Lettura 18 1Re21,8 -16 La vigna di Nabòt, 2a e 3a scena

2a Scena: La soluzione di Gezabele

La depressione di re Acab viene risolta rapidamente dalla moglie, la regina Gezabele.

1Re 21,8 «Gezabele scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo reale, quindi le spedì agli anziani e ai capi, che abitavano nella città di Nabòt. 9 Nelle lettere scrisse: «Bandite un digiuno e fate sedere Nabòt in prima fila tra il popolo. 10 Di fronte a lui fate sedere due uomini figli di Belial (Cei:iniqui) che testimonino contro di lui: Hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia». 11 Gli uomini della città di Nabòt, gli anziani e i capi che abitavano nella sua città, fecero come aveva ordinato loro Gezabele, ossia come era scritto nelle lettere che aveva loro spedite. 12 Bandirono il digiuno e fecero sedere Nabòt in prima fila tra il popolo. 13 Vennero due uomini, figli di Belial (iniqui), che si sedettero di fronte a lui. Costoro accusarono Nabòt davanti al popolo affermando: «Nabòt ha maledetto Dio e il re». Lo condussero fuori della città e lo uccisero lapidandolo. 14 Quindi mandarono a dire a Gezabele: «Nabòt è stato lapidato ed è morto». 15 Appena sentì che Nabòt era stato lapidato e che era morto, disse ad Acab: «Su, impadronisciti della vigna di Nabòt di Izreèl, il quale ha rifiutato di vendertela, perché Nabòt non vive più, è morto». 16 Quando sentì che Nabòt era morto, Acab si mosse per scendere nella vigna di Nabòt di Izreèl a prenderla in possesso».

Osserviamo la spregiudicata grande capacità di intrigo di Gezabele che, scavalcando il re, usa il sigillo regale per attuare il suo piano.
Essa fa leva sul sentimento popolare sempre pronto a trovare un colpevole per ogni tipo di avversità: economica, climatica, sanitaria, magari la semplice influenza, ecc.
Inoltre essa non esita a far uso del sacro e delle religioni per i suoi fini. Organizzare un digiuno collettivo, che è un gesto penitenziale rivolto a Dio, per accusare l’innocente di avere bestemmiato. «Tu hai maledetto Dio e il re» v10.

Gli accusatori e testimoni del processo sono da lei stessa chiamati «Figli di Belial» forse una divinità che potrebbe essere Beelzebul, comunque di una religione che non è quella di JHWH. Usiamo il condizionale perché l’accostamento non è tanto sicuro. Ad ogni modo siamo sempre nell’ambito del sacro.

Nabòt viene lapidato ed essendo condannato, i suoi beni sono confiscati, quindi passano allo Stato e perciò al re.

Ma se si rispettasse la Torah non dovrebbero restare all’interno della tribù e del clan di appartenenza come abbiamo mostrato nella Lettura precedente? Per di più colui che dovrebbe fare rispettare questa norma è il re, cioè Acab, dato che in quel tempo nella monarchia sono concentrati il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo.
Invece possiamo notare come il re, rimasto a letto abbattuto rifiutandosi di prendere cibo, non si interessa di cosa sia successo a Nabòt, ma va subito a prendere possesso della vigna, v16.

Ma non dovrebbe essere proprio lui il garante della giustizia?

3a scena: l’intervento di Elia

17 «Allora la parola di JHWH avvenne a Elia il Tisbita: 18 «Alzati, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco è nella vigna di Nabòt, ove è sceso a prenderla in possesso. 19 Gli riferirai: Così dice JHWH: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice JHWH: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabòt, i cani lambiranno anche il tuo sangue».
20 Acab disse a Elia: «Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!». Quegli soggiunse: «Sì, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. 21 Ecco ti farò piombare addosso una sciagura; ti spazzerò via. Sterminerò, nella casa di Acab, ogni maschio, schiavo o libero in Israele. 22 Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebàt, e come la casa di Baasa, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. 23 Riguardo poi a Gezabele il Signore dice: I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl. 24 Quanti della famiglia di Acab moriranno in città li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna li divoreranno gli uccelli dell’aria». […..]
27 Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa.
28 Allora la parola di JHWH avvenne a Elia, il Tisbita: 29 «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio».

La terza scena si svolge nuovamente nella vigna di Nabòt.

Qui abbiamo la possibilità di cogliere il nuovo modo d’agire di Elia, ma è necessario rilevare i dialoghi di questi primi versetti.
Dio si rivolge ad Elia e gli dice cosa deve annunciare ad Acab:
Così gli dirai…” ma poi non troviamo un Elia che parla con Acab magari con: “Così dice il Signore…”, ma troviamo subito la risposta di Acab, quasi che Elia non abbia neanche aperto la bocca. Cioè: Dio parla ad Elia e risponde Acab. Come mai?
L’autore vuole significare che ormai la voce di Elia e tutt’uno con quella di Dio, cioè la parola di JHWH ora “avviene” ad Elia ed è immediatamente comunicata ad Acab, sine glossa.
Elia adesso è diventato del tutto trasparente alla parola di Dio. La parola di Dio fagocita Elia, mentre invece nei primi capitoli era la parola di Elia era fatta passare per parola di Dio.
Ora, il contenuto di questa Parola riguarda la pena per il sangue innocente versato che grida vendetta al cospetto di Dio. Le punizioni sono tre:

v 19 i cani leccheranno il tuo sangue

v 29 la morte di ogni maschio della casa di Acab e la fine della sua dinastia come era già accaduto per la dinastia di Geroboamo.

