Lettura 6 Giona 1,6-12 Il brusco risveglio
Gio 1,6 «E gli si avvicinò il capo dei marinai e gli disse. ” Perché te ne stai a dormire? Alzati (qum) e grida (qarah) al tuo Dio, chissà che pensi in nostro favore e non periamo”».
Questo invito imperioso del capitano della nave dovette scuotere Giona dal profondo del suo torpore perché è retto dagli stessi verbi usati dal comando di Dio nel v. 2 «Alzati … e grida...». Un forte richiamo all’obbedienza della Parola di Dio… per di più fatta da un pagano!
Dobbiamo comunque osservare lo spirito religioso di questi marinai che non esitano a rivolgersi ai loro dèi perché la nave riesca a superare la tempesta.
In altri scritti biblici troveremmo recriminazioni contro “gli dèi falsi e bugiardi” e le relative forme idolatriche. Invece questo redattore sembra cogliere con simpatia le iniziative propiziatorie di queste persone. E ciò mette ancora più in evidenza l’atteggiamento distaccato e indifferente di Giona.
Ma l’iniziativa è ancora dell’equipaggio:
Gio 1,7 «Quindi dissero fra di loro: «Venite, gettiamo le sorti per sapere per colpa di chi ci è capitata questa sciagura». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. 8 Gli domandarono: «Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?». 9 Egli rispose: «Sono Ebreo e JHWH Dio del cielo io temo, il quale ha fatto il mare e la terra asciutta». 10 Quegli uomini furono presi da timore grande (gadol) e gli domandarono: «Che cosa hai fatto?». Quegli uomini infatti erano venuti a sapere che via dalla presenza di JHWH egli fuggiva, perché lo aveva raccontato loro. 11 Essi gli dissero: «Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?». Infatti il mare infuriava sempre più. 12 Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia».
Gettare la sorte o tirare a sorte
Gettare la sorte era un modo normale che gli antichi usavano per rapportarsi agli dèi e anche gli ebrei usavano lo stesso procedimento come risulta ad esempio Gs 7,16ss che abbiamo trattato nella lettura 6 del libretto di Elia.
Timore di Dio.
Non dobbiamo pensare che il timore di Dio così come lo intende Giona e la tradizione ebraico cristiana nel suo insieme, sia la “paura di Dio”. Lo potremmo definire come: senso della preziosità delle cose che riguardano Dio. La mia relazione con Dio è per me così importante che non ne posso più fare a meno, essa vale più della mia vita.
Per renderlo con un’immagine, potremmo pensare alla relazione che hai con la tua morosa o il tuo moroso, diventata per te così importante che hai sempre il “timore” che una tua parola, un tuo gesto, una distrazione la possa rovinare, ferire, compromettere e allora sei sempre in trepidazione perché “temi” di perdere quella cosa così preziosa. Potremmo anche dire: quando senti parlare di “timore di Dio”, guarda il Bambino di Betlemme.
Il “timore grande” che “prende” i marinai, questo sì potrebbe essere “paura di Dio” perché il repertorio corrente del manifestarsi delle divinità in quelle antiche culture è accompagnato da fulmini, terremoti, venti, tempeste ecc. attrezzi che gli dèi usano per sottomettere gli uomini alla loro volontà o, piuttosto, ai loro capricci. La tradizione della Grecia classica ci ha lungamente e approfonditamente istruito in merito a questi strumenti di persuasione.
Se è così allora possiamo comprendere meglio la situazione psicologica e affettiva di Giona che, grazie alla sua disubbidienza e alla sua fuga, ha sospeso o rotto la relazione con il suo Dio.
Il rimedio alla situazione è indicato da Giona stesso: “buttatemi a mare”.
Se tra le ipotesi a riguardo della fuga di Giona avessimo posto quella della viltà, adesso ci renderemmo conto che Giona è tutt’altro che codardo: non esita a farsi buttare a mare per salvare la vita dei marinai.
Oppure è un altro tentativo, questa volta, definitivo per fuggire dalla presenza di Dio.