I Padri della Chiesa – 3 I grandi periodi storici della Patristica

Le origini (fino a Nicea 325 d.C.): quando il cristianesimo impara a stare dentro la storia

La Patristica viene spesso presentata come una successione di nomi, di dispute teologiche, di concili, quasi rappresentasse anzitutto una biblioteca. In realtà, i Padri della Chiesa hanno dato vita a grandi periodi storici. La loro complessa vicenda parla di un cristianesimo che prende lentamente coscienza di sé. Intanto, cresce. Passa indomito attraverso mondi che cambiano. Vive persecuzioni, eresie, crolli dell’Impero, incontri con culture possenti. Ecco, la Patristica porta sulla scena del mondo il lento nascere di una civiltà nuova. Alla storia della teologia collega la storia di una anima che impara a respirare dentro la storia senza lasciarsi divorare dalla storia.

Il primo periodo parte quello delle origini e arriva fino al Concilio di Nicea del 325. In questa fase il cristianesimo appare molto segnato dal ministero degli Apostoli. Il passaggio è delicatissimo, anche se a noi questo sfugge. I primi cristiani attendono il ritorno del Signore come imminente. Lo aspettano davvero. Poi il tempo passa. Gli anni scorrono. Cristo non ritorna. E allora la Chiesa comprende lentamente che deve stare dentro la storia, viverla, organizzarsi, parlare agli uomini, abitare il mondo senza appartenere al mondo.

Qui accade qualcosa di grandioso. La fede smette di essere soltanto attesa infuocata e diventa anche costruzione paziente. Nasce il problema del come rapportarsi alla realtà del ministero apostolico, dell’autorità, della liturgia, della trasmissione della fede. Si comprende che il Battesimo non è un gesto isolato ma l’inizio di una vita nuova. L’Eucaristia non è soltanto memoria ma presenza reale capace di plasmare un popolo. In fondo, i Padri delle origini stanno cercando di capire come si possa continuare a vivere di Cristo dentro il tempo, lungo della storia.

Più la seconda venuta del Signore sembra allontanarsi nel tempo, più i cristiani comprendono che il problema decisivo non è scappare dal mondo ma lasciare che Cristo trasformi il mondo dall’interno. Questo cambia tutto. Anche il modo di guardare il lavoro, la ricchezza, il corpo, il dolore, i rapporti con il potere politico. La fede non diventa evasione. Diventa presenza. Una presenza spesso fragile, perseguitata, minoritaria, ma già capace di generare uomini diversi. “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12,2). I Padri sembrano avere continuamente davanti agli occhi queste parole di Paolo.

Qui il cristianesimo si trova stretto tra due mondi. Da una parte quello ebraico, dal quale nasce e dal quale deve lentamente distinguersi senza mai, però, rinnegare le proprie radici. Dall’altra il mondo pagano, immenso, colto, filosofico, politicamente potente. I cristiani comprendono presto che non possono limitarsi a rifiutarlo. Devono confrontarsi con òii. Devono parlarne la lingua. Devono mostrare che la fede non è irrazionalità. Ma soprattutto devono mostrare che Cristo non è una teoria religiosa in più. È invece una vita nuova.

E, qui,  emergono i Padri Apologisti. E leggendo la descrizione di questo periodo si percepisce quasi un cambio di tono. Molti di loro sono convertiti provenienti dal mondo filosofico greco o romano. Hanno conosciuto il platonismo, lo stoicismo, le grandi correnti speculative del tempo. Quando incontrano Cristo non cancellano improvvisamente tutto ciò che erano stati. Cercano piuttosto di capire come la ragione possa diventare alleata della fede. Non per sostituirla. Non per dominarla. Ma per servirla.

Ed è bello vedere come il cristianesimo non distrugga la ragione greca ma la purifichi lentamente. La filosofia cercava la verità. Il cristianesimo annuncia che la Verità è una persona vivente. Cercava il bene supremo. Il cristianesimo annuncia che il Bene ha un volto e una croce. Cercava una via di liberazione. Il cristianesimo annuncia che questa liberazione passa attraverso un Dio che si lascia ferire dagli uomini per salvarli. Sant’Ignazio di Antiochia arriverà a scrivere: “Il mio amore è crocifisso” (Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, VII). Una frase brevissima, quasi spoglia, ma dentro vi è tutto il cristianesimo dei primi secoli.

In questa fase il cristianesimo è costretto a precisare sé stesso perché vengono fuori le grandi eresie. La Gnosi, l’Arianesimo, il Marcionismo, il Donatismo. E quasi sempre le eresie nascono proprio quando si tenta di semplificare il mistero cristiano. Si vuole renderlo più razionale, più accettabile, più spirituale. Ma il cristianesimo continua ostinatamente a difendere una cosa scandalosa: Dio si è fatto uomo davvero. Non apparentemente. Non simbolicamente. Davvero. Con una carne, una storia, una sofferenza, una morte.

