Lettura 13 Es 3, 7 L’impatto nella cultura epocale

Es 3,7 «Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e farlo uscire…»

Noi non siamo in grado di cogliere la novità assoluta contenuta in queste parole perché sappiamo e diamo per scontato che Dio si faccia carico dei deboli, dei poveri, dei sofferenti, dei falliti, ecc. ma l'”orizzonte simbolico” di riferimento nel 1200 a. C. era decisamente diverso.

Oggi siamo in grado di conoscerlo con buona approssimazione, perché alla fine degli anni 60 alcuni ritrovamenti archeologici hanno permesso di ricostruire fedelmente i miti di Atrahasis e di Enuma Elish che, si può dire, stavano alla base di quell’orizzonte.

Questi miti, con lievi varianti erano presenti in tutte le culture della Mezzaluna Fertile, quell’area che comprende: Mesopotamia, Siria, Palestina ed Egitto.

Vediamoli sinteticamente senza distinguere l’uno dall’altro e solo per la parte che ci interessa.

Essi raccontano che all’origine esiste solo il mondo degli dèi che sono divisi in due gruppi: gli dèi superiori che vivono tranquillamente nella penombra e nella pace dei templi; poi un secondo gruppo, gli dei minori, ai quali tocca svolgere tutti i lavori dei campi: scavare e tenere puliti i canali di irrigazione (si intravede il mondo mesopotamico e nilotico), dissodare, arare, seminare, zappare, ecc. quindi portare i frutti agli dèi maggiori i quali non fanno assolutamente nulla se non riposare.

Ad un certo punto gli dèi minori, stanchi per l’enorme fatica senza riposo e senza fine, si ribellano e scoppia una terribile guerra intradivina che finisce con la vittoria di Marduk, il dio babilonese e il più grande degli dei maggiori.

L’intervento della dea Madre riporta la pace nel mondo divino mediante un nuovo assestamento. Con il sangue del capo dei ribelli, il dio Qingu, mescolato alla terra viene creata l’umanità che sostituisce gli dèi minori nelle loro fatiche. In questo modo dèi maggiori e dèi minori possono starsene tranquilli nel silenzio dei templi mentre gli uomini assicurano loro il cibo e tutto quanto serve.

In questo racconto emerge che il lavoro degli uomini è chiaramente un lavoro da schiavi, una sorta di maledizione, senza alcuna possibile via d’uscita perché proprio per lavorare sono stati creati e lavorare senza fine è il loro destino e la loro natura.

Passando ora al piano sociologico possiamo affermare che miti di questo genere e la teologia sottesa, assicurano la stratificazione sociale, cioè la rigida divisioni delle classi e la sua la stabilità nel tempo.

Se poi pensiamo che il faraone è un dio, allora lui, i suoi ministri, i cortigiani, l’esercito e tutta la struttura statuale possono garantirsi una stabilità istituzionale che nessuno può scalfire.

Allo schiavo possono sempre dire: tu sei così e devi fare così perché per questo sei nato e questo è il volere degli dèi. Una terribile giustificazione teologica! Che con Dio non ha nulla a che fare. Anzi, è diabolica!

È la religione che diventa oppio e avrebbe ragione Schopenhauer a sostenere che l’uomo proietta nel mondo divino le sue strutture.

L’intervento del nostro Dio ribalta radicalmente il discorso: Lui è contro tutti coloro che opprimono perché Lui sta a difesa degli schiavi, dei miseri, etc.

La cosa ha avuto successo? Non del tutto se 1200 anni dopo dobbiamo registrare questo dialogo di fronte ad un cieco nato: «”Maestro, ha peccato lui o i suoi genitori?”. Né lui né il suoi genitori…» (Gv 9)A

Anche la Rivelazione di Dio fa fatica ad affermarsi proprio perché Lui “propone” il suo bene, ma non lo “impone”.

Posta questa premessa passiamo ad esaminare il versetto in dettaglio.