Nota esegetica 6 La Bibbia e il tempo
Abbiamo avuto modo di segnalare nel contesto delle letture relative alla Prima Pasqua, (vedi lettura 25), che in quell’occasione si ha l’invenzione del tempo lineare e l’abbandono del tempo naturistico, ciclico, ripetitivo, tipico del mondo agricolo, legato al succedersi delle stagioni.
Tuttavia pur se la nostra concezione del tempo viene dalla Bibbia, il rapporto della Sacra Scrittura con il tempo stesso non è propriamente il nostro. Noi abbiamo acquisito una precisa idea di storia secondo la quale gli avvenimenti devono essere collocati nella loro precisa successione temporale. Basti pensare alle “date” che si devono imparare per le interrogazioni e gli esami di storia. Però questo bisogno di precisione storica nasce solo verso la fine del ‘700 insieme alle periodizzazioni: Medioevo, Rinascimento, ecc. Ma sia chiaro: un medievale non ha mai saputo di essere “medievale”!
La Bibbia, invece, attribuisce agli avvenimenti storici e di conseguenza anche al tempo, un significato teologico, il che ha consentito ai redattori di spostare avanti e indietro i fatti per sostenere il “loro” disegno teologico.
Se ora consideriamo l’Antico Testamento secondo la suddivisione ebraica in tre parti abbiamo:
1- La Torah o Legge, corrispondente al Pentateuco
2- I Nevihim o Profeti, che nella suddivisione ebraica contengono anche i libri storici come Giosuè, Giudici, Re…
3- Ketubim o Altri Scritti, corrispondenti grosso modo ai Libri Sapienziali: Qoelet, Salmi, Giobbe…
Ora seguiamo quanto scrive P. Beuchamp, L’uno e l’altro testamento, vol. 1, pg 157 ss, Paideia:
«Il rapporto con il tempo non è lo stesso per la Legge, i Profeti, la Sapienza.
La Legge antidata le leggi in modo spregiudicato perché sotto l’immagine dell’inizio nasconde l’origine.
Il Profeta mostra le condizioni di emergenza della Parola nel suo tempo usando la cronologia universale degli astri e della storia.
La Sapienza fa un discorso a-cronico o pan-cronico.
La Legge pone un “prima”. Il Profeta pone un “adesso”. Il Sapiente parte da un “sempre”.
In questo modo tutta la Legge “diventa” opera di Mosè. Infatti fino al 700 e oltre si credeva che Mosè fosse l’autore di tutto il Pentateuco. La Sapienza sarebbe tutta opera di Salomone, il re saggio per eccellenza.
Il Profeta, inviato da Dio, parla nel suo tempo, del suo tempo».
Si noti come all’inizio di quasi tutti i libri dei profeti è ricordato il nome del re e l’anno del regno e spesso anche il luogo.
Siccome Esodo fa parte della Torah, tralasciamo Profeti e Sapienza e cerchiamo di capire come essa (Torah) è strutturata in relazione al tempo. Lo facciamo seguendo la traccia di G. A. Borgonovo, Torah e storiografie dell’Antico Testamento, LDC , pg 93 ss.
La Torah narra il passato partendo addirittura dalla Creazione perché essa diventi Rivelazione e norma di ogni momento della creazione stessa.
In questo modo nel passato trovo il senso del presente, quindi la mia identità e l’identità di Dio (Es 34,5-9). E questa riflessione avviene durante e nel post-esilio quando non c’è più il re, il Tempio è distrutto e Gerusalemme è un cumulo di rovine.
Così ripensando al suo passato, Israele scopre la propria identità di popolo liberato da un Dio che si è rivelato come Elohim nella Creazione, come El Shaddai ai Patriarchi e come JHWH nell’Esodo.
È un popolo chiamato dalla schiavitù (abodah) al servizio (abodah). Ma un servizio che si esercita attraverso due verbi: abodah, servizio, appunto, e shamar: osservare, custodire… Che cosa? Il Comandamento dell’Alleanza.