Da ultimo Gezabele che sarà divorata dai cani.

Osserviamo che il castigo non colpisce solo i diretti interessati, ma si allarga anche ai discendenti che non c’entrano per niente.

vv. 27-29: reazione di Acab e controreazione di JHWH

La conclusione del racconto va compresa, a nostro parere, nel contesto del libretto di Elia.
La reazione finale di Acab è simile ad un gesto di lutto ed esprime la sua umiliazione davanti a Dio: Acab rinuncia al proprio “desiderio”, la vigna ora non la vuole più: è un lusso che è già costato troppo e si rimette al “desiderio” di Dio.

Notiamo che pentimento e umiliazione di Acab sono pubblici, come pubblico è stato il peccato, mentre il riconoscimento e l’accettazione del suo pentimento non avvengono nel chiasso, ma in segreto, tra Dio ed Elia. È un indizio per cogliere la finalità originaria del racconto: se si vuole essere capaci di governare il “desiderio”, bisogna umiliarsi davanti a Dio.
Che il modello dell’apologo sia proprio Acab è infatti il dato sconcertante che fa parte del messaggio del libretto di Elia, anzi forse ne è il centro. Il “buono” non è (sol­tanto) colui che osserva la legge (= Nabòt), ma è anche il “peccatore” che, provocato dalla parola di grazia, si lascia cambiare da essa e si umilia davanti a Dio.

Possiamo vedere anche in questo un anticipo della “buona notizia” della misericordia, annunciata a partire dalla croce di Gesù?

Se è così il libretto di Elia reca un nuovo messaggio che l’attento lettore implicito dovrebbe essere ormai in grado di cogliere: Dio, mediante la sua azione e la sua paziente attesa è stato capace di cambiare non solo il comportamento di Elia, ma anche quello del re malvagio.
L’autore antico è interessato a mettere in luce il cammino spirituale di un peccatore che si converte e vince il suo “desiderio” umiliandosi davanti a Dio.

Si tratta di una realtà così “sconvolgente” nell’agire di Dio: perdonare un peccatore così rilevante, che il redattore più recente, il deuteronomista del quinto secolo, non è stato in grado di elaborare, infatti gli studiosi ci segnalano che i vv 25-26 sono una glossa tardiva, che abbiamo espunto dal racconto perché ci porterebbero fuori strada.

25 «In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele. 26 Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli d’Israele».

vv 25-26 Questi versetti spezzano la trama del racconto e sono il tentativo di un redattore deuteronomista più tardo che ha cercato di mitigare lo scandalo del “pentimento” di Acab, e del perdono di Dio, di cui si parla nella conclusione, che invece noi possiamo ritenere perfettamente in linea con il personaggio di Elia e con la tradizione più antica.

Il redattore deuteronomista invece, guarda all’episodio della vigna di Nabòt come conferma del principio di “retribuzione”: chi agisce male dovrà pagare per il male compiuto. Inoltre, per lui, la parola profetica può essere solo dilazionata nel tempo, ma non annullata: è una sentenza irrevocabile.

Infatti la minaccia avrà il suo compimento in 2 Re 9ss. per Acab e in 2 Re 9,30 per Gezabele, che appunto sono di redazione deuteronomistica.

Per superare la teologia della retribuzione bisognerà attendere Giobbe, il giusto sofferente; ma non è che ai tempi di Gesù quella teologia fosse superata, vedi ad esempio il racconto del cieco nato in Gv 9.

Siamo soddisfatti dell’esito della vicenda?

Acab, che non ha agito direttamente, subisce lo stesso castigo di Gezabele che ha organizzato tutta la macchinazione.

Però il racconto non vuole dare un insegnamento a riguardo della giustizia, ma piuttosto un’istruzione sul desiderio in sé. Il desiderio di Acab, a ben guardare, non è in sé né buono né cattivo, ma una volta liberato, le sue conseguenze sono disastrose. Esso sfugge a chi l’ha partorito e scatena forze non controllabili, che colpiscono anche altri, nel caso i discendenti di Acab oltre a Nabòt.

Ultima considerazione: tre personaggi in gioco: Nabòt, Acab, Gezabele. Nabòt innocente, virtuoso, osservante della Legge, vien condannato ingiustamente e nessuno si occupa più di lui. Proprio come Abele; mentre invece ci si preoccupa di Caino per il quale anche Dio provvede a metterli un segno di protezione sulla fronte (Gn 4,15).

Ma per tutti i Nabòt, gli Abeli e tanti altri innocenti vissuti sulla faccia del pianeta, uccisi anche oggi, in nome di un dio e più in generale “vittime del sacro“, Dio cosa fa?

Noi di sicuro sappiamo cosa si è lasciato fare il Figlio… anche lui crocifisso nel nome di Dio! Anche Lui vittima del sacro!