Lettura 11 1Re 19,9 – 12 All’Oreb / Sinai, prima parte

Se abbiamo inteso bene l’ultimo versetto della Lettura precedente, Elia si è messo in viaggio per un altro pellegrinaggio.

In quaranta giorni di cammino (o di prova?) nel deserto egli giunge al monte Oreb, il nome che le tribù del nord di Israele davano al Sinai, considerato il luogo d’origine della fede jahwista che aveva assunto la funzione di santuario.

Abbiamo già fatto cenno a questi pellegrinaggi, riferendoci a G. F. Ravasi, Esodo, Queriniana, nella Lettura 35 del libro di Esodo.

L’Oreb – Sinai è un luogo sacro per eccellenza. È il luogo in cui Mosè ha incontrato Dio che gli ha rivelato il nome dal roveto ardente come narra Es 3. Più tardi ha ricevuto la Legge, le Dieci Parole (Es 19 ss).

È lo stesso luogo in cui, ancora Mosè, ha visto Dio, anche se solo di spalle mentre stava lui “nella caverna”.

In prima battuta riportiamo il testo secondo la traduzione Cei.

1Re 19,9 «Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». 10 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu: qol demamah daqqah / il mormorio di un vento leggero».

Che il problema di questo brano e sicuramente di tutto il libretto di Elia sia la seconda parte del v 12, in grassetto, lo comprendiamo rapidamente osservando alcune sue traduzioni antiche e moderne.

LXX: voce di una brezza leggera;

Vulgata: sibilus aurae tenuis; sibilo di una aura tenue;

Interconfessionale: come un lieve sussurro;

Troviamo anche: una piccola goccia di voce; una brisa tenue; voce di coloro che lodano in segreto

Noi seguiamo la proposta di Masson e Borgonovo cercando di rimanere strettamente fedeli alla letteralità del testo ebraico, spiegando i tre vocaboli problematici: qol, demamah, daqqah

– qol, significa: voce, suono

– demamah è un sostantivo derivato dal verbo: divenire o essere silenzioso, divenire o essere immobile, quindi: calmo, silente, silenzioso, tranquillo, ecc., come in:

Sl 107, 29 «Ridusse la tempesta alla calma, / tacquero i flutti del mare».

Se è così dobbiamo tradurre: “voce di silenzio“, un ossimoro, cioè l’accostamento nella stessa espressione di due termini aventi significati opposti, come: silenzio assordante; ghiaccio bollente, ecc.

E già questo ci fa dire che siamo di fronte a qualcosa di paradossale perché nella realtà quotidiana i due termini non si presentano mai insieme: o silenzio o suono, così come il ghiaccio non può essere bollente!

Il paradosso poi diventa esplosivo se vi aggiungiamo il terzo termine daqqah come aggettivo del secondo.

– daqqah significa: stritolare, macinare, ridurre in polvere e lo spieghiamo con alcuni esempi tratti dalla Bibbia.

Il ritrovamento della manna nel deserto viene descritta usando due volte il nostro vocabolo:

Es 16,14 «Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra».

Più illuminati sono i sogni delle vacche grasse / magre e delle spighe piene / svuotate che Faraone chiede a Giuseppe di interpretare:

Gn 41, 19 «Ed ecco sette altre vacche salirono dopo quelle, deboli, brutte di forma e magre / daqqah: non ne vidi mai di così brutte in tutto il paese d’Egitto. 20 Le vacche magre daqqah e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse. […]

23 Ma ecco sette spighe secche, vuote/ daqqah e arse dal vento d’oriente, spuntavano dopo quelle. 24 Le spighe vuote daqqah inghiottirono le sette spighe belle».

Allora possiamo dire che siamo in presenza di un silenzio non tanto sottile o tenue, ma polverizzato, stritolato, svuotato; possiamo pensarlo come esito di una ricerca, di una preghiera lungamente ripetuta, masticata, biascicata…

Ora, se tutto questo riguarda la teofania a Elia, dobbiamo mantenere i termini il più possibile vicini alla forma originaria perché abbiamo a che fare con un’espressione mistica; e di fronte alla mistica il linguaggio non possiede vocaboli adeguati a comunicarla.

Tentiamo di fare la nostra riflessione seguendo una traduzione il più vicino al testo ebraico

1Re 19,9 «Ivi entrò nella caverna per passarvi la notte, ed ecco una parola di JHWH per lui: «Cosa tu qui, Elia?».

10 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per JHWH Dio Zevaot, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di rapirmi la vita».

11 Gli fu detto: «Esci e stai sul monte davanti a JHWH». Ecco, JHWH passò. Ci fu un vento [ruah] impetuoso e gagliarda da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma JHWH vento no.

Dopo il vento ci fu un terremoto, ma JHWH terremoto no.

12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, JHWH fuoco no.

Dopo il fuoco ci fu qol demamah daqqah – voce di silenzio svuotato».

1- Elia entra “nella” caverna, non in “una” caverna; si tratta della caverna che tutti conoscono. È la stessa caverna della teofania sperimentata da Mosè diventata poi un santuario (Vedi letture di Esodo 57, 58, 59).

2- Nel racconto troviamo due elementi essenziali e primordiali: la caverna e la notte.

La caverna è un luogo primordiale inserito dentro la Madre Terra, una sorta di utero originario, all’interno del quale l’uomo ritorna piccolo e si sente protetto anche dalla luce violenta del giorno.

È la prima casa dell’uomo quando ha abbandonato gli spazi ampi e pericolosi della foresta, della savana e del deserto.

Pensiamo a quanti nostri luoghi sacri sono ospitati dentro una grotta a partire da Lourdes, Cornabusa, Pietra di Bismantova, ecc… e forse erano considerati sacri già prima che fossero adottati dal culto cristiano.

Questa esperienza di Elia avviene di notte quando i sensi sono azzerati e il buio favorisce o costringe alla concentrazione su di sé, la riflessione sul proprio essere, sul proprio destino e il mondo diventa qualcosa lontano che incute timore, ma la grotta offre una sorta di guscio protettivo. Non possiamo escludere neanche la sensazione di protezione del bambino all’interno dell’utero materno.

La domanda di Dio ad Elia: «Cosa tu qui, Elia?» implica due aspetti importanti.

1- Il riconoscimento da parte di Dio della sacralità di quel luogo

2- La smentita dei vari giuramenti di Elia fatti nei capitoli precedenti: “per la vita di JHWH alla cui presenza io sto” perché sembra che Dio se lo trovi davanti per la prima volta.

D’altra parte per accedere ad un luogo sacro sono necessarie pratiche di purificazione delle quali il testo non fa cenno. È un tema che abbiamo trattato nella

Lettura 46 del libro di Esodo.

La risposta di Elia è una breve sintesi di tutto quello che lui ha fatto per JHWH fino alla crisi di Bersabea:

Sono rimasto solo io“.

1- Qui il lettore implicito dovrebbe ricordarsi di Abdia, il primo ministro del Regno, che nascondeva i profeti di JHWH sotto il naso del re e continuava a fornire loro il cibo.

2- Nella parte finale di questa risposta possiamo cogliere un velato rimprovero, un lamento di Elia verso Dio o meglio, alla sua immagine di Dio. Lamento del tipo: “io ho combattuto per Te facendo fuori i tuoi nemici, ma poi, perseguitato, Tu, “Dio degli eserciti”, non ha combattuto per me… e allora non capisco più che Dio sei”.

Ma la domanda di Elia non è anche quella del lettore implicito?, cioè la nostra?