Lettura 12 1Re 19,9 – 12 All’Oreb / Sinai, seconda parte

Alla risposta, lamentazione di Elia, Dio non dà spiegazioni, ma cambia discorso. Ci sono realtà che non possono essere spiegate con parole, possono soltanto essere sperimentate.

1Re 19,11 «Gli disse: «Esci e stai sul monte davanti a JHWH». Ecco, JHWH passò. Ci fu un vento [ruah] impetuoso e gagliarda da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore,

ma JHWH vento no.

Dopo il vento ci fu un terremoto, ma JHWH terremoto no.

12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, JHWH fuoco no.

Dopo il fuoco ci fu qol demamah daqqah – voce di silenzio svuotato».

Non possiamo fare a meno di rilevare l’estrema sinteticità del testo che si esprime in modo icasticamente stringato.

Pensiamo a quello che scriverebbe un giornalista di oggi dopo avere visto passare un presidente qualsiasi.

Qui, in poche parole viene espresso tutto il contenuto della fede dei Padri e condannata categoricamente ogni forma di idolatria.

Notiamo che sono portati in scena tre elementi cosmici: vento, terra e fuoco. Essi erano considerati dai popoli antichi manifestazioni delle divinità o dèi essi stessi.

Ad esempio nella religione greca, da cui deriva parte del nostro orizzonte simbolico, Giove il dio supremo, lanciava il suo fuoco in forma di fulmini che distruggevano tutto quello che incontravano nel loro cammino.

Il dio Vulcano abitava le profondità della terra e di tanto in tanto provocava terremoti che radevano al suolo, case, palazzi seppellendo uomini, animali e cose.

Eolo era il dio dei venti in perenne conflitto con Nettuno, Dio del mare, che scatenavano tempeste capaci di sballottare le navi come palline da pingpong.

Tutto questo dal nostro testo viene lapidariamente azzerato:

«JHWH FUOCO NO JHWH TERREMOTO NO»

Anche il vento è trattato nello stesso modo, ma richiede qualche specificazione perché esso può essere benevolo quando spinge le navi sul mare o porta le nubi cariche di pioggia che dissetano la terra, ma può anche essere distruttivo come nel nostro brano che letteralmente recita:

«Vento (ruah) grande (gadolah) e impetuoso da scuotere le montagne e spaccare le pietre...»

L’aggettivo “grande” nel testo è femminile “gadolah” mentre sarebbe maschile se fosse “gadol”, ma in italiano questa differenza viene perduta perché “grande” è immutabile; per conservare qualcosa dell’originale dobbiamo usare un aggettivo maschile e uno femminile che rendiamo con: “Vento impetuoso e gagliarda...”

È ovvio che l’occhiuto esegeta della modernità segna immediatamente come errore di un copista l’applicazione di un aggettivo maschile e un altro femminile allo stesso sostantivo.

In realtà “ruah” è usato tanto al maschile che al femminile, ma in questo caso i due aggettivi di genere diverso, in tensione tra di loro, vogliono suggerire al lettore implicito che qui si trova di fronte ad un esperienza mistica.

Anche perché un vento che sradica alberi, scoperchia tetti, ecc. fa parte dell’esperienza corrente pur se, fortunatamente, poco frequente, ma un vento che fa tremare le montagne e spacca le rocce è del tutto estraneo alla nostra esperienza.

Ora, benché il vento di cui Elia è spettatore sia così fuori del comune, egli non riconosce in esso niente di divino per cui anche per il vento vale:

«JHWH VENTO NO»

Dio non si presenta in alcuna di queste manifestazioni cosmiche

Dio si manifesta ad Elia solo come:

«QOL DEMAMAH DAQQAH VOCE DI SILENZIO SVUOTATO»

Infatti solo a questo punto Elia riconosce la presenza di JHWH.

v13 «Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello v19, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.»

Notiamo bene: Elia non vede niente, Elia “udì” dice il testo… Ode una “voce di silenzio…”.

Ma che tipo di conoscenza è questa, se Elia si copre il volto con il mantello? perché in questo modo non c’è niente da vedere.

Quella di Elia è un esperienza interiore profonda che non ha più bisogno degli occhi, del tatto, ecc.

Per comprenderne qualcosa bisognerebbe entrare nel mondo di coloro che avendo fatto queste esperienze ne hanno anche scritto: S. Giovanni della Croce, S. Teresa d’Avila e tanti altri. Per uno studio su questo argomento applicato al libretto di Elia, vedi: M. Masson, Elia, l’appello del silenzio, EDB Bologna, 1993.

Per fare un passo in quella direzione si potrebbe, forse, pensare all’amore che una mamma prova per il suo piccolino o quello che provi quando pensi al tuo moroso o alla tua morosa…

Lo senti, ti basta e hai capito tutto!