nostro caso per diventare “popolo” libero e responsabile.

È un’uscita che si completa con l’entrata nella Terra (promessa) che a riguardo della vita può assumere il simbolo negativo perché si “esce dal grembo” come si “esce alla luce” ma si “entra nel sepolcro”, si “entra nello Sheol” il regno dei morti.

Tra uscita ed entrata c’è da compiere un “cammino“, il cammino lungo e faticoso nel deserto. Lì non c’è più la sicurezza del cibo e dell’acqua come in Egitto e questa precarietà farà nascere proteste e recriminazioni verso Dio e verso il suo mediatore – liberatore Mosè. Ci sarà perfino chi vorrà tornare indietro.

Comodità e libertà non vanno tanto d’accordo.

Quindi tre termini paradigmatici: uscire – camminare – entrare, che purtroppo spesso le nostre traduzioni, ossessionate dalla paura delle ripetizioni, riportano con dei sinonimi che fanno perdere il filo rosso e con esso il legame simbolico sottolineato dal testo originale.