Nota esegetica 4  I generi letterari

Quando uno studioso racconta dei fatti storici anche se cerca di essere rigoroso, “neutrale”, inevitabilmente parte da un punto di vista e quindi si ha una “storiografia”. Se poi il racconto non è fatto da uno storico, ma da persone che hanno altre funzioni la narrazione assume tonalità relative al compito svolto dal narratore. Sia ha così un genere letterario.

Ci spieghiamo brevemente con un esempio. Ecco come viene raccontato il medesimo incidente stradale.

1) Un testimone oculare all’amico: «La miseria che cosa ho visto! Ecco, ero in via Giulio Cesare, me ne andavo dritto per la strada, quando sfreccia a rapidità sbalorditiva un ciclista. Penso: “Ti spacchi la testa”! Nello stesso momento, crac! il ciclista vola per aria…».

2) Il verbale della polizia: «Il 3 aprile 1971, di pomeriggio, alle 17.07, N.N., nato il 12 agosto 1954, residente in via Battisti n. 55, percorreva con una bicicletta marca “Legnano” via Giulio Cesare in direzione di piazza Marconi. Su detta bicicletta non si sono potuti riscontrare difetti…».

3) Il sermone del parroco: «Cari fratelli! C’è una persona che vuol arrivare in un determinato posto in un preciso momento. Ha fatto bene i calcoli, arriverà per tempo. Basta darci dentro. Balza sulla sua bicicletta. Ma, nel viaggio, ecco un’ombra venire da destra! Quell’uomo cade e resta a terra ferito. Il suo piano è andato all’aria. Così, cari miei, è la vita umana…».

A prima vista viene da chiedersi: ma quelli parlano tutti della stessa cosa?

Sì, narrano tutti la stessa cosa, ma devono usare “generi letterari” differenti.

Allora possiamo dire che il genere letterario è la forma, la struttura che il testo assume in conseguenza del panorama di interessi dell’autore, del suo punto di vista, del suo linguaggio, del modo con cui descrive un fatto, nonché dei destinatari del racconto. Questo non significa che la verità sia altra rispetto al racconto, ma che la verità narrata non è mai il tutto di quel fatto, e che bisogna scavare ulteriormente se si vuole trovare qualcosa di più.

Nell’esempio riportato, oltre a quanto detto dai tre narratori, ci si può chiedere: il ciclista come avrà raccontato quell’incidente a sua moglie? come l’ha riferito agli amici del bar? come la moglie l’ha detto alle sue amiche? E chi più ne ha più ne metta.

Questo dice che lo stesso evento raccontato da persone diverse in ambiti differenti produce comprensioni altrettanto differenti. Non solo: Se nello stesso ambito cambiano gli uditori si avranno interpretazioni diverse dalle precedenti.

La critica letteraria ci ha reso attenti a distinguere il “genere letterario”, riflettendo sulla relazione di un certo modo di narrare e la finalità propria del racconto all’interno dell’ambiente vitale (Sitz im Leben) in cui esso è stato narrato e tramandato.

Così in quell’esempio si tratta sempre dello stesso episodio, ma la finalità e l’ambientazione del racconto permettono di capire il diverso interesse manifestato dalle tre narrazioni per l’esattezza dei particolari.

Il racconto concitato dell’amico vuole sorprendere e quindi tende ad enfatizzare i particolari. L’asettico verbale che la polizia deve redigere ha il compito di segnalare tutte le circostanze dell’accaduto nel modo più preciso possibile. L’intento moralistico del predicatore non è per nulla interessato ai particolari, ma rende l’accaduto un caso esemplare per la sua tesi da dimostrare.

Ora, la Bibbia è una sorgente di generi letterari diversi. Le cose da raccontare sono talmente importanti che i diversi narratori sono stati indotti a potenziare il linguaggio usando i diversi generi letterari disponibili e creandone di nuovi per cercare di esprimere il mistero delle azioni di Dio nella storia.

In questa sede è possibile esaminare tutti i generi letterari biblici; ne vediamo solo alcuni che interessano il libro il Pentateuco ed in particolare Esodo, perché nella lettura dei testi non si prenda tutto “alla lettera”.

