Lettura 10 1Re 19,3b-8 Ancora Bersabea
Il pellegrinaggio a Bersabea è stato un fallimento. Elia non ha ricevuto alcuna “Parola”. Nessuna “benedizione”! Dio è rimasto del tutto in “silenzio”. Ma il racconto prosegue sempre in modo sibillino e cerchiamo di comprendere la seconda scena.
1Re 19,3a «Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo.
4 Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra [ginepro]. Desideroso di morire, disse: «Troppo grande JHWH! [Cei: Ora basta, Signore!] Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri».
Il gesto di inoltrarsi per una giornata di cammino nel deserto a chi vive dalle nostre parti non dice nulla, ma per chi conosce la vita del deserto sa bene che camminare per un giorno in quel luogo senz’acqua, perché questo è il senso di “lasciò il suo ragazzo”, vuol dire non riuscire più a tornare indietro. È un modo per suicidarsi.
Allora dobbiamo indagare quali possono essere le motivazioni per cui Elia tenta questo gesto estremo.
Possiamo pensare che sia disperato; ha giocato tutta la sua vita nel rapporto con Dio e adesso viene piantato in asso.
Oppure con questo gesto intende costringere Dio ad intervenire e se è così la sua teologia non è tanto diversa da quella dei profeti di Baal che si ferivano, come abbiamo visto nella Lettura 7.
In realtà non potremo mai sapere cosa pensasse Elia, ma abbiamo un parallelo biblico che ci permette di cogliere meglio il senso di questa scena.
Abbiamo già avuto modo di dire che la Bibbia contiene poche figure che di tanto in tanto riprende e approfondisce.
Il racconto cui ci riferiamo riguarda il fanciullo Ismaele.
L’antefatto: Dio aveva promesso ad Abramo una discendenza numerosa, ma, già avanti negli anni, l’erede non arrivava. Allora la moglie Sara concede ad Abramo di unirsi alla di lei schiava, Agar (una specie di utero in affitto di quei tempi) e così nasce Ismaele che dovrebbe diventare l’erede futuro. Poiché il figlio della schiava appartiene alla padrona, Ismaele risulta legalmente figlio di Abramo e di Sara. Tutto questo è raccontato in Gn 16, che è opportuno leggere.
Poi a distanza di tempo in modo miracoloso nasce Isacco e la presenza di Ismaele diventa problematica.
Gn 21,8 «Il bambino (Isacco) crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. 9 Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. 10 Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». 11 La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. 12 Ma Dio disse ad Abramo: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. 13 Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole». 14 Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. 15 Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio 16 e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. 17 Ma Dio udì la voce del fanciullo e un messaggero di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. 18 Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione». 19 Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo. 20 E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. 21 Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto».
Osserviamo le similitudini:
Il luogo di partenza sia per Elia che per Ismaele è Bersabea.
Elia è cacciato da Israele per il volere di una regina, esattamente Gezabele. Ismaele è allontanato da Abramo e la sua gente per il volere di Sara, nome che significa: principessa / regina.
La scena per entrambi avviene nel deserto di Bersabea sotto un cespuglio.
Ismaele si lamenta: «…il fanciullo alzò la voce e pianse, ma Dio udì la sua voce…».
Notiamo che Ismaele vuol dire: shemah-El : “El ascolta” come viene spiegato in Gn 16,11. “El” è uno degli antichi nomi di JHWH, quindi: “Dio ascolta” .
Anche Elia esprime una lamentazione: «… prendi la mia vita perché non sono migliore di…».
L’eroe di JHWH che ha fatto tutto quello abbiamo visto adesso si è arreso e addirittura preferisce morire.
Anche per Elia entra in scena un messaggero di JHWH. Tra [] riportiamo la traduzione Cei.
1Re19,5 «Si coricò e si addormentò sotto la ginestra [ginepro]. Allora, ecco un messaggero [angelo] lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». 6 Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.
7 Venne di nuovo il messaggero di JHWH [l’angelo del Signore], lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo grande [lungo] per te il cammino».
8 Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb».
Era stato un “messaggero” l’inviato della Regina Gezabele v2.
È un messaggero quello che sveglia Elia la prima volta e può essere un messaggero generico, uno che passava di lì ed ha avuto pietà e infatti non viene riconosciuto.
È un “messaggero di JHWH” quello che lo sveglia la seconda volta; adesso Elia riconosce in quel messaggero un inviato di Dio.
Tradurre con “angelo” è sbagliato perché sin dall’inizio ci orienta in modo predefinito, perché per noi “angelo” non è semplice “messaggero”, ma un’altra cosa. In ebraico il termine è sempre “malàk”, in greco è sempre “angelon” che vuol dire “messaggero” e noi abbiamo importato il termine “angelo” esclusivamente con il significato di “creatura mandata da Dio”.
v6 – Abbiamo «una focaccia cotta su pietre roventi» esattamente come la “focaccia” della vedova di Zarepta.
A Zarepta era stata voluta da Elia con prepotenza, qui Elia non chiede nulla, ma è Dio che gliela fa trovare gratuitamente.
v7- La seconda volta è il “messaggero di JHWH” che dice «troppo grande».
Ma cosa è troppo grande?
La strada da percorrere fino all’Oreb?
La strada spirituale che deve far giungere ad una nuova conoscenza del suo Dio?
Questo brano si trova come prima Lettura in alcune messe con chiaro riferimento all’Eucaristia, ma se si accentuano eccessivamente le parole “…con la forza datagli da quel cibo…” si rischia di ridurlo ad un gesto magico se non si evidenzia che il dono del pane è accompagnato dalle “parole” dette dal “messaggero di JHWH”. Esattamente come accade per l’Eucaristia che viene significata da quello che Gesù compie nei giorni successive: passione, morte e risurrezione.
Qui c’è anche il richiamo dalla manna del deserto di Esodo, anche perché poi seguono i quaranta giorni e le quaranta notti che rimandano, a loro volta, al cammino di Israele nel deserto durato quarant’anni.
Quaranta è il numero simbolico che indica il tempo necessario perché avvenga un cambiamento. Allora anche Elia dovrà cambiare?
v8- Intanto presso quella ginestra riceve un messaggio che lo stravolge: egli è importante agli occhi di Dio quanto Ismaele, quanto Mosè e il popolo nel pellegrinaggio dall’Egitto alla Terra, dalla schiavitù alla libertà.
Allora è forza data da quella focaccia cibo o dalla scoperta che la relazione con Dio sussiste ancora?
Però Elia deve fare un altro passo: deve capire che JHWH non è solo un Dio vincente che si occupa dei suoi nelle situazioni estreme, ma è anche un Dio trascendente, un Dio totalmente altro.
Ma prima deve arrivare all’Oreb.