Nota esegetica 2 Storiografie bibliche
(Estratto sintetico da: G. Borgonovo, Il testo biblico: per un approccio scolastico, SEI, 24-ss; al quale è opportuno riferirsi per un quadro più completo della composizione e struttura della Bibbia).
Nel 1750 Jean Astruc (1750), medico personale di Luigi XV di Francia, (non esegeta, ma medico) ebbe un’idea che modificò pesantemente gli studi biblici. Osservando che in alcuni testi Dio era chiamato Elohim e in altri JHWH (il nome scritto per esteso è Jahwhè, ma l’uso ebraico e cristiano che non vuole pronunciare invano il nome di Dio lo sostituisce con “Signore” come fanno le nostre Bibbie) pensò che ciò fosse dovuto all’accorpamento di due documenti distinti e cercò di separarli ricostruendo i due testi originali. Egli chiamò la prima narrazione Elohista, la seconda Jahwista, termini rimasti nel vocabolario corrente.
Quello che conta è il principio: “esistono dei documenti precedenti che un copista ha messo insieme”. Nasce così la”teoria documentaria”. Su questa pista si sono mossi gli esperti e senza analizzare le vari fasi, arriviamo al 1880 quando la critica riconosce gli studi di J. Wellhausen (1880), il quale dimostra che i documenti originali sono quattro: lo Jahwista (J), l’Elohista (E), il Deuteronomista (D) e il sacerdotale (P), (dal tedesco Priestercodex).
La prosecuzione degli studi e la vivisezione dei testi portò ad individuare altri documenti per cui gli esperti parlavano di J1, J2, J3, o D1, D2, ecc.
Si pensi che un famoso commento di Esodo del 1961 usava sei diversi tipi di caratteri in modo da potere riconoscere subito a quale tradizione appartenesse ogni versetto (G. Azou, Dalla schiavitù al servizio, EDB). Forse si coltivava l’idea che più si andava indietro cercando gli strati più antichi si arrivasse ad una “verità più vera”.
Poi però, si recuperò l’importanza della trasmissione orale dei racconti prima della loro trasformazione in documenti scritti, accreditando loro una maggior antichità. Così la “teoria documentaria” viene in parte abbandonata e si pensa ad una crescita della storiografia antica come tanti strati di tradizione che si sono venuti sedimentando attorno ad un nucleo narrativo più antico e scarno.
Negli ultimi decenni la teoria documentaria è stata messa in crisi, ad esempio, non ha senso parlare di un documento Jahwista ed Elohista, in quanto, per la storia premonarchica, si avrebbero solo materiali frammentari e dispersi, uniti in narrazione solo molto tardi da una mano deuteronomista. Per cui il discorso è alquanto complesso e a noi non interessa più di tanto. Tuttavia ogni storiografia ha delle caratteristiche proprie che possono aiutare la comprensione della Bibbia; ne vediamo alcune.
Storiografia jahwista (J)
L’opera di J è considerata la storiografia più antica e collocata nel periodo davidico-salomonico (X-IX secolo a. C.) e sarebbe un teologo-storiografo della corte gerosolimitana che, partendo dalla creazione (Gn 2,4b ss), voleva dare un fondamento unitario alle tribù unite in un solo regno a seguito delle guerre di Davide, e quindi giustificare l’istituzione monarchica davidica, presentandola come compimento delle promesse e delle benedizioni patriarcali.
Storiografia Elohista (E)
Questa storiografia E è un problema perché al di là delle affermazioni della prima ora è diventato molto forte il dubbio che non debba essere pensata come opera a sé, ma piuttosto da considerarsi come aggiunta o modificazione dello J. Buona parte degli studiosi oggi preferisce parlare di un complemento di J.
L’Elohista si ritrova qua e là nelle narrazioni del Pentateuco e ciò spiegherebbe la difficoltà di definire con precisione il suo arco narrativo. Normalmente viene datato nell’VIII secolo a.C. ed ambientato nel regno del Nord, in quanto riecheggia tematiche della predicazione profetica settentrionale.
Storiografia deuteronomista (D)
L’opera deuteronomista, facilmente decifrabile a livello di vocabolario, di fraseologia e di interessi teologici, è di ampio respiro storico ed è decisiva per la ricostruzione del periodo monarchico.
Il nucleo ideologico generatore lo troviamo nella riforma di Giosia (621a.C.). Viene trovato nel tempio un rotolo della legge (2 Re 22) che era stata dimentica, da cui “Seconda legge: ” deuteros nomos”; la storicità del ritrovamento è molto discussa, ma è verosimile. Sta di fatto che attorno a questa “seconda legge” si forma l’opera teologica del Deuteronomio. Essa subisce revisioni e ampliamenti subito dopo la caduta di Gerusalemme per mano di colui che viene chiamato deuteronomista (sigla dtr).
