Lettura 10 – 11 Es 3,4-5 L’inizio del dialogo
Es 3,4 «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».
Il dialogo con Dio sembra iniziare nel migliore dei modi.
«Il Signore vide che si era avvicinato e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose (disse): “Eccomi!”. (Es 3,4).
Se uno risponde “eccomi” vuol dire che è disponibile verso Colui che l’ha chiamato, ma…
Invece inizia un lungo dialogo in cui viene usato sette volte il verbo “mandare”: vv 10; 12; 13; 14; 15; 20. In 20 è usato due volte perché in ebraico è: «Allora “manderò” la mia mano e colpirò l’Egitto con ciascuno dei miei prodigi che farò in mezzo a loro e dopo vi “manderà” via». Non “braccio teso” ma “manderò la mano” che significa mandare qualcosa di Dio che però non è Dio stesso. Probabilmente perché un redattore ha voluto salvaguardare la trascendenza di Dio. Sette volte il verbo mandare indica una completezza del mandare.
Poi nell’insieme del dialogo, se stiamo all’originale perché la traduzione è sempre ossessionata dalla paura delle ripetizioni, troviamo 21 volte il verbo “dire”, cioè 7 x 3 che significa una completezza perfetta, quindi un dialogo ben strutturato o riuscito.
Un “dialogo” il cui significato è “mandare” da parte di Dio.
Ma Mosè non fa salti di gioia, anzi le inventa tutte per tirarsi indietro.
Infatti quel dialogo sembra assumere toni di discussione e addirittura di contesa. Dio fa fatica a “mandare” il suo interlocutore, che resta sempre recalcitrante. Come per dire: “Stavo tanto bene con le mie pecore, con questi madianiti che mi hanno accolto, con mia moglie, con mio figlio e adesso mi tocca andare da quelli là: gli egiziani che vogliono farmi fuori perché mi considerano un traditore e gli ebrei che non mi riconoscono come uno di loro”.
Già, ma gli altri “mandati” o inviati come i profeti che vengono tutti dopo, come si comporteranno?
Vediamone alcuni.
Isaia 6,1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. […] 5 E dissi: «Ohimé! Io sono perduto, / perché un uomo dalle labbra impure io sono /e in mezzo a un popolo /dalle labbra impure io abito; / eppure i miei occhi hanno visto / il re, il Signore degli eserciti». /6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7 Egli mi toccò la bocca e mi disse: / «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità / e il tuo peccato è espiato».
Isaia è uno dei grandi profeti e vive nell’ottavo secolo a. C., fa parte della classe sacerdotale di Gerusalemme: la sua obiezione all’essere “mandato” riguarda i suoi peccati, ma Dio provvede a purificarlo. Così è pronto per la sua “missione” (voce del verbo “mandare”). Finirà martire segato in due.
Geremia 1,4 «Mi fu rivolta la parola del Signore: / 5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, / prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; / ti ho stabilito profeta delle nazioni». / 6 Risposi: Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, / perché sono giovane». / 7 Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, / ma va’ da coloro a cui ti manderò / e annunzia ciò che io ti ordinerò. / 8 Non temerli, / perché io sono con te per proteggerti».
Geremia vive a cavallo della caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 585 a C. Non è specificato il luogo della sua rivelazione, ma Dio aveva già predisposto tutto ancora prima che nascesse; non viene in mente Mosè e il cesto-arca nel Nilo?
La sua obiezione ad essere “mandato” è “sono giovane” e “non so parlare“; quest’ultima è anche un’obiezione di Mosè. E Dio aggiunge: «Io sono con te» che è la stessa assicurazione data a Mosè. E su questo ci dovremo ritornare.
Però arrivato ad un certo punto della sua “missione” (voce del verbo “mandare”), visto come vanno le cose, Geremia arriva a paragonare Dio ad un seduttore.
Ger 20,7 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; / mi hai fatto forza e hai prevalso. / Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; / ognuno si fa beffe di me. /8 Quando parlo, devo gridare, / devo proclamare: Violenza! Oppressione!». / Così la parola del Signore è diventata per me / motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
Geremia resterà a Gerusalemme fino alla sua caduta. Le ultime notizie lo trovano tra i profughi diretti in Egitto.
Che dire poi di Osea, del nono secolo a C che viene invitato da Dio a sposare una prostituta per sottolineare come Israele ha abbandonato Dio prostituendosi agli idoli. (Presso i popoli vicini esistevano i riti della prostituzione sacra). Il testo non lo dice ma si può immaginare con quale spirito Osea abbia obbedito a questo comando e come possa avere risposto a questo invito.
Os 1, 2 «Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: / «Va’, prenditi in moglie una prostituta / e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi /allontanandosi dal Signore».3 Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio. 4 E il Signore disse a Osea:«Chiamalo Izreèl, perché tra poco / vendicherò il sangue di Izreèl sulla casa di Ieu / e porrò fine al regno della casa d’Israele».
Allora possiamo dire che le obiezioni di Mosè all’essere “mandato” è una figura che si ripete lungo tutta la narrazione biblica.
Ce ne sarà una sola che dice subito “sì” e se fa una domanda il suo significato è: «allora cosa devo fare?».
Ma questa è Maria. E non è un’altra storia!