L’eziologia

L’eziologia è la ricerca di una spiegazione di qualche particolare fenomeno che desta stupore. Il vocabolo deriva dal greco aition, causa, e logos, discorso, indagine, spiegazione. È un genere di racconto popolare, che non sente la difficoltà di mescolare realtà a fantasia. Proprio per questo motivo i racconti più antichi, che risalgono al periodo della trasmissione orale, sono ricchi di eziologie. Il valore dell’eziologia sta nella descrizione di come è una realtà, più che nell’esattezza scientifica della sua spiegazione.

Ad esempio in Gs 6 viene narrata la caduta di Gerico nelle mani di Giosuè e come le mura crollarono al suono delle trombe insieme all’urlo di guerra degli ebrei; una descrizione più liturgica che militare. Questo fatto è cantato ancora oggi da un celebre spiritual negro-americano (Joshua fit the battle of Jerico), che certamente ha dato molta speranza a diverse generazioni che hanno vissuto in condizioni di oppressione.

Però le ricerche archeologiche hanno mostrato che le mura di Gerico erano cadute qualche millennio prima dell’arrivo degli ebrei. Ma quelle mura mastodontiche, fatte di massi ormai rotolati a terra, hanno indubbiamente stupito gli ebrei che avevano appena attraversato il Giordano e si accingevano a conquistare la Terra Promessa. Forse questa eziologia aveva lo scopo di infondere loro fiducia e speranza. Più tardi, a quelli vissuti nei secoli successivi, è servita sostenerli quando di tanto in tanto un invasore assediava le loro città.

Il messaggio era qualcosa del tipo: non è la forza del tuo braccio che ti salva, ma la potenza di Dio “che ha perfino fatto crollare le mura di Gerico semplicemente al suono delle trombe“.

L’eziologia metastorica di Gn 1-11

È un tipo tutto particolare di racconto. Con essa si vuole dare una risposta ai grandi perché dell’uomo: il perché della creazione, di questa storia, il problema del male, il senso dell’uomo in rapporto a Dio. Così i saggi costruirono racconti su canovacci molto antichi e comuni all’area culturale dell’antico vicino oriente. Con essi si voleva spiegare l’oggi, non il tempo passato, utilizzando una metastoria invece che una metafisica. È infatti una caratteristica del pensiero biblico leggere la realtà sul versante storico più che sul versante essenzialista o dell’essere. Metastoria non vuol dire “astorico” o “al di là della storia”, ma piuttosto “fondativo della storia”, spiegazione della storia di sempre, in parallelo a metafisica che è il fondamento della fisica.

Per esempio: il sapiente si chiede perché tutti gli uomini peccano e la sua risposta è: perché fin dall’inizio hanno peccato a partire dai progenitori. E poi lo spiega, non con una teoria, ma con un racconto: quello del giardino Gn3.

Il racconto patriarcale

I racconti più antichi, quelli che si riferiscono al periodo patriarcale, prima della storia scritta, sono memorie di clan o di famiglia. Essi sono centrati su pochi elementi: nascita di un figlio, ricerca di nuovi pascoli, battaglie che, in effetti, sono semplici scaramucce tra pastori, azioni eroiche, ecc. Non si preoccupano della connessione con l’insieme della vita di un personaggio o dei rapporti con la “grande storia”, che rimane alquanto imprecisata. Si pensi a molti racconti di Gn 12-50 e alle azioni eroiche del libro dei Giudici.

I racconti patriarcali non sono biografie e si potrebbero accostare alle moderne narrazioni di storie familiari come Beautiful o Radici, con la differenza fondamentale che il racconto patriarcale nasce da piccole unità narrative, tramandate e sedimentate nella memoria di un gruppo e magari accorpate a quelle di altri gruppi a seguito di matrimoni o alleanze. In questi racconti troviamo spesso l’elenco delle generazioni (toledot) che è un modo per rendersi conto e mostrare la propria identità. Passi il paragone: oggi abbiamo le carte di identità, gli antichi usavano la successione delle generazioni. Cosa non da poco perché potevano essere in gioco interessi quali possesso di terreni, diritti di pascolo, ecc.