A partire da questo nucleo teologico, il dtr vuole spiegare il perché della caduta di Gerusalemme e dell’esilio. Per questo rilegge tutta la storia, dall’insediamento nella terra promessa al momento in cui scrive.
Il suo racconto si conclude con l’esilio (585 a. C) e questo dovrebbe essere grosso modo il periodo di composizione. La tesi teologica è il rispetto del primo comandamento (Non avrai altro Dio fuori di me) e la centralizzazione del culto a Gerusalemme. Essa diventa il metro di giudizio per tutto il periodo. Qui sta anche la spiegazione della caduta di Gerusalemme e dell’esilio (2 Re 17,7-41): prima Israele e poi Giuda hanno tradito l’alleanza con JHWH, seguendo altri dèi e costruendo altri santuari oltre a quello di Gerusalemme. Per questo JHWH si adirò molto e si allontanò dal tempio così Gerusalemme potè cadere nelle mani dei nemici (Ez 10,18-22; 11,22-25)
L’opera dtr copre ben sei libri, oltre al Deuteronomio che originariamente fungeva con molta probabilità da introduzione: Giosuè, Giudici, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re.
Storiografia sacerdotale (P)
La mano di questa scuola è facilmente distinguibile a partire dallo stile omogeneo e dagli interessi teologici che la guidano. Al tempo dell’esilio si fa risalire una prima stesura della storia detta “sacerdotale” (in tedesco Priester) proprio a causa dello spiccato interesse per le cose che riguardano il culto, il santuario, la circoncisione, il sabato e le leggi, che permettevano di mantenere la propria identità in un periodo di dispersione e frammistione agli altri popoli.
La caduta della monarchia e la tragedia dell’esilio imponevano la necessità di una rilettura della storia: le promesse e l’alleanza antica sembravano non avere più senso e il popolo era caduto in uno stato di indifferenza e delusione. C’era bisogno di un risorgimento, (cfr. Ez 36-37), che rileggesse la storia passata lasciando cadere quegli aspetti troppo materiali, per ridare fiducia e speranza ad un popolo distrutto.
A partire dalla creazione, P mostra il progressivo svelarsi di Dio: a tutta l’umanità come Elohim (= Dio), ai padri come El Shaddaj (= Dio del deserto o della montagna? Spesso tradotto come Dio onnipotente) e infine a Mosè come JHWH. Da questo momento in poi la “Gloria di Dio”, in ebraico: “Kavod”, abita in mezzo al suo popolo nella “Tenda”: essa diventa il centro della vita del popolo d’Israele e l’accompagna in tutta la sua peregrinazione fino al traguardo della “Terra della promessa”. Un messaggio di grande fiducia e speranza per coloro che, con l’esilio, sembrava avessero perso la terra materiale.
Questa tradizione ebbe ampliamenti di un certo rilievo nel periodo postesilico: fu il momento in cui il gruppo dei sacerdoti rimpatriati a Gerusalemme tentò di ripristinare e organizzare la nuova società teocratica, creando la coscienza di Israele come «popolo santo, nazione di sua conquista, regno di sacerdoti ». Gli ampliamenti riguardano soprattutto la sfera del culto (sacrifici, problemi di purità, il concetto di sacro) e la professione sacerdotale. Ma non mancano sezioni che riguardano la ridistribuzione della terra: sono sezioni che si ritrovano nella parte finale del libro dei Numeri.
Storiografia cronistica
I due libri delle Cronache e i libri di Esdra-Neemia rappresentano un ultimo tentativo storiografico presente nella tradizione biblica. Si discute molto del progetto unitario di questa opera storica. Senza entrare in questo problema complesso, possiamo dare i risultati accolti dalla maggior parte degli studiosi.
All’inizio del III secolo a. C., quando ormai la Giudea era nella sfera dell’impero ellenistico, uno storico (o una scuola) tenta di spiegare il proprio presente, rileggendo la storia antica. Per il periodo monarchico l’unico materiale a disposizione era la storiografia deuteronomista; per il periodo postesilico ci si rifèrì alle memorie di Neemia e alle tradizioni su Esdra, già in qualche modo conosciute.
Tre interessi particolari hanno guidato il cronista a rileggere il passato: la speranza messianica, il metro di giudizio sapienziale della retribuzione divina e la passione per il culto e in genere per la città di Gerusalemme, contro lo scisma samaritano. Dietro questa storiografia, s’intravede in filigrana la costante professione di fede che “Dio è con noi“. Essa sola è capace di tenere viva quella speranza nazionalistica cui tenacemente si aggrappa il “resto d’Israele” che abita a Gerusalemme e nei dintorni, legato al tempio e al suo culto.