Abbiamo poi la risalita fino alla Creazione il cui scopo non intende informare sulla nascita del kosmos, ma vuole mostrare qual è la natura dell’uomo, il suo Essere. Dice Borgonovo: «è una grammatica dell’essere che chiede di essere attuata in ogni momento dell’esserci».
Anche la filosofia greca cercava l’origine dell’Essere, l’Archè, il principio. Così come la Bibbia che parte da “bereshit“, «In “principio” creò Dio il cielo e la terra…». Ma Giovanni si spinge oltre perché va ad un “principio” ancora più lontano.«En archè en ho Logos…»: «In principio era il Verbo… e tutto fu fatto per mezzo di Lui». Allora la creazione non è l’origine. C’è un originario ancora più remoto.
In questo quadro i racconti dei Patriarchi, ancora nomadi, fondano la “premessa” della liberazione dalla “casa di schiavitù” e della “promessa” di “una Terra in cui scorre latte e miele”.
Ma è una Terra il cui possesso è precario perché sempre condizionato dallo “shamar”, osservanza e custodia del Comandamento dell’Alleanza. Se esso viene trasgredito c’è sempre un Faraone di turno pronto a riportare il popolo in Egitto, si chiami pure Assiria o Babilonia o quello che si vuole.
Per questo il libro del Deuteronomio, l’ultimo della Torah, ribadisce continuamente l’alternativa tra possesso e perdita della Terra e, più radicalmente l’alternativa tra vita e morte.
Dt 9,1 Ascolta, Israele! Oggi tu attraverserai il Giordano per andare a impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te, di città grandi e fortificate fino al cielo, 2 di un popolo grande e alto di statura, dei figli degli Anakiti che tu conosci e dei quali hai sentito dire: Chi mai può resistere ai figli di Anak? 3 Sappi dunque oggi che il Signore tuo Dio passerà davanti a te come fuoco divoratore, li distruggerà e li abbatterà davanti a te; tu li scaccerai e li farai perire in fretta, come il Signore ti ha detto. 4 Quando il Signore tuo Dio li avrà scacciati dinanzi a te, non pensare: A causa della mia giustizia, il Signore mi ha fatto entrare in possesso di questo paese; mentre per la malvagità di queste nazioni il Signore le scaccia dinanzi a te. 5 No, tu non entri in possesso del loro paese a causa della tua giustizia, né a causa della rettitudine del tuo cuore; ma il Signore tuo Dio scaccia quelle nazioni dinanzi a te per la loro malvagità e per mantenere la parola che il Signore ha giurato ai tuoi padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. 6Sappi dunque che non a causa della tua giustizia il Signore tuo Dio ti dà il possesso di questo fertile paese; anzi tu sei un popolo di dura cervice.
Però Dio è sempre fedele alle sue promesse e quando il popolo dell’Alleanza la trasgredisce perde la Terra; ma quando si pente e ritorna a JHWH la Terra gli viene restituita:
Dt 11,8 Osserverete dunque tutti i comandi che oggi vi do, perché siate forti e possiate conquistare il paese che state per entrare a prendere in possesso 9 e perché restiate a lungo sul suolo che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri e alla loro discendenza: terra dove scorre latte e miele.
Il Deuteronomio e con esso la Torah si chiude prima dell’entrata nella Terra.
Un solo uomo non la perderà mai: è Mosè che dalla vetta del Nebo contempla quella grande distesa si fiumi e valli e lì si chiudono i suoi occhi. L’impresa per la quale è stato chiamato da JHWH è stata completata: la terra è portata di mano, basta attraversare il Giordano.
Ora tentiamo una conclusione
Se questo è il disegno che avevano in testa i redattori della Torah, i quali hanno “violentato” la storia, sorge per noi il problema di come leggere questo scritto. Dobbiamo tenere conto delle scansioni della storia facendone una lettura diacronica oppure dobbiamo leggere il testo così come ci è pervenuto, lettura sincronica?
In questo secondo caso si tratterebbe di leggerlo come hanno fatto fino al ‘700 coloro che ci hanno preceduto che non avevano la nostra sensibilità circa la storia.