La saga

La saga, come amano chiamarla gli studiosi dell’area tedesca in analogia alla loro tradizione, tende a rivestire il ricordo del passato con nuovi elementi appartenenti al mondo del narratore che e non teme di aggiungere anche elementi leggendari, come, ad esempio, il ciclo di Sansone nel libro dei Giudici.

La saga e il racconto patriarcale, a differenza dell’eziologia, nasce da un avvenimento originante reale percepito come significativo per il presente.

Per certi versi questi racconti costituiscono una memoria storica, ma da vagliare molto criticamente, perché il nucleo originario è ormai intriso di aggiunte, impressioni e significati che rendono molto difficile raggiungerlo.

L’arringa profetica (rib)

L’arringa profetica è la requisitoria che il profeta pronuncia a nome di JHWH contro il popolo o il re che hanno violato l’alleanza o alcuni contenuti dell’alleanza. Essa segue uno schema molto preciso che è quello usato nei rapporti diplomatici tra un re e i suoi vassalli o alleati. Quando il grande re veniva a sapere che un suo vassallo non si era attenuto alle obbligazioni dell’alleanza siglata, mandava un ambasciatore che, a nome suo, pronunciasse un discorso di accusa e un invito a rispettare le clausole del patto, altrimenti si sarebbero poste in atto le “maledizioni” con cui normalmente un trattato si chiudeva.

L’arringa iniziava con la “formula del messaggero”: «Così dice il gran sovrano…». E dopo aver elencato i benefici ottenuti dal vassallo, lo richiamava al rispetto del patto, minacciando un’azione punitiva nel caso di ulteriori inadempienze o la rottura completa e la guerra.

Analogamente le arringhe dei profeti iniziano con la “formula del messaggero”: “Così dice JHWH…” e poi si entra nei particolari chiamando in giudizio i testimoni, esponendo le minacce, le maledizioni e, in genere, sempre in vista di una riformulazione del patto. Anche se non sono è propriamente testi profetici si può suggerire di leggere il salmo 50 che è l’arringa e poi il salmo 51 che è la richiesta di ripristinare l’alleanza.

Nel libro di Esodo troviamo una prima forma di arringa profetica: sono le richieste formulate da Mosè, il primo dei profeti, al Faraone.

La storiografia

È senza dubbio il genere letterario più diffuso e importante per i libri biblici, tanto che la Bibbia è spesso citata come “storia biblica”. Ma cerchiamo anzitutto di capire quale storiografia è in gioco.

La capacità di stendere una storia è possibile solo ad un pensiero che ha raggiunto una visione sintetica di tutti i frammenti costituiti dai diversi eventi accaduti lungo i secoli.

Il primo di tutti i problemi è quello di una cronologia lineare valida per tutti. Questo vuol dire raccordare le innumerevoli cronologie particolari a quella lineare universale. Infatti i vari popoli antichi misuravano gli anni a partire da eventi per loro importanti: l’incoronazione del re, una vittoria strepitosa contro i nemici, un terremoto, un disastro climatico e via dicendo.

Il superamento di questa concezione ha consentito di considerare la storia come una successione di eventi legati tra loro e non semplicemente come un grande calderone in cui pescare a piacere quello che serviva per l’insegnamento.

Per quel che ci riguarda dobbiamo allora distinguere tra verità ed esattezza che sono due modi diversi di sondare la realtà dei fatti.

 La verità mira a raggiungere il senso dei fatti del passato perché sia utilizzabile per l’oggi: “Historia magistra vitae” si diceva.

L’esattezza punta alla precisione degli eventi che però restano muti e opachi come una sequenza di date imparate a memoria per superare un esame scolastico.

Le storiografie bibliche che, appunto, cercano il senso degli eventi tentano di esprimere il disegno di Dio sulla storia, che non vuol dire ignorarne l’esattezza, ma andare oltre.

A dire il vero, dentro le storiografie bibliche troviamo spezzoni più vicini al genere delle storiografie moderne. Ad esempio, alla storia della successione al trono di Davide in 2 Sam 6-20 e 1 Re 1-2. Questo racconto è per lo storico moderno una fonte molto precisa dei movimenti di potere che si sono avuti alla fine del regno di Davide: i fatti vengono messi in primo piano e vengono documentati con riferimenti accurati.

