Lettura 15 Es 3,8 Chi è il liberatore?
Es 3,8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».
In questi versetti troviamo alcune cose che non tornano. Il v 9 è quasi una ripetizione del v 7 visto nella lettura precedente e il v8 è in contraddizione con il v 10. Nel v 8 è Dio che “scende” per liberare il “mio popolo” mentre nel v10 è Mosè ad essere “mandato” a liberarlo. E che ci sia di mezzo Mosè è indubbio perché poi il testo prosegue elencando le cinque obiezioni che Mosè oppone all’essere mandato.
1- non ha autorità “…chi sono io per andare da faraone…” 3,12
2- non conosce il nome del Dio che lo manda 3,13
3- è sicuro che quelli della sua gente non lo ascolteranno”… non crederanno e non ascolteranno la mia voce…” 4,1
4- non sa parlare 4,10
5- ci sono altri più bravi di lui: “Perdonami Signore, manda chi vuoi mandare”. Allora la collera del Signore… 4,13
Come avevamo già detto è un dialogo non tanto sereno se poi alla fine Dio si incollerisce.
Quindi Mosè è dentro fino al collo: il suo compito di liberatore è chiarissimo.
Tuttavia il v8 dice “Sono sceso per liberarlo…” Come mai?
Questo versetto 8, appartiene alla tradizione J, iniziale di JHWH, che è la tradizione più antica, mentre il v10 appartiene alla tradizione E, iniziale di Elohim (Dio), una tradizione di qualche secolo successivo.
Questa seconda tradizione è preoccupata di salvaguardare la “trascendenza” di Dio che non potrebbe compromettersi con le vicende umane per cui interpone tra Lui l’umanità un mediatore, Mosè, appunto.
Al contrario la più antica non si pone il problema di un rapporto diretto di Dio con l’uomo: le va benissimo.
In prima battuta dovrebbe sorprenderci che le due tradizioni siano state lasciate senza articolazioni.
D’altra parte i vari agiografi, redattori e copisti successivi erano “ispirati” e allora bisogna trovare un senso a questa “contraddizione”.
Forse possiamo dire che è fuori discussione che il nostro Dio sia trascendente, ma è altrettanto fuori discussione che il nostro Dio sia il “Dio vicino”. Infatti a Mosè dichiara: “Io sarò con te“, v12.
Dunque Mosè non è solo nello svolgere l’opera che gli è stata affidata.
Allora possiamo concludere che il nostro Dio è trascendente nell’essere vicino.
Una realtà impensabile per il dio o gli dèi dei filosofi!
D’altra parte basta ricordare il Bambino di Betlemme, il Crocifisso, l’Eucaristia, cioè il Mistero dell’Incarnazione.
Allora se Dio è così qual è il ruolo di Mosè?
Negli anni ’50 girava un film intitolato “Dio ha bisogno degli uomini“. Un modo un po’ brutale per dire che Dio non vuole, salvare l’uomo senza l’uomo. Ovvero Dio non vuole salvare te senza di te. Dio vuole l’uomo come partner.
Il fatalismo attendista che sbatte tutto sulle spalle di Dio non ha che fare con il cristianesimo!
Avevamo scritto nella lettura 6 che il nostro Dio anche quando decide di sfamare 5000 persone chiede l’aiuto di un ragazzino che gli dia «cinque pani e due pesci...» (Mt 14,17e paralleli).
Allora possiamo concludere che Dio “ha bisogno” di Mosè?
Un altro tema appare intrigante. I popoli che abitavano in Canaan, nominati al v 8 sono sei, un numero che indica imperfezione, mancanza. La completezza si ottiene con il sette. Se è così ai sei popoli ne manca uno: Israele.
Ma la perfezione si avrebbe anche con l’eliminazione dei sei e ne rimarrebbe solo uno: Israele.
Si apre così una pista di ricerca: quale è stato il rapporto storico di Israele con i popoli cananei? Assimilazione, multiculturalismo, eliminazione, guerra santa?
Un problema che oggi interpella anche noi.