Lettura 16 Es 3,14a «E Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”».

Che si tratti di un’esperienza mistica non c’è dubbio.

Avviene sul Monte di Dio (v1).

C’è un roveto che brucia, ma il fuoco non lo consuma.

Un fuoco che arde e si vede da lontano non ha bisogno di combustibile.

Dal roveto (o dal fuoco?) è chiamato da una “voce” che conosce il suo nome (v4).

È un Dio, che può anche essere uno dei tanti dèi dell’Olimpo egiziano.

Ma è un Dio che si presenta offrendo come garanzia le relazione con i Padri, però il suo nome è sconosciuto.

La richiesta del nome da parte di Mosè non è un problema di tipo teologico o semplicemente conoscitivo, ma una scusa per evitare di essere “mandato”.

E Dio lo prende in contropiede: gli rivela il Nome che è anche come Lui è. Cosa assolutamente inaudita!

In quei tempi il nome era una cosa seria, molto seria, anche dalle nostre parti.

Dato ad un bambino, diventava il programma della sua vita, il suo destino. I significati dei nomi erano chiari per tutti: non era necessario consultare l’enciclopedia o internet per conoscerlo.

Più tardi nella nostra cultura si darà il nome di un santo che proteggesse per tutta la vita chi lo portava.

Poi si incominciò a dare un nome di famiglia: nonni, bisnonni, ecc.

Oggi ai santi e agli antenati si sono sostituiti nomi di attori oppure nomi stranieri o esotici che sono più “in”.

Per specificare un essere umano abbiamo giustamente bisogno di concetti come essenza, coscienza, io, sé, persona, immagine e così via. Allora bastava il nome, che era la realtà più vera di chi lo portava, potremmo dire la sua vita, la sua essenza.

Quando un grande re vinceva in guerra degli avversari e non li uccideva, li trasformava in suoi vassalli o funzionari cambiava loro il nome (2 Re 23,24). Un modo per stabilire un rapporto di dipendenza.

Nelle famiglie normali era il padre che imponeva il nome al bambino. Così Zaccaria padre di Giovanni Battista impone il nome al figlio, ma esso era già stato stabilito dall’angelo (Lc 1,13; 63). E anche per Gesù: Giuseppe impone il nome, ma era già stato comunicato dall’angelo nell’Annunciazione (Lc 1,31).

Per entrambi, i padri agiscono in obbedienza ad un’Autorità che viene dall’alto.

In Egitto, ma anche altrove dove si praticava la magìa, c’era la convinzione che attraverso il nome si potesse influenzare la vita delle persone, così il nome non veniva manifestato a tutti. E non per motivi di privacy.

Conoscere, poi, il nome di un dio significava disporre della sua potenza, imporgli di fare quello che io voglio.

Allora se il nostro Dio comunica il suo nome significa che “lui è per noi”, non teme di stare dalla nostra parte. Infatti a Mosè aveva già detto: “Io sarò con te” v12.

Ecco, al v14 Dio risponde in due fasi. La prima ‘eyeh ašer ‘eyeh che può essere tradotto con: “Io ero chi ero” o “Io sono chi sono oppure “Io sarò chi sarò“, perché i verbi ebraici non hanno una scansione temporale ma indicano se una azione è compiuta o ancora in corso.

L’esegesi di questi termini ha riempito intere biblioteche, ma noi facciamo solo alcune osservazioni. Dicendo “Io sono chi sono” Dio afferma la sua libertà. Lui non è condizionato da nessuno. È una forma letteraria simile a quella che si trova in Es 33,19, un’altra esperienza mistica di Mosè, un cui Dio rivelerà ancora il suo nome.

v19b «Farò grazia a chi farò grazia, farò misericordia a chi farò misericordia». Ma le nostre traduzioni hanno bisogno di un ausiliare, per diventa: «Farò grazia a chi “vorrò” fare grazia, farò misericordia a che “vorrò” fare misericordia». E lo si deve intendere nella versione passata, presente e futura.

Il senso è che se Dio è l’origine di tutto, cioè l’origine senza origine, Egli non dipende da niente e da nessuno.

Estremamente importante è vedere come è stato tradotto dalla LXX perché attraverso di essa il senso è penetrato nella teologia e nella filosofia occidentali.

La LXX è l’AT tradotto in greco agli inizi del III secolo a. C., quando ormai più nessuno parlava l’ebraico, ad Alessandria d’Egitto che era la grande capitale mondiale della cultura ellenica.

Ecco come commenta P. Rota Scalabrini, Scuola della Parola, Esodo, Marco; p 38; Bergamo.

« Orbene, se il mondo greco presentava una riflessione filosofica il cui vertice era la filosofia dell’essere, il traduttore di Es 3,13-15 crede di poter vedere qui una anticipazione di tale filosofia , anzi una rivelazione risalente all’epoca mosaica. Pertanto rende il “Io sono colui che sono” con “Io sono l’Essere /l’Essente” (egò eimì ‘o oi’).

Agli inizi del ‘900 il Catechismo di Pio X presentava il primo articolo in termini evocanti l’antica visione della LXX: “Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”. […]

Pascal aveva visto giusto quando si era fatto cucire , all’interno del mantello la frase: “Fuoco. Dio di Abramo, Dio di Giacobbe e non dei filosofi e dei sapienti…”»

Recentemente un filosofo francese, molto vicino al tema della trascendenza, J. L Marion ha scritto un libro dal titolo: “Dio senza Essere“. Se si considera Dio come appartenente all’Essere lo trasformiamo in un Ente supremo, un mega-ente e comunque qualitativamente appartenente alla categoria degli enti. E prima o poi arriviamo al Motore Immobile; un dio immutabile, impassibile, impersonale che, come già detto, non ha nulla a che fare con il Dio crocifisso.

Ma è proprio lì, ai piedi della croce che scopriamo la vera qualità di Dio: il totalmente altro.