Lettura 3 Giona 1,3 La fuga
Gio 1,3 «Giona si alzò ma per fuggire a Tarsis lontano da JHWH; scese / yarad a Giaffa, dove trovò una nave che salpava alla volta di Tarsis, pagò il prezzo e scese / yarad sulla nave per andare con loro alla volta di Tarsis lontano da JHWH».
Stiamo ancora riflettendo sulla reazione di Giona alla missione affidatagli da Dio.
La sua resistenza al comando di Dio non è da paragonare a quella di altri profeti che pongono obiezioni ma poi, ad un certo punto, cedono alla richiesta divina.
Mosè oppone a Dio quattro obiezioni:
1a- obiezione => Es 3,11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?».
2a- obiezione => Es 3,13 Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi».
3° obiezione => Es 4,1 Mosè rispose: «Ecco, gli israeliti non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!». 2 Il Signore gli disse: «Che hai in mano?». Rispose: «Un bastone». 3 Riprese: «Gettalo a terra!». Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire.
A questo punto Dio offre a Mosè altri due segni oltre a quello iniziale del roveto ardente: la mano che si copre di lebbra e l’acqua del Nilo che gettata a terra potrà diventare sangue.
4a obiezione => Es4,10 Mosè disse al Signore: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua».
Per saperne di più vedi Libro di Esodo; Lettura 9 e seguenti.
Il profeta Isaia obietta di non essere degno:
Is 6:1 «Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano l’uno all’altro: «Santo, santo, santo è JHWH Zevahot. / Tutta la terra è piena della sua gloria». / 4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi: / «Ohimé! Io sono perduto, / perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo / dalle labbra impure io abito; / eppure i miei occhi hanno visto / il re, JHWH Zevahot».
Il profeta Geremia oppone la sua giovinezza e l’incapacità di parlare:
Ger 1, 4 «Mi fu rivolta la parola di JHWH: 5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, / prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; / ti ho stabilito profeta delle nazioni». / 6 Risposi: «Ahimé, JHWH Dio, ecco io non so parlare, / perché sono giovane». / 7 Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, / ma va’ da coloro a cui ti manderò / e annunzia ciò che io ti ordinerò. / 8 Non temerli, / perché io sono con te per proteggerti». / Oracolo di JHWH».
A distanza di qualche anno, dopo molte vicissitudini si lamenterà con Dio per tutto quello che ha subito e deve continuare a subire. E sono parole durissime:
Ger 20, 7 «Mi hai sedotto, JHWH, e io mi sono lasciato sedurre; / mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; / ognuno si fa beffe di me. / 8 Quando parlo, devo gridare,/ devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». / Così la parola di JHWH è diventata per me / motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. / 9 Mi dicevo: «Non penserò più a Lui, / non parlerò più in suo nome!». / Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa; / mi sforzavo di contenerlo, / ma non potevo».
Se questa è stata la reazione emozionale ed esistenziale di Geremia nel portare al mondo e alla società la Parola di Dio, non diverso può essere stato il tumulto emotivo che si è scatenato nello spirito di Giona.
Indubbiamente dovette avere il cuore lacerato. E come Geremia cerca di «non pensare più a Lui».
Lo possiamo capire da un tratto apparentemente insignificante presente nel versetto in esame: «scese sulla nave con loro». Quel “con loro” indica una forma di associazione che suggerisce una perdita di identità; Giona si confonde con i marinai. La cosa si chiarisce maggiormente al versetto 8:
v8 Gli domandarono: «Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?».
Questo vuol dire che Giona non era stato riconosciuto come “uomo di Dio”. A quei tempi l’abito aveva soprattutto una funzione denotativa: ognuno doveva vestirsi con l’abbigliamento previsto per il proprio mestiere. Nel Medioevo saranno le corporazioni a prescrivere l’abito specifico. Oggi vale solo per i magistrati durante i processi.
Ad esempio, quando il profeta Elia incontra la vedova di Zarepta viene immediatamente riconosciuto come uomo di Dio:
1 Re 17,10 «Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere». 11 Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Prendimi anche un pezzo di pane». 12 Quella rispose: «Per la vita di JHWH tuo Dio, non ho nulla di cotto…». (vedi Libretto di Elia Lettura 4).
In definitiva Giona, pur preso da quel fuoco che gli bruciava dentro, cerca prendere “distanza da JHWH” cancellando ogni traccia che in qualche modo a Lui rimandi, abito compreso.
Ma JHWH è disposto a lasciarsi distanziare dal suo profeta?