Lettura 1 1Re 17,1 Il Personaggio Elia e la sua (?) profezia
Il libretto di Elia: Qol Demamah Daqqah – voce di silenzio svuotato
Premessa
Un autore serio scrive pensando ai suoi lettori e adatta la narrazione e il linguaggio ai suoi lontani interlocutori che gli studiosi chiamano sinteticamente “lettori impliciti”.
Anche la Bibbia suppone un lettore implicito, le caratteristiche del quale possono apparire differenti a seconda del genere letterario, della storia delle tradizioni, delle varie redazioni, ecc. (vedi in Glosse, nota esegetica 4).
Il “libretto di Elia” esige un lettore implicito molto attento e critico.
“Critico” non vuol dire “demolitore”, ma capace di dare giudizi riflessi e meditati perché, certo, la Bibbia è Parola di Dio, ma “Parola” che acquista il significato e valore nel suo insieme o, meglio, nella sua unità.
Una frase estrapolata dal suo contesto può trasformare una Parola di Dio in una parola contro Dio.
Maestro di questo genere di estrapolazione e interpretazione distorta è Satana come raccontano le tentazioni di Gesù nel deserto (Mt 4,1-11 e paralleli). Satana è un buon conoscitore della Bibbia, ma la usa in modo distorto,
La lettura del “libretto di Elia” richiede appunto di verificare passo passo quando il testo è parola che viene da Dio e quando non viene da Lui.
I personaggi principali sono Elia e il suo Dio che, però è sempre fuori campo anche se è coprotagonista e regista. Gli altri personaggi, anche se hanno nomi diversi, potremmo essere noi; i loro dubbi, le loro domande sono le nostre oppure… oppure, perché no, potremmo identificarci con lo stesso Elia.
Nota bene, diciamo: “Libretto di Elia” perché nella Bibbia non esiste un libro di Elia, la vicenda di Elia si trova a cavallo di 1Re e 2 Re e tuttavia ha delle caratteristiche particolari che lo staccano dai due libri citati.
Iniziamo dal primo versetto che già di per sé ci sorprende:
1Re 17,1«Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita di JHWH, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io».
Elia compare improvvisamente: non c’è una presentazione, non c’è un racconto di vocazione, non c’è il nome del padre, ma solo il luogo di provenienza: Tisbe di Galaad.
Improvvisa è la sua apparizione come improvvisa sarà la sua scomparsa alla fine del racconto.
Chi è questo Elia? È un profeta? È un ciarlatano? È un uomo di Dio o un furbastro? Il lettore deve riflettere e rispondersi. Il libretto di Elia, come abbiamo detto, è fatto per pensare perché se lo si prende alla lettera si rischia di non comprenderlo.
Elia si rivolge direttamente ad Acab, re d’Israele, come fosse un uomo di Dio, ma non c’è la formula del messaggero come: “Dice il Signore” oppure “Così dice JHWH” o anche “Oracolo del Signore“.
Ci dovrebbe sorprendere anche la chiusura della profezia: “fino a quando lo dirò io“, ma “io” chi? Io, io o io JHWH?
Però uno che esprime un giuramento a riguardo della sua profezia con quel giuramento: “sulla vita del Signore alla cui presenza io sto“, beh, con uno che sta lì alla presenza del Signore c’è poco da scherzare, però… però nel libro di Esodo non abbiamo mai trovato un’espressione del genere. Quattro volte si trova, in forma di preghiera la frase di Mosè: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi“, ma è un’affermazione che originariamente parte da Dio che gli aveva rivelato: “Tu (Mosè) hai trovato grazia ai miei occhi“.
Infatti nessuno può essere sicuro di essere ammesso alla presenza di Dio se non è Dio stesso che glielo rivela.
Per esempio, in una anafora, la preghiera del Canone della Messa, il celebrante rivolto al Padre dice:”… Tu che ci hai resi degni di essere ammessi alla tua presenza…” perché si ritiene che solo Dio può ammettere qualcuno alla sua presenza.
È una affermazione sconvolgente perché vuol dire che uno che è lì a Messa, qualunque sia la sua situazione morale, fisica, politica, etnica, culturale, ecc., per il semplice fatto di essere lì, è degno di essere ammesso alla presenza di Dio perché questa è opera Sua. Non sono io che mi rendo degno, ma è Dio che mi rende tale, che mi “fa trovare grazia ai suoi occhi“.
Così, nel nostro testo, Elia si rivolge a re Acab senza preamboli giustificando il suo comportamento con il fatto che lui (Elia) sta alla presenza di Dio. Si vede che ha un rapporto con Dio ancor più diretto che quello di Mosè.
D’altra parte, tutti sanno che Dio fa quello che vuole: “come i cieli sono distanti dalla terra così i Miei pensieri sono distanti dai vostri” e nei Vangeli si dice che “raccoglie dove non ha seminato“.
Si vede che Elia ha un filo rosso diretto con Dio.
E comunque uno che parla così ha una fede che può fare qualunque cosa… molto di più che trasportare le montagne!
Ce ne fossero di uomini con una fede simile!