Forse è qui uno dei punti decisivi della Patristica. I Padri comprendono che la fede cristiana non può sopravvivere se perde l’Incarnazione. E questo spiega anche la loro lotta continua per definire il Canone della Scrittura, la Regola della Fede, la vera identità di Cristo. In gioco non c’è soltanto una formula teologica. In gioco c’è la stessa realtà di Dio e il suo significato. Perché se Cristo non è veramente uomo allora il dolore umano resta senza redenzione. E se non è veramente Dio allora l’uomo resta prigioniero della morte. Sant’Atanasio lo dirà con parole diventate immense nella tradizione cristiana: “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio” (Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54).

Il momento di massimo splendore (dal 325 d.C. al 431 d.C): quando il cristianesimo cerca il volto profondo dell’uomo

Poi arriva il periodo aureo. Breve, relativamente breve. Però, quanto mai possente. È il tempo di Atanasio, Basilio, Ambrogio, Girolamo, Agostino. E soprattutto è il tempo in cui il cristianesimo smette di vivere solamente in difesa. Ormai è diffuso. Penetra la società. Costruisce cultura. Entra nei grandi dibattiti filosofici e politici dell’Impero.

Ma anche qui non bisogna immaginare una pace tranquilla. Anzi. Le grandi eresie continuano a scuotere la vita della Chiesa. Solo che adesso il confronto si fa ancora più profondo, quasi più drammatico. Non si discute più soltanto contro il paganesimo, che sta all’esterno. Il conflitto raggiunge l’interno stesso del mondo cristiano. E, stranamente, proprio le crisi obbligano il cristianesimo a scendere ancora più in profondità nella conoscenza del mistero di Cristo.

Dentro questo tempo emerge una figura impressionante: Origene. E’ giusto insistere molto su di lui e non casualmente. Origene sembra quasi rappresentare l’ambizione gigantesca del cristianesimo antico: pensare tutto alla luce della Rivelazione. Non soltanto pregare. Non soltanto difendere la fede. Ma comprendere il rapporto tra Dio, l’uomo, la libertà, la Scrittura.

E tuttavia, più si legge Origene, più si capisce che la sua teologia nasce da una fame spirituale. Non da semplice intellettualismo. Lui legge la Scrittura come un uomo assetato. La Bibbia per lui non è un testo morto. È una Presenza. È Dio che continua a parlare. Continua quasi ad incarnarsi dentro le parole.

Colpisce il modo con cui legge la Scrittura. Per lui la Bibbia è corpo, anima e spirito. Non basta fermarsi alla lettera. Ma nemmeno si può saltarla. Bisogna confrontarsi con lei. Penetrarla. Lasciarsi da essa trasformare. La Scrittura non serve soltanto a capire qualcosa. Serve a cambiare qualcuno. Origene scrive: “Beato colui che penetra nel santuario delle Scritture” (Origene, Omelie sul Levitico). E si avverte che per lui leggere la Bibbia significa entrare in un luogo vivo, quasi tremendo.

E forse qui si comprende perché proprio in questo periodo nasca il monachesimo. Il deserto non è odio del mondo. È desiderio di togliere rumore per ascoltare meglio Dio. Antonio Abate si ritira nel deserto perché ha fame di assoluto. E dietro di lui verranno schiere di uomini che cercano silenzio, lotta interiore, purificazione del cuore.

A volte si pensa ai monaci come uomini fuggiti dalla storia. Ma forse è quasi il contrario. I Padri del deserto hanno preso tremendamente sul serio il combattimento spirituale dell’uomo. Hanno capito che il male non è soltanto fuori, nelle persecuzioni o nelle ingiustizie. È dentro il cuore. E che nessuna civiltà può reggersi a lungo se l’uomo interiormente si svuota. “Rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità” (Agostino, De vera religione, XXXIX,72). Anche qui sembra di sentire il cuore della Patristica.

La fine (dal 431 d.C. ai secoli VII/VIII): quando resta soltanto ciò che ha davvero trasformato l’uomo

Per questo tutta la Patristica si presenta nella realtà misteriosa di un cristianesimo sempre ardente. Convinto che Cristo non sia semplicemente qualcuno da studiare ma qualcuno da seguire realmente. Le dispute teologiche nascono sempre da qui. Dietro ogni formula dogmatica c’è una domanda spirituale pungente: chi è davvero Cristo per la vita dell’uomo?

Negli studi dedicati ai grandi periodi storici della Patristica emerge continuamente anche un’altra intuizione fortissima: l’Occidente nasce qui. Dall’incontro tra ragione greca, diritto romano e fede ebraico-cristiana. Questa affermazione oggi può persino sembrare retorica. Basta leggere i Padri per capire che non lo è. Perché essi cercano continuamente di tenere unite cose che l’uomo tende sempre a separare: fede e ragione, corpo e spirito, libertà e verità, contemplazione e storia.

E forse proprio qui sta ancora oggi la loro forza. I Padri non volevano creare uomini semplicemente religiosi. Volevano uomini trasformati. Uomini convertiti dalla presenza di Dio.

Forse è questo che rende la Patristica ancora oggi una realtà inquietante. Quei cristiani dei primi secoli vivevano dentro un mondo spesso ostile, moralmente confuso, religiosamente frammentato, politicamente instabile. Eppure, erano convinti che Cristo risorto fosse realmente capace di rinnovare l’uomo dall’interno.

Noi oggi, forse, facciamo più fatica a crederlo davvero