Nota esegetica 3 La complessità del Pentateuco
La presa di coscienza critica delle diverse storiografie, trattate nella nota esegetica 2, ci permette ora di comprendere meglio anche la complessità redazionale dei primi cinque libri biblici.
In un contesto precritico si riteneva che tutto il Pentateuco fosse stato scritto materialmente da Mosè senza fare troppi distinguo, e si pensava poi all’autore come uno scrittore che a tavolino scrive una sua opera.
La critica letteraria, con l’analisi delle diverse fonti o documenti, fece emergere la complessa storia della formazione di questi libri. Dapprima, reagì contro l’affermazione di Mosè autore del Pentateuco, applicando però ancora un concetto inadeguato di autore. Poi si moltiplicarono gli autori, aggiungendo la figura di un “redattore” finale, vale a dire un compilatore, normalmente considerato distratto e incapace di tessere perfettamente gli scritti che aveva tra le mani per giustificare le ripetizioni e tutte le incongruenze del testo.
Nello stesso tempo la considerazione della storia della tradizione orale, antecedente alla trasmissione del testo scritto, contribuì a spiegare il carattere frammentario e talvolta contraddittorio di alcune narrazioni antiche prima ancora della loro redazione scritta. Questa attenzione, già avvertita da H. Gunkel agli inizi del ‘900, non fu subito recepita e solo negli ultimi decenni sta producendo risultati degni di nota. In questa luce, più che di fonti, o documenti, si preferisce parlare di “tradizioni”, le quali si sarebbero progressivamente sedimentate e arricchite lungo la storia dell’antico Israele, non sempre in vere e proprie opere a sé stanti.
L’attenzione alla fase pre-letteraria di un testo permette di vagliare con più equilibrio quei criteri invocati per l’attribuzione dei testi alle diverse “tradizioni” che ovviamente si sono ridotte di numero rispetto alle valutazioni precedenti.
Senza voler essere troppo rigidi nella loro applicazione si possono indicare alcuni criteri utili ad identificare le diversi tradizioni.
1- lo stile e il linguaggio;
2 – l’uso dei nomi divini (JHWH, Elohim, El Shaddai);
3 – le contraddizioni e le incongruenze;
4 – i duplicati e le ripetizioni;
5 – le diverse prospettive teologiche.
Al punto in cui ci troviamo nella ricerca possiamo dire che:
• è più facile identificare la mano deuteronomista (dtr) e sacerdotale (P); per il resto il lavoro diventa molto più ipotetico;
• l’attribuzione dei testi a J, E, D e P è una semplificazione di quel lungo processo tradizionale, il quale talvolta rimane imprecisabile proprio a causa della fase orale della trasmissione.
• questo lavoro critico non deve mirare all’inutile sforzo di ricostruire un “originale”, magari mai esistito nella forma ipotizzata, ma a prendere coscienza della particolare complessità della formazione del testo che ora possediamo.
È questo testo I’oggetto dell’interpretazione. Noi dobbiamo interpretarlo nella forma e nella struttura in cui oggi si dà. La ricostruzione della storia della tradizione non deve scomporre e frantumare la redazione finale del testo, ma
deve rendere consapevole l’interprete della complessità di una narrazione, che è talvolta incongruente, cade in contraddizione o è duplicato di altri racconti.