Oggi l’esegesi ritiene che si debbano prendere le distanze dalla lettura diacronica se essa intende contestare il testo ricevuto, mentre è da apprezzare se aiuta a comprendere meglio il senso del messaggio biblico. Che vuole anche dire: tenere conto della “storia della rivelazione”, proprio perché la rivelazione è stata comunicata secondo un disegno storico e non tutta in una volta .
Una lettura sincronica che esclude la storia, in fondo, è come se ritenesse che la rivelazione è stata consegnata ad un autore, un agiografo seduto a tavolino davanti ad un papiro che, ispirato da Dio, compilava i vari testi così appare in certi affreschi che raffigurano, ad esempio, Mosè o gli evangelisti in quel modo.
L’ispirazione, invece, è una realtà molto più complessa perché riporta l’esperienza di Dio che hanno fatto più persone nelle situazioni più disparate della vita, che è diventata racconto, poi scritto, poi gli scritti insieme ad altri racconti hanno portato alla redazione di nuovi documenti, e così via. Ad esempio, se guardiamo al vertice della rivelazione che è Gesù Cristo, Lui non ha scritto un rigo.
Allora nel nostro caso possiamo dire che anche i redattori che hanno composto la Torah strutturandola con l’idea di tempo di cui abbiamo detto, erano ispirati quindi sotto l’influsso dello Spirito. Loro possono avere commesso tutti gli errori ortografici, di composizione e comunque sempre orientati dal loro punto di vista e tuttavia erano ispirati. Il sacro testo è uscito dalla loro penna. Noi non possiamo modificare neanche una iota.
Ecco cosa dice un documento ufficiale: Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione biblica nella Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, pg35-36, 1993.
«Circa l’inclusione nel metodo [esegetico] di un’analisi sincronica dei testi, bisogna riconoscere che si tratta di un’operazione legittima perché è il testo nel suo stadio finale che è espressione della Parola di Dio e non una redazione anteriore. Ma lo studio diacronico rimane indispensabile per far comprendere il dinamismo storico che anima la Sacra Scrittura e per manifestare la sua ricca complessità: per esempio il Codice dall’Alleanza (Es 21-23) riflette uno stato politico, sociale e religioso della società israelitica diverso da quello che riflettono le altre legislazioni conservate nel Deuteronomio (Dt 12-26) e nel Levitico (Codice di Santità Lv 17-26). Bisogna ricordare che alla tendenza storicizzante, che si rimproverava alla esegesi storico-critica non succeda l’eccesso inverso: la dimenticanza della storia da parte di un’esegesi esclusivamente sincronica.
In definitiva lo scopo del metodo storico-critico è quello di mettere in luce, in modo soprattutto diacronico, il senso espresso dagli autori e redattori. Con l’aiuto di altri metodi e approcci, esso apre al lettore moderno l’accesso al significato del testo della Bibbia così come l’abbiamo».
Tutto questo vuol dire che non ci deve sconcertare scoprire che dal punto di vista storico, la Prima Pasqua non è avvenuta nella notte che ha preceduto la fuga dall’Egitto o che nelle teofanie del Sinai manca il “Vitello d’oro”, come mostra la lettura diacronica, che ovviamente ha il suo senso. Anche perché il “Vitello d’oro” storico riguarda i due idoli costruiti da Geroboamo, dopo la divisione del Regno, a Betel e Dan (1Re 12,26-33) in opposizione al Tempio di Gerusalemme.
Ma non possiamo fermarci lì. L’insieme della lettura diacronica e sincronica ci mostra chiaramente l’intenzione e l’ammonizione dell’agiografo diretta al lettore di tutti i tempi, quindi anche a noi del XXI secolo.
Egli ci dice: guarda che il popolo già al momento della sua nascita come popolo, appena ricevuta la Legge dell’Alleanza, si è costruito un idolo. Anche tu, se non stai attento, rischi di fabbricarti, nei momenti più impensati, il tuo Vitello d’oro, anche se lo chiami: carriera, soldi, sesso, i-pod, i- pad o internet, ecc..