Il racconto didattico

Il racconto didattico è più difficile da determinare per la sua apparente parentela con la storia. Scambiandolo per “storia” è spesso stato usato per contestare verità storica della Bibbia.

Il racconto didattico deve essere considerato una sorta di parabola allargata; gli studiosi parlano di “parabola espansa”, la quale può usare notizie storiche, accostando tra loro personaggi e situazioni che non avrebbero mai potuto essere contigui.

Mentre la narrazione storica mira a descrivere come sono andati i fatti. La finalità del racconto didattico è quella di illustrare una verità di fede, formulata come tesi da dimostrare, il più delle volte espressa da qualche discorso dei protagonisti e intrecciata più o meno palesemente nello svolgimento del racconto.

La dimostrazione viene svolta creando un racconto nel quale i protagonisti hanno ruoli ben caratterizzati.

Sono un esempio il ciclo di Giuseppe (Gn 37-50) e i libri di Giuditta, Tobia, Giona.

Oltre al senso del racconto: mostrare una verità di fede, vi sono due altri criteri che possono aiutare a distinguere il racconto didattico dall’opera storica.

1- La evidente inesattezza dei dati storici, che non è frutto di ignoranza dei dati, ma volontà di leggere i diversi periodi storici che presentano gli stessi problemi.

 Per esempio il libro di Giuditta inizia con: «Nell’anno decimosecondo del regno di Nabucodonosor, che regnava sugli Assiri nella grande città di Ninive, Arpacsad regnava sui Medi in Ecbatana» (Gdt 1,1).

Quando questo libro viene scritto nel II° secolo a. C. tutti sapevano che Nabucodonosor era il re che aveva distrutto di Gerusalemme nel 585 a.C. Tutti sapevano che la capitale era Babilonia e non Ninive e che egli era un re babilonese e non assiro. Inoltre nessuno conosceva un re dei Medi chiamato Arpacsad. Ma al narratore non interessava l’esattezza storica, bensì creare un personaggio che fosse per eccellenza il nemico del popolo di Dio. Il suo scopo era quello di rivelare una sequenza che si ripete nella storia, quasi una legge della natura, per confortare il popolo del suo tempo che viveva sotto il tallone di Antioco Epifane (169-164 a.C.) il quale voleva modificare a suo uso anche la religione dei padri.

2- Il secondo criterio è l’abbondanza di elementi simbolici e anche favolistici. Non si ha paura a far entrare in scena Dio o i suoi angeli (Tobia) ed anche i nomi assumono funzione narrativa. Si prenda il libro di Giona: non vi sono nomi propri, eccetto il nome-programma del protagonista ( = “colomba”); non c’è alcuna datazione, a differenza degli altri libri profetici. Ninive, la grande città, è simbolo del potere opposto a Dio; Tarsis, che per gli ebrei erano le “Colonne d’Ercole” è simbolo dell’estrema lontananza da Dio; il pesce significa la morte e gli inferi.

Il genere liturgico

Molto importanti per il libro di Esodo sono le prescrizioni liturgiche che spesso assumono la forma di un racconto. Infatti la liturgia, in molti modi, assume la forma di memoriale di un evento del passato, per cui quello stesso evento viene ripreso e raccontato, magari in forma epica come uno scontro tra il bene e il male o un intervento prodigioso di Dio. Allora bisogna essere molto attenti a non trattare questi eventi come avvenimenti storici tout court.

Anche la nostra Messa, per esempio è memoriale della morte e risurrezione di Gesù, ma in questo caso non c’è niente di epico.

Ci sono anche lunghi capitoli che riportano normative che stabiliscono pedantemente anche nei minimi dettagli come devono essere costruiti spazi e oggetti di culto e soprattutto come si devono svolgere i riti.

Si veda ad esempio Es 25-32;35-40.

Nota conclusiva

Tutto questo può dare l’impressione che i racconti biblici siano solo delle favole. Ammettiamolo pure, ma la fede riconosce a queste “favole” di essere “Parola di Dio”. E questo è oggetto del nostro stupore! Come se Dio ci dicesse: “Guarda che quando io mi muovo agisco così”.

Per saperne di più.

G. Borgonovo, Il testo biblico per un approccio scolastico; SEI.
J: A. Soggin, Storia d’Israele, Paideia.